“IL TAGLIO DELLE ACCISE È UNA MISURA SBAGLIATA CHE NON SOLO AUMENTA IL DEBITO PUBBLICO, MA È PERSINO UN BENEFICIO PER CHI UTILIZZA SUV E AUTOMOBILI CHE CONSUMANO MOLTO”
DAVIDE TABARELLI: “BISOGNA RIDURRE I CONSUMI. NON TANTO IL LIMITE DEI 30 KM IN CITTÀ, QUANTO LA VELOCITÀ SULLA RETE EXTRAURBANA. BISOGNA TORNARE ALLO SMART WORKING. PREOCCUPANO I COSTI PER LE IMPRESE, CHE PAGANO L’ELETTRICITÀ IL 20% IN PIÙ RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA… RIDURRE LA DIPENDENZA ENERGETICA DAI PAESI ESTERI È DIFFICILISSIMO PER TUTTA L’UE, CHE È ANCORA DIPENDENTE PER IL 57% DAI PAESI STRANIERI. LE DIRETTRICI SONO TRE: 1) DIVERSIFICARE LE FONTI DI APPROVVIGIONAMENTO; 2) RAGIONARE SUL NUCLEARE 3) L’EFFICIENTAMENTO ENERGETICO, SFRUTTANDO LE RISORSE NEL SOTTOSUOLO, IL NOSTRO PATRIMONIO IDROELETTRICO, IL POTENZIALE DELLA GEOTERMICA E L’EOLICO”
«Il taglio delle accise non è una misura lungimirante dato che porta a unariduzione
modesta dei costi: soltanto 15 centesimi al litro. Inoltre, l’uso dei fondi di Coesione europei per sostenere i consumi correnti presenta una contraddizione evidente: quei
soldi dovrebbero essere impiegati per interventi strutturali sui territori, non per misure emergenziali».
Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, non ci gira intorno: «Sono contrario» all’intervento sulle imposte su benzina e gasolio. Ma nell’Italia colpita dalla crisi del Golfo Persico, che ormai ha superato i tre mesi, sono tanti i nodi energetici. Dalle rinnovabili al palo alla corsa per approvare il Ddl Nucleare, dalla dipendenza delle forniture estere fino alle pesanti ricadute sull’economia reale.
Perché è così critico sul taglio delle accise?
«Perché è una misura marginale che non solo aumenta il debito pubblico, ma è persino un beneficio per chi utilizza Suv e automobili che consumano molto. Piuttosto, quei fondi dovrebbero essere indirizzati verso la scuola, la sanità e le famiglie più fragili […] Francia e Germania hanno fatto scelte differenti. Ma non è una misura né equa né mirata. E in un momento di crisi come quello attuale, è fondamentale ridurre i consumi».
Come? Con le domeniche a piedi?
«Le domeniche a piedi sono una banalità, ma da non escludere. Oggi le strade sono altre e diverse: non tanto il limite dei 30 chilometri orari in città, quanto una riduzione della velocità sulla rete extraurbana. E, soprattutto, l’uso dello smart
working: l’abbiamo sperimentato durante la pandemia, funziona e diminuisce la mobilità. […]».
Tuttavia, la crisi energetica pesa sulle bollette.
«L’aumento del 40% cui si fa spesso riferimento riguarda il prezzo all’ingrosso, non la bolletta finale. Ed è anche vero che per le famiglie italiane i prezzi sono allineati alla media Ue. A preoccupare sono i costi per le imprese, che pagano l’elettricità circa il 20% in più rispetto alla media europea. […]»
Bisogna puntare una volta per tutte sull’autonomia energetica?
«Ridurre la dipendenza energetica dai Paesi esteri è strutturalmente difficilissimo.
Non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Da 50 anni ci proviamo, ma senza riuscirci davvero. Le direttrici sono tre. La prima è diversificare le fonti di approvvigionamento, come abbiamo fatto dal 2022 sostituendo il gas russo. La seconda è tornare a ragionare sui benefici del nucleare. La terza è l’efficientamento energetico, sfruttando le risorse nel sottosuolo, il nostro patrimonio idroelettrico, il potenziale della geotermica e l’eolico».
Un sondaggio di Only Numbers parla di un 55% di italiani a favore dell’uso del nucleare di ultima generazione. È l’ora di accelerare
«Da nuclearista convinto, dico di sì. Nelle grandi democrazie occidentali c’è paura riguardo i depositi delle scorie, gli incidenti e, persino, la bomba. Mentre i partiti di
sinistra più aperti all’industria e all’innovazione, comunque, faticano a trattare questi temi, che generano imbarazzo al loro interno».
«Va anche detto che in Italia la costruzione di un reattore richiedere tra gli 8 e i 10 anni, mentre Russia e Cina lo realizzano in tre, senza per ricorrere a tecnologie particolarmente innovative come i reattori modulari».
Resta comunque una energia pulita.
«E aggiungo: abbondante, prevedibile, sicura, indipendente e a basso costo. Dal 1987, post referendum abrogativo, dipendiamo dalla Francia per circa il 15% della nostra domanda elettrica. Quest’ultima ha ottenuto da SoftBank un investimento da 75 miliardi di dollari sull’intelligenza artificiale e sui data center proprio perché è dotata delle centrali nucleari».
Ecco, la crisi dello Stretto di Hormuz. Dopo la sua riapertura, può servire almeno un mese per il ritorno a un transito “normale” per le petroliere. Rotte alternative?
«Il mercato petrolifero non tornerà com’era prima. Per tre mesi l’Iran ha dimostrato che lo Stretto di Hormuz può essere bloccato. È una minaccia che resterà per sempre e deve spingere a investire verso infrastrutture di trasporto di gas e petrolio alternative.
In questo caso, ci sono pipeline esistenti o in parte dismesse da potenziare come l’oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva fino al Mediterraneo, passando attraverso la Turchia, con una capacità di circa un milione e mezzo di barili che potrebbe
essere potenziata. Così come può essere vitale il raddoppio del gasdotto da Abu Dhabi verso il Pacifico».
A tre mesi dallo scoppio del conflitto, l’Europa rischia la stagflazione?
«Sì, se il conflitto prosegue, il rischio c’è. La crescita dell’Europa è legata all’energia. E il continente è ancora dipendente per il 57% dall’estero».
(da agenzie)
Leave a Reply