Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
SENTENZA MEDIASET: UNA LEGGE DEL ’69 OBBLIGA A DECIDERE ANCHE IN PERIODO DI FERIE
Venerdì 28 giugno la Corte d’appello di Milano ha depositato tutti gli incartamenti
all’ufficio postale del Tribunale.
Trenta faldoni preparati in tre giorni, con tutte le carte del processo Mediaset.
Il primo luglio, secondo quanto risulta al sito della Poste, il plico è stato consegnato nelle mani della cancelleria della Corte di Cassazione a Roma.
Sulla copertina del faldone, i giudici milanesi hanno posto – è prassi – la data in cui il processo rischia la prescrizione.
Il presidente del collegio Alessandra Galli – la stessa che l’8 maggio aveva condannato Silvio Berlusconi a quattro anni per frode fiscale – ha calcolato che la prima evasione da 4,9 milioni di euro contestata al Cavaliere finirà in zona rischio nel periodo tra il 15 e il 30 settembre 2013.
Per la seconda, 2,9 milioni del 2003, la zona rischio cade invece un anno dopo.
Ed è per questo che, ieri mattina, la Cassazione ha fissato il processo Mediaset, affidandolo alla sezione «feriale».
Una sorta di corsia preferenziale, per evitare che sul caso possa calare, dopo le vacanze, la mannaia della prescrizione e la sentenza venga rivista forzatamente al ribasso.
Che una parte del capo d’imputazione del Cavaliere fosse a rischio prescrizione, non era una ipotesi così remota.
Ma che questo potesse fare crollare l’intero impianto accusatorio, con il rischio di un nuovo secondo grado, è stata un’intuizione dei giudici della Corte.
Nella motivazione del primo grado, i calcoli sui tempi della prescrizione non erano stati inclusi.
In appello, invece, un semplice ragionamento ha portato le toghe a fissare la “linea rossa” da non superare in una data attorno al 15 settembre.
Questa scelta ha scatenato le reazioni del collegio difensivo di Berlusconi e dei parlamentari del Pdl.
In realtà l’iter seguito rispecchia quello che impone la legge.
Nulla di diverso rispetto a quanto prevede una norma – la 742 del 7 ottobre 1969 – al comma terzo.
«Il giudice che procede» in un processo in «cui la prescrizione maturi durante la sospensione feriale», ha il dovere di «pronunciare anche d’ufficio, ordinanza non impugnabile”.
Operazione anomala – a detta dei testi sfilati a processo – rispetto alle contrattazioni con tutte le altre imprese televisive del mondo.
Proprio attraverso il “filtro” di Agrama i costi dei diritti sarebbero ingiustificatamente lievitati attraverso operazioni estero su estero.
Agrama e società riconducibili allo stesso Berlusconi si sarebbero divisi questa fetta di torta su conti esteri, sfuggendo al fisco.
Dopo due stop forzati per ricorsi alla Corte Costituzionale – prima per il Lodo Alfano e poi per il legittimo impedimento – nell’ottobre scorso il processo è terminato in primo grado.
Berlusconi è stato condannato a quattro anni – tre coperti da indulto – e a cinque anni di interdizione.
Pene più lievi per Agrama (3 anni) e per alcuni ex manager Fininvest. Il capo d’imputazione originale si è già ampiamente dimezzatograzie all’applicazione della cosiddetta legge Cirielli.
Approvata durante il Berlusconi-bis, ha dimezzato i tempi di durata dei processi, e ha già mandato “in cavalleria” le imputazioni sulla frode fiscale del periodo 1999-2001. Le annualità per le quali è arrivata la condanna sono 2002 e 2003.
Cosa succederà adesso?
Le ipotesi sono “da tripla”.
Non potendo la Cassazione entrare nel merito, ma solo verificare la legittimità dei due gradi di giudizio fin qui svolti, si dovrà verificare se la condanna a 4 anni a Berlusconi sia stata emessa rispettando il codice.
Se così fosse, verrebbe respinto il ricorso dei legali Niccolò Ghedini e Franco Coppi. Gli effetti?
Sulle pene accessorie il rischio più alto per Berlusconi, che sarebbe interdetto per 5 anni dai pubblici uffici.
Decadrebbe insomma dalla carica di senatore che attualmente ricopre.
Un’altra ipotesi è che sia accolto il ricorso dei legali degli imputati e venga ordinato un nuovo processo d’appello.
In questo caso, se condannato, i reati del 2002 contestati a Berlusconi sarebbero prescritti, e l’eventuale nuova pena sarebbe per forza di cose inferiore.
L’ultima ipotesi è l’annullamento della sentenza d’appello senza rinvio: sarebbe un totale trionfo per l’imputato.
Emilio Randacio
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL SI RICOMPATTA PER NECESSITA’: “NE’ FALCHI, NE’ COLOMBE, DIVENTIAMO TUTTI IENE”
È la prova finale del «complotto». E in queste condizioni, con la condanna definitiva alle porte, «da agosto è impossibile andare avanti».
La notizia gela Silvio Berlusconi a ora di pranzo, mentre sta per lasciare Arcore e rientrare a Roma dopo due settimane di assenza e silenzio.
«Come nel ’94, un’anticipazione del Corriere della Sera, i giudici che si muovono per mandarmi presto in galera».
Il silenzio pubblico continua, ma tra le mura di Palazzo Grazioli è un fiume in piena.
Le evocazioni sono le più cupe, parla di un nuovo Piazzale Loreto». E poi: «Vorrebbero che scappassi come Craxi, ma io resisto e, se pure condannato, non mi dimetterò ».
Un Cavaliere fuori di sè.
Pronto a portare in Parlamento l’eventuale detenzione, aprire un conflitto di attribuzioni istituzionale dopo il 30.
Già , dopo il 30 luglio. Cosa ne sarà del governo Letta dopo la lettura del dispositivo della Cassazione su Mediaset?
Ora «tutto può succedere», è la risposta che si sono sentiti ripetere tutti gli interlocutori di un Cavaliere che è apparso segnato dall’accelerazione imposta a sorpresa.
Per la prima volta dopo tanto tempo è tornato a «non escludere conseguenze » sul governo.
«È evidente che il clima di pacificazione e il nostro sacrificio non sono serviti a fermare la persecuzione» è il suo ragionamento.
Detto questo, il leader Pdl non si sogna di staccare la spina ora sull’eventuale condanna, andrà fatto eventualmente sui nodi economici irrisolti, tra agosto e settembre.
E a quel punto, Berlusconi è convinto di trovare in Matteo Renzi, destinato a entrare in campo a ottobre, un potenziale “alleato”: «Vedrete, sarà anche suo interesse anticipare il voto».
Ma solo allora, non prima. Così, quando nel pomeriggio Brunetta decide di scatenare da subito la guerriglia parlamentare contro il governo, cercando il sostegno dei falchi, si vede piombare a Montecitorio Denis Verdini, come poi farà Paolo Romani al Senato.
L’ordine di scuderia del capo è di tutt’altro tenore. Calma e sangue freddo.
Il capogruppo deve mettere da parte le rappresaglie ideate: dalle astensioni al “no” del Pdl a provvedimenti del governo in votazione in aula. Da subito.
Ma è l’intero scenario politico a mutare nell’arco di un pomeriggio.
Perchè il clima elettrico che si respira in Transatlantico – mentre fuori imperversa l’ennesimo acquazzone tropicale di questa strana estate romana – attraversa anche i divanetti occupati solitamente dai deputati Pd.
Lasegreteria Epifani che pure rassicura sulla tenuta dell’esecutivo, teme in realtà che il quadro precipiti.
I dirigenti democratici si chiedono fino a che punto Berlusconi manterrà la linea filogovernativa. E se, in caso di crisi, si creeranno le condizioni per dar vita a una nuova maggioranza col Movimento 5 stelle.
Perchè l’alternativa è prepararsi a una campagna elettorale imminente, magari subito dopo la pausa estiva.
A quel punto, altro che congresso entro la fine dell’anno. Renzi del resto è già in pista.
E quanto il quadro sia terremotato lo si comprenderà poi in serata, quando i 97 deputati del gruppo Pdl si riuniscono nel loroparlamentino per decidere che «azione eclatante» compiere in attesa della sentenza.
Berlusconi avrebbe dovuto partecipare, per riprendere in mano un partito spaccato tra falchi e colombe, dopo la notizia non ve ne sarà più bisogno.
Sono ormai tutti falchi, divisi al più tra chi invoca le urne immediate e chi le dimissioni in massa. Verdini e Santanchè, come pure Alfano, sono gli unici ad averlo incontrato nel pomeriggio, prima di andare a riferire alla platea di deputati.
Il segretario e vicepremier è più sereno all’inizio, si fa sempre più cupo con l’incalzare degli interventi.
La Santanchè chiede proprio a lui libertà di «azione» in difesa di Berlusconi, manifestazione di massa o altro purchè si agisca. Galan dice basta ai «compromessi », dimissioni di massa e subito al voto.
Ma «guai a toccare il governo», prova a far muro Cicchitto. Il dibattito interno si infiamma.
La Gelmini sostiene davanti a tutti di essere pronta a rassegnare le dimissioni nelle mani del leader, se sarà necessario.
Verdini come al solito tranchant: dice che bisogna coinvolgere il popolo, l’elettorato, «perchè rendiamo conto solo a loro». Poi sbotta il mite Rotondi: «Andiamo tutti davanti al Quirinale e piantiamoci lì, non basta la piazza, deve intervenire il capo dello Stato contro questa persecuzione ».
Toni non da meno dai membri del governo, come la «fedelissima» berlusconiana Biancofiore: «Subito la riforma della giustizia in Consiglio dei ministri o non ha senso andare avanti».
Alla fine si fa largo l’ipotesi dell’assemblea permanente per bloccare i lavori d’aula.
Che in caso di condanna, dopo il 30, potrebbe degenerare fino all’occupazione delle aule parlamentari, se non in manifestazioni davanti alle Camere o davanti la stessa Cassazione. Stasera il copione si ripeterà al gruppo Pdl del Senato.
Berlusconi resterà chiuso nel fortino di Grazioli, a pochi metri da lì.
Ma da qui al 30 “Nè falchi nè colombe, diventiamo tutti iene”
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
MEGLIO TASSARE LE COSE CHE LE PERSONE CHE PRODUCONO REDDITO… L’IMPORTO MEDIO DELL’IMU E’ DI 225 EURO…PER QUEL 28% CHE STA SOTTO I 10.000 EURO DI REDDITO SI TRADUCE IN 187 EURO L’ANNO, 52 CENTESIMI AL GIORNO: COME SI PUO’ PENSARE DI RISOLVERE I PROBLEMI DI QUESTA FASCIA SE POI IL CAROVITA SI MANGIA 10 VOLTE QUESTA CIFRA?
Caro professor Brunetta,
da alcuni mesi la politica italiana ruota attorno alle sue dichiarazioni quotidiane in materia di Imposta municipale unica sulla prima casa.
Nonostante il Fondo monetario — rubando un antico slogan del Pdl — dica che è meglio tassare le cose invece che le persone che producono reddito, in barba alla Commissione europea che nelle raccomandazioni di primavera notava che il gettito 2012 aveva tenuta solo grazie all’Imu, opponendosi a ogni ipotesi di compromesso rispettoso della Costituzione che impone la progressività dell’imposta, lei insiste con ammirevole tenacia, sia pure degna di miglior causa: l’Imu sulla prima casa va abolita.
Ieri, sul Corriere della Sera, ha scritto che cancellarla avrebbe un impatto sui consumi, anche se lei stesso ammette che l’effetto sarebbe “altamente simbolico”, più che concreto.
Secondo i dati del ministero del Tesoro, l’importo medio dell’Imu prima casa versata nel 2012 è stato di 225 euro.
Il grosso (un terzo del gettito) è arrivato da quel 6,8 per cento dei contribuenti con case di valore che hanno pagato oltre 600 euro.
A un economista come lei non sfugge cosa implicano questi numeri: cancellare l’Imu significa dare un forte beneficio in valore assoluto — cioè lasciare in tasca alcune centinaia di euro — a chi ha uno stipendio elevato e quindi neanche se ne accorgerà .
Il beneficio per i contribuenti a basso reddito è troppo piccolo per incidere sulle loro scelte di consumo: per quel 28 per cento che sta sotto i 10 mila euro annui si tratterebbe di 187 euro all’anno, 15 euro al mese, 52 centesimi al giorno.
Senza l’Imu prima casa questi milioni di italiani non potrebbero neppure permettersi di prendere un caffè al bar tutti i giorni.
Lei è davvero convinto che la ripresa passi da lì?
Come ha detto il suo collega ministro Graziano Delrio a La Stampa, “poichè le risorse sono scarse e la priorità è averne per stimolare l’occupazione, regalare 300 euro all’anno a famiglie con un reddito sopra i 75 mila euro sarebbe perdere un’occasione per i nostri giovani”.
Tra l’altro, con tutti i pasticci di comunicazione che il vostro governo ha fatto, anche l’effetto psicologico è ormai bruciato: nessuno si fida di spendere gli eventuali risparmi dell’Imu perchè chissà cosa state architettando su Tares, Iva, accise sulla benzina, tasse sulle sigarette elettroniche e aumenti a sorpresa perfino delle marche da bollo.
In sintesi: chi se ne frega dell’Imu.
Possiamo iniziare a parlare di qualcos’altro prima di ritrovarci, come alla fine del governo Berlusconi del 2011, ad avere come unico argomento di conversazione il rischio default dell’Italia?
Stefano Feltri
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA CLASSIFICA DEL SITO INTERNAZIONALE SPECIALIZZATO SIAMO IL 43.479° SITO PIU’ SEGUITO IN ITALIA… MELONI 67.017, ALFANO 74.989, SANTANCHE’ 77.464, CARFAGNA 88.773, CASINI 89.741, BRUNETTA 114.791, LA DESTRA 119.776… CI BATTE RENZI CON LA 27.009° POSIZIONE
Destra di popolo è ormai una realtà nel panorama della presenza sul web della destra sociale italiana: la classifica del sito internazionale specializzato in rilievi statistici Alexa lo attesta con i dati che abbiamo sopra indicato.
Quando in una afosa giornata di luglio, con molti italiani in vacanza, si sfonda il muro delle 1.300 visite giornaliere, vuol dire che siamo ormai una realtà , grazie a un lavoro di anni, al sacrificio di pochi, alla incomprensione di tanti che avrebbero potuto darci una mano e non l’hanno fatto.
Non ha importanza, hanno perso un’occasione loro, non noi.
Siamo la dimostrazione che quando si ha una linea, quando si è autonomi, quando si raccontano anche verità scomode, si può sfondare nella coscienza degli italiani onesti.
Il nostro pubblico è trasversale perchè non abbiamo nè padrini, nè padroni: siamo gente libera come i nostri lettori.
Chi ci segue? Dal semplice cittadino alla presidenza del Consglio, dallo studente ai gruppi parlamentari, dal precario alla Confindustria, dalla stampa locale a quella nazionale, dai piccoli comuni alle associazioni.
Persino le Università e i centri di ricerca all’estero, come risulta dalle schermate di ingresso nell’elaborazione dei dati.
Un amico giornalista ci ha definito una piccola “macchina da guerra” per la capacità di infiltrarci ovunque e di “disseminare” in campi avversi.
Volevamo festeggiare con voi questo risultato con un brindisi virtuale: senza di voi tutto ciò non sarebbe stato possibile.
Abbiamo in mente un nuovo progetto destinato a far parlare molto e di cui vi renderemo presto informati.
Per ora grazie e un abbraccio a tutti.
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
TROPPE INCONGRUENZE NELL’OPERATO DELLA QUESTURA DI ROMA, ALFANO NEL MIRINO: DOVRA’ RISPONDERNE ALLA CAMERA
Il caso dell’espulsione di Alma Shalabayeva e di Alua, moglie e figlia del dissidente kazako
Ablyazov, arriva finalmente alla Camera.
Richieste di chiarimento arrivano da tutte le parti.
Anche dal presidente della commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini.
E così domani il ministro degli Interni Alfano, ritenuto da più parti il responsabile della cattiva gestione della vicenda, ne risponderà durante il question time delle 15.
Le domande sul tavolo sono molte, anche perchè tutta l’operazione messa in atto dalla Questura di Roma sembra sempre di più essere stata organizzata non per catturare il marito, ma per espellere in tutta fretta moglie e figlia e consegnarle a Nazarbayev, dittatore di un paese dove la tutela dei diritti umani è sconosciuta.
Nell’attesa delle risposte di Alfano alla Camera, nella conferenza stampa convocata dal presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato Luigi Manconi, sono stati Riccardo Olivo ed Ernesto Gregorio Valenti, legali di Alma Shalabayeva, a denunciare come il provvedimento di espulsione nei confronti della loro assistita sia stato “fortemente illegittimo”. Gli avvocati hanno parlato di “procedure insolite, che diventano non giustificabili quando a subirle è la moglie di un noto oppositore politico di un paese in cui i diritti umani non sono tutelati”.
I racconti degli avvocati e le prove presentate ribadiscono l’urgenza di adeguate risposte, al Parlamento e all’opinione pubblica, da parte di quel ministro degli Interni cui tutta la vicenda sembra ricondurre ogni giorno di più.
Il fatto quotidiano.it ha rivelato ieri in anteprima che l’Ufficio Stranieri della Questura di Roma era in possesso di una nota dell’ambasciata kazaka che riferiva come la signora fosse in possesso di due validi passaporti kazaki, e pertanto non avrebbe potuto essere sottoposta a rimpatrio coatto.
Oggi sono emerse altre novità sull’operato delle forze dell’ordine che necessitano di spiegazione.
E siccome la Questura di Roma e il suo Ufficio stranieri dipendono dal ministero dell’Interno, ormai il cerchio si sta stringendo sempre di più attorno all’operato del segretario del Pdl.
Per esempio, non potendo Shalabayeva essere rimpatriata senza sua figlia, ecco che gli avvocati della donna dipingono un quadro a tinte fosche.
La mattina del 31 maggio, il giorno del rimpatrio, gli uomini della Questura si dirigono per la quarta volta nella villa di Casal Palocco.
Qui, essendo tutti gli altri parenti in Questura per accertamenti, trovano solo la piccola Alua, una bambina di sei anni che da un anno sta frequentando la scuola qui in Italia, sua cugina, una zia e un domestico.
Nessuno capisce bene l’italiano, tranne la bambina che a Roma ha frequentato un anno di scuola.
Gli agenti consigliano di non contattare i legali poi chiedono alla piccola se vuole andare a trovare la mamma in Questura, mentre la donna si trova in realtà al Cie di Ponte Galeria. La bambina acconsente.
Dalla relazione di servizio della polizia si viene a sapere che alle 13,10, mentre la piccola è in macchina, arriva l’ordine di non andare in Questura, ma di dirottare l’auto verso Ciampino, dove la madre è già a bordo del famigerato aereo austriaco pronta a portarla in Kazakistan.
Il tutto avviene mentre gli avvocati fiduciosi aspettano che alle 15 cominci l’orario di colloquio al Cie, e credono che Shalabayeva sia ancora lì, per produrre ulteriori documenti neccessari a rinviare l’espulsione della donna.
Ma il meccanismo appare organizzato con tempistiche strettissime.
Quel famigerato aereo austriaco è stato prenotato alle 11 di mattina — come da testimonianze agli atti delle Procura di Vienna che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare e riportare in anteprima — ovvero prima ancora che il Giudice di pace del Cie di Ponte Galeria convalidasse il fermo di Alma, dato che l’udienza della mattina come da verbale è terminata dopo le 11.20. Ecco perchè il quadro che viene a delinearsi è che tutta l’operazione possa essere stata organizzata fin dall’inizio proprio per consegnare le due donne al dittatore kazako Nazarbayev, e di farlo in tutta fretta, piuttosto che per trovare il marito.
Anche perchè, spiegano ancora gli avvocati, se in quella casa gli uomini della questura avessero trovato Ablyazov, nei suoi confronti avrebbe dovuto aprirsi un processo di estradizione, e non di espulsione, dai tempi infinitamente più lunghi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
NEL TESTO RISPUNTA IL FINANZIAMENTO AUTOMATICO
Allarmato dalle manovre in corso, Enrico Letta ha già consegnato il messaggio agli ambasciatori della maggioranza: «Non permetterò che il mio ddl venga snaturato».
Eppure, nonostante l’avvertimento del premier, la cancellazione del finanziamento ai partiti traballa pericolosamente.
La tentazione dei partiti è quella di non abolire del tutto l’automatismo. La furia emendativa minaccia di stravolgere il testo e il rischio è che il provvedimento resti incagliato nelle secche dei veti incrociati.
Tanto da spingere Palazzo Chigi a preparare il piano B: «Il ddl è un punto fermo del governo. Altrimenti c’è la strada del decreto ».
Il via libera in commissione è previsto entro luglio, ma difficilmente la tabella di marcia sarà rispettata. Pd, Pdl e Scelta civica reclamano tempo.
Nonostante Letta.
Per Palazzo Chigi, però, non esistono alternative all’abrogazione totale del finanziamento.
La ratio è chiara: «Nessuno che non voglia dare un euro deve essere costretto a farlo». Il premier ha scelto la strada del ddl per mostrare la volontà di aprirsi ai «miglioramenti» delle Camere. Ma rispettando la filosofia che sta dietro all’intervento: «Nessuno pensi di far rientrare dalla finestra quello che vogliamo far uscire dalla porta».
I dubbi, però, lacerano la maggioranza.
A partire dal Pd. I deputati che si occupano del ddl si riuniranno già stamane con il tesoriere
Antonio Misiani per discutere pregi e difetti del testo.
«La direzione indicata dal governo è quella giusta», premette Misiani. Che però poi aggiunge: «Il Parlamento potrà migliorare il provvedimento ».
È proprio sulle tentazioni emendative che si gioca la sfida. Il ddl, infatti, prevede la cancellazione di ogni forma di finanziamento automatico.
Ma il rischio, per i partiti più strutturati, è l’asfissia
«Chi sostiene di voler cancellare ogni forma di finanziamento diretto — ammette il tesoriere Pd — dice una cosa che non esiste in nessuna democrazia».
Misiani non si sbilancia oltre, se non quando assicura che sono allo studio correttivi: «Esistono molte tecnicalità . Vedremo, discuteremo. L’importante è migliorare il ddl».
Di certo, i democratici spingeranno per introdurre «un tetto massimo alle singole donazioni», in modo da evitare lo strapotere del «miliardario di turno»
Chi ha in tasca una soluzione per risolvere il rebus è il tesoriere di Scelta civica, Gianfranco Librandi: «Sono favorevole all’abolizione. Sarebbe una bella sfida. Però capisco che diventi problematico sostenere così un partito».
Ecco quindi l’idea: «dimezzare» gli attuali rimborsi. «Noi — ricorda Librandi — siamo passati da 11 a 5 milioni. Così scenderemmo a 3 milioni… ».
A via dell’Umiltà si coltivano dubbi di altra natura. Ma comunque dubbi.
Maria Stella Gelmini, che del ddl è relatrice, giura: «Noi ci riconosciamo nel testo». Poi sottolinea: «Vogliamo migliorarlo, ma non ci sono passi indietro».
In particolare, i berlusconiani si batteranno per rendere meno stringenti i rigidi paletti di democrazia interna ai partiti pensati dall’esecutivo.
I grillini restano alla finestra.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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