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GUERRA APERTA NELLA LEGA: TOSI RICHIAMA PER ISCRITTO ZAIA

Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile

TOSI ESPELLE   BOZZA E INVIA 12 LETTERE A CHI HA OSATO CRITICARLO… RESPINTA LA RICHIESTA DI UN CONGRESSO

Santino Bozza fuori dal partito. Addio congresso.
E tredici lettere di richiamo ad altrettanti ribelli, colpevoli di aver criticato pubblicamente su giornali e tivù il segretario nathional Flavio Tosi e la sua linea politica.
Tra i destinatari c’è anche il governatore Luca Zaia.
Il consiglio «nazionale» della Lega Nord, riunito martedì sera a Padova per il primo faccia a faccia dopo la sconfitta elettorale che ha visto precipitare i padani all’11% in Veneto, si è protratto fino a notte fonda, presenti, oltre a Tosi, il presidente Luca Baggio, i componenti del direttorio, i segretari provinciali ed i consiglieri federali.
All’uscita, Tosi ha rilasciato una dichiarazione dai toni concilianti, che molti hanno interpretato come la volontà  di superare le tensioni degli ultimi giorni e ricucire lo strappo tra le due Leghe nella Lega: «C’è stata una settimana di sfogo post elettorale – ha detto il segretario quando l’Ansa batteva ormai l’1.48 del mattino – uno sfogo che ci sta ma poi si supera. Quella di stasera è stata una lunga, interessante e approfondita discussione, in cui sono state affrontate le criticità  emerse e le proposte per il futuro».
Tutto tranquillo, insomma.
La «balena verde»?
«Un soggetto che superi la Lega, replicando il modello della Csu bavarese aprendosi alla società  civile, non è una mia idea, fa parte delle linee del movimento, tanto che è stato ribadito più volte dallo stesso Maroni ».
Le tensioni con Zaia?
«Da parte mia non c’è mai stato alcun problema con Luca, nè prima, nè adesso. Mai».
I leghisti che uscivano alla spicciolata annuivano tutt’intorno: «E’ stato un confronto schietto ma senza eccessi. Nessuno si è messo le mani in faccia».
Anche il vicesegretario federale Federico Caner ieri smorzava i toni: «Ci sono ampi margini per ricompattare il partito».
Il guanto di velluto, ammantato di parole, nasconde però un pugno di ferro che colpisce duro con i fatti.
E i fatti sono questi.
Santino Bozza, il consigliere regionale che ha presentato un esposto alla procura di Venezia, innescando le perquisizioni della Guardia di Finanza a Palazzo Ferro Fini, verrà  espulso dal partito.
La requisitoria contro di lui l’ha pronunciata lo stesso Caner, che oltre che vice di Maroni è anche capogruppo in Regione, facendo leva non tanto sul voto al Pd sbandierato da Bozza, quanto sulla sua controffensiva giudiziaria, che ha innescato in consiglio tensioni tali che i consiglieri più vicini a Tosi (una decina su venti) da settimane si rifiutavano di prendere parte alle riunioni al Ferro Fini al fianco del sempre presente Santino.
Inutile il tentativo del segretario di Venezia Paolo Pizzolato di virare verso la sospensione: il voto contro il ribelle è stato pressochè unanime, si sono astenuti solo il segretario di Padova Roberto Marcato, l’ex deputato Corrado Callegari ed il consigliere nazionale Roberto Grande.
Il verdetto definitivo spetta ora a via Bellerio, poi ci sarà  tutta la trafila davanti ai probiviri, ma per il fabbro di Monselice la strada è ormai segnata e non sembrano esserci vie di fuga.
Altro fatto: un secondo congresso, dopo quello che a giugno incoronò Tosi segretario con il 56% dei voti, non si farà , come d’altronde aveva già  lasciato intendere Maroni venerdì scorso a Zaia e Bitonci che gliene avevano parlato in nome e per conto dei ribelli a Milano.
Ci potranno essere, questo sì, i consigli nazionali, le assemblee, non meglio precisate «riunioni sulla linea da tenere» ma un congresso vero, con le tesi contrapposte, le diverse correnti che si avvicendano al microfono e la messa in discussione del segretario, dei suoi colonnelli e delle sue strategie (la «balena verde», ad esempio), questo no.
Ed è evidente che sul piano politico questo è ciò che conta: di «pizzate» tra i militanti se ne possono fare quante se ne vogliono, tanto finisce tutto con l’ammazzacaffè. Infine, la decisione più clamorosa, soprattutto per i nomi che coinvolge.
Tosi ha annunciato al «politburo» di via Panà  di voler francobollare e spedire nei prossimi giorni tredici lettere di richiamo ufficiale ad altrettanti colonnelli che dopo le elezioni si sono resi protagonisti di critiche nei suoi confronti.
Gli attacchi sono arcinoti: liste con poco appeal, campagna elettorale sottotono, il lancio della «balena verde» a tre giorni dal voto.
Tutti appunti ribaditi martedì sera in consiglio nazionale dal leader dei ribelli, Massimo Bitonci, autore di un lungo intervento con nomi, cognomi e circostanze.
Ebbene, avuto il via libera di Maroni, Tosi ha deciso di non lasciar correre e si prepara a menare il randello su carta intestata.
Chi troverà  la fatidica busta nella cassetta delle lettere?
Il segretario non ha voluto fare nomi, probabilmente per evitare che in via Panà  esplodesse una nuova bagarre, ma i colonnelli che gli sono più vicini non hanno dubbi: nell’indirizzario ci sono tutti, «ma proprio tutti».
Dunque anche il governatore Zaia, il capo dei frondisti Bitonci, l’ex segretario nathional Gianpaolo Gobbo, gli ex parlamentari come Callegari, Gianluca Forcolin, Gianpaolo Vallardi, Paola Goisis, il consigliere regionale Giovanni Furlanetto ed altri alti esponenti della «vecchia guardia » come Gianantonio Da Re e chissà , forse anche Manuela Dal Lago.
Va da sè che il nome che colpisce di più è quello di Zaia, che all’indomani della dèbà¢cle aveva sparato a palle incatenate contro l’eterno duellante: «Tosi ha fatto di una ferita una cancrena – aveva detto – ha fallito nella sfida più importante e più difficile, quella di ricompattare il partito».
E ancora, sulle liste: «Ha voluto mettere le dita negli occhi ai feriti».
Sulla «balena verde»: «Non possono pensare di farsi un nuovo partito in tre chiusi in una cabina telefonica. Con i democristiani, per di più».
Sul congresso: «Penso sia necessario, anche se non elettivo ».
E avanti di questo passo. Tosi aveva di fronte a sè due strade: far finta di nulla e depennarlo dalla lista, dando prova di voler rinsaldare la pax oggi appesa ad un filo e correndo il rischio di passare per quello «forte con i deboli e debole con i forti »; oppure colpire anche lui, il peso massimo, dimostrando di non temere niente e nessuno, costasse pure incattivire il più pericoloso degli avversari.
Ha scelto la seconda.
E mentre i postini inforcano la bicicletta, nell’aria tornano a suonare i tamburi di guerra dei ribelli: «Non finisce qui».

Marco Bonet

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DAI CARBONARI AI CANTAUTORI: COSI GENOVA DIVENTA CAPITALE DEI NUOVI INDIGNATI ITALIANI

Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile

LA CITTA’ MONDO DI GRILLO SCALZA MILANO E ROMA

Genova per noi … è l’Italia di oggi.
Ad ogni stagione della politica, infatti, l’Italia diventa una città .
Questo è il tempo della Genova di Beppe Grillo e dei tanti genovesi di successo e di qualità , talenti debordanti e senza regole come la loro città -mondo.
Non sono clan e non sono cosca, ma si vogliono bene attraverso i cieli carichi e le primavere leggere di questa nuova capitale politica che ha conquistato l’egemonia.
O – se preferite l’inglese del cretino cognitivo – ha preso il posto trendy e cool che fu via via della Milano di Berlusconi e della Lega, della Roma di Andreotti e del Papa, della Palermo di Falcone e Borsellino, della Bologna di Prodi, Casini e Fini ma anche di Dalla e Morandi.
Ebbene oggi Grillo è per la smodata Genova un’idea come un’altra, la faccia buffa che ha preso un’antica indignazione carbonara, quella italianissima ma antipiemontese che partì appunto da qui, dalla scogliera di Quarto, con i soldi degli inglesi.
Anche Paolo Villaggio che lo aveva maltrattato – «Grillo non è una politica, è una cazzata» – dopo il successo elettorale ha riacceso il cuore genovese e lo ha paragonato a Mao: meglio di Mao, «un Mao allegro».
E non credo che Fantozzi- Fracchia sia uno dei tanti che, flaianamente neogrillini, stanno saltando sul carro, il diciottesimo canto di Alessio Interminei da Lucca, e da poco più di una settimana “non hanno mai la lingua stucca”.
All’inverso Genova per lo smodato Grillo è Giuseppe Mazzini e Renzo Piano, le eccellenze maltrattate in Italia e amate all’estero perchè italiane.
Anche il grande architetto, che lavora moltissimo nel mondo ma in patria poco e tra mille ostacoli, è a suo modo un ghibellin fuggiasco, accudito a Parigi, dantesco e ramingo come il “cuore battente” del Risorgimento, il massone della loggia segreta ‘Speranza’ alias fratello Strozzi alias dottor Brown, che fu accudito a Londra.
E per chi ama la tricostoriografia, cioè la storia a partire dai peli, c’è probabilmente anche una barba genovese, quella di Piano e di Mazzini appunto, ma anche di Grillo, e di Antonio Ricci per esempio, che su “Striscia la notizia” ha anticipato il grillismo, con la satira d’inchiesta, la gogna, il gabibbo che è già  un vaffanculo, il tapiro, il qualunquismo antipartito, le veline che diventano militanti; persino la rotazione dei capigruppo sembra ispirata alla rotazione dei conduttori, Greggio e Iachetti come Roberta Lombardi e Vito Crimi.
Un’altra barba genovese è quella di Ivano Fossati che fu l’aedo dell’Ulivo di Veltroni con la sua “Canzone popolare” e ora canta “Cara democrazia” che sembra l’inno della cospirazione grillina: ‘ cara, cara democrazia / sono stato al tuo gioco / anche quando il gioco si era fatto pesante / così mi sento tradito / o sono stato ingannato …’.
Quella genovese non è la barba saggia dell’autorevolezza, la barba, che so, di Platone e di … Cacciari, ma una maschera che nasconde e che rivela, cospiratrice dunque e mai troppo folta com’è invece quella apertamente rivoluzionaria di Marx o di Gesù o di Castro.
E’ la barba della società  segreta, metodica e tenace, è appunto il populismo di Grillo che, come Genova, è una babele di lunga durata, una barba accudita e coltivata da anni, una barba carsica nella Rete.
Più che a Scientology somiglia alla carboneria e alla massoneria, roba genovese appunto, con i gradi di iniziazione, gli apprendisti, i maestri e gli illuminati.
E come in ogni loggia la “tegolatura”, che sarebbe la trasformazione della pietra grezza in un vero affiliato, è affidata ad un fratello terribile che, in questo caso, è il milanese Gianroberto Casaleggio, visionario e apocalittico Vecchio della Montagna che, in disparte, comanda con cenni di assenso e di diniego.
Nella sua ‘Casaleggio associati’ impiega sedici persone che compongono il famoso staff, una specie di corpo di polizia internauta, e molti di loro sono pendolari Milano-Genova.
La Liguria, dove il Movimento 5 stelle è stato più votato, si sottrae alla macroregione del Nord sognata da Maroni (Lombardia), Cota (Piemonte), Zaia (Veneto) e Tondo (Friuli), ma esprime in un modo tutto italiano, risorgimentale e cosmopolita, il sentimento di ostilità  verso la politica.
Il governatore è il diessino Burlando mentre il sindaco Marco Doria è sinistra fuori dagli schemi, il marchese rosso, un’altra invenzione, un’altra conferma che è questo il laboratorio vincente, la polis che non è provincia, la patria bellissima delle personalità  dilatate che acchiappano il mondo ma si ritrovano nel dialetto, la città  che subentra a Milano il cui declino sembra purtroppo inarreperso stabile: la tipicità  genovese al posto di quella milanese dove si sono arroccati Berlusconi e Maroni.
Milano è stata la città  municipio, la fucina delle scorciatoie, imbevuta del mito di se stessa come piccola grande patria cittadina, la modernità  coniugata con l’eterno brambillismo dell’arricchirsi innanzitutto, la semplificazione, l’amore per la roba e la corruzione anche morale di Craxi, di Berlusconi, di Penati, di Formigoni e della Lega, una corruzione smodata che rimanda alla puzza delle case dei marescialli dell’esercito, la grettezza come odore nell’umidità  e nella nebbia, un che di rancido della città  italiana che è la più vicina all’Europa ma non è Europa perchè in quella vicinanza c’è l’estraneità , una voglia di essere che, in quanto voglia, non è essere.
Milano è ancora oggi piena di Beccaria, intelligenze europee e comportamenti sordidi, una scintillante metropoli preannunciata da boari puzzolenti di letame vaccino, una città  internazionale che trasuda la ruralità  padana egoista e razzista, il celodurismo che si rivela gelatina.
Milano Municipio dunque, da sempre contrapposta a Roma-Stato, imprendibile e inspiegabile, come il suo Andreotti.
Ormai non esiste un italiano che non sogni di processare Roma, sentina di tutti i vizi, la città  Stato della dissipazione, degli sprechi, del vacuo, della corruzione e del potere, «la città  tomba»
diceva Stendhal.
Dopo Milano-Municipio, Roma-Stato e Palermo-Antistato, ora tocca a Genova-Mondo, la città  di Colombo con tutti i suoi moderni artisti anarcoidi.
Luigi Tenco, per esempio, che fu personaggio stendhaliano, precursore dei disagi del sessantotto e poi Gino Paoli, che con il suo pessimo umore e la sua scontrosità  genovesi, è stato il poeta di quell’Italia adolescente che cercava il suo linguaggio adulto tra mille pregiudizi e mille tormenti.
Il ruvidissimo Paoli è stato uno dei più grandi interpreti dell’amore nell’Italia repubblicana, la donna delle sue canzoni è figlia e sorella della donna di Pavese, di Fenoglio, di Bianciardi.
Se il milanese Berlusconi ricorse ai professori per cercare legittimazione e mitigare la sua rozzezza, al genovese Grillo basta esibire gli chansonnier che nell’Italia moderna valgono molto più degli accademici.
E se vuole indicare un capo dello Stato c’è il suo amico Renzo Piano, che ovviamente si sottrae con eleganza, ma lo accarezza, è lontano dal suo estremismo ma non capisce come si possa giudicare pericoloso per la democrazia il vecchio Beppe, così simpatico, così divertente, così genovese.
Anche il turpiloquio, l’autoritarismo un po’ squadrista e le strampalate proposte economiche e politiche diventano «il buono che fa la faccia cattiva», sono il mugugno del genovese, esagerazioni e belinate, protesta anarchica, il codice del carattere mazziniano e garibaldino insieme, perchè e vero che Garibaldi era di Nizza ma Nizza e Genova sono sorelle di mare e di terra.
E Grillo era amico di De Andrè che sta alla canzone come Leopardi sta alla poesia: “Bocca di rosa” è “A Silvia” e “Via del Campo” è “L’Infinito”.
In Italia il canto ha preso il posto del romanzo di formazione e Genova è stata la patria dei cantautori, tutti sovversivi grilloidi e agitatori, soprattutto gli introversi che neppure salutano per strada, visi abbronzati e nasoni, focacce e malinconia virile, anche Lauzi, anche Bindi… Importavano gli chansonnier ribelli mentre Berlusconi cantava quelli da crociera, Brassens contro Trènet, Brel contro Chèvalier.
C’è un santuario del populismo grillino, è la Genova degli artisti fuori misura, le personalità  che oltrepassano i saperi definiti.
Anche quel barbutissimo professore Becchi, ordinario di Diritto privato, che rilascia interviste da ideologo del grillismo, si confessa bordighiano che è una specie superstite solo a Genova, dove sicuramente ci sono seguaci persino di Rosmini e di Gioberti intorno al cardinale Bagnasco, non grillino di militanza, ma grillino di carattere.
E’ dunque il momento di Genova, «parenti ci sentiam /di quella gente che c’è là  / e come noi è forse un po’ selvatica», Genova perchè le città , almeno in Europa, non sono neutrali, tutte figlie di Atene e Sparta, più importanti persino degli Stati, e infatti se diciamo “Francoforte” diciamo Banca e Bruxelles è l’Europa, l’autorità  delle sue leggi …
L’Italia è il Paese del mondo più ricco di polis. Lo storico Le Goff ce le invidia insieme alla cucina. Ma non le abbiamo provate tutte e mentre «ci chiediamo / se quel posto dove andiamo / non ci inghiotta e non torniamo più

Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)

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ZINGALES: “IO LEADER DI “FARE”? SE ME LO CHIEDONO NON LO ESCLUDO”

Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA CHE LA SVELATO LE BUGIE DI GIANNINO ORA FA UN PASSO AVANTI

Luigi Zingales per 10 giorni ha incassato insulti su Twitter e Facebook («sei come Scilipoti», «servo di Berlusconi»), ma anche attestati di stima.
Nè gli uni nè gli altri hanno niente a che fare con il suo lavoro alla University di Chicago School of Business.
Ovviamente, riguardano uno dei colpi di scena della campagna elettorale: quando Zingales si è dimesso da Fare per fermare il declino e ha fatto sapere che il suo leader, Oscar Giannino, non aveva mai preso un master a Chicago come invece sosteneva.
Professor Zingales, quando si è accorto della discrepanza?
«Non mi ero mai preoccupato se avesse un master, per me non è questo che conta. Il punto è l’aver mentito. Il mio errore è stato non aver controllato, non aver fatto la due diligence come insegno ai miei studenti. La prima volta che ho avuto un dubbio è stato il 12 febbraio, quando mi è arrivata un’email dall’ufficio stampa di Booth: diceva che un giornalista italiano si occupava di una voce di Wikipedia secondo cui Giannino ha un master».
Non l’ha colpita che dall’Italia si indagasse?
«Mi ha colpito due giorni dopo un’email da un mio collega di Chicago che aveva avuto una richiesta da un altro italiano, sempre sullo stesso punto. Aveva il link alla video intervista in cui Giannino dice che ha un master. Era giovedì 14 febbraio. Lì sono sobbalzato. Ho chiesto conferma alla mia università  che non avesse quel titolo, poi ho parlato con le persone con le quali ho più dimestichezza nel movimento e ho scritto a Giannino per chiedere chiarimenti»
Lui e gli altri come rispondono?
«Il primo giorno Oscar non risponde. Gli altri cercavano di minimizzare».
Il fatto che in due dall’Italia facessero ricerche su Giannino alla sua università  non l’ha insospettita?
«Sul momento sì. Ho cercato di capire chi fossero. Il primo è un giornalista, Alex D’Agosta, collaboratore del Sole 24 Ore nel settore auto. L’altro è un ingegnere appassionato di Wikipedia e questa storia dimostra che Wikipedia è meravigliosa: due fazioni si combattevano sul web sul master di Giannino e entrambi volevano sapere la verità . Poi se qualcun altro da dietro ha mosso Wikipedia non so, ma mi parrebbe una cosa da servizi segreti. Improbabile».
Basta questo a spiegare la vostra rottura?
«In realtà  a un certo punto mi illudevo che potesse anche essere un fatto positivo. Oscar poteva ammettere i propri errori, eventualmente lasciando, e noi avremmo mostrato che siamo un movimento serio e trasparente. Non come gli altri che si ritrovano case intestate a loro insaputa. Ma Oscar ha rifiutato di ammettere qualsiasi cosa, mentre io sospettavo già  che sarebbe venuto fuori altro. Bisognava spiegare subito, per fermare altre speculazioni. E anche il gruppo dei fondatori mostrava dubbi sull’idea di fare chiarezza»
A quel punto lei che fa?
«Chiedo a Oscar di lasciare che un gruppo di persone decida sul da farsi. Lui mi risponde: “Non interrompo la campagna elettorale per farmi giudicare da un sinedrio”. A quel punto io non ci ho visto più. All’interno, ho dato le dimissioni per provare a sbloccare l’impasse. In nove della direzione mi hanno risposto che Oscar stava facendo tanto per il partito e bisognava andare avanti».
Di qui la rottura. Non era meglio aspettare fino a dopo le elezioni?
«Lo rifiuto. Noi ci siamo presentati come un movimento nuovo: non potevamo non vivere secondo i nostri stessi criteri. E se fossimo stati zitti per raggiungere il quorum, quale sarebbe stata la conseguenza di lungo periodo? Avremmo distrutto la nostra immagine. Dopo come avremmo potuto attaccare gli altri? Non era neanche chiaro che Giannino, una volta eletto, si sarebbe poi dimesso. E devo dire sono rimasto di sasso di fronte alla reazione timida degli altri fondatori, anche quando ho cercato di gestire il caso coordinandomi con loro».
La sua università  la stava mettendo sotto pressione?
«Per niente, non è questo il punto»
La prossima volta non è più sicuro se si candida lei come leader?
«Non mi sento leader, sono un intellettuale».
Dunque escluso?
«Non lo escludo nella misura in cui ciò nasce dalla domanda delle persone e non dal mio desiderio personale. L’importante è avere un gruppo dirigente all’altezza, ma fin qui non c’è stata neanche una dichiarazione per dire che ho fatto bene a fare chiarezza. Abbiamo lasciato che Grillo facesse la campagna chiara e trasparente che dovevamo fare noi».

Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera”)

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“I CINQUE STELLE? UNA GENERAZIONE DI NARCISISTI, RIFIUTANO CHI LI INVITA AL SACRIFICIO”

Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile

LO PSICHIATRA PIETROPOLLI: PER LORO ANCHE IL VIRTUALE E’ REALE

Grillo si mostra ai giornalisti indossando uno scafandro da sciatore: un extraterrestre. Parlo con Gustavo Pietropolli Charmet che da quarant’anni ascolta quegli extraterrestri che sono i giovani, oggi grandi elettori del Movimento 5 Stelle.
Psicoterapeuta, ha diretto servizi psichiatrici, insegnato all’università .
I suoi ultimi libri s’intitolano: Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi e Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli, editi da Laterza.
Il futuro dell’Italia appare incerto; c’è un evidente conflitto tra le generazioni reso manifesto dall’esito delle votazioni.
Professore, Grillo e i suoi elettori hanno mostrato la vera spaccatura che attraversa il paese?
«Vorrei premettere che le mie sono delle considerazioni di uno scienziato sociale, e non è detto che si applichino pari pari ai risultati elettorali. Ma è evidente che è urgente un ricambio generazionale. La gerontocrazia al potere non si è resa conto che le ultime generazioni sono cresciute in un contesto che non guarda più al Padre come una presenza persecutoria, da abbattere e contestare. Non lo vedono più come minaccioso e castrante. Questa era la vecchia autorità . Perciò quando compare un potere che invita al sacrificio, alla rinuncia, Monti con il suo messaggio masochistico, Bersani con il sol dell’avvenir, i giovani non sono molto propensi a dare loro la delega».
Lei ha descritto questa generazione come dei narcisisti?
«Sì, ma non è necessariamente un elemento negativo. Nessuno ha detto loro, come accadeva alle generazioni precedenti, che dovevano versare il loro sangue per la Patria, che dovevano aver fede nelle ideologie, e i ragazzi ci hanno creduto. Oggi in cima ai valori personali e di gruppo sta la realizzazione di se stessi. Hanno in mente un potere accuditivo, attento alla realizzazione della loro felicità . Per questo rispondono non con la rivolta, bensì con il disprezzo e il disinteresse. Reagiscono con il sarcasmo e la presa in giro».
La sera del risultato elettorale gli aderenti del Movimento 5 Stelle si sono trovati in una pizzeria a Roma per festeggiare la vittoria.
«Certo, ma la richiesta di piena realizzazione di sè non esclude grandi ideali. Molti dei valori ecologisti si ritrovano nel M5S, che interpreta in modo nuovo l’etica della responsabilità . Lavorano in piccoli gruppi, legati a realtà  locali, a zone di scambio e di discussione nel web; gli anziani utilizzano ancora un modello generalista: finiscono per irridere le nuove generazioni che si affacciano alla politica nazionale».
Ma questo non è il narcisismo che trionfa?
«C’è la realizzazione del proprio sè, ma anche il gruppo, la fratellanza; si chiamano i fratelli a gestire insieme il potere. Se si è vecchi non si riesce a comprendere che bisogna guardare all’agorà , allo spazio collettivo, e contemporaneamente alla realizzazione del sè».
Questo è il risultato del cambiamento prodotto da Internet, dal web?
«Certo. Per quelli che hanno 20 e 30 anni lo scambio cognitivo e affettivo, che avviene nel virtuale, è vero e reale. Nel web si può avere una relazione autentica; può nascere l’amicizia e l’amore. Per chi ha sessant’anni sembra invece una moda, qualcosa di passeggero; non capisce che i corpi lontani gli uni dagli altri riescono ad avere un rapporto come accadeva nello spazio fisico comune. Le relazioni di gruppo, di solidarietà , di lotta, di condivisione, sono nate così, e si sono proiettate dal web al campo elettorale».
Insomma, lei vede dei grandi rischi in tutto questo, ma è sostanzialmente ottimista sulle nuove generazioni?
«Le nuove generazioni sono post-consumiste, più sobrie. Si sono emancipate dalla televisione, che è stata una delle fonti del consumismo. I giovani si fanno la loro televisione, la loro musica, le loro immagini, non aspettano che la rete pubblicitaria le produca per loro. Hanno generato forme affettive e simboliche che prescindono dal passato».
Chi ha il potere cosa dovrebbe fare?
«Ascoltare e capire che c’è un nuovo modo di vivere, di amare, di considerare se stessi e l’altro, di guardare ai bisogni collettivi. Se non lo fanno accentueranno l’impressione dei giovani che il potere attuale è morto. Che non serve dialogare con lui. Ci vuole al più presto un ricambio generazionale, una cooptazione nell’area delle decisioni. Prima che sia tardi»

Marco Belpoliti.
(da “La Stampa“)

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GRANATA DA’ L’ESEMPIO: “PROPORRO’ UN COMITATO DEI GARANTI E FARO’ UN PASSO INDIETRO”, ORA VEDIAMO SE LO FARA’ CHI HA MOLTE PIU’ RESPONSABILITA’ DI LUI

Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile

DA PERSONA PERBENE, FABIO COMPRENDE IL SENSO DEL NOSTRO APPELLO PER RECUPERARE UN AMBIENTE UMANO CHE HA BISOGNO DI RITROVARE FIDUCIA… ATTENDIAMO DI CONOSCERE LA RISPOSTA DEI VERTICI DI FLI ALLA SUA PROPOSTA

Pubblichiamo la risposta di Fabio Granata a quanto da noi esposto nell’articolo di poche ore fa e alle relative nostre proposte

Tranquillo Riccardo.. proporro’ immediatamente un comitato dei garanti per l’assemblea di Fondazione del nuovo soggetto politico che porti,con il coinvolgimento dell’associazionismo della nostra area e di tutti coloro i quali vogliono partecipare all’impresa, alla individuazione di metodo, nuovo simbolo e strategia immediata…. Fatto questo io faro’ un passo indietro come da alcuni auspicato, sono consapevole dei miei errori ma anche dei miei meriti: non ci sono uomini per tutte le stagioni, anche se di maestri e nuovi leader (purtroppo) ne vedo pochi….

Fabio Granata

Caro Fabio,
da persona corretta e perbene, hai dimostrato di saper anteporre la già  di per sè difficile possibilità  di ricostruire una comunità  umana che ha bisogno di esempi concreti   e chiarezza di linea comportamentale, rispetto al tuo ruolo acquisito.
Entrambi comprendiamo che se esiste una sola carta per tornare a rappresentare idee e valori con una classe dirigente adeguata, occorre recuperare la fiducia delle centinaia di militanti che avevano condiviso un sogno.
Necessita uno choc per far ricredere la base migliore.
E da lì ripartire.
E’ evidente che il comitato di garanti “veri”   e indipendenti, non amici degli amici per capirci, dovrà  avere titolo anche per decidere se presentare o meno il simbolo di Fli alle elezioni amministrative di maggio e le possibili alleanze.
Gestendo questa fase transitoria senza condizionamenti.
Ma abbiamo anche chiesto un passo indietro da parte dei vertici di Fli, onde rendere tangibile che quello che si proverà  a costruire dovrà  essere frutto delle proposte della base allargata.
Il segnale deve valere soprattutto però per chi ha avuto ben altre responsabilità  rispetto alle tue e non ha ritenuto finora neanche di chiedere scusa.
Certe persone la base di Fli non le accetta giustamente più, mentre altre vanno recuperate: spetterà  poi all’assemblea decidere di richiamare le personalità  integre che hanno avuto rilevanza in Fli e tracciare una sintesi sulla linea politica.
Ora aspettiamo di vedere se saranno accolte le proposte di cui ti farai latore e attendiamo il passo indietro di tutti, non certo di te solo.

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PERCHE’ LA REPLICA DI GRANATA NON CI CONVINCE

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTO DI FLI, LE NOSTRE OSSERVAZIONI… IN FUTURO E LIBERTA’ LA BASE SI DIVIDE SULLA PROPOSTA DI UNA NUOVA ASSEMBLEA FONDATIVA

Pubblichiamo la replica di Fabio Granata (uno dei pochi che almeno ci mette la faccia) alle osservazioni contenute nel nostro articolo che potete leggere nella home page e un ulteriore ns. commento

Quanta prevenzione… abbiamo fatto 6 ore di discussione politica..il documento e’ stato scritto in 10 minuti..si riparte con l’azzeramento di tutti gli organismi e una assemblea di fondazione aperta e partecipata per arrivare alla nascita di un nuovo soggetto politico che rilanci il senso profondo delle battaglie degli ultimi tre anni con una nuova classe dirigente e nuovi metodi di partecipazione, un soggetto non apolide e che occupi uno spazio politico comprensibile in modo innovativo e coerente: il livello del pregiudizio che alcuni di voi esprimono e’ sorprendente… perchè non tornate a partecipare alla costruzione anzichè pontificare da una tastiera?

Fabio Granata

Caro Fabio,
prevenire, Maroni non insegna, è intanto meglio che reprimere, anche se il concetto non farà  parte della cultura politica di qualche amico di Fli che ieri sera già  brindava, per ragioni opposte alle tue, al ritorno a un “partito di destra” e alla emarginazione di chi avrebbe in questi mesi “fatto confusione”.
Non io, ma Fini, scendendo le scale della direzione, ha detto ai microfoni delle Tv che non intedeva commentare l’esito della riunione, rinviando i giornalisti alla lettura del comunicato ufficiale, visto che “ci sono volute sei ore per stilare un documento di una pagina”.
Frase che dovresti aver sentito bene, visto che eri alle sue spalle.
E che il documento sia frutto di una mediazione, cosa peraltro naturale in politica (ma non nelle situazioni di emergenza) è tanto palese quanto legittimo.
Quando il presidente Fini non arriva in Direzione con un’analisi della “catastrofe” ma si limita a dire “è colpa mia” e che “occorre stabilire dove Fli voglia andare perchè io non sono un uomo per tutte le stagioni”, è evidente che ammette che la linea che ha imposto (e altri pedissequamente accettato) è risultata perdente, ma lui non si ritene adatto a interpretarne giustamente un’altra.
Se Fini ha ritenuto di non seguire la strada tracciata a Bastia, non ponendo in primo piano le tematiche sociali, le battaglie sui diritti civili, sui diritti agli immigrati e la battaglia anti-casta o rendendole secondarie alla tattica prima del “terzo polo” con Casini e Rutelli, poi a quella di “con Monti senza se e senza ma”, ottenendo un risultato elettorale disastroso, vuol dire che ha guidato la traversata nel deserto facendo mangiare solo sabbia ai militanti senza dissetarli in alcuna oasi.
E poichè nessuno pretende che dopo aver interpretato il ruolo di baritono sul palcoscenico della politica italiana, si tramuti in tenore o in direttore d’orchestra, logica dice che avrebbe dovuto dimettersi dal ruolo e accomodarsi tra il pubblico.
E insieme a lui tutti coloro che hanno “steccato” sul palcoscenico per ambizioni personali sgomitando per sostenere parti in cui non si sono rivelati all’altezza dello spartito.
Per non parlare di chi è arrivato ad allontare persino l’affezionato pubblico del loggione intrallazzando sui posti come i peggiori esponenti della prima repubblica, concedendo biglietti gratis di accesso ai suoi amici o assegnando a omuncoli senza patria responsabilità  di selezione all’ingresso.
Azzerare non vuol dire dimettersi e nessuno infatti si è dimesso.
Un leader politico può azzerare la propria segreteria per sostituirla in 24 ore o indire un congresso entro 30 giorni.
Ma senza dimissioni tutti restano in carica e gestiscono di fatto le tappe successive, inutile girarci intorno.
Se dimissioni “vere” fossero state, si sarebbe potuto e dovuto affidare a un comitato di garanti la fase “ri-costituente” e se Fli fosse stato sciolto, altrettanto.
La prova che l’azzeramento non esiste?
Ad aprile e maggio vi saranno elezioni amministrative, in Friuli anche regionali: chi deciderà  le alleanze o le liste?
Se credessimo all’azzeramento, nessuno: non i segretari regionali, non i vertici nazionali, tutti in teoria azzerati.
Altro esempio: chi deciderà  le tappe di avvicinamento all’assemblea fondativa del nuovo soggetto politico, chi ne orienterà  le scadenze?
Un comitato esterno di garanti o i soliti maggiorenti “azzerati”?
E il tesseramento chi lo controlla?
E la linea politica “perdente” nel frattempo rimane tale per farci massacrare anche alle amministrative?
Gli azzerati andranno ancora in Tv a rappresentare Fli o si darà  spazio ad altri?
Non è con formule ereditate dal politichese tipo “nuovi metodi di partecipazione”, “soggetto politico comprensibile e non apolide” o “assemblea partecipata” che si esce dalle sabbie mobili.
Se non si capisce il motivo per cui in due anni 11 elettori di Fli su 12 hanno tolto il disturbo (concetto calzante, visto che davano evidentemente fastidio a qualcuno), occorre certo ripartire da lì, ma non con coloro che sono stati causa e motivo della loro dipartita.
E invitare paternalisticamente a “rientrare per costruire, invece che pontificare da una tastiera” denota arretratezza di analisi perchè c’è gente che avrebbe potuto dare tanto a Fli, in ogni angolo d’Italia, MA E’ STATA COSTRETTA A ESPRIMERSI SOLO CON UNA TASTIERA.
PERCHE’ ALTRI PONTIFICAVANO SENZA TASTIERA IN TV NON AZZECCANDONE UNA, chiusi nella torre d’avorio delle loro certezze, mentre altri personaggi equivoci sono stati demandati a rappresentare il partito dopo aver raso al suolo intere regioni.
Guardiamo avanti, non chiediamo neanche le scuse, non ci interessano.
Chiediamo le dimissioni e l’impegno scritto che il vecchio vertice non parteciperà  alla costruzione del nuovo soggetto politico.
Chiediamo che il partito sia affidato a un comitato di garanti. che gestisca la fase di transizione.
Chiediamo che l’assemblea costituente sia aperta a tutte le realtà  associative di area e che coinvolga il mondo del volontariato, delle associazioni a tutela dei diritti civili e a quelle del mondo degli immigrati.
E per ora ci fermiamo qua.

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DOPO LE RIVELAZIONI DELL’ ESPRESSO CI SI CHIEDE SE I CINQUESTELLE SONO SEMPRE CONTRARI AI PARADISI FISCALI

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

LE SOCIETA’ IN COSTARICA DELLA COGNATA E DEL FACTOTUM DI GRILLO

Sono 13, sono società  off shore con sede in Costa Rica, in pratica una holding per compiere investimenti, operazioni immobiliari, costruzioni, compreso il progetto per un resort di lusso.
Il tutto in un Paese inserito nella “black list”, la lista nera, dei paradisi fiscali.
Tra gli amministratori, c’è uno stretto collaboratore di Beppe Grillo e sua cognata, la sorella della moglie.
Lo rivela “l’Espresso” nel numero in edicola oggi. Al centro di questo “movimento”, secondo l’inchiesta e i suoi documenti, c’è Walter Vezzoli, 43 anni, da almeno dieci autista e factotum di Beppe Grillo, uno che lo segue come un’ombra, di cui il leader di M5S si fida totalmente.
Lo ha detto a Rimini, in una tappa elettorale del suo tsunami tour, quando lo ha presentato così: «Ecco vedete qui c’è Walter che viene da Costa Rica», lo ha ripetuto nella chiusura di campagna elettorale a Roma, in piazza San Giovanni: «Walter sta con me, guida, fa logistica, mi protegge, ha tutto sotto controllo. È un ragazzo formidabile».
Walter Vezzoli è anche qualcosa di più e di diverso dal fidato factotum di Grillo, almeno in Costa Rica.
Perchè, secondo i documenti, pubblici e ufficiali, che l’Espresso ha esaminato, Walter Vezzoli è l’amministratore di queste 13 società  quasi tutte con sede a Santa Cruz, la provincia più turistica del Costa Rica.
Accanto a Vezzoli, in molte occasioni, appare il nome di Nadereh Tadijk, cognata del leader di M5S, mentre una società  la “Armonia Parvin sa” ha lo stesso nome della moglie di Grillo.
Quattro società  risultano immatricolate con la formula “sociedad anonima”, formula che consente di mantenere l’anonimato sugli azionisti.
Come a dire che non si può sapere chi ha fornito i finanziamenti.
E’ sicuro e documentato, invece, che tra gli amministratori, compare più volte, il nome di Nadereh Tadijk, con incarichi diversi, a seconda delle società : a volte risulta presidente, altre tesoriere.
E nella “Armonia Parvin” accanto a Nadereh e a Vezzoli, spunta un altro amministratore.
E’ un italiano, si chiama Enrico Cungi, toscano, 60 anni. Coinvolto nel 1996 in un’inchiesta per narcotraffico, è stato arrestato, prosciolto, e ha scelto di vivere in Costa Rica. Le società  hanno tutte capitali minimi: una media di 10.000 dollari ciascuna, quindi resta da capire bene, al di là  dei “cattivi pensieri” a che cosa serva questa holding. E’ certo che una delle 13 società  rette dal binomio Vezzoli-Tadijk ha un progetto ben chiaro che vorrebbe realizzare: si chiama “Ecofeudo”, è un resort extra lusso, dovrebbe essere costruito sulle colline intorno alla baia di Papayago. All’insegna di un lusso ecologico e new age perfetto per chi, come Gianroberto Casaleggio, nel 2008 immaginava l’eventuale post guerra atomica (data di inizio il 2020, durata 20 anni) con la salvezza affidata a rifugi antiatomici, filtri per proteggersi da contaminazioni chimiche, biologiche e batteriologiche.
Per ora si sa che il resort vuole offrire ville fino a 750 metri quadri su un’area di 5000 metri.
Così segnala il sito “ecofeudo.com”, e l’idea è firmata da Walter Vezzoli e dalla Penny production, sigla che riporta a un altro esponente storico di M5S, Simone Pennino, che in Costa Rica è segretario della “Ecofeudo”.
Intanto Walter Vezzoli, sul suo profilo Facebook respinge alle brusche inchiesta e insinuazioni.
Scrive: «Siete marci, giornalisti marci, lavori socialmente utili per tutta questa gentaglia ».
Conclusione: «Fottetevi tutti e sciacquatevi la bocca prima di parlare».
Gli sono arrivati 295 “mi piace”, oltre ai messaggi di solidarietà .
Ma c’è chi, la neo senatrice M5S Alessandra Bencini, dichiara a Radio 2: «Se fosse vero Grillo ha fatto male a fondare il Movimento 5 Stelle, noi siamo contro i paradisi fiscali, per cui si dà  la zappa sui piedi».
Se fosse vero, insistono, Grillo dovrebbe lasciare il M5S?
La senatrice: «Lasciare non lo lascia perchè è suo e comunque non è candidato ».
E non lascia nemmeno lei, perchè vuole portare avanti, tra le altre a anche «l’istanza sulla fiscalità  ».
Italiana, naturalmente.

Wanda Valli
(da “la Repubblica”)

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ORA IL CAVALIERE SI SENTE ACCERCHIATO: ACCORDO DI GOVERNO O ALLE URNE A GIUGNO

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

TRA GOVERNISSIMO E SENTENZE IN ARRIVO, LA STRADA SI FA PIU’ STRETTA

Un incontro a cena, mercoledì sera ad Arcore, per mettere a punto la nuova linea.
Un incontro a quattro – Berlusconi, Maroni, Alfano e Calderoli – per rilanciare e rompere l’isolamento del centrodestra nella complessa trattativa sulla nascita del nuovo governo, che vede il Pdl e il suo leader esclusi dalla possibilità  di far parte di una maggioranza a guida Pd per espressa dichiarazione non solo di Bersani ma, ufficialmente, di tutto il partito
Accerchiato da sentenze in arrivo e inchieste appena aperte, convinto che oltre a quelle appena subite altre condanne arriveranno a breve (a partire dal processo Ruby), angustiato dal dolore agli occhi che, assicurano, lo tormenta davvero, Berlusconi è descritto come arrabbiato e deluso da un Pd che «non farà  l’accordo con Grillo e non lo farà  nemmeno con noi, perchè la loro base è troppo contraria e non avranno la forza di opporsi».
Per questo, è stato il suo ragionamento, è inutile andare con il cappello in mano a elemosinare gesti di apertura che non arriveranno.
O, è la linea, «si siglerà  un accordo di governo alto e alla luce del sole, politico, vero» attraverso il quale lui avrà  il riconoscimento di leader della coalizione e, dicono i suoi, garanzie su una riforma della giustizia «doverosa» e sul suo futuro personale, altrimenti «meglio il voto».
È infatti il «voto subito, a giugno» l’ultima frontiera sulla quale si attesta il Pdl stretto tra la difesa voluta del Capo (e obbligata anche dai lamenti dello stesso Berlusconi che si è sentito negli ultimi giorni poco difeso dai suoi) e l’attacco per ottenere qualcosa di utile in questa legislatura, se davvero partisse.
Maroni in realtà  si limita ad annunciare quale debba essere la via maestra: no al voto, sì a un «governo politico di grande coalizione, che duri cinque anni, affronti la crisi economica e faccia quelle riforme costituzionali che da troppo tempo sono attese».
Ma in via dell’Umiltà  è compatto il fronte di chi aggiunge che, venendo meno questa ipotesi, bisognerebbe forzare sul voto subito, prima dell’estate, anche se i tempi sembrano ristrettissimi e le possibilità  di ottenere il ritorno immediato alle urne, senza una nuova legge elettorale, quasi nulle.
Il perchè di tanta fretta?
È evidente nella scansione delle possibili sentenze sull’ex premier: se si votasse in autunno o in primavera, potrebbe essere già  arrivata la sentenza definitiva della Cassazione sul processo Mediaset, che se confermasse la condanna in primo grado di 4 anni vedrebbe per il Cavaliere anche l’interdizione dai pubblici uffici e dunque la decadenza da parlamentare, oltre che il rischio di carcerazione.
Poi certo, nonostante ieri gli animi fossero agitatissimi, e nella riunione in via dell’Umiltà  si sia parlato di come rendere il più potente possibile la manifestazione anti-giudici del 23, si ragiona anche ad ipotesi intermedie, in vista di una possibile trattativa.
Come quella di un governo a guida tecnica ma «con ministri politici».
Non proprio un governissimo ma qualcosa che ci somiglia.
Qualcosa che abbia una durata tale da impedire la «trappola» del voto a novembre.
E qualche forma di salvacondotto, mai davvero ben individuato da nessuno, che Berlusconi e i suoi pretendono.

Fonte: Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)

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L’INCUBO FINALE DEL CAVALIERE: “VOGLIONO FARMI FUORI CON UNA RAFFICA DI VERDETTI”

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

DA RUBY A MEDIASET… IL PDL IN PIAZZA IL 23

Ha avuto la matematica certezza che sarebbe stato condannato con 24 ore di anticipo.
Quando gli hanno riferito che un’intera seduta del Csm era stata dedicata a lui, per criticare aspramente i suoi paragoni – «magistratura come mafia e cancro » – è esploso: «Ecco, il brutto segnale è arrivato. Da Roma hanno ordinato ai colleghi di condannarmi. È l’ennesima, pesante ingerenza sulla vita democratica del Paese. A questo punto non ho via di scampo, le sentenze saranno tutte contro di me».
Unipol, Ruby, Mediaset, se le aspetta tutte, una dopo l’altra.
A letto, al buio, occhi chiusi o occhiali fumè, Berlusconi non si sorprende affatto quando gli comunicano l’esito del verdetto per l’intercettazione di Fassino.
Non è una sorpresa, solo la conferma di un teorema.
A tutti quelli che lo chiamano ripete con una risata: «Passerò alla storia giudiziaria dell’Italia come l’unico che è stato condannato per una telefonata pubblicata sui giornali… ».
Sentenze politiche, non certo di giustizia.
Questo dice l’ex premier, questo ripetono i suoi.
Lo teorizza il segretario del Pdl Angelino Alfano quando dichiara che «è in atto un tentativo di eliminare Berlusconi per via giudiziaria, visto che è fallito quello fatto per via elettorale e democratica».
Il complotto delle toghe e Milano, la “maledetta” cittadella giudiziaria di Milano, quella che lo perseguita dal ’94: «Ho avuto ragione a far approvare la Cirami (è la legge sul legittimo sospetto per far spostare i processi dalle sedi dove il giudizio non è sereno, ndr.). È convinto che lì, com’è appena avvenuto per Mediatrade, sarà  sempre assolto. Il suo avvocato Niccolò Ghedini glielo ripete di continuo, «presidente, stia tranquillo, alla Suprema corte ne usciremo».
Lui guarda a piazza Cavour, ma nel frattempo è costretto a «subire una persecuzione giudiziaria che sta cambiando il corso della vita politica italiana».
Questo è il punto. Il prossimo governo.
La grande coalizione cancellata. Berlusconi fuori dai giochi nella corsa al Quirinale.
L’obiettivo di buttargli addosso una sentenza definitiva con annessa interdizione dai pubblici uffici, come i 5 anni già  previsti per Mediaset che, soltanto a processo chiuso, lo costringerebbe ad abbandonare il Parlamento e la vita politica.
La parola che Berlusconi pronuncia è pesante: «È in atto una sovversione giudiziaria di cui sono l’unica vittima».
I fatti si inanellano: «L’uso politico delle sentenze è evidente. Quelli di Milano hanno cercato di farle cadere nel pieno della campagna elettorale per influenzarla. Non ci sono riusciti. Io ho vinto lo stesso, ma loro vogliono azzopparmi ugualmente, vogliono cancellarmi come interlocutore politico, stanno costringendo Bersani a ignorarmi».
Le date delle prossime sentenze – Ruby il 18 e Mediaset il 23 – s’intrecciano con gli appuntamenti politici.
Il Parlamento che s’insedia, il conclave per eleggere il successore di Napolitano. Lui, Berlusconi, fuori dai giochi. «Il crescendo delle condanne e l’exploit dell’inchiesta di Napoli mirano a impedire qualsiasi accordo istituzionale. Le toghe vogliono una politica della giustizia gestita da Bersani. Lo stanno spingendo nelle braccia di Grillo e lui ci sta cadendo in pieno».
Certo, Berlusconi sta facendo di tutto per fermare, o quanto meno rallentare, l’orologio delle sentenze.
Adesso sfrutta anche l’uveite – una grave forma di congiuntivite – che lo ha colpito.
Pronto Ghedini a spedire a Milano il certificato per chiedere un rinvio dell’udienza, visto che è saltato sia l’ufficio di presidenza del Pdl che l’incontro con Monti previsti per oggi e quindi il relativo legittimo impedimento. Non basta.
Poi c’è il fronte della protesta di piazza.
La manifestazione del 23 marzo a Roma.
Se ne può spiegare il senso utilizzando quello che dice Daniela Santanchè: «Siamo all’atto finale, come nel ’94, quando la sinistra non vince carica a pallettoni “l’ingroia di turno”. Ma un italiano su tre ha votato per noi e non vuole un paese da Grande fratello e ha paura degli “ingroia”. A piazza del Popolo diremo questo, la legge non è uguale per tutti, per Berlusconi è diversa».
È il senso del 23 marzo, sollevare la gente contro le toghe.
In vista delle nuove elezioni. È lì che adesso guarda Berlusconi, che vuole sfruttare fino in fondo l’immagine di vittima del connubio giudici rossi-Pd.
«Bersani si sta facendo condizionare e porterà  il Paese alla rovina. Non ha il coraggio di fare un governo di grande coalizione come si farebbe in qualsiasi altro Paese dopo questo risultato elettorale. Si eleggeranno pure il capo dello Stato, ma poi si voterà  di nuovo, e i miei sondaggi mi dicono che i nostri consensi sono in ascesa, grazie alla persecuzione giudiziaria».
E il Pd? Il pronostico di Santanchè, interlocutore abituale di Berlusconi, è che «sarà  asfaltato». Quanto ai processi il Cavaliere si consola, Unipol prescritto in estate, Mediaset azzerato in Cassazione com’è avvenuto per Mediatrade, Ruby forse in crisi grazie al “regalo” di Severino sulla concussione.

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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