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“SULLA LEGGE ELETTORALE, ASSISTIAMO A UNO SPETTACOLO INDECENTE”.ALDO CAZZULLO FA IL CONTROPELO AL CENTRODESTRA: “SIAMO L’UNICA DEMOCRAZIA AL MONDO IN CUI A OGNI LEGISLATURA SI CAMBIA LA LEGGE ELETTORALE, A VANTAGGIO DELLA MAGGIORANZA CHE GOVERNA IN QUEL MOMENTO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

LEGA E FORZA ITALIA INTENDONO BARATTARE IL VIA LIBERA ALLA LEGGE CHE VUOLE GIORGIA MELONI (CON L’INDICAZIONE DEL PREMIER, CHE OVVIAMENTE RAFFORZA FRATELLI D’ITALIA) CON PIÙ POSTI GARANTITI NEL LISTINO DEL PREMIO DI MAGGIORANZA

I governi tecnici sono impopolari perché alla grande maggioranza degli italiani non importa nulla se l’Italia fallisce. Importa di pagare meno tasse possibile, meglio ancora se nessuna, e di essere lasciati in pace. Nel frattempo il nostro debito pubblico continua a crescere e con il peso degli interessi rende molto difficili le manovre espansive. E abbiamo fatto un pessimo uso del Pnrr (tranne le eccezioni che confermano la regola).
Quanto alla legge elettorale, assistiamo a uno spettacolo indecente. Non soltanto siamo l’unica democrazia al mondo in cui a ogni legislatura si cambia la legge elettorale, a vantaggio ovviamente della maggioranza che governa in quel momento. Non soltanto la maggioranza vuole farsi la legge elettorale da sola.
Autorevoli giornalisti politici spiegano che Lega e Forza Italia intendono barattare il via libera alla legge elettorale che vuole Giorgia Meloni (con l’indicazione del premier, che ovviamente rafforza Fratelli d’Italia) con più posti garantiti nel listino del premio di maggioranza.
Il tutto ovviamente senza consentire agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. E senza tener conto del referendum del 1993 che, con partecipazione e maggioranza schiaccianti, abolì il proporzionale e introdusse il maggioritario uninominale.
Adesso si fa il contrario: si aboliscono i collegi uninominali e si reintroduce il proporzionale.
(da Il Corriere della Sera)

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L’EX SENATORE DEL PD, LUIGI ZANDA: “FINO AD OGGI IL CAMPO LARGO È STATO SOPRATTUTTO UN CARTELLO ELETTORALE. SENZA UNA VISIONE STRATEGICA COMUNE. SENZA UN PROGRAMMA

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? QUELLO CHE DOVEVA ESSERE UN EVENTO APOLITICO, RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN MEGAFONO DELLA PROPAGANDA “MAGA”… GLI ANTI-TRUMPIANI BRUCE SPRINGSTEEN E TOM MORELLO HANNO ANNUNCIATO UN CONTRO-FESTIVAL VICINO WASHINGTON… TRUMP DELIRA: “IO SONO L’ATTRAZIONE NUMERO UNO IN TUTTO IL MONDO. ATTIRERÒ UN PUBBLICO BEN PIÙ VASTO DI QUELLI DI ELVIS AI TEMPI DEL SUO MASSIMO SPLENDORE” (CHIAMATE LA CROCE VERDE!)

Donald Trump valuta di cancellare i concerti in programma sul National Mall di Washington per commemorare i 250 anni della fondazione degli Stati Uniti, sostituendoli con un suo discorso, dopo la defezione degli artisti registrata.
In un post sul suo social Truth, Trump ha suggerito che i concerti potrebbero non essere più necessari qualora gli artisti dovessero continuare a tirarsi indietro, avanzando l’ipotesi di tenere un comizio sul National Mall come attrazione di richiamo ben più potente di qualsiasi esibizione musicale.
“Il fatto è che io sono, secondo molti, l’Attrazione Numero Uno in tutto il Mondo”, ha scritto Trump, aggiungendo di attirare “un pubblico ben più vasto di quelli di Elvis ai tempi del suo massimo splendore” e di riuscirci “senza nemmeno una chitarra”. Il tycoon ha “ordinato ai miei Rappresentanti di valutare la fattibilità dell’organizzazione di un comizio intitolato ‘AMERICA IS BACK’ (L’America è tornata)”.
I concerti erano stati pianificati come parte della più ampia “Great American State Fair” (Grande Fiera Statale Americana), un evento della durata di 16 giorni che si sarebbe svolto dal 25 giugno al 10 luglio prossimi. Gli organizzatori hanno fatto sapere che l’iniziativa, curata dal gruppo “Freedom 250”, si sarebbe estesa lungo il National Mall, dal Capitol Hill fino al Washington Monument, con palchi per concerti, padiglioni dedicati ai vari Stati, mostre, giostre e altre attrazioni distribuite su tutta l’area del Mall.
Tuttavia, la scaletta musicale ha subito una brusca serie di defezioni. Venerdì, ad esempio, Bret Michaels, cantante della rock band Poison, è diventato il quinto artista a dare forfait, affermando che l’evento non era la celebrazione apartitica che si aspettava. Le defezioni hanno sollevato dubbi sulla fattibilità dell’evento così come concepito originariamente. Non è ancora chiaro se saranno ingaggiati altri musicisti o se la proposta di Trump sul suo comizio sia effettivamente presa in seria considerazione dagli organizzatori.
(da agenzie)

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L’EX SENATORE DEL PD, LUIGI ZANDA: “FINO AD OGGI IL CAMPO LARGO È STATO SOPRATTUTTO UN CARTELLO ELETTORALE. SENZA UNA VISIONE STRATEGICA COMUNE. SENZA UN PROGRAMMA COMUNE. SENZA UN LEADER COMUNE. A QUESTI VUOTI PER ORA SI SOPPERISCE CON GLI SLOGAN MA SE IL CAMPO LARGO VUOLE VINCERE E POI GOVERNARE BENE, DEVE DOTARSI DI UNA VISIONE, DI UNA CULTURA POLITICA, DI PROGETTI PRECISI DI RIFORME”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“LE PRIMARIE SONO UNA IATTURA. SERVONO PER SPACCARE, NON PER UNIRE. LA COMPETIZIONE TRA SCHLEIN E CONTE PRODUCE EFFETTI CONTRADDITTORI SUI DUE ELETTORATI CHE RISCHIANO DI RIPRODURSI ALLE POLITICHE”

Il mondo è in tumulto, l’Italia arranca ma il tatticismo dei leader del Campo largo rischia di trasformare la vicenda della premiership in un gioco di società e perciò è tranciante il consiglio di Luigi Zanda, uno dei 45 fondatori del Pd e tra i pochi battitori liberi nell’universo transennato del centro-sinistra
«Le primarie sono una iattura. Servono per spaccare, non per unire. In tutto il mondo, nelle coalizioni la leadership spetta al capo del partito più grande. E Venezia ci dà un insegnamento. Molti elettori 5 stelle hanno votato per il candidato di centrodestra. La competizione tra Schlein e Conte produce effetti contraddittori sui due elettorati che rischiano di riprodursi alle Politiche. Una competizione che, in modo più o meno palese, dura da tre anni. Troppi».
I partiti del Campo largo continuano ad ignorare le loro enormi differenze, a cominciare dall’Europa sotto attacco: è una coalizione pronta per governare?
«No. Fino ad oggi il Campo largo è stato soprattutto un cartello elettorale. Senza una visione strategica comune. Senza un programma comune. Senza un leader comune. A questi vuoti per ora si sopperisce con gli slogan ma se il Campo largo vuole vincere e poi governare bene, deve dotarsi di una visione, di una cultura politica, di progetti precisi di riforme. In un contesto internazionale che impone scelte nette e nel quale la presenza italiana, compresa quella della sinistra, è molto debole. Inadeguata»
Per conquistare voti i 5 Stelle stanno tornando a fare i 5 stelle, mentre il Pd continua a giocare di rimessa?
«Per prima cosa il Pd dovrebbe tornare a definirsi un partito di sinistra. Lasciarsi etichettare come progressisti è un errore e sarebbe ora di liberarsi da una definizione che risente della preferenza dei Cinque stelle. Anche chi è di destra può dirsi progressista ma chi è di sinistra deve definirsi di sinistra, liberandosi da una ambiguità dannosa».
Al netto di ogni giudizio sul suo carisma, non pensa che oggi Elly Schlein abbia il diritto di rivendicare un primato, anche se il Pd è radicato su un consenso, 20-22 per cento, che ebbe il Pds, il post-Pci?
«In queste ore un sondaggio assegna al Pd un calo di più di 2 punti: non credo che la flessione sia dovuta al voto di Mestre. Le cause sono profonde. Al Pd servirebbe una vista lunga, un’idea di Paese, un’indicazione chiara di collocazione internazionale. Si invoca una sanità migliore senza dire che tipo di riforma servirebbe. Idem sull’energia. Si contesta la riforma elettorale senza opporre una contro-proposta. Tutto questo mentre l’Italia sta affogando in uno stagno di politiche elettoralistiche. Negli ultimi 6 anni tra Pnrr, contributi edilizi, redditi di cittadinanza, contributi ordinari abbiamo avuto una iniezione di soldi pubblici superiore ai 500 miliardi, ma la crescita complessiva è stata del 4-5%».
(da “la Stampa”)

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IL CARROCCIO E’ IN STATO COMATOSO. L’ASSEMBLEA DELLA LEGA DEL 19 E 20 GIUGNO A TREVISO E’ L’ULTIMA CHANCE DI SALVARE LE CHIAPPE: I SONDAGGI DANNO IL PARTITO SOTTO IL 6%, CON IL RISCHIO DI ESSERE SUPERATO DA VANNACCI

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

MOLTI LEGHISTI FUGGONO VERSO “FUTURO NAZIONALE” NELLA SPERANZA DI UNA RIELEZIONE VISTO CHE, A OGGI, LA LEGA RIUSCIREBBE A ELEGGERE MENO DELLA META’ DEI 95 PARLAMENTARI INCASSATI NEL 2022… LA NUOVA LEGGE ELETTORALE SCONTENTA I PADANI DEL NORD-EST, AFFEZIONATI AI COLLEGI UNINOMINALI

L’assemblea della Lega dei prossimi 19 e 20 giugno a Treviso, nel Veneto in cui la Lega è ancora più forte di Fratelli d’Italia, non sarà un quasi-congresso per porre le basi per la deposizione di Salvini (che è stato riconfermato fino al 2029), ma per una ridefinizione dell’identità del partito, guidata da Zaia e dai governatori del Nord.
Dopo la scissione di Vannacci, la formula che corre all’inseguimento dell’estrema destra del generale fondatore di Futuro Nazionale non funziona più. Negli ultimi sondaggi il Carroccio è ormai sotto il 6 per cento e Vannacci quasi al 5. Il rischio di un sorpasso all’indietro è ormai reale.
Inoltre i 95 seggi ottenuti nella trattativa del 2022 adesso Salvini se li sogna. Ai livelli attuali la Lega perderebbe una quarantina di parlamentari: di qui la fuga di deputati e senatori in cerca di rielezione verso il partito del generale.
I leghisti del Nord inoltre non sono affatto contenti della nuova legge elettorale. Con la vecchia, infatti, sceglierebbero loro i candidati del territorio da mettere nei collegi uninominali, dove la volta scorsa furono eletti in 17 alla Camera e in 9 al Senato. Con la nuova invece si tratterebbe di negoziare con Meloni gli eletti nel listino, e a trattare sarebbe sempre Salvini.
Il tentativo dunque non è di defenestrare Salvini nel mezzo della crisi assai grave in cui ha portato la Lega, prima immettendo Vannacci al vertice come vicesegretario e poi subendo la sua scissione. Ma di provare a salvarla recuperando il rapporto con il suo territorio storico e riconquistando un po’di potere rispetto al segretario.
L’uomo che guida questo difficile tentativo è Zaia, l’ex-governatore del Veneto, attuale presidente del consiglio regionale, divenuto interlocutore diretto di Meloni e di Marina Berlusconi grazie alle sue posizioni moderate Ma tornare a puntare sul Nord, Zaia è il primo a saperlo, è una scelta d’emergenza, che da sola non può bastare a ricondurre la Lega agli antichi fasti del 10 e del 15 per cento.
(da “la Stampa”)

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MARIO MONTI: “È TRISTE VEDERE IL CAPO DEL GOVERNO E IL CAPO DEGLI INDUSTRIALI DI UN GRANDE PAESE COME L’ITALIA ADDOSSARE LE COLPE ALL’EUROPA. QUANDO SI TRATTA DI CAPIRE CHE COSA NON HA FUNZIONATO, LA COLPA È SEMPRE DI QUALCUN ALTRO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“IN QUESTA FASE UN’ITALIA CHE PONGA A CARICO DELL’EUROPA I PROPRI INSUCCESSI, COME LA MANCATA CRESCITA, È POCO CREDIBILE. IN TUTTO, L’EUROPA CI È VENUTA INCONTRO, DAI FONDI PNRR A FITTO VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA COMMISSIONE. SE LA VICINANZA DI MELONI A TRUMP E A NETANYAHU FOSSE STATA ACCOMPAGNATA DA CONTRIBUTI CRITICI, FORSE I LORO AVVENTUROSI INTERVENTI MILITARI IN IRAN NON SAREBBERO AVVENUTI O SAREBBERO STATI MEGLIO PONDERATI”

All’assemblea degli industriali, la premier Giorgia Meloni e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini hanno fatto ogni sforzo per incoraggiare gli imprenditori, i lavoratori e in generale i cittadini a tenere duro e a cogliere i piccoli segnali positivi che si intravedono qua e là, pur in una situazione economica e sociale preoccupante.
Era il loro compito e hanno cercato di svolgerlo al meglio. Hanno anche affrontato il tema chiave: perché l’economia italiana non è là dove dovrebbe essere, con il potenziale che ha e dopo quattro anni di stabilità politica, spesso considerata il primo ingrediente per la crescita?
L’ analisi dei due leader non è stata convincente, perché ha messo a nudo, in entrambi, la tendenza a non assumersi le proprie responsabilità, additando invece il capro espiatorio. Anzi, date le grandi difficoltà causate dalla crisi energetica, sarebbe più appropriato parlare di scaricabarile.
È triste vedere il capo del governo e il capo degli industriali di un grande Paese come l’Italia addossare le colpe essenzialmente all’Europa. Ci gonfiamo il petto chiamandoci Nazione, ci proclamiamo spesso protagonisti, ma quando si tratta di capire che cosa non ha funzionato, la colpa è sempre di qualcun altro. Ma in questa fase un’Italia che ponga a carico dell’Europa i propri insuccessi, come la mancata crescita, è davvero poco credibile. In tutto, l’Europa è venuta incontro al nostro Paese.
I soldi: l’Italia ha avuto più fondi di tutti gli altri Paesi per il proprio Pnrr e, con gli ultimi tre governi, si è affrettata a chiedere anche quelli a debito, non solo quelli a fondo perduto, convinti come siamo che «più fondi, più debiti, più crescita». I benefici per la crescita sono stati scarsi, anche per la riluttanza a fecondare i fondi con le riforme strutturali necessarie per la crescita, ma non gradite alle clientele elettorali (vedi Financial Times del 26 maggio).
Le idee: grazie a personalità come Mario Draghi ed Enrico Letta, che pure hanno formulato i loro rapporti in chiave europea, il pensiero italiano ha potuto avere particolare voce in capitolo nel plasmare le politiche europee per il mercato unico e la competitività.
Il peso politico: la premier Meloni, anche grazie ad un ampio sostegno cross-partisan in Italia e a Bruxelles, ha ottenuto che Raffaele Fitto diventasse vicepresidente esecutivo della Commissione, con un ruolo particolare per i fondi per la Coesione.
Su questo sfondo, se il governo o Confindustria vogliono muovere critiche all’Europa, ben vengano. Ma non con superficialità demagogica. Confindustria deve anche avere avuto un ruolo nel convincere Giorgia Meloni, nel febbraio scorso, a fare fronte comune con la Germania presentando un documento sul mercato unico e la competitività.
Purtroppo, in esso si dava il sostegno dei due Paesi ad alcune misure comunitarie che, come nel caso di una maggiore flessibilità agli aiuti di Stato a livello nazionale, danneggiano il mercato unico, avvantaggiano le imprese tedesche e penalizzano quelle italiane (dato che l’Italia non dispone dello stesso «spazio fiscale» della Germania).
Anche sul piano globale, non solo su quello europeo, la capacità di Giorgia Meloni di attrarre attenzione e rispetto in quanto leader dinamica non trova pieno riscontro in un’analoga capacità di individuare il posizionamento strategico utile per l’Italia e di perseguirlo con coerenza.
Il capitale politico certamente costituito, all’inizio, dalla sua vicinanza al presidente Trump si è trasformato nel tempo in un boomerang, soprattutto perché […] non deve avere neanche provato ad esercitare su di lui le doti di tenacia, di capacità di argomentazione e a volte di persuasione di cui dà prova in tanti altri contesti. Ha preferito, fino a poco tempo fa, restare nella sua luce senza disturbarlo.
Un solo esempio. Ancora tre mesi fa, la premier considerava il Board of Peace un grande strumento per la pace e la ricostruzione nel Medio Oriente, onorata che Trump considerasse molto importante la presenza dell’Italia e sua tra i membri fondatori. È di questi giorni la notizia che quel Board, negazione stessa dello stato di diritto e del multilateralismo, è fermo ai blocchi di partenza e non ha ancora ricevuto alcun finanziamento
Se la vicinanza a Trump — e a Netanyahu — fosse stata accompagnata da leali contributi critici, forse i loro avventurosi interventi militari in Iran non sarebbero avvenuti o sarebbero stati meglio ponderati, condividendo con gli alleati più vicini l’esame preventivo delle inevitabili conseguenze economiche e finanziarie della guerra.
Oggi ci lamentiamo con l’Europa — manco a dirlo — perché non ci aiuta a rendere più tollerabili le conseguenze pesantissime sulle imprese e i cittadini italiani della guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Ma non dovevamo essere noi, l’Italia, il ponte con gli Stati Uniti? Invece, abbiamo lasciato il presidente Trump scatenare la guerra e poi andare a Pechino per un «accordo storico»
Un accordo con il quale un problema creato dal presidente Trump e che tre mesi fa non esisteva, gli Stati Uniti buttano alle ortiche la dottrina su Taiwan che reggeva da ottant’anni la loro strategia indo-pacifica.
Comunque, è sacrosanto chiedere all’Europa di attrezzarsi per non essere una nullità in politica estera e in politica energetica. Purtroppo perché cessi di esserlo è essenziale, tra le altre cose, superare quel diritto di veto in tali materie, che Giorgia Meloni ha più volte perentoriamente negato di essere disposta a superare.
Mario Monti
per il “Corriere della Sera”

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CONSUMATI DALL’AMBIZIONE DI ANDARE A PALAZZO CHIGI, CONTE E SCHLEIN PERDONO DI VISTA L’ARTE DELLA POLITICA E SI ACCORDANO PER ANDARE ALLE PRIMARIE, PER DIRE “NO” A UN “PAPA STRANIERO” CHE GUIDI IL “CAMPO LARGO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

TUTTE MOSSE CHE POSSONO COSTARE MOLTO CARO E PORTARE LA COALIZIONE A SCHIANTARSI

Chiunque vincerà le primarie e sarà il leader della coalizione di centrosinistra, Elly Schlein e Giuseppe Conte sono già d’accordo su un punto non banale: si va al governo solo vincendo le elezioni. Con la squadra e il programma con cui ci si è presentati davanti agli elettori. Basta governo tecnici o di unità nazionale: «Abbiamo dato», rispondono all’unisono la segretaria del Pd e il presidente 5 stelle. Lui è rimasto scottato personalmente dall’esperienza del governo Draghi. Lei ha sperimentato indirettamente il “costo” politico pagato dal suo partito al termine di quel percorso.
«Andremo al governo solo vincendo le elezioni politiche con la nostra coalizione progressista», ha più volte ripetuto Schlein. Ieri Conte, intervenendo a Oristano all’assemblea regionale del Movimento, ha mandato un avvertimento dello stesso tenore: «Noi non ci rassegneremo a partire e poi si vede. Se cambia qualcosa, poi andate avanti da soli – le sue parole –. Noi non ci metteremo la faccia più. L’abbiamo fatto perché c’era una pandemia in corso».
Insomma, in caso di pareggio o esito elettorale incerto, non venite a bussare alla nostra porta. Ma non è l’unico monito lanciato dall’ex premier, che ancora non si fida di alcuni compagni di viaggio. «Dobbiamo costruire una squadra affidabile, perché se no non vai da nessuna parte», sottolinea.
Fin troppo facile leggerci un riferimento a Matteo Renzi. Poi aggiunge: «Per noi è importante poter andare al governo per cambiare il Paese. Non basta scrivere un testo di un programma e buttarlo lì – spiega –. Per noi sono obiettivi strategici per tutelare gli interessi dei cittadini, sarà il nostro vincolo che firmeremo col sangue».
Anche per Schlein il programma è la stella polare per non perdere la rotta. «Si tratta dell’impegno preso davanti agli elettori delle cose che vogliamo fare insieme.
Anche Italia viva ha firmato con noi una mozione sull’economia», ricorda la segretaria Pd.
I tempi per sedersi intorno a un tavolo a definire il programma dell’alternativa di governo restano lunghi, probabilmente non prima di ottobre. Però «non partiamo da zero», ribadisce Schlein, «le decine di proposte che abbiamo presentato in Parlamento insieme sono già una visione condivisa».
C’è un tema, invece, che può risultare divisivo. È la proposta di una tassa patrimoniale, spinta con decisione dai Verdi-Sinistra, su cui Conte ha frenato. Chissà se ne ha parlato con Bill De Blasio, l’ex sindaco di New York, che all’epoca si era distinto per un aumento di tasse per l’1% dei cittadini più ricchi della Grande Mela . Anche sulla scelta del leader del centrosinistra, va detto, lei e Conte, di fatto, sono già d’accordo. Le primarie sono una strada segnata.
«È importante che ci affidiamo a quello che vogliono gli elettori e a quello che vogliono i nostri militanti e sostenitori», dice la leader dem. L’importante è che «non decidiamo da soli a tavolino». Tradotto, ancora una volta, niente federatori o “papi stranieri”.
(da La Stampa)

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RISPARMIAVANO SUI SERVIZI ASSISTENZIALI DA FORNIRE NEI CENTRI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI DEL CONSORZIO “MALEVENTUM”, USANDO IL DENARO SOTTRATTO PER SCOPI PERSONALI, COME VIAGGI, SOGGIORNI E ACCESSORI DI LUSSO

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

AMMONTA A 1,3 MILIONI DI EURO IL DANNO ERARIALE CHE LA GUARDIA DI FINANZA DI BENEVENTO E LA CORTE DEI CONTI CONTESTANO A OTTO PERSONE, TRA CUI FIGURANO EX DIPENDENTI DELLA PREFETTURA DI BENEVENTO

Risparmiavano sui servizi assistenziali da fornire nei centri per l’accoglienza dei migranti del consorzio “Maleventum”, destinando poi il denaro sottratto a scopi personali, come viaggi, soggiorni e accessori di lusso.
Ammonta a 1,3 milioni di euro il danno erariale che la Guardia di Finanza di Benevento e la Procura Regionale per la Campania della Corte dei conti (vice procuratore Davide Vitale, procuratore Giacinto Dammicco) contestano a otto persone, tra cui figurano ex dipendenti della Prefettura di Benevento: a tutti i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno notificato altrettanti inviti a dedurre
L’inchiesta della procura contabile nasce dalla trasmissione, nel dicembre 2018, del procedimento penale sfociato lo scorso 21 aprile in una sentenza di condanna emessa dal tribunale di Benevento. Gli inviti a dedurre sono stati recapitati a Paolo Di Donato, ritenuto amministratore di fatto e dominus del Consorzio Maleventum, e agli amministratori e rappresentanti legali dell’ente tra il 2014 e il
2018: si tratta di Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro.
Tra i destinatari anche Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza, e gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. A Panzone, in particolare, viene contestato di avere lanciato dei veri e propri alert (utilizzando determinate frasi) per avvisare dell’imminenza dei controlli nei centri da parte degli ispettori (di Prefettura, Asl, Nas e anche delle delegazioni dell’Onu), e di non avere avviato le procedure previste per sanzionare le criticità riscontrate.
Analogo discorso anche per gli altri ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura di Benevento che non avrebbero applicato le penalità previste dal contratto e le misure previste in caso di irregolarità. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, tra il 2014 e il 2018, al Consorzio Maleventum sarebbero confluiti attraverso la Prefettura di Benevento oltre 20 milioni di euro erogati dal Ministero dell’Interno per accogliere i richiedenti protezione internazionale.
Una ingente somma di denaro parte della quale finita nelle tasche degli amministratori del consorzio e dei loro familiari. I controlli eseguiti dai finanzieri nei centri del consorzio hanno consentito di constatare gravi carenze igienico-sanitarie, sovraffollamento, beni e servizi essenziali insufficienti, assenza degli adeguati standard di sicurezza e, quindi, il mancato rispetto degli obblighi previsti dai capitolati di appalto.
Secondo quanto contestato dalla Procura contabile, i risparmi conseguiti sarebbero stato usati, tra l’altro, per acquisti in negozi di note griffe di moda (Hermès, Chanel e Prada), viaggi e soggiorni, trasferimenti di denaro a familiari del gestore di fatto e altre operazioni ritenute dagli inquirenti estranee agli scopi per i quali erano stati concessi i finanziamenti pubblici.
(da agenzie)

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CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE E’ PREVISTO L’OBBLIGO PER CIASCUNA COALIZIONE DI INDICARE, ALLA VIGILIA DEL VOTO, UN PROGRAMMA CONDIVISO E UN CANDIDATO PREMIER

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “SULL’UCRAINA QUALE SARÀ LA POSIZIONE DEL CAMPO LARGO? E SULLA SICUREZZA? E SULL’IMMIGRAZIONE? LA QUESTIONE CHE PRESENTA INVECE GIGANTESCHE DIFFICOLTÀ È QUELLA DEL CANDIDATO PREMIER. O CI SI SIEDE INTORNO A UN TAVOLO E SI TROVA UN ACCORDO O SI PROCEDE CON LE PRIMARIE. MA ELLY SCHLEIN, AL TAVOLO, SI SIEDE SOLO SE QUALCUNO RIESCE A LEGARLA”

Parliamo del Campo Largo (cosiddetto). Senza troppi ghirigori: c’è da raccontare una scena che, di colpo, appare profondamente cambiata (e le recenti elezioni amministrative c’entrano poco, o niente).
Per cominciare a inquadrarla: capi e capetti e aspiranti qualcosa (tipo quelli che s’immaginano seduti sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi), più i soliti magnifici burattinai e qualche fanatico dell’intrallazzo, stavano lì tutti a cincischiare. Un po’ gongolanti per il vittorioso esito del referendum sulla Giustizia, un po’ inclini al gin tonic per via di certi sondaggi che annunciavano un sostanziale equilibrio con il centrodestra
Insomma c’era un brigare diffuso, eccitato. Nell’ex convento del Nazareno, sede del Pd, croccanti retroscena spiegano che è addirittura partito un toto-ministri («Marta Bonafoni? Alle Pari Opportunità. Marco Furfaro lo mettiamo invece al Welfare, ci tiene tanto, e Marco è dei nostri. Tra l’altro: non dimentichiamoci di Sandro. Come Sandro chi? Sandro Ruotolo, no? Anche se a Sandro possiamo pensarci magari alla fine, un posto da sottosegretario alla Cultura riusciamo comunque a trovarglielo, e lui è contento»).
Poi, l’imprevisto. Perché succede che Giorgia Meloni, per uscire dall’angolo in cui è finita dopo la sconfitta referendaria, ritira fuori la storia della riforma elettorale. «La facciamo». Per il Campo Largo, un inatteso, gigantesco problema a miccia lenta.
Con interrogativi tremendi.
Il primo: la riforma, quasi certamente, prevederà l’obbligo per ciascuna coalizione di indicare, alla vigilia del voto, un programma condiviso e un candidato premier. «Abbiamo un programma? No». «Abbiamo un candidato premier? No».
Secondo: le tempistiche. «La riforma si farà?». «Sì, no, probabilmente sì». «Quando?». «Boh. Nell’incertezza, però, dobbiamo farci trovare pronti». Angelo Bonelli, che respira politica da sempre, è sicuro: «Per me, lei vuole varare subito la nuova legge. E poi portarci al voto anticipato». Insomma: ecco la clamorosa urgenza di trovare un programma comune e un candidato ufficiale. Un casino
È un fatto che la stesura d’un programma concordato, a lungo derubricato come un passaggio quasi naturale, rappresenti invece una faccenda tremendamente complessa. Esempio concreto: Giuseppe Conte si ostina a essere filo putiniano e, di
recente, in alcune dichiarazioni, è tornato persino a braccetto con Matteo Salvini (con Salvini, capito Fratoianni?).
Domanda: sull’Ucraina quale sarà la posizione del Campo Largo? E sul tema della sicurezza? Sul fronte immigrazione? Il M5S, oltretutto, finirà la sua campagna di «ascolto» nel Paese a metà luglio. Il rischio è che con i grillini non si possa perciò iniziare a ragionare prima dell’autunno, quando l’eventuale legge potrebbe già essere entrata in vigore (ancora Bonelli, più preciso: «Il mese scelto dalla Meloni per le urne è novembre»).
Non sfugge che, alle brutte, uno straccio di programma riuscirebbero comunque ad accroccarlo. La questione che presenta invece gigantesche difficoltà, sempre finora rimandata, sempre spostata in avanti, immaginando, sperando che si potesse affrontare dopo le elezioni, a elezioni vinte, s’intende, è quella del candidato premier
Per deciderne l’identità, le possibilità sono due: 1) ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo 2) si procede con le primarie. […] Elly Schlein, al tavolo, si siede solo se qualcuno riesce a legarla a una sedia. Sa che quasi tutti i capi storici dem non l’appoggiano e conosce perfettamente quale sarebbe la trappola di Conte.
«Tu guidi il partito con più voti, ma io a Palazzo Chigi ci sono stato già due volte
Quindi, se non ci torno io, è chiaro che non ci vai nemmeno tu». Annullati i due principali candidati, il ricorso a una terza figura sarebbe inevitabile. Qui entrerebbero in gioco un sacco di nomi: dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, al nome più caldo dal punto di vista mediatico, che era e resta quello della sindaca di Genova, Silvia Salis.
Conte, ufficialmente, dice di volere le primarie. Ma, secondo alcuni osservatori, non disdegnerebbe nemmeno lui l’idea di un tavolo, da cui magari alzarsi con la promessa di essere il candidato della coalizione per il Quirinale.
Elly, no: per lei ci sono solo le primarie (è sicura di vincerle). E vuole arrivarci con il suo stile
Primarie. Ma come? Aperte a tutti o solo ai rappresentanti dei partiti? Marione Adinolfi, per capirci, potrebbe candidarsi? Vince subito chi prende più voti o i primi due vanno poi al ballottaggio? Si vota solo nei gazebo o anche online (come vorrebbero i grillini)? In questa situazione — un bel casino, no? — sono tre le personalità che possono provare a mettere, per rango, mestiere e astuzia, un po’ d’ordine: Dario Franceschini, Matteo Renzi e Goffredo Bettini.
Fabrizio Roncone
per il “Corriere della Sera”

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COME A MOSCA, LA POLIZIA INTERVIENE PER RIMUOVERE LE CARICATURE DI TRUMP E MELONI DURANTE UN PRESIDIO AMBIENTALISTA DI EXTENTION REBELLION

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“NON CI SONO DIRITTI SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO”… LE CARICATURE NON AVEVANO NULLA DI OFFENSIVO: “QUESTA E’ L’IDEA DI LIBERTA’ DEL GOVERNO MELONI”

«Fascisti su Marte, democrazia sulla Terra». È il celebre film satirico di Corrado Guzzanti a ispirare il presidio con cui oggi, sabato 30 maggio, centinaia di attivisti di Extinction Rebellion hanno occupato piazza dell’Esquilino, a Roma. A pochi passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore sono comparse due grandi installazioni: una grande raffigurazione del pianeta Terra e un razzo con le caricature di Donald Trump e Giorgia Meloni. L’iniziativa, concordata anche con le autorità, durerà fino alle 12 di domenica e prevede interventi di tante realtà, tra cui Emergency e Forum Droghe.
I fogli di via
Poco prima, gli attivisti avevano appeso dei simbolici «fogli di via dalla Terra», indirizzati a diverse figure politiche e imprenditoriali italiane e internazionali, accompagnando l’azione con lo slogan «Fascisti su Marte». Tra i destinatari
figuravano, tra gli altri, Elon Musk, Jeff Bezos, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin, oltre a realtà come Leonardo S.p.A. e UniCredit. Con questa iniziativa, gli attivisti hanno dichiarato di voler «presentare il foglio di via a chi è realmente socialmente pericoloso per la Terra e per chi la abita», individuando in particolare «chi finanzia la guerra e l’economia fossile e chi lascia la popolazione nell’insicurezza climatica».
Il flash mob, in realtà, ha avuto vita molto breve, perché la polizia è intervenuta prontamente per ordine del questore per rimuovere le caricature dei due leader politici. «Questa è l’idea di democrazia e libertà di espressione del governo Meloni: una semplice caricatura e un messaggio sarcastico fanno così paura?”», si chiedono gli attivisti del movimento ambientalista sottolineando comunque il successo dell’iniziativa organizzata a tre giorni dall’80esimo anniversario della Repubblica Italiana.
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