Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI CONDANNATI ALL’INUTILITA’
L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è
fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla
Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica. Qua e là piccole sporcizie sulla mappa del pianeta, dal 1945 a oggi, sono state pulite anche da loro. Non dimentichiamo che le forze di pace abbandonarono, e non una sola volta, i civili al coltello degli sgozzatori. Ma che cosa significa dissuadere? Significa fare in modo che non si faccia. La dissuasione deve far sparire puramente e semplicemente l’oggetto della contesa. Se gli avversari, nazioni, fazioni, estremismi, di fronte a una terza forza hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare nell’opporvisi la guerra diventa assurda. La pace più che necessaria, inevitabile. Ma oggi un’autorità morale e non sorretta dalla forza è ancora in grado di dare pedate dissuasive al formicaio delle pulsioni di distruzione e di prepotenza, di interrompere il discorso di conquista dei terrorismi di Grandi e Piccoli? Nei luoghi caldi come il Libano senza di loro sarebbe il caos, si obbietta. Forse. Ma se il caos è proprio il programma dei nuovi signori della guerra planetaria che si fa?
Stiamo per assistere all’eclissi dello strumento che doveva, dal Palazzo di vetro, aprirsi un varco tra il sovra diritto dei furiosi abbandonati alla propria “hubrys” e il sotto diritto dei deboli e degli asserviti, eterni supplicanti incatenati?
Non ostiniamoci a fingere: le missioni di pace erano il simbolo e l’essenza delle Nazioni unite come furono pensate nel secolo scorso. Senza questo strumento di opposizione alle avventure omicide in tutto il mondo l’Onu è imbalsamato definitivamente in una elefantiaca burocrazia delle chiacchiere. Non lo salverà certo dall’estinzione il volenteroso affannarsi dell’attuale Segretario generale sul terreno della ecologia e della difesa del pianeta.
Ebbene: quanto gesticolare inutile, quanti incantesimi vani sotto la sigla Onu… In alcuni luoghi del mondo i caschi blu “si interpongono”, controllano, osservano, stilano rapporti che si accumulano, immagino, in polverosi sotterranei del Palazzo di vetro. Si interpongono ma nel senso che stanno lì, guerrieri senza cause, volenterosi abbandonati, soldati eternamente pronti a tutto, dunque al peggio. Figure fragili e tragiche del disordine del mondo. In luoghi come il sud del Libano dove si emanano ordini draconiani alle popolazioni (di uno Stato teoricamente sovrano) di allontanarsi definitivamente e ministri di un governo annunciano giulivamente che tutto verrà raso al suolo per non frapporre molesti ostacoli alle artiglierie presenti e future, quel contingente pacifico è poco più di un fastidio,
l’equivalente di una collina o un fiumiciattolo che fa perdere semplicemente tempo mentre si manovra con i carri armati. Non c’è nemmeno la pazienza di attendere che entro fine anno se ne vadano volontariamente dai loro bunker, sfiniti dalla impotenza. Qualche cannonata “fuori bersaglio” potrebbe accelerarne il ritiro. I testimoni, anche quelli disarmati, danno fastidio.
Le missioni dei caschi blu sono peraltro annose sopravvivenze di altre epoche storiche. Potete immaginare il realizzarsi di spedizioni di interposizione a Gaza o in Ucraina o in Sudan? Solo i devoti del Consiglio di sicurezza e della legittimità internazionale non si imbarazzano a proporli. L’Onu non lo dipingono come è, ma come vorrebbero che fosse. È una istituzione balbuziente, ammettono i fedeli della Santa Carta: ma oppongono che niente è perfetto, basta rinforzarla. Già. Ma se la difesa dei diritti e della pace è affidata a una commissione in cui i predatori dettano legge? Così i caschi blu sono condannati dal peggiore dei peccati: non servono. Sono doppiamente indifesi, tanto che si può sparare loro addosso. Da 48 anni la missione tra il fiume Litani e il confine tra Israele e Libano “assiste”. Impotente. Indifesa. Chi risponde senza retorica alla domanda: per cosa sono morti 342 soldati sotto mandato delle Nazioni Unite dopo il loro dispiegamento nel 1978? In questa zona del mondo i periodi di guerra sono stati più lunghi che quelli di tregua.
Dalla Bosnia al Congo al Mali al Centrafrica al Libano, spaventose località di una geografia senza memoria, queste missioni hanno modificato in modo decisivo la faccia del pianeta, hanno aperto una breccia nella tragedia dei derelitti, riplasmato i destini e le fatalità in nuovi inizi, in occasioni da afferrare, in pesi da sollevare, in inerzie vinte? Questi volenterosi eserciti della pace non portano con sé le chiavi di qualche paradiso terrestre ma neppure la chiusura di qualche inferno, non annunciano alle popolazioni un mondo senza guerra e morti ma neppure un mondo meno malvagio e un domani meno cupo.
Le Nazioni unite e i suoi eserciti “a la carte”, paralizzati dall’obbligo di non intervenire, e il tribunale dell’uomo a New York capace di distinguere e punire i giusti e i reprobi sono stati, forse, l’ultima avventura dell’Occidente. Il diritto di intervenire senza frontiere appare ormai da decenni come esorbitante, non riesce a ledere oggi più che mai le arroganti e fameliche autorità che si spartiscono il mondo.
(da La Stampa)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
LE OMELIE DI UN FUORI DI TESTA
Se volete avere un’idea del disastro nel quale siamo finiti, ascoltate per intero una delle omelie che Pete Hegseth, ministro della Guerra degli Stati Uniti d’America, capo dell’esercito più potente della Terra, rivolge al suo popolo e al mondo intero. La sua retorica invasata, con la partnership di Dio (il Dio degli eserciti) che permea ogni sguardo ispirato, ogni parola bellica, e gli americani nel ruolo di popolo superiore che ha il compito di liberare l’umanità da tutto ciò che non è americano e cristiano, è per metà ridicola, per metà terrificante.
Un ayatollah non saprebbe fare di meglio. È uguale l’ispirazione trascendente dei più turpi e sanguinari atti terreni, tipo accoppare chi non è della tua tribù; uguale la missione di purificazione dagli impuri e di elevazione degli eletti; uguale l’ossessione di superiorità morale, e di spregio per gli inferiori, che l’aspetto vagamente nazista di questo maschio americano bianco (nei film sui nazisti i nazisti sono identici a Hegseth) rende perfettamente.
Si può valutare come una coincidenza l’identità di linguaggio, e di visione del mondo, tra i fanatici islamisti e questo tizio che non impugna un coltello, ma un arsenale atomico. Oppure la si può considerare una tragedia politica. Sebbene abbia forma di farsa (i tatuaggi da crociato, la pettinatura da Esse Esse) è questa la realtà che ci sta di fronte. C’è margine per rimediare? C’è speranza che finisca? Difficile dirlo. Impossibile non sperarlo, e non agire per denunciare e contrastare la mutazione dell’America in un nuovo Reich.
(da Repubblica)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA FORZATURA INACCETTABILE IN UNA DEMOCRAZIA, SOPRATTUTTO SE E’ UNA LEGGE CHE FAVORISCE SPUDORATAMENTE LA MAGGIORANZA DI GOVERNO
“Uno dei due giocatori non può cambiare le regole a suo vantaggio prima di iniziare la
partita”. Anche un bambino di sei anni può comprendere il valore di questa massima, perché è uno dei capisaldi di una qualunque competizione leale: le regole non si cambiano prima di giocare. O comunque, nel caso, si cambiano assieme.
Quel che sembra scontato al parco giochi, evidentemente, non lo è in Parlamento. Dove la destra al governo, intimorita dal calo di consensi che sta registrando, dalla sconfitta al referendum, dagli effetti della guerra in Iran prossimi venturi e da una possibile recessione alle porte, sta pensando di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Di più: sta pensando di farlo a maggioranza, coi suoi soli voti: se l’opposizione ci sta, bene. Altrimenti fanno da soli.
Dicono di farlo in nome della stabilità, per evitare un pareggio, ma in realtà è evidente anche ai sassi che lo fanno per inclinare il campo a loro favore.
La proposta di legge elettorale incardinata giusto in queste ore alla Camera dei Deputati, infatti, sembra scritta su misura per riportare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Prevede infatti l’indicazione del candidato presidente nel simbolo dei partiti o anche solo nei programmi. Elimina i collegi uninominali con cui oggi si elegge il 37% dei parlamentari circa.
E prevede un premio di maggioranza molto importante alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Sembrano tutte modifiche di buonsenso, ma come per la riforma della giustizia appena bocciata, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Partiamo dall’indicazione del leader. Nel 2022 e pure nel 2018 la destra non aveva una leadership chiara. Per questo decisero di giocarsi l’opzione del tridente: tre leader, tre programmi diversi e chi prende un voto in più dà le carte. In quel modo la destra riuscì a massimizzare i suoi voti e non fu obbligata a trovare una sintesi prima delle elezioni. Bene: oggi le opposizioni si trovano in una situazione analoga e l’indicazione del leader li metterebbe in difficoltà. Detto, fatto.
Andiamo avanti. L’attuale legge elettorale prevede che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali, in cui in sostanza, vince chi prende un voto in più. È un metodo che favorisce chi ha una distribuzione di consenso più omogenea sul territorio nazionale: nel 2018, favorì i Cinque Stelle, nel 2022 la destra, mentre oggi, sondaggi alla mano, sembra favorire il campo largo. E quindi, via pure i collegi uninominali.
Terzo capolavoro. La nuova legge elettorale assegna un premio di maggioranza molto consistente alla coalizione che a livello nazionale ha anche solo un voto in più dell’avversario. E indovinate un po’ oggi, sondaggi alla mano, qual è questa coalizione?
Conosciamo l’obiezione: anche il centrosinistra, con Renzi, ha cambiato la legge elettorale prima del voto, nel 2017. Spiacenti, ma le cose sono un po’ diverse. Perché allora una legge elettorale non c’era: l’Italicum, la legge prevista nel caso fosse passata la riforma costituzionale, decadde automaticamente col No degli italiani. E il Porcellum, la legge allora vigente, che il governo Berlusconi impose agli italiani a pochi mesi dal voto del 2006 – anche in quel caso fatta su misura per non far perdere la destra – era stata fatta decadere dalla Consulta, perché incostituzionale.
Oggi una legge elettorale c’è, piaccia o meno.
E non c’è ragione di cambiarla, piaccia o meno.
Tantomeno da soli, piaccia o meno.
Farlo, e farlo a proprio vantaggio, senza che le opposizioni tocchino palla, è un colpo di mano inaccettabile, in un sistema democratico. Ed è un precedente che induce davvero ai peggiori timori, se chi ha in mente di fare una mossa del genere, vincesse poi le elezioni.
(da Fanpage)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
BRAVO, FUORI DAI COGLIONI DALL’EUROPA E DALL’ITALIA: QUANDO PARTITE AVVISATECI CHE VI LANCIAMO QUALCHE PACCHETTO DI CAMEL
Donald Trump sta considerando seriamente il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Lo ha detto lo stesso presidente statunitense in un’intervista al Telegraph, definendo l’Alleanza Atlantica «una tigre di carta». Le dichiarazioni arrivano sullo sfondo del conflitto con l’Iran e del mancato sostegno degli alleati europei alla richiesta statunitense di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Il rifiuto ha alimentato la frustrazione della Casa Bianca, che sembra sempre più mettere in discussione l’affidabilità dei partner europei. «Non sono mai stato convinto dalla Nato», ha affermato Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno sempre garantito supporto agli alleati, senza ricevere lo stesso in cambio. Nel mirino del presidente è finito il Regno Unito. Trump ha criticato il premier Keir Starmer per non aver partecipato all’intervento militare contro l’Iran, arrivando a mettere in dubbio l’efficienza della marina britannica.
Anche Rubio attacca la Nato
A rafforzare la linea dura dell’amministrazione è intervenuto anche il segretario di Stato Marco Rubio, che – in un’intervista a Fox News – ha definito l’Allenza Atlantica una «strada a senso unico». Secondo Rubio, al termine del conflitto sarà inevitabile «riesaminare» il rapporto con gli alleati, soprattutto alla luce del mancato accesso alle basi militari europee richiesto da Washington. Il presidente dovrebbe tenere un discorso alla nazione alle 21 (ora della costa Est degli Stati Uniti) per aggiornare sull’andamento del conflitto, che – secondo lui – potrebbe
concludersi entro «due o tre settimane», con l’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
I VIAGGI COSTANO TROPPO E I DOCENTI GIUSTAMENTE NON VOGLIONO RISCHIARE NEL GESTIRE SOGGETTI A RISCHIO
Le gite scolastiche nel 2026 non sono più per tutti: quasi la metà degli studenti italiani
quest’anno non parteciperà al viaggio d’istruzione. Secondo l’ultimo Osservatorio di Skuola.net, il 44% degli alunni di medie e superiori resterà a casa a causa dei costi diventati eccessivi.
Dal costo delle gite scolastiche alla mancanza di prof: le cause
L’analisi, condotta su un campione di 1.500 studenti fotografa una crisi profonda. Oltre al peso economico sulle famiglie, pesa l’ormai cronica indisponibilità dei docenti a fare da accompagnatori e i frequenti problemi di disciplina che spingono molti istituti a cancellare le partenze. Le responsabilità legate alla vigilanza degli alunni, l’innalzamento dell’età media del corpo docente italiano e la pressione esercitata dalle famiglie sono alcuni dei fattori che negli ultimi anni hanno ridotto la disponibilità dei docenti.
La resistenza di chi non sopporta i compagni
Tra chi non parte, il 38% subisce la decisione per motivi burocratici o economici. Esiste però una piccola ma interessante quota del 6% che ha scelto consapevolmente di non fare le valigie. All’interno di questo gruppo, oltre la metà (il 52%) ha dichiarato di essersi ritirato spontaneamente per evitare la convivenza prolungata con i compagni di classe. Scelta che trasforma il momento della gita, un tempo agognato, in una potenziale fonte di stress da evitare.
Le mete delle gite scolastiche in Italia e all’ester
Nonostante i rincari e le difficoltà, il 66% del campione resta orientato alla partenza, tra chi ha già viaggiato e chi lo farà entro giugno. Un terzo di loro, il 34%, lo farà da qui a fine anno, mentre il 22% è già andato nei mesi scorsi. Sulle mete, l’Italia si conferma la prima scelta, anche se inizia a perdere colpi. Il 60% rimarrà entro i confini nazionali. A guidare la classifica delle preferenze sono le grandi città d’arte. Firenze è al primo posto (13%), seguita a ruota da Roma (12%) e Napoli (11%), con Torino, Palermo e Bologna a chiudere il gruppo. Ma è oltre confine che si registra un balzo. Il dato più rilevante riguarda però l’estero, che registra un balzo passando dal 35% al 40% in soli dodici mesi. Tra le capitali europee, la meta più gettonata del 2026 è Vienna, tallonata da Berlino e Atene, mete che sembrano offrire un rapporto qualità-prezzo più competitivo per i budget scolastici.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
23 INDAGATI, COSTI PER ACQUISTI DI ATTREZZATURE MAI EFFETTUATI
Il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia, sono indagati dalla procura europea per una truffa all’Ue. Con loro altre 21 persone per le quali i pm avevano chiesto misure cautelari, ma il Gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze in virtù del tempo trascorso dai fatti.
La grande truffa alla Ue
L’indagine ipotizza i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale. Al centro c’è il programma scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, per il quale venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti. L’inchiesta è nata dalle rivelazioni di due ricercatori che hanno raccontato di professori che, pagati per lavorare al progetto, non hanno mai realmente contribuito alla ricerca. Gli indagati facevano risultare costi mai sostenut
per gonfiare le spese e aumentare il contributo percepito dall’Ue. Venivano anche simulati acquisti mai fatti con la complicità di titolari di imprese.
Il patto corruttivo
«Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università», ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti. «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos». Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.
Le misure cautelari
A dicembre 2024 i pm avevano chiesto misure cautelari per 17 dei coinvolti. Il 6 febbraio il Gip ha respinto la richiesta. Per il magistrato, a impedire l’applicazione dei provvedimenti cautelari sarebbe “la risalenza nel tempo delle condotte”. Troppo, dunque, il tempo trascorso dalla commissione dei reati. «Esaminata la richiesta del Procuratore Europeo pervenuta in data 24.12.2024 e esitata in data odierna – scrive il magistrato nella sua ordinanza – in ragione del gravoso carico di ruolo più volte evidenziato ai dirigenti…è emersa la ripetuta realizzazione di condotte truffaldine in danno dell’Erario».
L’appello
Quel che manca, per il giudice, a causa degli anni passati sono le esigenze cautelari. «Deve evidenziarsi che la risalenza nel tempo delle condotte per cui si precede, poste in essere dal 2018 al 2023, impedisce di ritenere concreto e attuale il rischio di reiterazione di analoghe condotte delittuose. E, infatti, si tratta di condotte che, pur essendo penalmente rilevanti, si sono esaurite nell’arco temporale sopra considerate», spiega. Contro la decisione del magistrato hanno fatto appello al tribunale del Riesame i pm della Procura Europea Gery Ferrara e Amelia Luise.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO NON SAREBBE INTERESSATO AL MINISTRO DELLE IMPRESE, FRUTTO SOLO DI ROGNE, TRA TAVOLI CON IMPRESE E SINDACATI, INCENTIVI CHE NON FUNZIONANO E VERTENZE
Da Palazzo Chigi lo si dice e lo si ripete. Guai a parlare di rimpasti: «Il presidente del
Consiglio ha passato la giornata a occuparsi dei dossier più rilevanti». E sarà al lavoro fino «all’ultimo giorno del mandato», come assicura il responsabile del partito Giovanni Donzelli.
La linea di FdI è tracciata: «Può essere che arrivi un ministro al Turismo, visto che ci sono state le dimissioni del ministro al Turismo. Ma noi non abbiamo mai messo
le bandierine, vedremo, deciderà il presidente del Consiglio d’accordo col presidente della Repubblica».
Meglio: «Nominerà il presidente della Repubblica sentito il presidente del Consiglio, così funziona la Costituzione».
E dunque si lavora per occupare le caselle rimaste vuote tenendo però presente che la premier ha assunto l’interim. E che per un nuovo ministro dovrà sentire il presidente Sergio Mattarella.
Meno formale è invece il possibile avvicendamento dei sottosegretari, basta un passaggio in Consiglio dei ministri. Il nome più accreditato in queste ore per sostituire Daniela Santanchè potrebbe essere il deputato di FdI Gianluca Caramanna.
Chi è vicino alla premier scaccia con un gesto della mano l’ipotesi che le deleghe di Delmastro siano divise tra gli attuali esponenti politici al ministero della Giustizia: il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e il sottosegretario Andrea Ostellari (Lega). Più probabile l’indicazione della deputata di FdI Sara Kelany.
Matteo Salvini ieri ha riunito i vertici del partito in via Bellerio, sottolineando non soltanto «la piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo». Da sottolineare: «Tutta la squadra».
Per proseguire: «Noi non chiediamo niente, non cambi nella squadra di governo, non rimpasti…». Poi, certo, se «gli alleati volessero aprire una riflessione più ampia rispetto al solo ministero del Turismo, la priorità della Lega è la sicurezza». Come dire: non ci si dimentichi del ministero dell’Interno caro al leader leghista.
In particolare, avrebbe detto, la Lega non sarebbe interessata al ministro delle Imprese, oggi incarnato da Adolfo Urso. Nell’ipotesi di un rimpasto, nell’area di governo ci sarebbero state alcune riflessioni riguardo a Luca Zaia per quel ruolo, anche in virtù del suo essere distante dai giochi interni ai partiti. Ma c’è chi riferisce che qualcuno nel consesso leghista avrebbe chiamato il Mimit «il ministero dei fallimenti». Molto ci sarà da lavorare, lo ha detto anche Giancarlo Giorgetti riferendo ai leghisti di un’Europa che «fa fatica a reagire alla crisi».
Ma, appunto, assumere la responsabilità di un ministero che rischia di deludere le imprese nell’ultima parte della legislatura viene respinto con un «No, grazie».
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
LA CAV IN GONNELLA HA SMENTITO DI AVERE IN AGENDA UN FACCIA A FACCIA CON IL MINISTRO DEGLI ESTERI, MENTRE CONTINUA A FISSARE INCONTRI CON I BIG A LEI VICINI, DA DEBORAH BERGAMINI AD ALBERTO CIRIO – LA PRIMOGENITA DI SILVIO SI OPPONE A UN’ACCELERAZIONE DEI CONGRESSI REGIONALI: DAREBBE TROPPO POTERE A TAJANI SULLA FORMAZIONE DELLE LISTE DEI CANDIDATI PER LE PROSSIME POLITICHE
Non esiste un piano B. Non ancora, per lo meno. Antonio Tajani resterà quindi alla guida di Forza Italia, nonostante lo strappo che si è consumato con la famiglia Berlusconi.
Il leader dovrà rilanciare dei temi davvero liberali e smetterla di usare energie per organizzare il congresso del partito in modo da blindarsi. I due, Marina Berlusconi e Tajani, hanno concordato di vedersi per accompagnare insieme quel “rinnovamento” chiesto – con una certa verve – dalla figlia del Cav.
«Al momento non sono previsti incontri», viene fatto sapere da Milano. Giovedì prossimo però è l’unico giorno di questa settimana in cui le due agende potrebbero incrociarsi. Fino a mercoledì infatti Tajani sarà all’estero (prima tappa a Kiev, poi in Serbia) e dal venerdì santo al lunedì di Pasquetta difficilmente resterà in città qualcuno della famiglia. Per questo dovrebbe essere confermata a breve la data di giovedì.
Nel frattempo Marina continua a fissare incontri con i big di Forza Italia che considera più vicini: da Deborah Bergamini ad Alberto Cirio, da Cristina Rossello a Paolo Zangrillo. Così procede l’operazione di commissariamento “soft” del leader
La famiglia ha già fatto capire che le ultime mosse di Tajani per rafforzare la sua leadership andranno riviste: non si vuole un’accelerazione dei congressi regionali e anche l’idea di un congresso nazionale prima delle elezioni piace poco.Darebbe
troppo potere all’attuale segretario sulla formazione delle liste dei candidati azzurri e aumenterebbe le possibilità di una sua permanenza a prescindere dai risultati nelle urne. «Semmai – ragionano invece in queste ore – il congresso si può fare dopo le elezioni».
La mentalità, d’altronde, è quella degli imprenditori: Tajani verrà giudicato in base ai risultati che otterrà alle Politiche nella primavera del 2027, non per il numero di tessere che riuscirà a registrare.
Il terremoto ai vertici del partito sembra essersi arrestato. Le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato dovrebbero bastare, per il momento, sul fronte del ricambio generazionale chiesto dai figli del Cav. E anche il capogruppo alla Camera Paolo Barelli è un po’ più tranquillo sulla possibilità di una sua permanenza.
Da Milano era arrivato l’ordine di sfiduciare anche lui, dopo la sconfitta al referendum, ma Tajani si era opposto minacciando di far cadere tutto, governo compreso. Situazione congelata finché non si troverà, anche qui, un’alternativa.
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
NOTIFICATO L’ATTO DI CITAZIONE AL MOVIMENTO 5 STELLE DI ROMA, A CUI L’EX COMICO AVEVA CONCESSO L’UTILIZZO DEL MARCHIO. L’UDIENZA È PREVISTA PER LUGLIO. SE PERDE, CONTE DOVRÀ CAMBIARE NOME AL SUO PARTITO
Beppe Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle di Genova hanno notificato l’atto di
citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “Movimento 5 Stelle”.
La prima udienza è prevista nel mese di luglio di quest’anno: il giudice dovrà stabilire se il logo e il nome di quella che nel 2009 fu provocatoriamente definita dallo stesso Grillo una «non-associazione», sorta in esplicito contrasto con il modello tradizionale di partito politico e alla quale ha fatto seguito la nascita nel 2012 dell’associazione politica con sede a Genova con tanto di nome e simbolo registrati, possano essere ancora usati da Giuseppe Conte.
Non si tratta solo di volersi riprendere un nome e un simbolo. Si tratta, piuttosto, di voler sottolineare che quel nome e quel simbolo erano nati per rappresentare un movimento ben diverso dall’attuale partito di Conte, che secondo Grillo e l’associazione genovese “MoVimento 5 Stelle” – assistiti dall’avvocato Matteo Gozzi e dall’avvocato Giulio Enea Vigevani, costituzionalista dell’Università Bicocca – avrebbe abbandonato i principi fondativi del movimento (tra cui il principio dell’alternanza e il limite dei due mandati per gli eletti) e si sarebbe trasformato di fatto in un partito tradizionale, caratterizzato da una leadership forte e da classi dirigenti stabili.
«In particolare – si legge nell’atto di citazione – il Prof. Conte si adopera per farsi nominare “Presidente” del Movimento e non solo “capo politico”, carica prevista nello Statuto solo nelle norme transitorie e comunque con poteri assai limitati, in linea con la concezione “anti-leaderistica” del Movimento». Conte – secondo Grillo – ha mutato radicalmente il Dna e la linea politica del movimento nato nel 2009, arrivando a stringere «nuove alleanze e compromessi con gli altri partiti». In sostanza, Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle chiedono di vedere tutelata la loro identità e di essere non più accomunati a un partito che non rispecchia i valori e i principi che hanno caratterizzato la nascita e l’ascesa del Movimento.
L’associazione di Roma
Nel dicembre del 2017 era stata fondata una nuova associazione politica con sede a Roma, definita “Movimento M5S-Roma”. I soci fondatori erano Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. L’associazione romana aveva lo scopo di svolgere l’attività politica nelle istituzioni e sul territorio restando nel solco dell’esperienza del Movimento 5 Stelle di Genova. Come fu messo nero su bianco nello statuto
dell’associazione di Roma, il M5S “originale” concedeva in uso il simbolo, che restava però di proprietà dell’associazione genovese. In quello statuto si attribuiva a Beppe Grillo il ruolo di garante dei valori del Movimento 5 Stelle (ossia dell’associazione di Genova).
Successivamente, vi sarebbero stati poi altri riconoscimenti da parte del Movimento di Roma e dello stesso Giuseppe Conte in merito alla titolarità del nome e del simbolo in capo alla associazione di Genova e la richiesta, rivolta a Beppe Grillo, a non contestarne il relativo utilizzo.
Il cambio di linea politica
Negli anni il Movimento 5 Stelle di Roma ha subito una progressiva trasformazione: già nel 2021, infatti, il nuovo statuto prevedeva l’attribuzione di poteri assai estesi al presidente del Movimento: si trattava, secondo Grillo, di una svolta “presidenzialista” che aveva affievolito la visione democratica e partecipativa del M5S degli albori.
Insomma, del vecchio movimento del “vaffa” e dei meetup era rimasto poco o nulla, e al suo posto c’era un «movimento nuovo, snaturato e molto “partitico” nelle dinamiche e nelle aspirazioni autoconservative di ruoli e posizioni di potere», come si legge nell’atto di citazione
«L’attuale configurazione del Movimento di Roma – in sintesi – non rispecchia più e non ha nulla da condividere con lo spirito e con i principi rappresentati dal nome e dal simbolo del Movimento5Stelle di Genova e sarebbe francamente ingiusto (oltre che contrario alle norme di diritto) il consentire uno stravolgimento dei principi giuridici imponendo al Movimento di Genova la perdita di un nome e di un simbolo che – pacificamente – erano stati concessi provvisoriamente in utilizzo».
Se al termine del processo il giudice dovesse confermare il diritto del movimento di Genova, il partito di Giuseppe Conte sarebbe obbligato a cambiare il proprio simbolo e la propria denominazione con un simbolo e un nome nuovi «che meglio possano rispecchiare il nuovo assetto organizzativo e le nuove scelte di natura politica gestionale».
(da Open)
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