Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL NO A SANTORO, SCOMPARE DALLA MANOVRA UNA NORMA AMMAZZA-TELECOM SULLA RETE TELEFONICA…SALTA L’ACCORDO CON IL GIORNALISTA E MIRACOLOSAMENTE IL PROGETTO SPARISCE
La metafora di Giovanni Stella annunciava la discesa in campo (televisivo) di Telecom:
io aspetto paziente sotto il banano-Rai che ne scendano i macachi-conduttori.
L’amministratore delegato di Telecom Italia rompeva il bipolarismo di Rai e Mediaset: La7 è disposta a prendersi il gruppo di giornalisti che il servizio pubblico e il Biscione, per motivi diversi ma di uguale matrice (il Cavaliere), non vogliono e non possono permettersi.
Stava nascendo una televisione all’apparenza poco controllabile per il Silvio Berlusconi imprenditore e politico, ma estremamente influenzabile per la sua versione di capo del governo.
La trattativa con Michele Santoro era chiusa, mancava un tratto di penna: la firma (alle prime voci, il titolo di La7 crebbe in un giorno del 20%; l’altro ieri, al niet, ha perso il 4 e ieri il 3). Martedì scorso, l’ultimo incontro tra l’inventore di Annozero e il dirigente di La7 conosciuto con il soprannome di “canaro” per i suoi modi spicci ed efficaci fino al sadismo.
E che succede martedì, proprio quel giorno?
Il governo scrive e riscrive e infine diffonde la bozza di manovra economica: tagli, pensioni , tasse e finte rivoluzioni liberali e liberiste.
In un articolo del provvedimento, a sorpresa, si materializza il conflitto d’interessi che Santoro ha denunciato.
Il governo, se vuole, può fare male a Telecom, la multinazionale proprietaria di La7.
E con una norma, infilata di soppiatto, Palazzo Chigi ha dimostrato come può farle male.
La bozza prevedeva un progetto del ministero per lo Sviluppo economico di Paolo Romani: “Un piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet”.
E come? “Mediante la razionalizzazione, la modernizzazione e l’ammodernamento delle strutture esistenti”.
Parole astruse e verbi incrociati per sottrarre a Telecom l’ultimo bene invidiato da tutti i concorrenti: la rete fisica, quella che porta il cavo telefonico in tutte le case e gli uffici, eredità del monopolio pubblico.
Il governo pensava di aprire il mercato e le connessioni veloci imponendo “obblighi di servizio universale”.
Tradotto: Telecom investe per migliorare la sua struttura e poi deve metterla a disposizione dei concorrenti.
Il governo di lievi e dure sforbiciate, che spinge all’infinito una correzione nel bilancio statale da 47 miliardi di euro, sentiva l’urgenza di ricorrere ai soldi della Cassa depositi e prestiti per “finanziare il piano nazionale su Internet”.
Poche righe nascondevano un possibile esproprio del tesoro più sensibile per i vertici di Telecom.
L’ipotesi dura due giorni, esattamente 48 ore, fin quando ieri accadono due fatti all’apparenza distanti ma forse strettamente legati: La7 annuncia la fine di qualsiasi negoziato con Santoro, azzoppando così l’ipotesi terzo polo televisivo; e, in contemporanea, il governo cambia la norma, stravolge il suo “piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet” e cancella dal testo della manovra quei passaggi — “la razionalizzazione, l’obbligo di diritto universale” — che minavano la stabilità patrimoniale di Telecom e preoccupavano i suoi azionisti (anche stranieri).
Anche se il numero uno di Telecom Italia Franco Bernabè giura che tra i due fatti non c’è alcun nesso, e ribalta su Santoro l’accusa di aver cercato pretesti per far saltare la trattativa con La7, i casi sono due: o le idee del ministro Romani e del governo sono talmente labili da evaporare nel breve volgere di 48 ore, oppure la rivoluzione telematica di Berlusconi era un atto di forza, un segnale per intimorire La7.
Per capire dov’è intrappolata la ragione è utile ricordare che la Rai di centrodestra, in trincea contro i giornalisti sgraditi dal Cavaliere, adesso comincia a riflettere: forse è meglio trattenere Santoro, forse Vieni via con me era davvero importante, forse Report è un prezioso settimanale d’inchiesta, forse Lucia Annunziata è una figura professionale irrinunciabile per il servizio pubblico.
Togliendo i forse, resta l’ordine di servizio di Berlusconi, il più recente: è più facile controllare il servizio pubblico, senza indebolirlo troppo, per giocare di sponda con Mediaset, che combattere un terzo polo televisivo.
Nella peggiore delle ipotesi, un colossale ricatto.
Nella migliore, l’ultima trasfigurazione del conflitto d’interessi.
Giorgio Meletti e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI LO FA ELEGGERE E LUI SI PRENDE SUL SERIO E PARLA DI ONESTA’ MENTRE LE TELECAMERE INQUADRANO PAPA…VERDINI FA IL NOTAIO, LA MINETTI SFOGGIA IL LATO B, IL POVERO PEDICINI VOTA CONTRO E FINISCE NELLA FOSSA DEI LENONI
Auditorium della Conciliazione, alle tredici e quindici.
L’Unto del Signore ha benedetto segretario Angelino Alfano, ancora guardasigilli ad personam, e i vari colonnelli del Pdl si alternano sul palco per interventi da cinque minuti.
I delegati, più di mille, si rilassano. Entrano ed escono dalla sala.
Molti deambulano sorridenti nella hall.
Il deputato Alfonso Papa, uno dei pilastri della P4 di Gigi Bisignani, è da solo, emarginato da tutti i capannelli.
Poi si rianima d’improvviso: Nicole Minetti, vestita di bianco e di blu, gli passa vicino e lui non resiste alla tentazione di guardarle il lato b quando lo supera. Papa e Minetti, due storie del partito dell’amore che adesso vuole anche essere partito degli onesti, premiando merito e talento.
Non è uno scherzo.
La promessa, o la minaccia a seconda dei punti di vista, è il climax del commosso discorso di Alfano: “Noi dobbiamo lavorare per il partito degli onesti. Presidente, lei è stato un perseguitato dalla giustizia perchè nel ’94 lei aveva 58 anni e non è possibile che fino ad allora non era successo niente e poi quando è entrato in politica le è successo di tutto con riferimento al passato. Lei è un perseguitato, ma ho l’onestà di dire che non tutti lo sono”. L’auditorium esplode. Un’ovazione.
E, ironia della sorte, le telecamere del Capo, le uniche ammesse in sala, inquadrano Papa che applaude a scena aperta.
imbarazzante.
Siamo all’edizione 2011 della banda degli onesti, l’indimenticabile caricatura dei falsari di Totò e Peppino.
La banda degli onesti di Alfano non è l’unico paradosso di “questa giornata dell’amore”, come la chiama B.
Ce n’è un altro che viene prima, in apertura.
Berlusconi dà inizio ai lavori, si autoincensa, ancora una volta annuncia il bavaglio sulle intercettazioni e le riforme (giustizia e Costituzione), sfotte Giulio Tremonti chiamandolo “Guido” e poi chiama a sè sul palco Angelino Alfano, segretario politico predestinato del Pdl, carica non prevista dallo statuto interno.
La svolta democratica del partito carismatico è un’investitura alla nordcoreana: “Io da presidente e fondatore del partito vi propongo l’elezione di Alfano per acclamazione”. Il Caro Leader Silvio che unge il Prediletto e tutti in piedi a sbattere le mani.
Un teatrino che dura una manciata di minuti. B. non si contiene e manifesta la solita allergia per “regole e procedure burocratiche”.
Chiede “un’investitura plebiscitaria” e “abbraccio generale” per “questo ragazzo intelligente”.
Sembra fatta, ma il triumviro Denis Verdini, coinvolto nell’inchiesta sulla P3 e altro volto del partito degli onesti, lo frena.
B. si scusa con la platea plaudente: “Il notaio Verdini mi dice che bisogna comunque fare la modifica allo statuto”. Il triumviro lo rassicura: “Scusa presidente non perdiamo più di trenta secondi”.
In questo mezzo minuto, alle 11 e 18, un delegato di nome Antonio Pedicini, friulano, si ritaglia un po’ di gloria: è l’unico tra i mille e passa che vota contro la modifica dello statuto.
Il dissenso viene accolto dall’ilarità generale, come una barzelletta raccontata dal premier.
In prima fila c’è il berlusconismo rosa delle origini, incarnato dalla Prestigiacomo, poi la Carfagna e la Gelmini. Più defilata la Brambilla.
I falchi volano di meno , negli ultimi tempi, è così Daniela Santanchè è relegata a metà della sala, con Melania Rizzoli e Antonio Angelucci.
Dopo l’acclamazione, B. scende dal podio, Alfano resta e comincia il suo primo intervento pubblico da segretario.
Parte da lontano, da quando sconosciuto consigliere provinciale di Agrigento, nel 1994, ascolta e vede B. in televisione e decide di aderire a Forza Italia perchè “quell’uomo aveva il sole in tasca”.
Il guardasigilli ad personam descrive il partito dei moderati che vorrebbe e paragona il sogno americano a quello berlusconiano: “Vorrei che uno dei giovani presenti qui oggi, magari consigliere provinciale, diventasse segretario del Pdl tra 17 anni”.
Alfano è commosso, cita il papà in platea, ricorda Pinuccio Tatarella, ringrazia i triumviri, omaggia i signori delle tessere Matteoli e Scajola che vorrebbero ingabbiarlo con un direttorio di notabili, si scaglia contro l’anarchia del Pdl.
È un discorso ecumenico. Poi sparge il panico con la chiosa al partito degli onesti: “Berlusconi è perseguitato ma non tutti lo sono”.
La sibillina frase aleggia su tutti i capannelli che si formano dopo nella hall.
Il quesito corre di bocca in bocca, con preoccupazione: “A chi si riferiva?”. L’elenco dei sospettati è ampio: i citati Papa e Minetti, presunta tenutaria del “bordello ” del bunga bunga; poi Cosentino, inquisito per camorra; lo stesso Scajola, cui la cricca di Anemone ha acquistato la casa al Colosseo a sua insaputa; il triumviro Verdini.
Anche la Bergamini, la donna di Raiset, ha il volto corrucciato.
L’ex Responsabile Mario Pepe nota: “Però che cattiveria a inquadrare sempre il povero Papa”.
Rotondi e Baccini si dicono entusiasti del discorso di Alfano: “Sembrava il Forlani di una volta”. Dai democristiani agli ex fascisti. Sul podio sale Gianni Alemanno e sfora i cinque minuti. Maurizio Lupi lo interrompe: “Gianni ancora trenta secondi”. Lui infastidito, senza voltarsi e con voce alterata: “Lupi stai buono”. Un riflesso da vecchio camerata.
Bersani e Di Pietro, commentando, si invertono di nuovo i ruoli.
Il primo : “Alfano è il segretario del Capo”. Il leader dell’Idv: “Non condivido Alfano ma merita rispetto”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
STOP ALLA RISCOSSIONE PER I 600 ALLEVATORI CONDANNATI PER IRREGOLARITà€ DALLA COMMISSIONE EUROPEA…LA COLDIRETTI: “QUESTO NON E’ PIU’ UNO STATO DI DIRITTO, ANCHE NOI ADESSO VOGLIAMO INDIETRO I NOSTRI SOLDI”
Stop alla riscossione coattiva delle quote latte da parte di Equitalia. 
È la dote elettorale ottenuta dalla Lega Nord e inserita nella manovra finanziaria da 40 miliardi in via di approvazione in Parlamento.
Una manna per il manipolo dei 500, al massimo 600 allevatori che devono ancora finire di pagare le multe commissionate dalla Commissione europea per le irregolarità relative alla loro produzione.
E un regalo alla Lega che questi produttori li ha sempre difesi, in un momento in cui si trova a fronteggiare le liti interne, i malumori della base e il calo dei consensi.
“Questa è la conferma della volontà di andare al voto anticipato nel 2012, rinviando il risanamento dei conti pubblici a carico del prossimo governo post elezioni” è l’interpretazione dell’Udc nelle parole del deputato e responsabile agli enti locali Mauro Libè.
Insomma un’arma carica che la Lega potrà usare quando dovrà raccattare voti, e una “vendetta” nei confronti dell’ente incaricato finora di riscuotere le multe, l’odiata Equitalia.
Nella bozza si legge che “a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le procedure di riscossione mediante ruolo in materia di prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari avviate dall’agente della riscossione sono interrotte e lo stesso agente è automaticamente discaricato dalle relative quote.Resta ferma la validità degli atti posti in essere sino a quella data”.
Un provvedimento che accontenta solo una parte — molto esigua — dei 42mila produttori di latte attivi in Italia.
Di questi il 60% aderiscono a Coldiretti, e si dichiarano ferocemente contrari al blocco delle riscossioni coatte e pronti a dare battaglia.
Duro e diretto Diego Meggiolaro presidente della sezione Coldiretti di Vicenza (uno che i Cobas ce li ha in casa) che esprime comunque la posizione dell’intera associazione nazionale. “A questo punto abbiamo la certezza di non essere in uno stato di diritto, e quindi considerato che siamo al Far West legislativo e politico, Coldiretti ha intenzione di chiedere la restituzione delle multe pagate finora da tutti nostri soci. E vi assicuro che siamo una macchina da guerra, se ci muoviamo noi siamo tanti, possiamo scatenare un putiferio”.
Una situazione complicata, che Luca Zaia da ministro dell’agricoltura aveva cercato di sanare con la legge 33 che prevedeva la possibilità di rateizzare le sanzioni.
“Ma nemmeno questo è bastato — prosegue Meggiolaro — abbiamo assistito allo scandalo di una commissione nominata ad hoc per far luce sulla faccenda, commissione che quando è stata convocata in Parlamento non si è nemmeno presentata, e poi all’ulteriore scandalo dell’ultima Finanziaria che stornava i soldi destinati ai malati oncologici per tamponare le perdite delle quote latte”.
Insomma la questione delle quote latte rischia di non fermarsi nemmeno ora che le multe coattive sono state “amnistiate”, e che fa intendere che la Lega ha in qualche modo chiesto “la testa” dell’odiata Equitalia, fulcro di ogni male secondo tanti suoi militanti.
Del resto anche all’interno di Agea, l’ente incaricato dalla Comunità europea di erogare i contributi, c’è stato di recente un regolamento di conti: il ministro alle politiche agricole Francesco Saverio Romano ha commissariato Agea e il presidente Dario Fruscio (in quota Lega) è stato rimosso.
Al suo posto è stato nominato come commissario il generale di corpo d’armata Mario Iannelli. «Evidentemente anche Fruscio, che è un uomo della Lega, non andava bene perchè da persona corretta doveva rispondere delle sue azioni alla comunità europea”.
Erminia Della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 1st, 2011 Riccardo Fucile
QUANDO IL VERTICE SBAGLIA E’ UN DOVERE DELLA PERIFERIA DELL’IMPERO SOLLEVARE CRITICHE… E COMPITO DEI VERTICI E’ AZZERARE TUTTO E AVERE L’UMILTA’ DI AMMETTERE GLI ERRORI FATTI
Per tutta la giornata siamo stati bombardati di telefonate, mail, e decine di manifestazioni di solidarietà per la posizione assunta in merito alla cacciata del coordinamento provinciale di Genova di Fli ad opera del vertice romano su mandato di qualcuno a cui esso evidentemente dava “fastidio” perchè lavorava con successo.
Invidie e meschinità di piccoli uomini, cose già viste, nessun problema.
La vicenda ha avuto ampia eco su tutta la stampa locale e abbiamo letto “di tutto e di più”: dichiarazioni a ruota libera, delitti di cui nessuno ora si assume la paternità , moltiplicazione dei pani e delle tessere, soggetti spariti da tempo e ritrovati dalla Sciarelli.
Chi ha registrato a Roma 12 tessere ora ne dichiara 400, chi compiva pellegrinaggi nella capitale in cerca del padre spirituale cui affidare le proprie sorti elettorali terrene si scopre “super partes”, chi ha lavorato nell’ombra solo per se stesso ora si mette a fare i conti in tasca agli altri e ne giustifica il commissariamento, dimenticando che in un partito serio, solo per certe dichiarazioni rilasciate alla stampa contro altri dirigenti del suo stesso partito, avrebbe già dovuto chiedere asilo politico ad Acerra.
Chi si era messo a disposizione di un coordinamento provinciale di “belle persone” e di giovani in gamba per “fare politica” senza alcun interesse personale, non può che sorridere di fronte a certe giustificazioni secondo le quali far dirigere circoli o ricevere in sede soggetti intercettati o “attenzionati” dalla Dia o sottoposti a quattro processi è in fondo una cosa “normale”.
Mi rendo sempre più conto che per qualche transfugo dal Pdl la “questione morale” abbia una diversa valenza rispetto a chi, come me, ha un’altra storia politica di militanza a destra.
Ma mi chiedo come possa un partito come Futuro e Libertà che fa della legalità e della meritocrazia una bandiera, accettare comportamenti di questo genere senza preoccuparsi, senza intervenire, senza decidere mai nulla.
Perchè di fronte a certi fatti non esiste margine di mediazione o di discussione: si deve decidere, come nella Napoli raccontata da Edoardo, se stare con gli onesti o coi mariuoli, coi giocatori puliti o coi bari, con le persone sincere e limpide o coi maneggioni.
Un dirigente di partito dovrebbe saper scegliere chi ha la capacità di portare avanti i contenuti della proposta politica di Fli, non chi bussa più volte alla sua porta o risolve i problemi immobiliari del partito.
E questo vale dal vertice romano fino alla periferia.
E’ evidente a tutti ormai che Futuro e Libertà in Liguria necessita di essere completamente rivisitata attraverso un azzeramento totale e una ridistribuzione dei compiti a tempo, finalizzati alle prossime scadenze elettorali.
Altro che sgomitare per assicurarsi la pole position per future elezioni: si torni a essere una comunità umana e politica che vuole cambiare l’Italia.
Ma per farlo si faccia prima pulizia a casa propria.
Meno prime donne e più militanza, meno medaglie e più spazio al merito. Altrimenti si contenderanno solo un cadavere per accompagnarlo nell’ultimo cammino.
Quello che potevano fare per accopparlo lo hanno già fatto.
E chi sostiene che chi si è dimesso abbia fatto un danno a Fli o è in malafede o non ha capito una mazza.
Uno dei massimi esponenti di Fli che oggi ci ha chiesto un incontro urgente dovrebbe spiegarci perchè per commissariare la coordinatrice provinciale sia stato sufficiente decidere a Roma (su pressione di una componente interna), mentre per “trovare una soluzione” ora prendere una posizione a Roma non è più possibile.
Qua, vi garantisco, ci sono persone che hanno sopportato fin troppo.
Invece che essere orgogliosi che vi sia una base che denuncia certi fatti gravi per l’immagine del partito, ora li accusano di aver messo in piazza fatti interni. Magari accadesse in tutti i partiti, avremmo una classe dirigente pulita. Sentirsi accusare di essere in malafede, di volere rovinare Fli è solo rovesciare la verità : sono altri che vogliono nascondere la polvere sotto il tappeto e fanno il danno del partito.
L’immagine di Fli lo si difende sostituendo gli incapaci anche se hanno santi in paradiso.
Se qualcuno vuole “recuperare” la situazione genovese si faccia un bagno di umiltà e avanzi proposte serie.
Noi l’abbiamo fatto: fuori dai coglioni chi lavora solo per se stesso e chi, come si muove, fa solo danni.
A qualche capetto di Fli non piace la nostra proposta?
Problemi suoi, non nostri.
Noi andiamo avanti per la nostra strada.
In fondo abbiamo appena iniziato.
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Luglio 1st, 2011 Riccardo Fucile
DAL SECOLO XIX: “SI DIMETTONO IN 25, L’INTERA DIREZIONE PROVINCIALE.. UN SOCIO DI MAMONE PRESIEDE UN CIRCOLO”
Il commissariamento del partito a livello provinciale e cittadino, insieme alle dimissioni a raffica di 25 fra dirigenti e iscritti vari.
Per Enrico Nan, guida regionale di Futuro e libertà , si tratta della «normale soluzione a conflitti interni, preludio a un democratico congresso. E chiunque desse una chiave di lettura diversa o maliziosa, meriterebbe querele».
Ma ci sono due retroscena importanti, che potrebbero aver pesato (sebbene non in modo esclusivo) nel terremoto ufficializzato ieri fra gli esponenti del partito di Gianfranco Fini all’ombra della Lanterna.
Non è infatti un caso se il termine «codice etico» è segnato in neretto nel comunicato con cui i 25 hanno annunciato il proprio addio.
Perchè quel passo è stato preceduto da uno scambio di telefonate e mail al vetriolo, in cui si commentavano due episodi rimasti finora (parecchio) sottotraccia: un incontro riservato nella sede regionale del partito, fra lo stesso Enrico Nan e gli imprenditori Mamone (al centro di varie inchieste e sospettati di contatti con la criminalità calabrese).
E il ruolo di presidente di circolo, con annessa possibilità di rapido ampliamento, che s’era ritagliato Pietro Malatesti, un particolarissimo personaggio che la Finanza qualche anno fa intercettò per mesi.
Di entrambi questi fatti sarebbe stato informato Fabio Granata, esponente di spicco di Fli e vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, a Genova la settimana scorsa.
Ma per il momento il vincitore è Nan.
Flashback, allora.
Bisogna tornare al febbraio scorso, sede della Fiumara, per rievocare il blitz dei fratelli Mamone, Gino e Antonino detto Ninetto.
Il primo, patròn della Eco.Ge, colosso delle bonifiche e demolizioni, è sotto processo a Genova per corruzione e indagato per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta (avrebbe guidato un cartello d’imprese per spartirsi degli appalti) ed emissione di false fatture.
Il suo nome è stato più volte accostato a quello di alcune cosche calabresi, e lo stesso Gino – come certifica un video acquisito dalla Direzione distrettuale antimafia – fu protagonista agli inizi della sua carriera di un imbarazzante brindisi con alcuni personaggi che risulteranno poi conclamati capiclan.
Di cos’hanno parlato con Nan? «Si sono proposti a sostegno del movimento – conferma il coordinatore – ma il colloquio durò pochissimo».
Alcuni militanti non gradiscono; anche perchè da almeno quattro anni la stampa cittadina – Il Secolo XIX in particolare – ha dedicato fior di pubblicazioni alle vicende dei Mamone.
Nan non si scompone: «La mia segretaria mi fissa centinaia di incontri. È normale, per un rappresentante politico. Le questioni giudiziarie dei Mamone sui giornali? Lì per lì non ci ho pensato».
Poi succede dell’altro, e non sembra proprio scollegato.
Più o meno nello stesso periodo, una delle rappresentanti di “Generazione Futuro” (organizzazione giovanile di Fli) viene contattata da uno dei trenta iscritti di “Generazione Centro”, il circolo di cui è presidente tale Piero Malatesti.
L’interlocutore, che non è Malatesti, e lo confermano fonti qualificate interne a Futuro e Libertà , si qualificherebbe come rappresentante di un’associazione dove si potrebbe fare incetta di tessere.
L’ipotesi sfuma, ma vale la pena approfondire a questo punto la figura dello stesso Malatesti, la guida della sezione da cui parrebbe essere partita l’iniziativa del tesseramento industriale.
Malatesti (una mail di convocazione alla cena con due parlamentari lo include nell’indirizzario dei dirigenti genovesi) è stato al centro di indagini della Finanza nel 2007.
I militari ne rimarcavano in primis i continui contatti con Gino Mamone: insieme avevano provato ad avvicinare l’allora leader dell’Udeur, Clemente Mastella, a Palazzo Ducale, e allo strano blitz partecipò pure Onofrio Garcea, uno dei boss della ‘ndrangheta genovese arrestati nei mesi scorsi.
Malatesti era così descritto nell’informativa dei pm: “Ha innumerevoli contatti con il mondo imprenditoriale e politico, non giustificati dalla professione svolta, il tassista. Sovente è capitato d’intercettare conversazioni nelle quali parrebbe che lo stesso fosse impegnato in un ruolo di intermediario per un appalto nel settore petrolifero in territorio libico, congiuntamente a Gino Mamone. Sono state intercettate anche conversazioni in cui si parla della loro percentuale di guadagno”:
E’ perlomeno singolare che, soci in questo stranissimo business nel 2007 (quando le aderenze sospette degli stessi Mamone con le famiglie calabresi erano già note) ritornino quasi contemporaneamente nella vita di Futuro e Libertà .-
Così strano che potrebbe aver contribuito alle dimissioni in massa.
Enrico Nan ribadisce di non sapere “assolutamente nulla”di quella proposta di tesseramento partita dal circolo di Malatesti: “Il fatto che il suo nome ricorresse nelle intercettazioni di un’inchiesta penale, non può essere una dirimente all’iscrizione”.
Il Secolo XIX ha provato più volte a contattare Piero Malatesti sul cellulare, senza ottenere risposta
Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX“)
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Luglio 1st, 2011 Riccardo Fucile
L’ARTICOLO DI STAMANE SUL SECOLO XIX
“Credevo che Futuro e Libertà fosse una realtà politica nuova, ma mi sbagliavo. Sono profondamente amareggiata e delusa. Dentro Fli prevalgono le stesse logiche di potere dei vecchi partiti. Me ne sono andata (e con me l’intero coordinamento provinciale) perchè sono estranea a questo mondo, fatto di battaglie a colpi di tessere e dove i giovani talenti sono emarginati”.
Rosella Oddone Olivari spiega così il motivo delle sue dimissioni (ufficializzate ieri) da coordinatrice provinciale.
Contemporaneamente hanno dato forfait anche gli altri 24 componenti della direzione provinciale.
Un paio di settimane fa, Gianfranco Gadolla aveva già rimesso l’incarico di coordinatore cittadino nelle mani del suo omologo nazionale Roberto Menia.
Un vero terremoto che potrebbe stroncare sul nascere il movimento dei finiani a Genova.
Dove , per la verità , Fli non ha mai attecchito.
In questi mesi sono emerse a più riprese clamorose divisioni al vertice sulla linea da seguire.
E i contatti tra alcuni esponenti di Fli e discussi personaggi nel mirino dell’Antimafia potrebbero essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Anche se tutti parlano di problemi politici.
“Ho lasciato per questioni di principio – puntualizza Olivari- pur avendo raggiunto gli obiettivi in termini di iscritti: 293”
(da “Il Secolo XIX“”).
argomento: Costume, denuncia, Fini, Futuro e Libertà, mafia | 1 Commento »