Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO IL MALUMORE DELLA LEGA, IL GELO DI TREMONTI E LE CRITICHE DELLA STAMPA CATTOLICA, IL PREMIER E’ STATO COSTRETTO ALLA RETROMARCIA
Berlusconi ritira la norma salva-Fininvest.
«Per sgombrare il campo da ogni polemica ho dato disposizione che questa norma giusta e doverosa sia ritirata».
Così il Presidente del consiglio e proprietario del gruppo del Biscione in una nota diffusa nel pomeriggio di una giornata di forti tensioni nella maggioranza di governo. La cosiddetta norma «ad aziendam» spuntata a sorpresa nella manovra di stabilizzazione finanziaria aveva scatenato la polemica.
Si tratta di una leggina sulla sospensione dell’esecutività dei risarcimenti che avrebbe evitato alla Fininvest di Silvio Berlusconi di versare alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro.
Una mossa che precedeva di pochi giorni il verdetto di secondo grado dei giudici atteso alla fine della settimana.
Il Carroccio non ha fatto mistero del «profondo malumore» dei ministri della Lega Nord.
Ma da quel testo che secondo la procedura è stato inviato da Palazzo Chigi (dove è stato visto per l’ultima volta) al Quirinale hanno preso le distanze un po’ tutti, persino Niccolò Ghedini, avvocato personale del premier e deputato Pdl : «Non l’ho scritto io, non ne sapevo nulla»
Nella bufera è rimasto in silenzio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, si dice, non ne sapesse nulla.
Si dice anche che il suo silenzio nasconda la profonda irritazione.
Dopo aver annullato la conferenza stampa di presentazione della manovra prevista a mezzogiorno – decisione almeno ufficialmente motivata con le difficoltà a raggiungere Roma a causa del maltempo – Tremonti ha confermato la sua presenza nel pomeriggio al Teatro Centrale in Piazza del Gesù viene presentato il libro sulle fondazioni di Fabio Corsico.
Il vice-presidente del Csm, Michele Vietti, aveva posto l’accento sul principio di uguaglianza: «Non entro nel dettaglio di una norma non ancora presentata in Parlamento – spiega Vietti – ma voglio solo rilevare che il principio dell’esecutività delle sentenze di secondo grado è un principio generale che vigeva già prima che diventassero provvisoriamente esecutive le sentenze di primo grado. Modificare questo principio significherebbe rischiare di stravolgere il sistema giudiziario e credo che convenga non farlo per non violare il principio di eguaglianza fra i cittadini di fronte alla legge».
«Non dico nulla. Sulla manovra, quando sarà il momento, conoscerete le nostre determinazioni». Così, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, presente al convegno «Europa più democratica», ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sul testo trasmesso dal governo al Quirinale.
«Errori da correggere», chiede il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.
Mentre di «ipocrisia e incompetenza» nel gestire le sorti del Paese parla Famiglia Cristiana nel numero in uscita. «La manovcra non ci pare equa» scrive il settimanale- «Per essere davvero giusta dovrebbe chiedere a tutti di tirare la cinghia». A cominciare dai politici, cui spetta dare l’esempio. E invece? I tagli agli scandalosi costi dei politici vengono rimandati al futuro» scrive il settimanale. Inoltre la manovra è, per Famiglia Cristiana, «simile alla politica cui siamo abituati da anni: solo parole».
«Nel documento economico di Tremonti brillano per assenza due promesse strombazzate in campagna elettorale: abolizione delle Province e quoziente familiare (ora Fattore famiglia).
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
CONSIDERAZIONI DI MARCO TRAVAGLIO SU MARONI, GRILLO, VAL DI SUSA E VIA BELLERIO
Paragonare il ministrucolo degli Interni Bobo Maroni, già avvocato della Avon di Varese, al generale Fiorenzo Bava Beccaris suona ridicolo, e anche un po’ offensivo per la memoria del generale. La storia, diceva Marx, si ripete spesso, ma in forma di farsa. Infatti oggi siamo ai Maroni.
Col contorno dei politici e giornalisti servi che fanno da degno sottofondo.
Per un intero giorno ci han raccontato che Beppe Grillo aveva definito “eroi” i black bloc, qualcuno l’ha chiamato addirittura “cattivo maestro”, poi s’è scoperto che Grillo parlava dei valligiani pacifici con cui stava parlando, ben prima che scoppiassero le violenze degli infiltrati.
Allora ci han raccontato che Grillo aveva fatto “marcia indietro”, “smentendo” o “rettificando” cose mai dette.
Così si parla del nulla (il Giornale passa al situazionismo ed evoca il ritorno delle “Brigate rosse”), pur di non confrontarsi coi dati scientifici che dimostrano l’inutilità del Tav.
Solo una caricatura di ministro può immaginare di tenere in stato d’assedio la Val di Susa per vent’anni, schierando 2 mila agenti e militari armati di tutto punto in assetto antisommossa a presidio di cantieri trasformati in fortilizi, con cavalli di frisia, filo spinato e sacchi di sabbia dappertutto, per mandare avanti un’opera che scava un buco di 60 km nella montagna e un altro di 20 miliardi in quel che resta del bilancio dello Stato.
Solo un dilettante del diritto può pensare che qualche magistrato accuserà i (pochi, per fortuna) violenti No Tav di “tentato omicidio”.
Ma la sua pretesa di sostituirsi alle Procure va compresa.
Maroni è l’unico ministro dell’Interno della storia dell’umanità condannato per resistenza a pubblico ufficiale, per aver messo le mani addosso ad alcuni agenti della Digos che stavano compiendo il proprio dovere.
È il 1996 e, per conto della Procura di Verona, indagano sulla formazione paramilitare fuorilegge denominata “Guardia nazionale padana”, le celebri camicie verdi: un esercito parallelo armato, come risulta dalle intercettazioni di vari leghisti che, compreso Bossi, parlano di armi.
Il 18 settembre il procuratore Guido Papalia ordina la perquisizione del capo dell’allegra brigata, Corinto Marchini. Ma questi sostiene che il suo ufficio è nella sede della Lega, in via Bellerio a Milano.
La Digos lo porta lì per la perquisizione, salvo scoprire che il presunto ufficio di Marchini è in realtà di Maroni.
Militanti, dirigenti e parlamentari leghisti si mettono di traverso per impedire il passaggio ai poliziotti, un po’ come le famiglie dei camorristi in certi quartieri di Napoli, quando le forze dell’ordine vanno ad arrestare un boss.
I nostri tutori della legalità e dell’ordine pubblico insultano gli agenti al grido di “fascisti”, “mafiosi”, “Pinochet” e malmenano tre ispettori.
Maroni, secondo l’accusa, “afferrò per le gambe e trascinò a terra” due poliziotti, Bossi ne “strattonò” un terzo “strappandogli il giubbino e la giacca d’ordinanza”.
Alla fine molti contusi su entrambi i fronti (oggi Maroni direbbe “poliziotti feriti dai terroristi”, solo che all’epoca il terrorista era lui).
Maroni fa in tempo ad azzannare un agente al polpaccio prima di prendere una botta al setto nasale ed essere portato via in barella.
Due anni dopo viene condannato in primo grado a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
Sentenza confermata in appello nel 2001, pena ridotta a 4 mesi e 20 giorni perchè nel frattempo una legge ad Legam ha depenalizzato l’oltraggio.
Condanna definitiva in Cassazione: la “resistenza passiva” dei partigiani verdi “non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento ingiusto a opera dei pubblici ufficiali”.
E quelli di Maroni erano “inspiegabili episodi di resistenza attiva e proprio per questo del tutto ingiustificabili”.
Da allora, quando arriva il loro ministro, gli agenti corrono a indossare stivali molto alti. Inguinali.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
LA INDECENTE MOSSA DI BERLUSCONI PER NON PAGARE 750 MILIONI DEL RISARCIMENTO MONDADORI-CIR STOPPATA DAL QUIRINALE… NEUTRALIZZATO IL BLITZ DI SILVIO E ALFANO
Ora Napolitano vuole vederci chiaro. 
Dopo aver scoperto la sgradita sorpresa nella bozza del decreto trasmesso da palazzo Chigi, il capo dello Stato ha messo al lavoro tutto il suo staff giuridico per «un’attenta e rigorosa valutazione».
Che porterà a stendere un parere pesante e motivato su quella che l’opposizione ha già ribattezzato “norma ad aziendam”.
Anzi, Napolitano la norma contestata avrebbe già deciso di cancellarla dal decreto. Questi sostanziosi rilievi del Colle saranno poi girati a palazzo Chigi, contando su una modifica del testo.
Insomma, Napolitano non intende restare con le mani in mano di fronte a un caso di conflitto d’interessi, con il presidente del Consiglio che inserisce di soppiatto, nella manovra a tutela dei conti pubblici, un codicillo per mettere al riparo la sua azienda dalla sentenza sul lodo Mondadori.
Riflettendo sulla genesi della norma, al Quirinale hanno maturato una convinzione: il comma salva-Fininvest non c’era nel testo uscito dal ministero dell’Economia. Ergo, una manina l’ha inserito dopo.
Precisamente nel passaggio che c’è stato ieri da via XX Settembre a Palazzo Chigi, prima che il decreto venisse trasmesso al Colle per la firma.
Una ricostruzione che coincide con quanto si sussurra nel governo, dove solo in pochissimi erano a conoscenza del blitz che stava per compiersi. Tra i pochi, Giulio Tremonti, che ha tentato con ogni mezzo di opporsi.
Gli uomini del Tesoro, del resto, la considerano «una norma suicida», che non ha alcuna possibilità di essere approvata.
«Questa cavolata – spiegano fonti del ministero dell’Economia – è stata voluta direttamente dal Guardasigilli. È uscita dalla filiera Berlusconi-Ghedini-Alfano. L’hanno cucinata interamente loro, pur essendo chiaro che non ha alcuna coerenza con l’oggetto del decreto».
Inoltre, aggiungono i tecnici di Via Venti Settembre, si tratta di una legge «devastante», perchè «introduce il concetto di insolvenza nel privato».
Niente da fare, di fronte all’insistenza di Berlusconi. «Mi prendo io la responsabilità di tutto – ha tuonato il Cavaliere -, la porto io al Colle e la gestirò io la trattativa con il capo dello Stato».
Ma sono in molti, nella maggioranza, a non aver digerito un provvedimento che «appare come l’ennesima legge a favore della casta, in un momento in cui tagliamo le pensioni agli italiani».
È dunque falso che la norma fosse già stata discussa in Consiglio dei ministri. Diversi testimoni, presenti alla riunione del governo di giovedì sera, non ricordano affatto questo particolare.
È vero invece che la trappola, congegnata da Niccolò Ghedini, avrebbe dovuto scattare in seguito, presentandosi sotto forma di un emendamento parlamentare.
Una tecnica già sperimentata in passato per le norme ad personam sulla giustizia. Ma la fretta ha spinto il consigliere giuridico del Cavaliere a forzare la mano.
La Corte d’appello di Milano ha fatto sapere infatti di essere pronta ad emettere la sentenza sul lodo Mondadori e la decisione è attesa per sabato.
Per Berlusconi si tratta di una corsa contro il tempo per non pagare la Cir di De Benedetti. ««A quello lì – si è sfogato ancora in queste ore il premier – i soldi non li darò mai, piuttosto li devolvo in beneficenza».
Un’ostinazione che l’ha portato a dare il via libera alla forzatura di Ghedini, contro il parere di Tremonti e di Gianni Letta.
L’intenzione di Berlusconi, al contrario, è di resistere a tutti i costi alla moral suasion di Napolitano, confermando la norma e piazzando la fiducia per evitare modifiche. «Spiegherò a tutti – ha preannunciato il premier – che si tratta di respingere un’aggressione politica portata avanti con ogni mezzo».
Il timore, a questo punto, è che Napolitano si attardi troppo nella controfirma, dando ai giudici il tempo di emettere la sentenza e vanificando così il blitz.
Non a caso ieri sono già stati attivati i canali diplomatici tra Gianni Letta e il Colle. Gli uomini di Napolitano hanno in realtà preavvertito il sottosegretario che quel “codicillo” proprio non può andare bene. E il braccio destro del Cavaliere sta tentando una mediazione sapendo però che su quel campo non c’è più nulla da fare.
La controffensiva è stata discussa in una riunione di Berlusconi con i figli alcuni giorni fa. Un vero consiglio di famiglia.
Del resto era stato lo stesso Berlusconi a confermare l’oggetto del summit: «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe».
Allarme rosso dunque, per la possibile «mazzata» in arrivo (definizione di Pier Silvio Berlusconi). Una eventualità che ha spinto nei giorni scorsi Fininvest a non attribuire alcun dividendo ai soci per l’esercizio 2010, nonostante un utile netto di 160 milioni.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
PREVISTA LA SOSPENSIONE DELLE MAXIMULTE IN SEDE CIVILE…”UNA VERGOGNA, DANNI IRREPARABILI ALLA GIUSTIZIA”… DURE PRESE DI POSIZIONE DELL’OPPOSIZIONE, IMBARAZZO NELLA MAGGIORANZA
L’ultimo comma dell’articolo 37: nelle pieghe della manovra un’altra norma ad personam per il presidente del Consiglio e le sue aziende.
Viene infatti deciso lo stop in appello all’esecuzione delle condanne civili che superino i dieci milioni di euro e stop in Cassazione per quelle che vanno oltre i 20 milioni, in cambio di una idonea cauzione.
Due modifiche al codice di procedura civile che potrebbero influire anche sull’attesa sentenza d’appello del tribunale civile per il Lodo Mondadori, prevista per la fine di questa settimana.
Fininvest in primo grado era stata condannata a risarcire con 750 milioni di euro la Cir di Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso.
La bozza aggiunge infatti un comma all’articolo 283 del codice di procedura civile che parla dei provvedimenti sull’esecuzione provvisoria in appello e che prevede che il giudice dell’appello, “su istanza di parte quando sussistono gravi e fondati motivi sospende in tutto o in parte l’efficacia esecutiva o l’esecuzione della sentenza impugnata, con o senza cauzione”.
Il comma aggiuntivo che sarebbe spuntato nella manovra economica recita: “La sospensione prevista dal comma che precede è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a dieci milioni di euro se la parte istante presta idonea cauzione”.
“La norma inserita in finanziaria per sospendere il pagamento del risarcimento di Mediaset a Cir in relazione al caso Mondadori è un grave atto del governo, sia perchè contiene un esplicito favore al premier sia perchè non ci sono i requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione” dichiara Italo Bocchino, vice presidente di Futuro e libertà per l’Italia.
La capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, attacca. “Sono senza vergogna, è scandaloso che in una finanziaria che prefigura lacrime e sangue per il paese sia contenuta una norma di classe, che consente ai più ricchi dilatare il regolare corso della giustizia e che, guarda caso, molto probabilmente farà tirare un sospiro di sollievo alle aziende del presidente Berlusconi”.
Interviene anche Antonio Di Pietro: “Anche le azioni criminali – afferma in una nota il leader dell’idv – hanno un limite per essere credibili, oltre il quale diventano ridicole”.
Secondo Di Pietro “se nel testo definitivo della manovra ci fosse una norma criminogena, volta ad assicurare a Berlusconi l’annullamento del pagamento dovuto al gruppo De Benedetti, sarebbe la dimostrazione che il governo ha perso il senso del limite e il senno. Come si può approfittare così delle istituzioni? Un giudice accorto – conclude – dovrebbe disapplicare questa disposizione perchè palesemente immorale e incostituzionale”.
Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc, si rivolge al neo segretario del Pdl e attuale ministro della Giustizia, Angelino Alfano. “Avrà il coraggio e la forza di rompere questa protezione sfacciata di interessi privati tramite il potere dello Stato?”.
Tenta invece di fornire una giustificazione ‘tecnica’ il capogruppo del Pdl in commissione Giustizia della Camera Enrico Costa. “La maggioranza” – spiega – “in un momento di congiuntura economica particolarmente sfavorevole ha deciso semplicemente di contemperare il diritto del creditore con le ragioni del debitore quando le somme di denaro da corrispondere hanno dimensioni di rilevante entità “.
Luca Palamara (Anm). “Se confermata” la norma sul lodo Mondadori “sarebbe una norma che nulla ha a che vedere con il tema dell’efficienza del processo civile, che determinerebbe una iniqua disparità di trattemento e che sarebbe, quindi, incostituzionale”.
Un giudice di Cassazione: “Danni irreparabili”. “Una norma di favore per i grandi debitori destinata a produrre guasti irreparabili, anche perchè mette in discussione la stessa credibilità del processo civile, che trova il suo fondamento nel fatto che le sue pronunce di appello sono immediatamente esecutive”.
Giuseppe Maria Berruti, giudice della Prima sezione civile della Corte di Cassazione, è fortemente critico con l’Ansa sulle nuove disposizioni del codice di procedura civile che vengono introdotte con la manovra finanziaria. Ma sull’intervento che obbliga il giudice a sospendere l’esecutività delle condanne nel caso di risarcimenti superiori ai 20 milioni di euro (10 in primo grado) dietro il pagamento di una cauzione e in attesa che si pronunci in via definitiva la Cassazione,il suo giudizio è drastico:”E’ una norma di favore per i grandi debitori, come le amministrazioni che non pagano i grandi appalti , le imprese altamente insolventi verso miriadi di consumatori e così via. In sostanza chi in teoria ha fatto più danno si vede mettere a disposizione straordinarie possibilità dilatorie”.
Sinora la sospensione “era sottoposta a condizioni stringenti che il giudice doveva esaminare per evitare guai peggiori, come l’insolvenza del debitore”.
Ora invece con queste nuove disposizioni congelare i mega risarcimenti diventa una strada obbligata per il giudice di appello: “E’ una facilitazione per i grandi debitori, per i quali si rinvia tutto alla fine del giudizio di Cassazione, cioè alla definitività della sentenza”.
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
TRA CORRENTI E BATTITORI LIBERI, NEL PDL E’ ORMAI UNA CORSA AD ORGANIZZARSI PER IL DOPO-BERLUSCONI…DAI “BELLISSIMI DI RETEQUATTRO” A SCAJOLA, DAGLI EX AN AGLI EX DC E PSI, FINO AI CANI SCIOLTI
Incoronato Angelino tra le lacrime di un Cavaliere in vena di frasi definitive (“Adesso posso
anche morire”) il caos correntizio dentro il Pdl resta esattamente quello di prima.
Insomma, non è successo proprio niente, è stata solo una sceneggiata per togliere — solo formalmente — un po’ di potere agli ex triumviri (La Russa, Bondi e Verdini) che comunque rimangono saldamente alla testa delle loro fazioni interne.
Già , perchè il bacino elettorale del Pdl è ancora pingue e chi vincerà la gara della successione (quella vera) potrà garantirsi di superare agevolmente anche la fine di Berlusconi e del suo regno.
In pole position per raccogliere l’eredità del basso impero ci sono senz’altro i “bellissimi di Rete 4”, ovvero i quattro cavalieri di Liberamente, cioè Frattini, la Gelmini, la Carfagna e la Prestigiacomo; è il nucleo dei “giovani” che, uniti ad Alfano, rappresentano la punta di diamante del futuro del partito, guardati a vista però (e tralasciamo il tenore degli sguardi) dagli scajoliani. Che non son pochi, una trentina di deputati affiliati alla fondazione Cristoforo Colombo e capitanati dall’ex ministro “Sciaboletta” Scajola che quando si parla di fare la fronda può dare lezione a tutti: la vecchia scuola Dc insegna.
Ecco perchè i suoi sono temuti soprattutto dagli ex aennini (La Russa, Gasparri, Alemanno e Matteoli, peraltro ulteriormente divisi al loro interno) che vedono in Scajola un temibile outsider nel controllo di alcuni feudi, in particolare quello toscano, al confine con la Liguria, dove Matteoli tenta da tempo fughe in avanti.
Il sottobosco è poi variegato.
Nel mare magnum dei movimentisti sparsi si scorgono all’orizzonte i valducciani di Mario Valducci, agglomerati nei Club delle Libertà a cui fanno seguito i brambillini della rossa ministra animalista Michela Vittoria Brambilla, fondatrice dei Promotori delle Libertà , fino all’immancabile Dell’Utri con i Circoli del Buon Governo.
Multiforme, dunque, questo neo “partito degli onesti” dove, dopo Dell’Utri, marciano compatti gli ex socialisti della prima ora, Cicchitto, Sacconi, Brunetta e Cazzola, amici anche di Tremonti (tranne Brunetta) che però, com’è noto, gioca una partita da libero duettando in solitaria direttamente con Napolitano.
Al centro, poi, toccano palla da puri groupies del Presidente alcuni berlusconiani sciolti, come Crosetto, la Bertolini, la Santanchè, Cossiga, Malan, Stracquadanio e altri, sempre pronti a scattare sull’attenti in caso di ordini superiori ma, di fatto, custodi delll’imperitura fiaccola del berlusconismo doc.
Per dire: se non ci fossero loro, a Milano avrebbero già preso il potere i formigoniani, anche se la mise sfoggiata dal governatore lombardo al Consiglio Nazionale di venerdì scorso (giacca nera lamè su camicia havaiana e jeans) avrebbe consigliato a chiunque una riflessione prima di entrare a far parte del battaglione berlusconian-ciellino.
È finita? E no.
Se ci sono gli ex Psi non possono mancare gli ex Dc.
Ecco, quindi, entrare in pista Giancarlo Rotondi, con il suo drappello di uomini che ancora sognano il ritorno del grande centro con lo scudocrociato in bella vista e che sono il vero anello di congiunzione tra il partito e il Vaticano; al resto ci pensa Gianni Letta.
Infine i baraniani di Lucio Barani, ex nuovo Psi, che però pare siano davvero pochi (forse addirittura c’è solo Barani) ma anche lui si professa corrente interna capace di sbaragliare l’indiscusso potere che, invece, detengono gli ex socialisti craxiani come Sacconi e Cicchitto, ma quando si tratta di addentare una fetta di quel che resta dell’elettorato berlusconiano, nell’attuale Pdl non si guarda in faccia a nessuno.
A costo di sfiorare — e ripetutamente — il ridicolo.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
GLI EFFETTI DEL TAGLIO DA 10 MILIARDI PREVISTO DALLA MANOVRA….I CITTADINI DEL NORD VEDRANNO SPARIRE LE ESENZIONI…..AL SUD ALIQUOTE MASSIME E MENO SERVIZI
Piccoli e grandi Enti locali sono pronti a scendere in piazza.
La manovra così com’è rischia di strangolare i bilanci di Regioni, Comuni e Province che subiranno un taglio pesante pari a 9,6 miliardi.
Le possibili contromisure sono già sul tavolo di sindaci e governatori.
A partire dal prossimo anno è previsto un inasprimento delle addizionali, sono allo studio aumenti per tassa rifiuti, Ipt e Rc auto, i ticket saranno più salati, i servizi sociali verranno ridotti ai minimi termini e il turismo sopporterà l’introduzione della tassa di soggiorno.
Piemonte. La Regione non ha margini di manovra. Dal 2008 l’addizionale Irpef è ai massimi. A Torino la situazione è complessa: non è possibile aumentare l’addizionale visto che l’aliquota è già allo 0,4%. L’unico balzello che la giunta potrà approvare sarà la tassa di soggiorno in una forbice tra 0,50 e 2 euro. «Ma non sarà sufficiente», dice l’assessore al Bilancio del Comune, Gianguido Passoni, «dobbiamo già fare i conti con 74 milioni in meno». Il Comune sarà poi costretto a tagliare servizi: gli orari degli sportelli, l’organizzazione degli asili.
Lombardia. La Regione fa pagare ai cittadini un’addizionale Irpef al minimo (lo 0,9%). Diverso il caso di Milano dove questo balzello non è mai stato introdotto. Il sindaco Pisapia, però, accusa la precedente giunta di aver nascosto un buco nei conti da 180 milioni e critica pesantemente la manovra: per questo l’addizionale rischia di essere introdotta.
Liguria. Potrebbe saltare l’esenzione Irpef per i redditi tra i 20 ed i 30 mila euro. «Questo ci consentirà di recuperare 36 milioni di gettito» spiega l’assessore regionale alle Risorse finanziarie Pippo Rossetti. La Spezia, Savona e Imperia hanno già aumentato del 3,5% la Rc auto. Il costo della manovra in cifre per la Regione Liguria? «Nel 2011 il governo ci ha tolto 154 milioni di capacità di spesa, nel 2012 ne toglie altri 30. Tra il 2013 ed il 2014 calcoliamo una riduzione di altri 30 milioni».
Emilia Romagna. Allarme alto nella sanità . La Regione stima tagli attorno a 500 milioni e medita la reintroduzione del ticket. Bologna, invece, sta riorganizzando i nidi comunali: le rette sono aumentate fino a 200 euro al mese. E sono molte le incognite per la realizzazione della metropolitana.
Toscana. A Firenze tra 2011 e 2013 mancheranno all’appello 45 milioni. Nel 2014, raddoppio: altri 26 milioni in meno, per un totale di 71 milioni. Secondo l’assessore regionale al Bilancio Riccardo Nencini «lasceremo sul campo 1 miliardo di euro di minori trasferimenti».
Lazio. Qui la manovra rischia di far saltare il banco: Roma già dispone dell’addizionale comunale più alta d’Italia, pari allo 0,9% e l’addizionale regionale è all’1,7%. La tassa di soggiorno è operativa e dunque non resta che mettere mano ai servizi sociali.
Campania. «È una manovra insostenibile, soprattutto per le realtà del Mezzogiorno», si sfoga l’assessore al bilancio del Comune di Napoli Riccardo Realfonzo. Unica via di fuga un aggiustamento verso l’alto della pressione fiscale.
Puglia. La Regione ha giocato d’anticipo e per ridurre il deficit della sanità ha elevato all’1,2% l’addizionale Irpef. La benzina è ricarata di 25 centesimi al litro mentre dal 1 luglio è stata ridotta la soglia di esenzione dal ticket per i redditi oltre i 18mila euro. «Aspettiamo di conoscere le misure – dice l’assessore al Bilancio di Bari Giovanni Giannini – se non si interverrà sui Comuni virtuosi allora Bari sarà salva. Altrimenti bisognerà ritoccare tassa rifiuti e tariffe dei servizi».
Sicilia. Tasse: la Regione è già ai massimi livelli causa debito della sanità , mentre i Comuni, Palermo in testa, ancora non sanno se e come incrementeranno la tassazione visto che l’aliquota Irpef supera già lo 0,4%.
Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)
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Luglio 4th, 2011 Riccardo Fucile
SUL “SECOLO XIX” VIENE RIPROPOSTO IL CASO DELLE DIMISSIONI DI 24 DIRIGENTI E DELLA CHIUSURA PER PROTESTA DI NUMEROSI CIRCOLI, ORIGINATE DALLA VISITA DEI FRATELLI MAMONE AL COORDINATORE REGIONALE DI FLI NELLA SEDE DEL PARTITO E DALLA NASCITA DI UN CIRCOLO INTESTATO A UN SOCIO D’AFFARI DI MAMONE
Se alle divisioni legittime e alla luce del sole sulla linea politica in un partito emerge pure la
polemica per una serie di incontri incauti del “capo” locale, prevedere l’implosione è fin troppo facile.
E così è accaduto tra le fila liguri di Futuro e Libertà .
Il gruppo dei finiani si è spaccato in due tronconi: chi sta con il coordinatore regionale Enrico Nan (ex Forza Italia) e chi sta contro.
Lo staff romano di Fini ha dato l’assenso al commissariamento del coordinamento provinciale che aveva denunciato l’episodio di infiltrazione, affidando il ruolo di commissario proprio a chi invece aveva ricevuto Mamone, su cui gravano quattro processi in corso.
Troppo per 25 dirigenti e numerosi circoli territoriali che hanno così rassegnato le dimissioni.
E’ la bufera sulla visita di esponenti della chiacchierata famiglia calabrese nella sede di Fli che ha suscitato il vespaio più preoccupante, innescando anche in Fli il tema delle infiltrazioni: un sospetto pesante dopo i casi di Ventimiglia e Bordighera.
L’ incontro con esponenti di una delle famiglie più chiacchierate e indagate, ammesso da Nan (“Lì per lì non sapevo chi fossero”) è stato oggetto di discussione a Roma e il dossier Genova è sul tavolo nazionale come il più grave da risolvere.
Anche perchè Fabio Granata, vicepresidente della Commissione antimafia, aveva raccolto notizie e allarme dei militanti in tempo reale. “Sono stato recentemente a Genova per un riuscito incontro organizzato proprio da Rosella Oddone e dal suo coordinamento prov. per presentare “il Futurista”. In quella occasione, oltre che a compiacermi per la qualità della manifestazione, avevo raccolto il malcontento diffuso per alcune delle questioni che hanno portato alle dimissioni”.
Granata aveva provato a chiedere ai milianti di “resistere per cambiare il partito dall’interno”, poi la situazione è precipitata.
“Sto verificando con Menia la possibilità di organizzare un incontro tra il coordinatore ligure Nan e il gruppo dei dimissionari: sono certo che troveremo la soluzione di garanzia per scongiurare qualsiasi tentativo di infiltrazione nel partito”.
Infine una proposta: “sono disposto a creare con Angela Napoli un comitato di garanzia che filtri il tesseramento e al contempo auspichiamo il rientro delle dimissioni”
(da “Il Secolo XIX“)
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Luglio 4th, 2011 Riccardo Fucile
LA BOZZA DELLA MANOVRA NEL FINE SETTIMANA E’ RIMASTA SUL TAVOLO DEL MINISTRO ALIMENTANDO I SOSPETTI SULLE MODIFICHE POSTUME
Il “bozzone” della manovra è rimasto li, a rosolare sulla graticola di via XX Settembre per l`intero fine settimana.
Coi tecnici di Tremonti a mettere a punto il testo approvato sì giovedì sera ma che, in effetti, non ha ancora varcato il portone del ministero.
E la circostanza, prima ancora che il capo dello Stato, raccontano abbia mandato su tutte le furie in queste ore lo stesso presidente del Consiglio Berlusconi.
Perchè il testo, quello vero – è lo sfogo coi suoi del premier dal ri tiro di Villa Certosa- non è stato consegnato nemmeno a lui.
«Pago sempre per colpa di altri – si è lamentato dopo la nota del Colle – Abbiamo approvato a scatola chiusa il pacchetto delle buone intenzioni di Giulio. E su quel poco che è filtrato, ci siamo ritrovati già contro i sindacati amici e i nostri sindaci. Così non andiamo lontano».
La levata di scudi sulle pensioni lascia presagire poco di buono, per un governo che dopo la mazzata elettorale non gode di consensi e stabilità tali da poter reggere scioperi generali e barricate.
Il Cavaliere quella stretta se la sarebbe risparmiata, giusto ora.
Per non dire poi della rivolta degli amministratori locali Pdl: dal sindaco di Roma Alemanno al presidente delle Province Castiglione («Ci aspettavamo altro»), passando perfino per il presidente Anci e vicecapogruppo berlusconiano alla Camera, Osvaldo Napoli («Sparare contro i comuni vuol dire ammazzare un uomo morto»).
Berlusconi vede nero. Si sente stretto in un angolo.
Ce l`ha con Tremonti.
Ce l`ha con Bossi e Calderoli, che ormai «parlano come se non facessero più parte di questo governo», lamenta il premier che ha gradito poco la minaccia del ministro della Semplificazione di abbandonarlo «ai suoi divertimenti».
Oggi il Cavaliere rientra ad Arcore, ma fino a ieri sera era considerato improbabile il «caminetto» del lunedì sera ad Arcore col Senatur.
Dai rifiuti di Napoli alle missioni all`estero, alla manovra, troppe grane rischiano, per dirla con Calderoli, di far «volare le sedie».
E poi il Quirinale, tornato a bacchettare Palazzo Chigi 48 ore dopo aver strigliato il governo sull`«insufficiente» decreto sull`emergenza rifiuti a Napoli.
«Notaio» sempre più inflessibile agli occhi di Berlusconi. Figurarsi- è il ragionamento della cerchia ristretta – se davvero Berlusconi si impuntasse nel trascinare il Parlamento a occuparsi a tappe forzate della legge bavaglio.
Tutti pessimi segnali.
Che maturano quando ancora la manovra finanziaria non è stata nemmeno vistata dalla Ragioneria e inviata appunto al Quirinale.
Passaggi che si consumeranno oggi.
Sta di fatto che il buco delle 72 ore trascorse dall`approvazione in Consiglio dei ministri ha alimentato un ventaglio di sospetti su interventi correttivi e postumi alle misure più problematiche.
I democratici sostengono di avere riscontri certi, ad esempio, sul reinserimento della norma «ammazza rinnovabili».
E tanto è bastato a mettere subito in allarme il ministro d ell`Ambiente Prestigiacomo, già sul piede di guerra coi colleghi sulla questione.
«Giovedì sera quella norma non c`era, non so come possa essere stata reintrodotta» avverte.
Ma è solo uno dei tanti sospetti di correzione in corso d`opera. Qualcuno nello staff del ministro dell`Economia ha davvero lavorato di cancellino nel week end?
Dal Palazzo che è stato di Quintino Sella negano. «E’ prassi che si invii il documento definitivo al Quirinale almeno due -tre giorni dopo 1`approvazio ne» racconta un sottosegretario di casa invia XX Settembre. «Sono state riviste solo le note formali, non c`è stata alcuna modifica sostanziale al testo». E’ la linea di difesa.
Quel che filtra da Palazzo Chigi, non senza ulteriore preoccupazione, è che la bozza molto informale che sarebbe stata intanto esaminata dall`ufficio legislativo della Presidenza della Repubblica perun primo screening, non sarebbe stata esente da rilievi.
Sotto osservazione, una serie di norme ritenute poco o nulla attinenti.
Ad esempio, l`intero blocco sul processo civile, pur vantato con enfasi da Alfano appena terminato il cdm.
Ma anche i 45 milioni di curo stanziati per il Comune in profondo rosso (e amministrato dalPdl) di Palermo, ufficialmente per la pulizia degli edifici pubblici. Già il Carroccio l`aveva definita roba da «vergognoso accattonaggio».
Magari anche su questo al ministero hanno lavorato di taglie cuci nel fine settimana.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL FURTO CON DESTREZZA: ECCO IL RISULTATO DI QUANTO VERRA’ TOLTO AI PENSIONATI, CALCOLATO DAL “CORRIERE DELLA SERA”
La notizia ormai è uscita e ha scatenato un putiferio: il governo mette le mani nelle tasche
degli italiani e andrà a sforbiciare le pensioni, soprattutto quelle medio basse.
Il tutto è previsto, e un po’ nascosto, nella manovra finanziaria.
Ma quanto verrà tolto ai pensionati? A quelli, soprattutto, che prendono dai 1428 euro lordi mensili ai 2380 euro?
Secondo Mario Sensini del ‘Corriere della Sera’ le pensioni medio basse si “allegeriranno” dagli 8 ai 150 euro a pensione.
Il tutto per un costo annuale ai danni dei pensionati che potrà andare dai 4 ai 6 miliardi di euro totali.
Un taglio niente male se si aggiungono i nuovi parametri che allontanano l’età pensionabile.
Insomma dalla manovra, almeno nella versione uscita come decreto dal Consiglio dei ministri, emergono due certezze: le pensioni diminuiranno e si andrà gradualmente in pensione sempre più tardi.
Vediamo nel dettaglio i tagli che dovrebbero arrivare, così come illustrati dal ‘Corriere della Sera’.
Tutto si basa sul fatto che la manovra prevede il blocco, totale o parziale, della rivalutazione degli assegni superiori ai 1.428 euro lordi mensili.
Sulle pensioni più basse la mancata o parziale rivalutazione nemmeno si sentirà ma è su quelle medie che la stangata sarà più pesante.
Secondo quanto scrive il ‘Corriere della Sera’, stando alle stime del governo, un pensionato che oggi percepisce 1.500 euro lordi mensili dovrà rinunciare a 8 euro l’anno, che salgono a 60 euro nel caso di una pensione mensile di 2.000 euro, a circa 100 se l’assegno è di 2.500 euro, oltre 150 euro su una pensione di 3.500 euro.
Unico “contentino” è che, pur se minima, un po’ di perequazione ci sarà per tutti.
I 3,2 milioni di pensionati che ricevono un assegno ddai 1.428 ai 2.380 euro lordi mensili, subiranno un taglio del 55% dell’indicizzazione solo sulla quota eccedente i 1.428 euro.
E così per i pensionati più ricchi: perequazione totale sui primi 1.428 euro, al 45% sulla quota tra 1.428 e 2.380 euro, nessuna rivalutazione sulla parte eccedente (invece del 75% come avviene oggi).
A questi tagli, poi, si deve aggiungere anche l’aumento progressivo dell’età pensionabile.
Dal 2011, a causa del meccanismo delle quote, l’età pensionabile è già salita dai 60 ai 61 anni.
Per le donne che lavorano nel settore pubblico nel 2012 l’età minima per la pensione di vecchiaia salirà di colpo da 60 a 65 anni.
Dal 2014 in poi, per tutti, bisognerà considerare anche l’effetto dell’agganciamento automatico dell’età di pensione alle speranze di vita.
E, dal 2020, anche per le donne che lavorano nel settore privato partirà l’aumento progressivo dell’età minima, da 60 a 65 anni.
Di fatto, già da quest’anno, l’età minima della pensione di anzianità è aumentata di due anni per i lavoratori dipendenti e di due anni e mezzo per gli autonomi.
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