Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile
L’ELEZIONE DELL’ARGENTINO BERGOGLIO AFFONDA LA VECCHIA POLITICA VATICANA
Umano come Michel Piccoli, tranquillo come un missionario, un contemporaneo tra contemporanei, Jorge Bergoglio, il Papa di Buenos Aires, si affaccia su Roma e il mondo, chiedendo ai fedeli di benedirlo prima di benedire a sua volta gli “uomini di buona volontà ”.
E assumendo un nome, che per l’universo cattolico — e ben oltre — ha il significato di un rapporto gioioso, semplice, intenso con l’umanità , la natura e la storia: Francesco. Il nuovo pontefice, che inizia la sua missione con un buona sera, non demonizza gli “ismi” della modernità , ma propone un “cammino di fratellanza, amore e fiducia tra noi”.
Spiega che Roma presiede “nella carità ” tutte le Chiese del mondo cattolico.
E per due volte ha sottolineato dalla Loggia delle Benedizioni il legame tra vescovo e popolo.
Solo quattro votazioni sono bastate per portare la Chiesa a voltare totalmente pagina, spazzando dall’agenda ogni pauroso attaccamento al passato.
Il colpo di teatro, andato in scena nella serata di ieri dinanzi a una folla coinvolta nel rito ancestrale di una rinascita, costituisce un No secco al ritorno di un pontefice italiano, una fuoriuscita dall’orizzonte europeo in cui Benedetto XVI aveva concentrato le sue preoccupazioni, un rifiuto evidente di uomini di Curia o legati agli equilibri curiali.
Sono caduti come birilli i candidati cosiddetti forti, già inseriti in un guscio di potere ecclesiastico. Scola, Scherer, Ouellet.
La storia ci racconterà quanto abbia pesato nel referendum anti-Scola la baldanza dei sostenitori (esilarante il telegramma di auguri della Cei indirizzato ieri per sbaglio ad Angelo Scola “successore di Pietro”) e il suo silenzio pluriennale sull’alleanza tra Vaticano, Cei e Berlusconi, alleanza risultata sempre incomprensibile agli uomini di Chiesa all’estero.
Quanto abbia alienato simpatie a Scherer la difesa d’ufficio della Curia bertoniana nel giorno, in cui i porporati hanno perso la pazienza sulle mezze verità diffuse sull’opaco Ior.
Quanto abbia frenato i consensi per Ouellet il suo appartenere alla Curia selezionata da Ratzinger e il suo far parte (insieme a Scola) di quel vivaio teologico-ideologico, costituitosi intorno alla rivista Communio prediletta e ispirata da Ratzinger e De Lubac per fare barriera contro i supposti eccessi dei riformatori animati dal concilio Vaticano II.
Con l’elezione di Bergoglio, primo papa gesuita della storia, affondano una dottrina di politica vaticana e una scuola teologica.
Essenziale — nello sgombrare il campo dal referendum su Scola e nel mettere da parte gli altri illustri duellanti — dev’essere stata in conclave la rapida convergenza realizzatasi tra il gruppo cardinalizio statunitense guidato dall’arcivescovo di New York Dolan, le teste pensanti dell’area francese capitanata dal cardinale di Parigi Vingt-Trois, i silenziosi riformatori schierati intorno alle posizioni del cardinale Schoenborn, la maggioranza degli indecisi del Terzo Mondo, molto attenti però alle parole del nigeriano Onayekan sulla “non-essenzialità di una banca per la missione del successore di Pietro”.
Ha vinto la voglia enorme di aria nuova, che aleggiava nel corso delle assemblee plenarie dei cardinali durante le quali emergeva come nota costante l’esigenza di un “messaggio positivo” da portare al mondo e la volontà di instaurare un rapporto nuovo tra Santa Sede ed episcopati, aprendo un processo che porti a concretizzare quel principio di collegialità sancito dal Concilio per sottolineare che la Chiesa universale non la guida un monarca solitario.
D’altronde già il Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2012 aveva segnalato che sotto la pelle di una struttura ecclesiastica, formalmente suddita della visione di Benedetto XVI e di un generale conformismo, stava crescendo l’anelito per una Chiesa, che riprendesse a camminare in avanti.
Anche attraverso una rigenerazione dopo tanti scandali sessuali e finanziari.
Si sentirono in quella occasione voci nuove e pressanti affinchè la Chiesa facesse un “esame di coscienza sul modo di vivere la fede”, si rivolgesse alla cultura contemporanea con un “dialogo senza arroganza (e) non in termini di aggressione ideologica”, e avesse il coraggio di indagare su “ombre o fallimenti ai quali bisogna porre fine”.
I semi di allora sono fioriti il 13 marzo 2013.
Con l’elezione di papa Francesco l’America latina irrompe al vertice di Santa Romana Chiesa. Dal continente europeo il testimone passa al Nuovo Mondo.
In prima fila sono proiettati i fedeli e le esperienze di aree, che raggruppano la metà dei cattolici dl pianeta e che rappresentano anche un terzo dei cattolici degli Stati Uniti.
Il nome scelto da papa Bergoglio è simbolo di una speranza, profondamente radicata nelle masse diseredate del Terzo Mondo.
Quando Giovanni Paolo II arrivò in Brasile nel 1980, il dittatore Videla gli “attrezzò” per una visita la favela Vidigal di Rio.
Spuntarono fognature, cabine telefoniche e una chiesa nuova di zecca.
Avrebbe dovuto intitolarsi naturalmente a san Stanislao.
I fedeli del quartiere scelsero a maggioranza schiacciante: san Francesco.
Vincono con l’elezione di Bergoglio i porporati lungimiranti, che nell’episcopato mondiale, ma anche nei settori della Curia rimasti fedeli alla lezione di PaoloVI, si sono battuti per proseguire la strategia dell’internazionalizzazione del papato.
Dopo l’Italia, l’Europa dell’Est e dell’Ovest, è arrivato il momento dell’America latina e il papato concretizza così ancor più la sua dimensione universale nell’era globale.
Va detto peraltro che la rapidità e la genialità della scelta rivela che i vertici della Chiesa cattolica — quel “Senato” cardinalizio, erede della romanità — mostrano tuttora una capacità di governo e di “visione”, che molti organismi secolari non hanno (a cominciare dall’Italia) e sono stati in grado reagire alla crisi violenta delle dimissioni di Benedetto XVI con un salto verso il futuro.
A sua volta papa Ratzinger, uscendo di scena, ha mostrato di avere intuito lucidamente che una fortissimascossa era necessaria per salvare la Chiesa dalla palude in cui era scivolata e che la tempesta di Vatileaks aveva reso lampante.
Costituisce una lezione della storia — e un segno dello stato d’animo profondo e nascosto del corpo episcopale — il fatto che sia stato portato al trono papale l’uomo che nel 2005 aveva convogliato su di sè i quaranta voti della minoranza riformatrice, ispirata al cardinale Martini e contrapposta alla candidatura di Joseph Ratzinger. L’elezione di papa Francesco mette tra parentesi l’e-sperimento ideologico ratzingeriano, basato sulla salvaguardia ossessiva di identità , tradizione e sospetto nei confronti del riformismo conciliare.
Bergoglio non è un progressista, anzi negli anni Settanta fu in conflitto con i suoi confratelli più legati alla teologia della liberazione.
Ma è un moderato nel senso positivo del termine. Un uomo di equilibrio, sereno, che insiste sulla parola “cammino”, pronto — sembra — a favorire un’evoluzione della Chiesa.
“Sono emozionato, mi piace perchè è vero”, ha esclamato a caldo un fedele in piazza San Pietro.
Alla fine ha vinto quel cardinale che aveva predetto o auspicato: “Un papa extra-europeo, fuori dalle cordate di Curia, un uomo di centro, ragionevole e aperto, che non si chiuda in un monologo”.
Da qui si può ripartire.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile
I MILITANTI CONTESTANO GLI ELETTI: “POCA TRASPARENZA NEI CRITERI DI GESTIONE DEI FONDI”
E’ ormai per loro una consuetudine, ostentata in un Palazzo che con fatica sposa la linea
dell’austerity.
I quindici deputati grillini, anche a febbraio, hanno rinunciato a buona parte dello stipendio.
Hanno trattenuto, come nei due mesi precedenti, 2.500 euro cui però vanno aggiunte le somme ritenute necessarie per affrontare le spese (vitto, alloggio e trasporti soprattutto).
Un “sacrificio”, quello degli esponenti di “5 stelle”, che ha prodotto un accantonamento complessivo di 76.673 euro.
Soldi congelati nel conto generale dell’Ars in attesa dell’istituzione del fondo per le microimprese previsto nel disegno di legge della finanziaria.
Per le microimprese, finora, sono stati messi da parte quasi 280 mila euro.
“A fine anno – commenta il capogruppo del Movimento, Giancarlo Cancelleri – si arriverà a sfiorare quota un milione di euro. E questa somma potrebbe anche essere maggiore, se a questo fondo confluiranno versamenti di altri politici, che finora, purtroppo, devo dirlo con grande amarezza, non sono arrivati”.
Un riferimento non casuale ai “tagli” ai propri emolumenti annunciati ma non praticati da deputati e membri di governo.
Fra cui lo stesso presidente Crocetta.
Un’iniziativa senza precedenti, quella di “5 stelle”.
Ma il meccanismo messo a punto dai grillini del-l’Ars, quello che prevede la trattenuta di una somma pari alle spese sostenute, provoca nette differenze, fra un deputato e l’altro, nei redditi effettivi.
E fa discutere, sul blog di “Sicilia 5 stelle”, i simpatizzanti del movimento.
I rimborsi spese più sostanziosi sono quelli documentati dal siracusano Stefano Zito: 2.116 euro.
Zito è seguito dal vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino (1.898).
Cifre lontane da quelle trattenute come rimborso da Claudia La Rocca: solo 609 euro. Varia soprattutto la spesa per il pernottamento: se Zito, per quanto riguarda il mese di febbraio, indica 1.354 euro come spese di alloggio, l’alcamese Valentina Palmeri si ferma a quota 27.
E anche un palermitano come Giorgio Ciaccio (pur fra i più sobri nelle spese) mette a rimborso 500 euro per “affitto casa”.
Pur avendo la residenza nella stessa città dove lavora.
I costi di trasporto vengono calcolati, si precisa, sulla base delle tariffe Aci.
Eppure il bagherese Salvatore Siragusa presenta una nota spese di 858 euro per le spese della benzina.
E se Vanessa Ferreri, originaria di Acate (220 chilometri da Palermo) trattiene 733 euro per le spese di trasporto, Matteo Mangiacavallo da Sciacca (96 chilometri da Palermo) ne trattiene oltre 400 in più.
Giampiero Trizzino, fino a ieri sera, non aveva dato notizia della busta paga percepita e dell’entità della somma restituita.
Ferma restando la bontà dell’operazione “restitution”, i conti non sempre tornano. Cancelleri replica così: “Tutte le spese sono giustificate: nel caso di Zito, ha dovuto dare un congruo anticipo sull’affitto, mentre Siragusa ha viaggiato molto per incontrare i nostri gruppi sparsi sul territorio”.
Di certo, sul blog “Sicilia 5 stelle” non mancano le critiche.
Lux, ad esempio, contesta Venturino perchè a dicembre, a fronte di indennità pari a 11.700 euro, ne ha restituiti solo 4.500.
Il vicepresidente dell’Ars ha risposto sempre sul web, dicendo che ha dovuto anticipare tre mensilità per l’affitto dell’appartamento a Palermo.
E che, per via della carica, “ha dovuto affrontare qualche spesa di rappresentanza in più rispetto ad altri cittadini a 5 stelle”.
Replica che ha suscitato altre critiche.
Davide, Marco, Carmelo gli chiedono di postare tutte le fatture delle spese di rappresentanza: “Ne va della serietà del movimento”, scrive Tony.
Tutti apprezzano il gesto, molti restano perplessi.
Francesco Di Stefano ricorda che “ci sono lavoratori pendolari e altri che devono sostenere spese di affitto, benzina, treno, senza alcun aver diritto ad alcun rimborso”. “Mi sa che pian piano si prenda gusto a trattenere soldi in più: sarebbe più opportuno trattenere 3 mila euro in più al netto di tutte le spese”, scrive Davide.
Il web non perdona.
Neppure chi ne ha fatto un totem.
Emanuele Lauria
(da “La Repubblica”)
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Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile
ALLA FINE BERSANI E’ RIMASTO CON IL CERINO IN MANO TRA CHI CONTESTAVA I SACRIFICI E CHI SI E’ SFILATO IN TEMPO
E venne il giorno in cui si capì per bene che gli operai avevano snobbato il centro-sinistra di Pierluigi Bersani.
Le analisi del voto suddivise per categorie socio-professionali elaborate negli ultimi giorni dall’osservatorio LaPolis (Ilvo Diamanti) e dall’Ipsos vanno, infatti, nella stessa direzione: la coalizione Pd-Sel è al terzo posto nel voto operaio dopo il Movimento 5 Stelle ma anche dopo il Pdl.
Secondo i dati LaPolis Beppe Grillo ha preso addirittura il 40% dei consensi delle tute blu (per Ipsos si sarebbe fermato al 29%), il Pdl il 25,8% (24% per Ipsos) e il centro-sinistra 21,7 (20% secondo Ipsos).
Successo di Grillo a parte si può obiettare che non è la prima volta che il voto degli operai premia il centro-destra.
Esiste un’ampia letteratura sull’abbinata tessera Fiom/scheda Lega e nelle tornate precedenti ogni qual volta Silvio Berlusconi ha prevalso nel risultato finale ha sempre ottenuto buonissime performance anche nelle fabbriche.
In questo caso, però, la sorpresa è più viva perchè il Pdl ha complessivamente perso una valanga di voti rispetto al 2008 e la coalizione Bersani si è caratterizzata nella campagna 2013 con un posizionamento di tipo laburista.
La copertina del settimanale Left – che esce allegato all’Unità – con le effigi di Bersani, Camusso, Fassina, Orfini e la scritta «ecco chi sono quelli che Monti vuole silenziare», se vogliamo, è un piccolo documento del clima politico e della dialettica che si era creata nel periodo dei comizi.
Il rischio per il Pd è, però, che alla fine si sia rivelato un laburismo senza operai, la proposizione di una cultura politica «forte» scissa dalle dinamiche reali.
«Invece di tentare di mettere insieme l’enciclica di Ratzinger e Mario Tronti – commenta lo storico Giuseppe Berta – Fassina avrebbe dovuto fare i conti con la realtà di tutti i giorni. Non è un caso che Vendola a Taranto abbia preso ben poca cosa. La verità è che si sta prospettando un centro-sinistra senza referenti sociali, tenuto su da un salvagente ideologico e dalla mobilitazione civile contro Berlusconi».
Eppure qualcuno aveva avvisato per tempo il gruppo dirigente di Bersani.
Nel giugno del 2011 era stato proprio il Pd a commissionare alla Swg un’indagine «sulla condizione operaia in Italia», i cui risultati sono stati ben presto chiusi in un cassetto.
Cosa diceva la ricerca?
Che le tute blu si consideravano politicamente orfane e sindacalmente fredde e, se a quella data il 31% si riconosceva ancora nel centro-sinistra, la maggioranza relativa degli intervistati (il 42%) prendeva le distanze dalla politica in quanto tale e diceva di non sentirsi rappresentato da nessuno.
Per dirla in breve, era già predisposta a incrociare un’offerta di voto antipolitico come quello del Movimento 5 Stelle.
Commentava allora Roberto Weber: «C’è il pericolo che questo 42% sia l’anticamera di una vasta area di qualunquismo e un bacino di voti per aree politiche che hanno da condividere ben poco con la classe operaia».
Come è andata a finire adesso lo sappiamo.
Sostiene Giuliano Cazzola, ex sindacalista Cgil e candidato nella Lista Monti: «La novità è forte. L’accoppiata Camusso-Vendola attira i voti degli attori, dei registi, del pubblico impiego e dei ceti intellettuali urbani e invece il voto operaio premia quelli che l’Economist chiama i due clown».
Ma la ragione dei consensi a Grillo tra le tute blu, secondo il sociologo Paolo Feltrin, non sta solo nell’ideologismo del Pd bensì nella contestazione delle due riforme Fornero, pensioni e lavoro.
«Il messaggio che è arrivato a un capo-famiglia medio è stato: tu andrai in pensione più tardi e tuo figlio resterà disoccupato più a lungo».
E mentre il Cavaliere comunque in campagna elettorale si è smarcato e ha promesso di togliere l’Imu, al Pd è rimasto in mano il cerino della «responsabilità europea».
Che evidentemente in fabbrica non suscita grandi applausi.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
LE SCOMMESSE PUNTAVANO SU SCOLA
Bookmaker spiazzati dall’elezione del nuovo Papa. A partire dall’identità del successore di
Benedetto XVI fino alla sua età , i quotisti internazionali (in Italia non si poteva scommettere sul prossimo Pontefice) hanno «toppato» su tutta la linea.
Il favorito dell’ultima ora era Angelo Scola, tanto che nei minuti tra la fumata e l’annuncio la sua quota era crollata da 3,75 a 1,45.
E invece l’ha spuntata Jorge Mario Bergoglio, poco considerato dagli esperti delle scommesse, che, come si legge su Agipronews, lo davano intorno a 30 volte la posta.
Sbagliata, di conseguenza anche la previsione sulla nazionalità : si puntava su un papa italiano, opzione favorita a 1,80, mentre un Sua Santità sudamericano – il primo Papa extraeuropeo da 1300 anni – era piazzato a 4,00.
E anche riguardo all’età del Pontefice i pronostici non hanno fatto centro: l’opzione di un Papa con più di 75 anni (Bergoglio ne ha quasi 77) era la più alta in tabellone, a 5 volte la scommessa.
L’unica previsione azzeccata era quella sulle prime parole pronunciate dal nuovo Papa che ha esordito con un classico «Fratelli e Sorelle», offerto a 1,08.
Dopo l’elezione di Papa Francesco I, però, i bookmaker non hanno perso tempo e hanno già aperto scommesse sul suo destino: il premio Nobel per la Pace è bancato a 15,00, a 4,50 la prima visita in Brasile mentre si gioca a 3,50 che anche lui, come Benedetto XVI, deciderà di lasciare il Soglio volontariamente.
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
I SEGRETI E I VOTI NELL’ELEZIONE DI BENEDETTO XVI… TUTTO DURO’ 24 ORE
Nella storia dei Conclavi quello del 2005 che elegge Benedetto XVI ha caratteristiche tutte sue che si direbbero «miste», trattandosi di un Conclave con esito a sorpresa nonostante il fatto che elegga il cardinale per il quale era previsto il più alto numero di voti al primo scrutinio.
La sorpresa sta nel fatto che gli osservatori propendevano per ritenere Ratzinger il più votato in partenza, ma difficile a eleggere stante una notevole opposizione al suo nome, che avrebbe potuto attestarsi su un qualche antagonista «minoritario», obbligando a individuare un candidato di compromesso.
L’antagonista in effetti ci fu e fu impersonato – malgrado lui – dall’italo-argentino e gesuita Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires (sarà in Conclave anche stavolta e oggi ha 76 anni), che arrivò a raccogliere al terzo scrutinio 40 voti sufficienti a sbarrare la via al decano Ratzinger.
Ma pare che Bergoglio durante la pausa del pranzo abbia scongiurato i propri sostenitori a cessare di votarlo, «non sentendosi pronto all’elezione», e Ratzinger fu eletto al quarto scrutinio con – si dice – 84 voti.
Non ci sono fonti documentali ovviamente, ma le indiscrezioni sull’andamento degli scrutini sono ormai consolidate e attendibili.
Secondo le migliori ricostruzioni i cardinali Ratzinger e Bergoglio sono stati i più votati al primo e all’ultimo scrutinio del Conclave dell’aprile 2005.
L’andamento degli scrutini è stato raccontato dal Tg2 serale del 22 settembre 2005, appena cinque mesi dopo la fumata bianca, sulla base del «diario» di un cardinale elettore restato sconosciuto.
I cardinali sono tenuti al segreto, ma se «parlano» non incorrono nella scomunica che è invece prevista per gli altri partecipanti al Conclave.
E qualcuno che parla c’è sempre
I dati contenuti in quel diario e anticipati da quel telegiornale furono poi pubblicati per esteso dal vaticanista Lucio Brunelli sulla rivista Limes nel fascicolo 4/2005.
Gli elementi portanti della ricostruzione fornita da Brunelli risultano coincidenti con un’indiscrezione fornita tre mesi prima dal superiore della Fraternità San Pio X Bernard Fellay e sono ora confermati da una nuova ricostruzione fornita tre giorni addietro da lastampa.it .
Il Conclave del 2005 dura 24 ore, dal pomeriggio di lunedì 18 aprile al pomeriggio di martedì 19.
Il primo scrutinio si svolge nel tardo pomeriggio del 18 aprile, subito dopo il giuramento dei cardinali elettori. Ratzinger ottiene 47 voti, Bergoglio 10, Martini 9, Ruini 6, Sodano 4.
C’è un’ampia dispersione su altri nomi. Il quorum è di 77 voti (lo stesso del Conclave che inizierà martedì) e a Ratzinger ne mancano 30 per essere eletto.
Il «consiglio» apportato dalla notte – che si può immaginare fitta di conciliaboli – fa salire Ratzinger a 65 voti al secondo scrutinio, che si svolge a partire dalle 9,30 del 19 aprile.
I votanti sono 115 e dunque più della metà dei voti sono andati a lui. Sodano ne ha ancora 4, mentre quelli di Ruini sono andati a Ratzinger e quelli di Martini a Bergoglio, che balza a 35 preferenze.
Il terzo scrutinio vede Ratzinger salire a 72 preferenze: gli mancano cinque voti per essere eletto.
Ma sale anche Bergoglio, che arriva a 40. Fumata nera e pausa pranzo.
È il momento decisivo del Conclave. Ratzinger ha quasi il doppio dei voti di Bergoglio, ma se i sostenitori dell’argentino tengono duro possono impedirne l’elezione.
Più che sulla personalità del cardinale decano, nota a tutti e da tutti apprezzata, la febbrile consultazione ruota intorno alla timida figura dell’arcivescovo di Buenos Aires e allo spavento che i cardinali elettori gli hanno visto salire in volto con il crescere dei suffragi.
Sono due gli interrogativi su Bergoglio che convincono una parte dei suoi sostenitori a spostarsi su Ratzinger: se lo schivo gesuita argentino viene scelto, accetta l’elezione? E se si va a uno stallo, su chi ci si può spostare?
Il diario dell’anonimo cardinale racconta che con l’aspetto e con i gesti – più che a parole – Bergoglio lasciava intendere, a chi l’avvicinava, che non avrebbe accettato l’elezione.
Inoltre i suoi sostenitori si resero conto ben presto che non avevano un altro nome da proporre, tale da giustificare la resistenza a votare il decano.
E il decano fu votato.
All’ultima votazione Ratzinger ottiene 84 voti: vuol dire che 21 cardinali su 115 non l’hanno votato.
Quelli che non avevano votato Wojtyla nell’ottobre del 1978 erano stati 12 su 111 e quelli che non avevano votato Luciani nell’agosto dello stesso anno erano stati 11 su 111: dunque Ratzinger non ebbe la maggioranza plebiscitaria dei suoi predecessori.
La migliore tra le ricostruzioni di quel Conclave, prima di questa del collega Brunelli, era venuta da una fonte insospettabile: il vescovo tradizionalista Bernard Fellay, superiore della lefebvriana Fraternità San Pio X, che in una conferenza del giugno precedente aveva descritto così il primo scrutinio: «Una cinquantina di cardinali diedero il voto al cardinale Ratzinger, una ventina al cardinale Martini e altrettanti al cardinale Bergoglio, il cardinale Sodano ne ha avuti quattro».
L’indisponibilità di Bergoglio all’elezione, Fellay l’ha raccontata così: «Il cardinale Bergoglio si impaurì, o comunque si rese conto che avrebbe potuto anche essere eletto e, non sentendosi pronto per un tale compito, si ritirò».
Nella sostanza i dati forniti dal «diario» anonimo, quelli di Fellay e quelli del sito lastampa.it , coincidono.
Le tre ricostruzioni rendono comprensibile la battuta del cardinale belga Godfried Danneels (che è ancora tra gli elettori) all’uscita dal Conclave: «L’elezione del cardinale Ratzinger ha dimostrato che non era ancora il momento per un Papa latinoamericano».
Luigi Accattoli
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
NON HA NE’ AUTISTA, NE’ MACCHINE BLU… I SUOI PREDILETTI SONO QUELLI CHE LAVORANO NELLE “VILLAS MISERIAS”, LE BARACCOPOLI DELLA CAPITALE ARGENTINA
Il nuovo Papa, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, gesuita, 76 anni era stato il cardinale più
votato dopo Ratzinger già all’ultimo conclave.
Bergoglio è stato un porporato anomalo. Ha sempre rifiutato incarichi nella Curia romana, e in Vaticano è sempre venuto soltanto quando era proprio indispensabile. Fra i vizi degli uomini di Chiesa quello che meno sopporta è la «mondanità spirituale»: carrierismo ecclesiastico travestito da ricercatezza per le forme clericali. Nato a Buenos Aires, la città di cui diventerà arcivescovo, il 17 dicembre 1936, da una famiglia di origini piemontesi, si è diplomato come tecnico chimico, quindi è entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e quindi in Argentina ha conseguito la laurea in filosofia e successivamente in teologia.
Ha fatto il professore e il rettore del collegio massimo e delle Facoltà di Filosofia e Teologia e al contempo parroco del Patriarca San Josè, nella diocesi di San Miguel. Nel 1986 ha completato in Germania la sua tesi di dottorato, quindi i superiori lo hanno destinato alla chiesa dei gesuiti di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Nel 1992 Giovanni Paolo II l’ha nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires, nel 1997 è diventato coadiutore e un anno dopo è succeduto al cardinale Antonio Quarracino, per sei anni, fino al 2011 è stato presidente della Conferenza episcopale argentina.
Non ha nè autista nè macchine blu. A Buenos Aires usa la metropolitana. Anche a Roma si muove a piedi o con i mezzi pubblici.
Chi lo conosce lo considera un vero uomo di Dio: la prima cosa che ti chiede, sempre, è di pregare per lui.
Il nuvo Papa, nelle congregazioni pre-conclave aveva parlato di un cristianesimo della misericordia e della letizia.
I suoi preti prediletti sono quelli che lavorano nelle «villas miserias», le baraccopoli della capitale argentina.
Senza scantonamenti dottrinali, cerca ogni soluzione possibile per far sentire a casa loro, nella comunità cristiana, anche i più lontani.
La Chiesa, ripete, deve mostrare il volto della misericordia di Dio.
Andrea Tornielli
(da “la Stampa”)
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
I CONTI DEL NAZARENO NELLE MANI DEL SINDACO DI FIRENZE
Lo scoop alla fine l’ha fatto Dagospia .
Il “dossier Renzi” sui costi del proprio partito, il Pd, è in rete di mezza mattina, con nomi, cognomi e cifre più o meno sbagliate.
Lavoratori delle segreterie, impiegati arrivati dalla storia interrotta dei Ds e della Margherita, livelli retributivi i più vari.
Una due diligence con tanti “credo” e tanti “forse”, ma che ha la capacità di creare un certo malumore al Nazareno e una prima reazione del tesoriere democratico Antonio Misiani: “Più che un dossier, il documento pubblicato da Dagospia è una patacca che contiene una quantità di informazioni errate e di cifre campate per aria”.
Nessuno in giornata chiarisce ufficialmente quali siano quegli errori, ed anche il dibattito che solleva all’interno dei Democratici sulla opportunità di pubblicare o meno un rendiconto completo (senza nomi) di ruoli e stipendi percepiti dai circa 190 assunti nella articolazione centrale del partito, non sortisce risultati apprezzabili. L’unica notizia resta quindi Misiani che attacca: “La cosa inaccettabile è che questa squallida operazione — la cui strumentalità è evidente — chiama in causa persone che lavorano e che meritano rispetto. Per questo, ho dato mandato ai legali di mettere in atto tutte le azioni necessarie in sede civile e penale contro gli autori di questo squallido dossier”.
Tra i nomi citati nel documento c’è anche quello di Chiara Geloni.
La direttrice di You- Dem, è scritto, riceverebbe 90 mila euro l’anno (non è chiarito se netti o lordi) più altri 20 mila di un’ulteriore consulenza.
Su Twitte r è lei a rintuzzare, perdendo anche l’aplomb, alle richieste di chiarimento che piovono da ogni dove.
“Cosa devo spiegare scusa? che mi pagano per venire in ufficio la mattina e lavorare? pensavi lo facessi gratis?”.
E ancora: “Ma cosa vuoi che facciamo? Lavoriamo. Io faccio il direttore di YouDem , una segretaria fa la segretaria”.
Alla deputata Pina Picierno che scrive “partito come casa di vetro significa anche rendere pubblici compensi di dirigenti e dipendenti.
Così si evitano dossier e notizie false”, si accende: “Perchè non anche la cartella clinica, elenco degli ex fidanzati e la panoramica dentaria? meglio andare sul sicuro”. Da par loro Matteo Orfini e Rosy Bindi annunciano querele.
Orfini, però, scagiona il sindaco “anche perchè come tutti i dirigenti del Pd ha accesso ai documenti del partito quindi non avrebbe mai scritto delle cose così false”.
Matteo Renzi si tiene alla larga dal documento ormai in rete, e continua a dichiarare sul tema dell’abolizione del finanziamento pubblico: “Non so se abolire il finanziamento serva a far pace con Grillo; sicuramente serve a far pace con gli italiani che hanno votato un referendum e che anche alle elezioni ci hanno dato un segnale”. Online, frattanto, i dipendenti del Pd continuano a trovare errori.
Luca Di Bartolomei, del forum Sicurezza, pubblica la propria busta paga (leggermente superiore al dato di 2.000 euro al mese denunciato nel dossier).
Valentino Filippetti scherza: “Il mio stipendio nella notte è cresciuto del 33%…”.
Eduardo Di Blasi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “BASTA CON I CANDIDATI DI SINISTRA”
Si scrive rivendicazione del Quirinale, si legge panico da Prodi. 
Silvio Berlusconi sta per lasciare il San Raffaele: salvo sorprese lo farà domattina, per continuare la terapia da Arcore, disertando comunque l’insediamento delle Camere di venerdì.
Ma anche dal letto della clinica ieri si è già proiettato sulla battaglia campale, quella che più gli preme, quella che più teme e che si è già aperta: il Quirinale.
Il sospetto del leader Pdl è che il Pd abbia già messo un cappello sulla poltrona del Colle. E la figura di Romano Prodi si staglia nei suoi incubi come uno spettro, racconta chi lo ha frequentato anche in clinica in questi giorni.
Il Cavaliere torna sulle ricostruzioni con cui ieri i giornali (Repubblica in particolare) gli hanno attribuito la disponibilità a sostenere candidati trasversali, da Amato a D’Alema. La nega: «Per il Quirinale, il centrodestra non ha bisogno di chiedere a nessuno, e tanto meno alla sinistra, candidati in prestito – scrive – perchè dopo tanti presidenti di un solo colore, ha invece diritto a rivendicare un candidato diverso e di altra estrazione». Berlusconi un candidato di bandiera ce l’ha e su quello, va ripetendo, punterà da subito. Si tratta di Gianni Letta, braccio destro di sempre che ieri è stato visto all’ingresso di Palazzo Chigi ancora occupato da Monti.
Tutto è in movimento, si tratta su più tavoli. Ecco perchè sembra che anche ieri, a margine del colloquio al Colle, Alfano, Cicchitto e Gasparri abbiano lasciato trapelare con discrezione la loro disponibilità a confermare al suo posto proprio Napolitano (per nulla intenzionato).
Fosse pure per uno o due anni.
In via dell’Umiltà non fanno più mistero di sentirsi garantiti da lui – tanto più dopo la nota post Csm di ieri sera – più che da tanti altri.
E vivono come fumo negli occhi il rischio che il Pd tenti di temporeggiare sulla formazione del governo fino al 15 aprile, quando inizieranno le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica.
E poter contare così su una sponda più «flessibile ». L’attacco di Berlusconi a Bersani, non a caso, è frontale. «Il centrosinistra è ormai diviso su tutto.
Non meraviglia la vera e propria guerra scatenata intorno al governo e alla presidenza delle Camere con l’obiettivo di sempre: il Quirinale – si legge ancora nella nota – Ma che qualcuno, per combattere questa guerra, faccia ricorso al centrodestra per farsene scudo, è addirittura grottesco ».
Il Cavaliere parla di «lotte di potere» e di «manovre meschine e strumentali» in seno al Pd. Sullo sfondo, c’è la paura di essere tagliati fuori dai giochi. Coi processi e con la spartizione delle cariche parlamentari tra Bersani e Grillo.
La lunga e animata riunione dei dirigenti Pdl in via dell’Umiltà del pomeriggio non ha sciolto il nodo sui capigruppo.
Quasi scontato il ritorno di Renato Schifani alla guida della squadra al Senato.
Si trasforma in un caso invece la successione a Cicchitto alla Camera.
Berlusconi avrebbe designato Renato Brunetta.
Peccato che quasi l’80 per cento dei deputati abbia notificato in privato al segretario Alfano il proprio “no”, motivato con le «asprezze caratteriali » dell’ex ministro.
Se dovessero spuntarla loro, Maurizio Lupi (molto più vicino al segretario) diventerebbe capogruppo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCARICO A UN PRESIDENTE DEL SENATO TARGATO PD SE BERSANI FALLISCE
C’è di nuovo l’ombra di un governo del Presidente a oscurare il pallido tentativo di Bersani di formare una maggioranza con i Cinquestelle.
«Strada in salita», ha ammesso lo stesso segretario del Pd, preso a pesci in faccia ogni giorno da Beppe Grillo.
Così rimbalza tra i palazzi romani una possibile via d’uscita, che sarebbe stata esaminata in recenti conversazioni anche al Colle.
Se l’incarico esplorativo a Bersani dovesse sgretolarsi di fronte al muro di incomunicabilità eretto dai grillini, il “piano B” potrebbe essere gestito dallo stesso Napolitano, inizialmente rassegnato a lasciare al suo successore il compito di individuare un nuovo presidente del Consiglio.
L’incarico sarebbe invece essere affidato al presidente di uno dei due rami del Parlamento, possibilmente il Senato, per dar vita a un «governo istituzionale».
Già , ma con i voti di chi?
Nel Pd – nonostante la sceneggiata sudamericana dei berlusconiani al palazzo di Giustizia di Milano – si sta facendo strada la consapevolezza che una qualche forma di collaborazione vada trovata con il Cavaliere.
Senza intavolare trattative segrete, ma chiedendo il voto in Parlamento «a tutti, senza preclusioni».
Nella convinzione che convenga anche al Pdl assicurare la partenza di un «governo istituzionale» uscendo dall’isolamento politico in cui si è avvitato il centrodestra.
A largo del Nazareno in molti stanno svolgendo questi ragionamenti.
Anche per non lasciare che l’unica alternativa siano le elezioni anticipate, asfaltando in questo modo un’autostrada senza caselli per Matteo Renzi.
È così che lettiani e franceschiniani si stanno silenziosamente rassegnando all’idea di un governo sostenuto, magari all’esterno, dal Pdl. Un governo che nasca con il voto di Pd e Scelta Civica, il “no” dei grillini e l’uscita dall’aula del Pdl.
Guidato da Anna Finocchiaro, che sarebbe prima eletta presidente di palazzo Madama per poi traslocare a Palazzo Chigi.
Il segnale più esplicito è venuto lunedì da Francesco Boccia, vicino a Enrico Letta, che all’assemblea dei neoparlamentari di fatto ha impiombato il dialogo con i cinquestelle: «Noi che nella nostra storia abbiamo De Gasperi, Moro e Berlinguer, non possiamo inseguire nessuno, nemmeno Grillo e Casaleggio.
Venendo qui qualche collega mi ha detto che ci possono essere convergenze con il M5S. E su cosa? Sul referendum sull’euro?».
A questa strategia l’atteggiamento di benevola comprensione tenuto ieri da Napolitano verso il Cavaliere offre senza dubbia una sponda politica.
Il presidente della Repubblica ha definito «comprensibile» la preoccupazione del Pdl «di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile».
È come se il capo dello Stato abbia voluto dare una mano al Pdl per rientrare in partita, aiutandolo a uscire dal vicolo cieco della protesta eversiva contro la magistratura.
In cambio Berlusconi dovrebbe dimostrare di aver capito, rinunciando alla manifestazione contro i pm del 23 marzo.
E i segnali che arrivano da via dell’Umiltà vanno appunto in questo senso, visto che la protesta di piazza, su consiglio di Gianni Letta, potrebbe trasformarsi in un innocuo convegno sulla riforma della giustizia.
La partita del governo è legata strettamente, se non altro per problemi di calendario, con quella della presidenze delle Camere.
La strategia del Pd di apertura a tutto campo comporta anche un tentativo di “parlamentarizzazione” del fenomeno M5S.
A questo serviva l’incontro di ieri al Senato tra i tre sherpa del Pd e i (diciotto!) parlamentari grillini. «I Cinquestelle – racconta Luigi Zanda – hanno preso atto che il Pd non intende accaparrarsi tutte le cariche, ma procedere con un metodo più… proporzionale».
In sostanza il Pd potrebbe cedere la presidenza di Montecitorio, quella ambita dai grillini (la giovanissima Marta Grande in pole position), contando sulla maggioranza bulgara comunque assicurata dal premio di maggioranza.
Al Senato invece andrebbe un esponente Pd, pronto a essere chiamato da Napolitano per formare il «governo istituzionale».
E il nome è, appunto, quello di Anna Finocchiaro.
Incassata la fiducia, ci sarebbe una staffetta tra Senato e Palazzo Chigi e Mario Monti chiuderebbe il cerchio diventando il numero uno di palazzo Madama.
Il “Great game” delle presidenze comprende, ovviamente, anche la più importante, quella della Repubblica.
Per evitare di ritrovarsi tagliato fuori da tutto, con Romano Prodi al Quirinale, il Cavaliere ha iniziato a far circolare l’idea di gettare tra i piedi dei democratici la candidatura di Amato o D’Alema per scompaginare i giochi.
E la nota di ieri in cui rivendicava il diritto del centrodestra ad avere un proprio capo dello Stato, raccontano nel Pdl, va letta correttamente come un modo per alzare la posta e sedersi al tavolo delle decisioni.
Insomma, Berlusconi sa che al quarto scrutinio una maggioranza ostile potrebbe mandare sul Colle Prodi, ma spera ancora di poter evitare il danno maggiore. In questa partita di certo sarebbe un grande aiuto per il Cavaliere partecipare da subito a un’intesa sul governo.
Senza entrarci direttamente, ma facendo in modo che il Senato sia in numero legale il giorno del voto di fiducia al «governo istituzionale».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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