Destra di Popolo.net

SCELTA CIVICA NEL CAOS: DOPO IL FLOP DELLE CAMERE E’ FRONDA CONTRO MONTI

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

DELLAI: “IL PREMIER PENSA SOLO AI SUOI SCOPI PERSONALI”…. ALLA CAMERA BALDUZZI CONTRO ROMANO, AL SENATO LANZILLOTTA CONTRO MAURO

Frammentati, eppure costretti a stare insieme. Almeno per il momento.
Scelta civica, già  malconcia dopo la batosta elettorale, conta i lividi procurati dalla trattativa (fallita) sulla Presidenza delle Camere.
E si prepara alla resa dei conti.
Il malumore verso Mario Monti fatica a restare negli argini e il partito unico sembra allontanarsi. Il Professore, d’altra parte, gioca in proprio senza abbandonare l’ormai noto contegno british: «Io voglio fare politica, non costruire un partito».
La fotografia dello scontro è l’ira funesta di Lorenzo Dellai, candidato centrista alla Presidenza della Camera abbattuto a un metro dal traguardo.
Lui, l’ex Presidente della Provincia di Trento, ha scoperto due giorni fa con raccapriccio di essere vittima di fuoco amico montiano. E l’ha scoperto direttamente dal premier, che nelle ore frenetiche del negoziato mostrava a diversi parlamentari basiti un sms di Giorgio Napolitano.
In quel messaggio il Presidente della Repubblica confermava lo stop all’ascesa di Monti sullo scranno più alto di Palazzo Madama, ma prendeva atto della possibile intesa tra Scelta civica e Pd, cementata dall’elezione di un montiano alla guida di Montecitorio.
Dellai, ovviamente, non ha potuto trattenere la rabbia: «Io ho investito in questo progetto e lui si è comportato così solo per scopi personali!».
Non è solo Dellai ad essere infuriato con il presidente del Consiglio.
Crescono i mal di pancia anche tra gli uomini di Italia Futura. Pier Ferdinando Casini, dal canto suo, ha bocciato senza appello le ultime mosse di Monti: «Ci fanno passare per centristi opportunisti – giurano di averlo sentito gridare l’altro ieri a Palazzo Madama – ma questo mi sembra addirittura mastellismo di ritorno».
Per il leader dell’Udc, il Professore si è mosso male e ha comunicato peggio: «Io cerco di evitare anche solo di salutare in pubblico Berlusconi e lui invece fa sapere di averlo addirittura incontrato…»
Eppure, il gruppo di Scelta civica del Senato – dopo aver sfiorato la spaccatura – è uscito praticamente indenne dal voto su Piero Grasso.
Il nuovo round è previsto per oggi, quando i gruppi parlamentari montiani torneranno a riunirsi. In gioco c’è la poltrona di capogruppo, ruolo ambitissimo in tempi di magra.
Ai nastri di partenza si presentano quattro neo deputati.
Il candidato di Monti è l’ex ministro Renato Balduzzi, ma la consistente pattuglia di Italia Futura spinge da tempo per imporre Andrea Romano.
Come se non bastasse, anche Dellai cerca la riscossa politica dopo il rovinoso infortunio interno. Outsider, ma comunque pronto a competere, è Gregorio Gitti.
Anche a Palazzo Madama le tensioni intestine rischiano di sfociare in conflitto aperto.
Mario Mauro, che tanto si è speso per cercare un’intesa con il Pdl sul nome di Renato Schifani, punta a guidare i senatori centristi.
Lo sfida Linda Lanzillotta.
Eppure, salvo clamorosi colpi di scena, i due gruppi parlamentari di Scelta civica vedranno la luce. Non è il momento di dividersi e i voti si peseranno soprattutto nel risiko parlamentare per la formazione di un nuovo governo.
L’equilibrio resta però precario e ogni scossone rischia di farlo saltare.
A traballare è soprattutto la prospettiva unitaria, come ha spiegato senza battere ciglio Monti a un ministro del suo governo: «Io non voglio fare un partito, voglio fare politica…».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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VERGOGNA GRILLO: ORA CENSURA PURE IL DISSENSO SUL SUO BLOG, SPARITI 2.250 COMMENTI CRITICI

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

PRIMA L’ANATEMA LENINISTA, POI LA PURGA STALINISTA: E’ IL BELLO DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA E DELL’UNO VALE UNO

Dopo la prima vera giornata convulsa del Movimento Cinque Stelle nel Parlamento italiano, con una dozzina di «dissidenti» che hanno scelto il segreto dell’urna per contribuire all’elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato, arriva via blog l’«anatema» di Beppe Grillo.
L’ANATEMA –
Un anatema che è, nell’ottica del portavoce di M5S, un invito al rispetto delle regole accettate liberamente, e in particolare del punto del codice di comportamento che prevede «votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S».
Va da sè che la richiesta di spiegazioni sul voto dato martedì al Senato implica anche il rispetto di un punto poche righe sotto: «I parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l’espulsione di un parlamentare».
Cioè, l’eventuale espulsione spetta, comunque, agli altri «cittadini parlamentari», colleghi di quelli che hanno scelto di votare Grasso anzichè orientarsi alla scheda bianca.
IL DISSENSO –
Il post lanciato in rete poco prima delle 23 di sabato, domenica alle 14 aveva raccolto oltre 7.500 commenti.
E tanti altri sull’argomento sono finiti anche sotto ad altri post.
Insomma, ben oltre la media di 500 messaggi all’ora.
Tutti concordi con la linea? Non proprio. Anzi, quasi affatto (vedi foto).
E mentre nella notte i commenti schizzavano alle stelle, qualcuno di essi diventava anche il più votato.
Ferdinand Bardamu (uno pseudonimo da antieroe ispirato a Cèline) urlava – su internet usare solo lettere maiuscole equivale a lanciare un grido – il suo dolore per la «svolta autoritaria del M5S», e applaudiva «i senatori dell’M5S che hanno avuto il coraggio e la serietà  di ribellarsi ai diktat vergognosi di Grillo e ai suoi deliri di onnipotenza».
LA DENUNCIA –
Per Bardamu arrivano più di 250 preferenze.
Ma poi il post, a metà  mattina ,scompare, secondo la denuncia di diversi altri utenti. Uno, in particolare, Dario Raimo, ha fatto il copia e incolla del testo scomparso e lo ripropone (foto), denunciando a sua volta di essere stato censurato.
E anche dall’elenco dei commenti normali diversi post mancano.
Alle ore 14:00 sono accessibili 21 pagine di commenti, e ciascuna ne contiene 250. Per un totale di 5250 commenti leggibili.
Al saldo, ne mancano almeno 2.250.
E’ questa la democrazia diretta?
O forse dovrebbe dimettersi qualcun altro?

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“HO VOTATO GRASSO, PRONTO A DIMETTERMI”, IL CINQUESTELLE VACCIANO SFIDA GRILLO: “SONO COLPEVOLE DI ALTO TRADIMENTO”

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

E DOPO L’AUTODENUNCIA GLI ARRIVA LA SOLIDARIETA’ DEL DEPUTATO TACCONI

Prime ammissioni nel Movimento 5 Stelle.
Dopo l’anatema di Beppe Grillo contro coloro che sabato hanno votato a favore dell’elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato («se qualcuno… …ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze») arriva su Facebook il «mea culpa» di Giuseppe Vacciano.
VACCIANO
«Lunedì e martedì sarò a Roma per discutere l’opportunità  delle mie dimissioni», scrive Vacciano sul social media, ammettendo di aver votato per Grasso.
«Se si cercano i colpevoli di ‘alto tradimento ai principi del M5S’, ecco, uno l’avete trovato».
«NO A FIDUCIA PD»
«Nel mio futuro, se non sarà  tra i cittadini del M5S, non ci saranno ‘gruppi misti’ o gruppi di altri colori. La parola su cui si deve decidere è dimissioni sì o no», prosegue Vacciano, 40 anni, napoletano di origine ma eletto nel Lazio.
«Nessuno mi ha fatto ‘propostè, ‘offerte’ o ha tentato di ‘comprare’ il mio voto. Nessuno, se non me stesso e la mia coscienza, è responsabile della mia scelta», aggiunge Vacciano, che prima di entrare in Parlamento faceva l’impiegato alla Banca d’Italia.
«A nessuno venga in mente che questo voto, riguardante esclusivamente una figura di garanzia istituzionalmente prevista, possa automaticamente comportare una dichiarazione di fiducia al Pd. Su quello la posizione è stata netta sin dal primo giorno: nessuna fiducia a nessuno se non a un governo 5 Stelle!», sottolinea il senatore.
«Quello che sto scrivendo non mi è stato imposto da nessuno, tanto meno da Beppe Grillo che ho sempre stimato, ma che come ogni cittadino, nella mia ottica conta sempre uno. Anche in questo, devo rispondere alla mia coscienza, come ho fatto nell’urna», scrive ancora Vacciano.
«NON POTEVO»
«Di fronte al rischio di vedere nuovamente una persona come quella proposta dal Pdl quale seconda carica dello Stato (non credo che i cittadini italiani meritino una cosa del genere), pure con mille dubbi e consapevole che tra Pd e Pdl non esiste il meno peggio, ho votato Grasso», si giustifica Vacciano.
«A volte seguire la propria coscienza porta a delle scelte e io, liberamente, ho deciso di farne una.
SOLIDARIETà€
Ma a Vacciano arrivano i primi segnali di solidarietà  da parte di altri parlamentari M5S. Il veronese 35enne Alessio Tacconi ha inviato, infatti, questo tweet: «Massima solidarietà  ai senatori siciliani per la decisione presa di votare secondo la loro coscienza. Nel M5S non siete soli».
«NON LI CROCIFIGGO»
«Confermo che la linea era votare scheda bianca o nulla al Senato». Lo afferma Vito Crimi, capogruppo del Movimento 5 Stelle. «Poi qualcuno ha voluto votare secondo propria coscienza e non mi sento di crocifiggerlo perchè so la sofferenza che ci stava dietro».

(da “il Corriere della Sera”)

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CURIA, IL NUOVO STILE FRUGALE DEL PONTEFICE ANNUNCIA GIA’ LA RIFORMA: I CAPIDICASTERO POTREBBERO CAMBIARE PRESTO

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO CHE PAPA FRANCESCO NON USA LE BERLINE DI RAPPRESENTANZA, MOLTI CARDINALI E ALTI FUNZIONARI “COSTRETTI” A PRENDERE IL TAXI

Cosa aspettarsi da un Papa che continua a fare la fila al self service per la prima colazione nella Casa Santa Marta e si siede dove trova posto?
Tutti lo osservano in Vaticano, si interrogano e vivono «sospesi».
«Il Santo Padre Francesco ha espresso la volontà  che i capi e i membri dei dicasteri della Curia romana, come pure i segretari, nonchè il presidente della Pontificia Commissione dello Stato della Città  del Vaticano, proseguano, provvisoriamente, nei rispettivi incarichi donec aliter provideatur».
Arriva nel primo pomeriggio di ieri l’attesa conferma per i capi dei dicasteri della Curia romana, «sospesi» dal momento dell’elezione di Francesco.
Il Papa per il momento lascia ognuno al suo posto perchè, precisa il comunicato vaticano, «il Santo Padre desidera riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva».
Tutti confermati, dunque, ma nessuno confermato davvero.
I capi dicastero, i cardinali delle congregazioni e gli arcivescovi presidenti dei pontifici consigli restano al loro posto, ma solo per il momento, «finchè non si provveda altrimenti».
Curiosamente, il comunicato menziona anche i segretari, cioè i numeri due dei dicasteri, che non decadono come i numeri uno nel momento in cui la Sede Apostolica diventa vacante e dunque non avrebbero bisogno di riconferma.
L’averli citati sta forse a significare che se tutti devono continuare a svolgere il loro servizio, nessuno può dare per scontato di conservare il posto occupato in questo momento.
La nota vaticana non menziona esplicitamente il segretario di Stato Tarcisio Bertone, che due giorni fa il Papa aveva salutato pubblicamente nella Sala Clementina ricordandone soltanto il ruolo di camerlengo.
Ma la Segreteria di Stato è il primo dei dicasteri vaticani e dunque la conferma momentanea riguarda anche il settantottenne porporato del Canavese, dal 2006 a capo della diplomazia vaticana e della cabina di regia della macchina curiale.
Il cambio del segretario di Stato, quasi settantanovenne, viene considerato come quello prevedibilmente più rapido, mentre altri cambiamenti potrebbero avvenire nei prossimi mesi.
Della riforma della Curia ha parlato ieri il cardinale brasiliano Claudio Hummes, amico del Papa, seduto vicino a lui durante il conclave e apparso al suo fianco sulla Loggia centrale di San Pietro.
Il porporato, intervistato dal quotidiano «Avvenire», ha detto: «Il tema della Curia romana è stato molto discusso da noi cardinali nel corso delle congregazioni generali. Moltissimi attendono una riforma della Curia e sono abbastanza certo che Francesco la farà , e la farà  alla luce della Parola, dell’essenzialità , della semplicità  e dell’umiltà  richiesta dal Vangelo. Sempre nella scia del santo da cui ha preso il nome».
Il Poverello di Assisi, ha aggiunto Hummes, «aveva un grande amore per la Chiesa gerarchica, per il Papa; voleva che i suoi frati fossero cattolici e ubbidissero al “Signor Papa”, come diceva lui».
Intanto, in attesa di possibili future riforme, nella Curia romana e in chi gravita in Vaticano si è innescata l’«autoriforma».
Il Papa non usa l’ammiraglia di un autoparco con berline di lusso?
Diversi di coloro che erano abituati ad usarle cominciano a chiedersi come possono continuare a farlo.
Alcuni uomini collegati alle istituzioni finanziarie vaticane vivono come sospesi: «Il nuovo Papa non è italiano, non è europeo, non conosce gli equilibri… L’Italia potrebbe diventare un Paese come un altro».
Una preoccupazione particolare serpeggia nel Torrione di Nicolò V, la sede dello Ior, l’Istituto per le Opere di Religione.
Si sono spesi centinaia di migliaia di euro soltanto per fare una ricerca di mercato e individuare il presidente della «banca vaticana».
E chi è abituato a usare grandi macchine di rappresentanza dell’autoparco vaticano per farsi venire a prendere o riaccompagnare comincia a pensare sia molto meglio prendere il taxi. Meglio non rischiare.
Il Papa abituato a usare il pullmino con i «fratelli cardinali» e a regolare di persona il conto in sospeso dell’albergo, potrebbe affacciarsi alla finestra e vedere che attorno a lui c’è chi non ha capito l’antifona e non ne segue l’esempio.
E l’«autoriforma» potrebbe non riguardare soltanto la Santa Sede, il Vaticano, lo stile della Curia, ma estendersi anche nelle diocesi.

Andrea Tornielli
(da “La Stampa”)

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LO STATO PAGHERA’ ALLE IMPRESE SOLO 3 MILIONI SU 70 MILIARDI

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

I VETI INCROCIATI TRA GOVERNO, BANCHE E CONSIP SVELANO IL BLUFF, LE FALSE PROMESSE E I RITARDI NELLE PROCEDURE

«Se ne occuperà  il prossimo governo». Ormai anche il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, getta la spugna sul pagamento dei 70 miliardi di euro di crediti vantati dalle imprese fornitrici della pubblica amministrazione (senza dire che i debiti delle amministrazioni locali sono prossimi ai 140 miliardi).
Proprio il ministro che un anno fa, al convegno Ambrosetti di Cernobbio, di fronte al pressing della Confindustria e di artigiani e commercianti, annunciò un intervento risolutivo del governo Monti, quello che poi si tradusse nel meccanismo della certificazione dei crediti.
Al gennaio scorso il bilancio di quella operazione parla chiaro: 1.227 amministrazioni abilitate all’utilizzo della piattaforma di certificazione (oltre 900 sono Comuni del Centro Nord, solo 70 sono enti del servizio sanitario); 71 certificazioni rilasciate per circa 3 milioni di euro su 467 istanze presentate dalle imprese, per circa 45 milioni di euro.
DECRETI E RITARDI
«Una goccia nel mare dei 70 miliardi» ammette lo stesso Passera. Che però non ci sta a portare da solo la croce del fallimento dell’operazione, essendo stato peraltro a lungo sostenitore di un’altra modalità  di pagamento dei debiti, quella attraverso l’emissione di titoli di Stato, bocciata dal ministero dell’Economia.
Ed è sempre il Mef, a ben guardare, che ha predisposto la parte più importante della macchina per la certificazione dei crediti: i decreti.
«Saranno pronti entro pochi giorni» diceva il ministro Vittorio Grilli il 13 maggio scorso.
Ma è il 2 luglio quando vengono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale numero 152.
Le norme illustrano le modalità  di certificazione del credito da parte delle imprese e la compensazione dei crediti «certi, liquidi ed esigibili» con i debiti di natura fiscale iscritti a ruolo.
Nel frattempo l’Abi (l’associazione delle banche) si è seduta a un tavolo con le imprese e le cooperative dando finalmente disponibilità  a mettere a disposizione 10 miliardi di euro per consentire alle imprese di avere un anticipo immediato sui crediti.
CERTIFICAZIONI
Ma purtroppo non basta neanche questo a sbloccare la situazione: a ottobre scorso infatti mancava ancora il regolamento del Fondo di garanzia.
Quanto alla piattaforma, che doveva essere predisposta dalla Consip, è il 20 ottobre quando viene resa disponibile per l’accreditamento delle pubbliche amministrazioni e il 28 novembre, quando le imprese possono fare altrettanto. E manca sempre l’interfaccia tra la piattaforma e le banche..
Intervistato dal Corriere domenica scorsa il presidente dell’Anci, Graziano Delrio, ha lanciato accuse precise circa le lungaggini dell’operazione-certificazione dei crediti. «I ritardi della messa in opera del meccanismo hanno un nome e cognome – ha detto -: è la Consip che ha fornito solo adesso le modalità  per la certificazione. Per non parlare delle banche che fanno molte difficoltà  a anticipare il pagamento se il debito non è tracciabile».
UN ANNO DI ATTESA
Ma l’Abi non ci sta e accusa la Consip di aver inviato solo il 20 febbraio al consorzio Cbi, che lavora per le banche all’interfaccia, «le informazioni essenziali» per portare a termine il necessario collegamento.
La Consip respinge a sua volta l’addebito: «Non può esserci imputato alcun ritardo dal momento che il collegamento tra la piattaforma per la certificazione e il sistema
Cbi è stato collaudato a partire dal 29 novembre, in base alla tempistica concordata con il ministero dell’Economia».
Quanto al passaggio dalla fase di collaudo all’operatività  della connessione piattaforma, «è avvenuto il 2 febbraio 2013, in quanto il certificato digitale di sicurezza necessario per il collegamento, richiesto da Consip il 23 novembre, è stato rilasciato dalla Cbi il 23 gennaio».
Insomma per Consip è il consorzio che lavora per le banche che deve ancora chiudere il cerchio «portando a termine le azioni necessarie» per avviare la piattaforma.
Nel frattempo è passato un anno, e quelle 71 aziende che a gennaio hanno ottenuto la certificazione dei crediti stanno ancora aspettando…

Antonella Baccaro
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A LAURA BOLDRINI: “LA CAMERA DEVE DIVENTARE LA CASA DELLA “BUONA POLITICA”

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

LA NEOPRESIDENTE: “ADESSO CI FACCIANO LAVORARE”

Laura Boldrini, 52 anni, è la nuova presidente della Camera, la terza donna dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, ad avere l’onore dello scranno più alto.
Una improvvisa investitura, quasi il primo atto costitutivo di un nuovo centrosinistra: «Laura, tocca a te».
Lei racconta con ironia ed emozione: «Non me l’aspettavo. Mi è sembrato di vivere la vicenda di un’altra persona, qualcosa altro da me. Sono contenta della fiducia che ho visto negli occhi degli altri ma sento tutto il peso della responsabilità . Non c’è tempo da perdere. Ora ci devono far lavorare. Abbiamo la facoltà  di invertire la rotta».
Giorno di emozioni, di bella politica, un discorso preparato al volo che parla dei diritti degli ultimi, delle battaglie che l’ex portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha sempre fatto.
La sua promessa è un manifesto che parla anche ai grillini, già  incontrati ieri, su loro richiesta, a Montecitorio, dopo la prima uscita pubblica in via Fani, omaggio a Moro e agli uomini della sua scorta.
Presidente Boldrini: comincia ad abituarsi ad essere chiamata così?
«Confesso l’emozione. E’ successo tutto così in fretta. La mattina non sapevo ancora niente. Sono arrivata come un soldatino a Montecitorio per una riunione che Sel aveva convocato alle sette e mezzo del mattino prima dell’incontro di coalizione. Franceschini mi ha visto e mi ha fatto una battuta: “Vedrai, ci sarà  una sorpresa”. Mai più pensavo a me. Mi son detta: “Bello, chissà  che nome hanno trovato”».
Il nome era il suo.
«Quando l’ho capito ho vissuto sentimenti contrastanti: lusingata dalla stima e nello stesso tempo consapevole della serietà  dell’impegno preso. Io ho accettato di candidarmi per un progetto nuovo di società , perchè ero indignata della politica, degli scandali, della lontananza delle istituzioni dai problemi reali della gente. Vendola mi ha chiamato e ho deciso che era arrivato il momento di prendermi delle responsabilità . Non si può sempre rimanere estranei ai processi di cambiamento. Vendola mi ha chiesto di lavorare in Parlamento quando ero ad Atene, in un Centro medico, in mezzo a ragazzi picchiati perchè neri, a greci senza soldi che ormai si fanno curare dalle strutture sanitarie per stranieri perchè non hanno più soldi. Ho visto tanta sofferenza sociale nel cuore di un Paese cui la nostra cultura deve molto. E ho deciso che anche qui, in Italia, non era giusto stare a guardare. Ho mandato mia figlia a studiare all’estero per darle una chance in più. Anche il mio compagno è all’estero. La mia famiglia è fuori dal Paese. Io dico che i nostri figli devono crescere e studiare qui ed avere un futuro in Italia».
A proposito di sua figlia Anastasia, come l’ha presa?
«Ha 18 anni. Vive a Londra. Quando l’ho chiamata ancora dormiva. Le ho detto: “Sarò presidente della Camera”. Lei non capiva, era esterrefatta. Ho tradotto: Speaker, speaker, sarò la speaker…».
Niente cambio d’abito.
«E quando mai, tenuta d’ufficio, giacca e pantaloni neri, quelli che indossavo. Mi hanno detto: vai a cambiarti. Ma tanto non avevo niente di diverso a casa».
E poi la stesura del discorso. Un omaggio ai giovani, ai disoccupati, ai piccoli imprenditori strangolati dalla crisi, ai carcerati, alle donne umiliate, «ad una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà ».
«I temi della mia campagna elettorale, della mia battaglia. Devo dare atto a Sel che non ha interferito in alcun modo nelle cose che volevo dire. C’è chi mi ha fatto notare che non ho evocato le parole sviluppo e crescita. Ma erano insite in ciò che ho detto. Ho parlato di diritti ma non c’è sviluppo senza diritti, non c’è ricchezza senza diritti. Prima i diritti poi lo sviluppo».
Un discorso di 20 minuti, 22 interruzioni per gli applausi.
«E’ stata una giornata bellissima. Bellissima per il Paese. Ho ricevuto la telefonata di Napolitano, centinaia di messaggi, biglietti di auguri e nel pomeriggio ho tifato per Piero Grasso».
Potrebbe essere un’esperienza breve. L’avvio del governo è una sfida.
«Io dico che non possiamo permetterci di non rispondere ai bisogni delle persone, non possiamo non dare una risposta chiara. Se vogliamo che cambi la percezione che il Paese ha della politica e delle istituzioni dobbiamo andare avanti».
Quindi al più presto un governo.
«Quindi al più presto la risposta alla sofferenza del Paese. Abbiamo la facoltà  di invertire la rotta. Ci devono far lavorare. Questa Camera sarà  la casa della buona politica».
Si sarà  accorta delle freddezza in aula del Pdl.
«So che qualcuno ha definito il mio discorso ideologico, terzomondista e pauperista. Se pauperista vuol dire essere sobria e rigorosa io lo sono sempre stata e ne vado fiera».

Alessandra Longo
(da “la Repubblica“)

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INTERVISTA A PIERO GRASSO: “IL DISAGIO DELLA GENTE VA CAPITO, MI OCCUPERO’ ANCHE DI GIUSTIZIA”

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

IL NEO PRESIDENTE DEL SENATO: “IL M5S? CON LORO TANTE AFFINITA'”

La telefonata più importante? «Quella con Napolitano a cui ho detto “Sono pronto a cominciare questo cammino”».
Come confessa la moglie Mariella, mentre attende al Senato l’esito del ballottaggio, «stamattina ci siamo svegliati in un modo e adesso la nostra vita sta diventando un’altra». Nella quale però domina l’assoluta normalità , tant’è che Grasso – ufficialmente di nome Pietro, ma Piero per gli amici – mangia in piedi alla buvette del Senato mozzarella e prosciutto e dice subito «guardate che ho pagato io».
A sera cena in famiglia con il figlio Maurilio, funzionario della squadra mobile all’Aquila, che torna apposta per stare con lui e la madre.
Di mezzo ci sono 16 applausi in aula durante il suo discorso di insediamento, quando cita la costituente Teresa Mattei, quando definisce la nostra Costituzione «la più bella del mondo», quando ricorda il sacrificio di Moro.
L’altro ieri procuratore nazionale antimafia, ieri senatore, adesso presidente del Senato. La sua voce ha avuto sfumatura incrinate dalla commozione quando ha parlato in aula. Cosa prova adesso?
«Devo confessare che il momento davvero più emozionante e commovente l’ho vissuto quando sono uscito dal Senato e ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti un mare di folla che mi ha applaudito e ha gridato “siamo con te, forza, questo Paese può migliorare”».
Nei giorni scorsi, quando Repubblica ha scritto che lei poteva diventare presidente del Senato, lei però alzava le spalle…
«Ero incredulo, certo. Lo sono stato fino a quando non mi ha chiamato Bersani. Erano le otto. Mi ha detto “ti propongo di fare il presidente del Senato”. Gli ho risposto “aspetta un attimo perchè devo sedermi”».
Cos’ha provato durante la votazione?
«Io ero quasi incredulo per quello che stava avvenendo. Il ballottaggio è stato emozionante. In una sfida così può avvenire di tutto, ma poi mi sono reso conto che ce l’avrei fatta».
Nel suo discorso lei ha citato Antonino Caponnetto, l’ex capo dell’ufficio istruzione di Palermo quando c’era Falcone, e quella frase che le disse all’inizio del maxi-processo «fatti forza ragazzo, vai avanti a schiena diritta e testa alta seguendo la voce della tua coscienza». Sarà  possibile farlo anche adesso?
«Ho lasciato il mio lavoro di magistrato, che ho amato profondamente, per spostarmiin politica con l’obiettivo di fornire la mia competenza tecnica sulla giustizia. Tant’è che, nel giorno stesso in cui si è insediato il nuovo Parlamento, ho tenuto a depositare subito la mia proposta di legge sull’anti-corruzione. Autoriciclaggio, voto di scambio politico- mafioso, falso in bilancio punito severamente, marcia indietro sulla concussione. Da quando sono stato eletto ho lavorato solo su quello perchè volevo dare subito un concreto segnale di cambiamento, dimostrando che dalle parole di Bersani si poteva passare subito ai fatti».
E adesso che succede? Cambierà  tutto? La giustizia passerà  in secondo piano?
«Nient’affatto. Tant’è che ho subito proposto di fare la commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte».
Non ci sono state gelosie nel suo partito per questo incarico?
«Assolutamente no. Nell’assemblea del gruppo le parole di Bersani sono state accolte da un’acclamazione. Ho ricevuto strette di mano e abbracci. Anna Finocchiaro mi ha detto subito di essere disponibile a darmi una mano e mi ha incoraggiato ad affrontare questo impegno con entusiasmo».
E Berlusconi in aula quando si è avvicinato a fine votazione che le ha detto?
«È venuto a complimentarsi. Ho ribadito che sarò il presidente di tutti e lui ha aggiunto che condivideva molte cose del mio intervento».
Ha già  avuto un primo contatti con i senatori grillini?
«Fino al momento della mia elezione non ho avuto alcun avvicinamento con loro. Poi, dopo essere stato eletto, ho parlato con Crimi che si è congratulato con me. Gli ho detto che c’è molto da fare e che ci sono anche molti temi in comune che possiamo affrontare. Siamo tutti e due palermitani e veniamo entrambi dal mondo della giustizia. Le condizioni per una possibile affinità  ci sono e i punti su cui poter lavorare pure, quelli che ho citato nel mio discorso, la trasparenza, la necessità  di diminuire i costi per una nuova politica, l’obiettivo di trasformare il Senato in un casa di vetro, i diritti che non devono diventare mai privilegi».
Progetti di lungo respiro, ma lei non fa i conti con una legislatura che potrebbe essere brevissima?
«C’è molto da fare certo, ma io lavorerò come se questa legislatura dovesse essere piena. I cittadini che hanno votato hanno espresso un disagio che va recepito e deve trovare una risposta. Adesso è importante che il Parlamento cominci subito a lavorare e che si faccia il governo».
Ha un segreto da rivelarci?
«Ho portato con me, nel taschino della giacca, l’accendino che fu di Falcone».

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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I CINQUESTELLE SU INTERNET: “SE NON SAPETE DECIDERE ANDATE A CASA

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

SUI SOCIAL NETWORK PREVALE LA RIVOLTA CONTRO LE INDICAZIONI DALL’ALTO E LA MANCATA DIRETTA STREAMING

È una ribellione a colpi di tweet e di commenti su Facebook quella che si è consumata ieri all’interno del Movimento 5 Stelle, prima dell’elezione del presidente del Senato.
«Se non sappiamo scegliere tra Grasso e Schifani è davvero la fine. Addio movimento…», scrive Roberto P.
In poche ore, tra la votazione della Camera e quella del Senato, su Internet scoppia la polemica: su Twitter e Facebook sono migliaia i messaggi.
Un diluvio.
Attaccano prima i dubbi su chi scegliere, e poi la decisione del partito di votare scheda bianca per la presidenza del Senato.
Tra l’ex procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso, candidato del Pd, e Renato Schifani, del Pdl, non ci possono essere dubbi. Deve vincere il primo, mentre il presidente del Senato uscente «sarebbe il segno di una continuità  col passato».
Ai grillini non piacciono le parole di Vito Crimi, capogruppo al Senato che, al termine dell’assemblea del M5S, chiude alla possibilità  di appoggiare Grasso con poche parole: «Non faremo la stampella a nessuno».
In rete si diffonde subito il malumore. «Tanto per ricordarlo, Schifani è quello che firmò il “lodo” che dava una incostituzionale immunità  totale al suo padrone Berlusconi. Grasso è stato un magistrato in prima linea contro la mafia. Votare Grasso non significa allearsi con il Pd», scrive Nicola Rindi, di Prato proprio sul blog di Beppe Grillo.
Da Napoli Giuseppe invita il leader Grillo a «mandare un sms ai nostri ragazzi».
E attacca: «Per favore, Schifani non può tornare alla presidenza del Senato. Primum vivere». Emma, del M5S di Bari, saluta come «una grande e bellissima vittoria, e non del Pd o di Sel, l’elezione di Laura Boldrini alla Camera. Adesso, al Senato, per favore è certamente meglio Grasso, che non vincola a niente».
La maggior parte degli interventi sui social network seguono questa stessa linea.
Su Twitter Walter Rizzetto commenta: «A me personalmente il discorso della Boldrini alla Camera è piaciuto, emozione forte».
Non si fermano le critiche contro la decisione del partito di votare scheda bianca. «Vito Crimi e Movimento 5 Stelle state con chi ha fatto il lodo per immunità  di Belusconi o con chi ha combattuto la mafia », scrive su Twitter Gianna Cecchi.
Poco prima un altro appello a favore di Grasso. «Il ballottaggio implica una scelta tra due candidati: se uno dei due non è del movimento i voti possono convergere su uno dei due candidati. Nel qual caso mi sembra evidente che la scelta cadrebbe su Grasso», scrive su Twitter, Paolo Becchi, professore ordinario di Filosofia del diritto nella facoltà  di Giurisprudenza dell’università  di Genova, molto vicino a Grillo.
L’attacco alla decisione del M5S diventa addirittura un hashtag, #M5SpiùL, un modo per fare quasi il verso al modo con cui Grillo chiama il Pd, PdmenoL.
Critiche che arrivano anche da persone che non fanno parte del movimento.
Per Fabio Franchi «se i grillini non sono capaci manco di scegliere tra Grasso e Schifani, l’apriscatole dovrebbero usarlo per la capoccia ».
«Uno è l’ex procuratore nazionale antimafia, l’altro accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Scelta difficile, Beppe», scrive Umberto Romano.
«Non sapete scegliere tra un pm anti mafia e un indagato per mafia», incalza Andrea Ronconi. Per Gianna Cecchi se il M5S appoggia Berlusconi è la fine: «Siete finiti».
«M5S voteranno Grasso grazie a grillini siculi che hanno detto che non potrebbero rientrare in Sicilia se Schifani venisse eletto», commenta Daniele Decina.
Su Twitter Baron Samedi aggiunge: «Giustamente la scelta è difficile: meglio un mafioso o un procuratore anti-mafia?»
E ancora per Giovanni Messina: «Il M5S che vota Grasso è un segno di maturità . Così dovete essere: l’ago della bilancia. Siate costruttivi. Potrete fare grandi cose».
C’è tensione anche per la mancanza di diretta streaming della loro riunione per decidere l’atteggiamento da tenere al ballottaggio per la scelta del presidente del Senato: «Quando le cose diventano difficili — twittano in molti — le porte si chiudono ».
E qualcuno conclude: «Oggi al Senato i grillini ci mostreranno il lato oscuro delle stelle».

Valeria Pini
(da “La Repubblica”)

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LACRIME, URLA E VOTI: LA RIVOLTA DEI GRILLINI SICILIANI DIVIDE IL MOVIMENTO

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

TRA PAURA DI FAR VINCERE SCHIFANI E FEDELTA’ ALLA LINEA…I SENATORI GRILLINI SI SPACCANO E UNA DECINA SCEGLIE IL MENO PEGGIO

“Io un mafioso presidente del Senato non lo votooooo! ”. La voce di donna tuona dietro la porta della commissione Industria, terzo piano di palazzo Madama.
I 54 senatori Cinque Stelle, da quasi due ore sono chiusi lì dentro, a scannarsi su chi votare al ballottaggio tra Pietro Grasso e Renato Schifani.
Vorrebbero restare fuori dai giochi, ma il Pd non ha i numeri e senza di loro, rischia di vincere il candidato del Pdl.
I montiani sono riuniti pochi metri più in là , bisognerebbe capire che fanno: ma il rischio, nel segreto dell’urna, si corre lo stesso.
A dare battaglia sono i sei siciliani, capitanati da Mario Giarrusso.
Sono loro a spiegare ai colleghi che non si scherza, che se viene rieletto Schifani quando tornano a casa gli fanno “un mazzo così”.
Urlano, piangono, battono i pugni sul tavolo, per quattro volte partono gli applausi, sui computer si controlla cosa dice la base.
Nessuna risposta nemmeno dalla Rete: “È spaccata a metà ”.
Qualcuno se la prende con Casaleggio: se ci fosse la piattaforma, potremmo chiedere agli attivisti cosa fare.
Altri si lamentano perchè Grillo li ha buttati in acqua, “come bambini che non sanno nuotare” (ieri, nessun post, solo un commento sul nuovo papa e le “affinità  tra il francescanesimo e il M5S”).
Arriva un messaggio di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo. Li implora di votare Grasso.
Di nuovo lacrime, di nuovo urla.
Dentro ci sono le telecamere della tv danese alle prese con un documentario sul Movimento.
I cronisti italiani sono fuori, ma sentono tutto.
Due minuti prima delle 16, esce un collaboratore: “Scusate, siamo alle battute finali, dovreste spostarvi”.
Troppo tardi. “Mario sei scorretto! – grida un’altra donna rivolgendosi a Giarrusso – Io non mi voglio assumere la responsabilità  di votare nè quello del Pd nè quello del Pdl”. Vito Crimi, il capogruppo, cerca di riportare la calma: “Potete stare zitti? Vogliamo votare? ”.
Raccontano che anche lui, siciliano trapiantato a Brescia, sia dilaniato dai dubbi.
Ma non può spaccare il gruppo al secondo giorno di legislatura. Alla fine non votano. Non si vogliono contare.
Il toscano Maurizio Romani esce piuttosto provato.
Recita il solito mantra: “Uno vale uno”. E mai come questa volta è vero.
Il gruppo ha deciso: libertà  di coscienza. Ma non si può ammettere davanti ai giornalisti.
I siciliani lo scrivono su Face-book, Crimi dichiara che il gruppo “ritiene di non modificare le proprie intenzioni di voto”.
Scheda bianca, nulla, astensione? Non risponde e così permette a chi non se la sente “di vedere rieletta una persona come Schifani” di muoversi liberamente nella nebbia del voto segreto.
Alla fine sono una decina i Cinque Stelle che scrivono il nome di Grasso sulla scheda. Ai 6 siciliani (Giarrusso, Campanella, Santangelo, Catalfo, Bocchino e Bertorotta) si aggiungono il napoletano Bartolomeo Pepe, il calabrese Maurizio Molinari, il pugliese Maurizio Buccarella, forse anche Luis Alberto Orellana.
Per inquadrarli basta osservare il momento della proclamazione di Grasso presidente. Quando si annuncia il risultato, i Cinque Stelle non applaudono.
I siciliani sembrano statue di cera. I piemontesi Carlo Martelli e Alberto Airola li osservano: Martelli li indica e scuote la testa.
Intanto Schifani è andato a stringere la mano a Grasso: parte un secondo applauso.
I siciliani si alzano, guardano verso i banchi di dietro. Niente, gli altri sono tutti seduti. Terzo applauso, la proclamazione.
Giarrusso si alza, fa cenno ai compagni. Stavolta sono tutti in piedi, ma non applaude nessuno.
Quando Grasso comincia a parlare, Giarrusso si arrende, batte la mani.
Lo fanno in una decina. Lui si gira verso la pugliese Barbara Lezzi, allarga le braccia come a dire “su, dai”.
Lei resta immobile.
È la prima immagine del movimento, messe a nudo dalla mossa del Pd.
I Cinque Stelle dicono che per loro è già  una vittoria, che senza i grillini in Parlamento, Laura Boldrini e Pietro Grasso non sarebbero mai arrivati dove sono.
Ma lo smacco è evidente: quando hanno letto i nomi dei candidati del Pd, ieri mattina, sono rimasti tutti di sasso.
Delusi perchè su questi nomi un dialogo si poteva intavolare; arrabbiati perchè alla fine la Camera anzichè a loro, che hanno il 25 per cento, è andata a Sel che ha poco più del 3; risentiti perchè il Pd per la prima volta li ha messi con le spalle al muro. “Vogliono farci sbilanciare – spiega il deputato Andrea Cecconi – Ma per noi sarebbe il suicidio”.
Il rischio di restare in piccionaia, però, non è da meno.
Adesso la partita è per i questori, le presidenze delle commissioni, magari il Copasir. Ieri, una delegazione di deputati ha già  posto il problema alla presidente Boldrini: vorrebbero due vicepresidenti, un questore (Carla Ruocco e Laura Castelli in pole position) e un segretario.
“Ci spettano come primo partito – dicono – Ma è una prassi che non è scritta in nessun regolamento”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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