Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
“HA COMPRATO ME E ALTRI… E MI CHIEDEVA ANCHE RAGAZZE”
«Gli altri parlamentari che si sono lasciati corrompere nelle operazioni di Silvio Berlusconi?
Certamente il mio non è stato un caso episodico, ma solo una tappa della strategia».
Sergio De Gregorio, giornalista ed ex senatore Pdl, 102 giorni di arresti domiciliari alle spalle, prima sorride.
Poi, seduto nel salotto della sua casa romana, si fa serio. «Io parlo solo di ciò che posso documentare. O di ciò che mi hanno riferito fonti attendibili di quel partito. Però, anche dopo l’errore madornale che ho commesso fidandomi di lui, mi sono convinto che il problema del Paese è Berlusconi, il suo potere economico. Lui compra tutto».
De Gregorio ha chiesto il patteggiamento per i tre milioni ricevuti da Silvio Berlusconi allo scopo di sabotare il governo Prodi.
Sulla compravendita di parlamentari sta scrivendo un libro.
«Ma trovo difficoltà ad individuare un editore nazionale, vorrei che lo leggessero in tanti».
Il Cavaliere ora è imputato a Napoli di corruzione insieme a Valter Lavitola.
L’udienza riprenderà a settembre, il gup deciderà a ottobre.
Sull’ex senatore intanto piovono gli strali dell’entourage del Cavaliere. «Dicono che sarei un ricattatore. Non mi fanno paura, comunque. Dovrebbero essere loro a temere il corso della giustizia».
La difesa di Berlusconi ha depositato in udienza alcune sue lettere indirizzate all’ex premier quando era in commissione Difesa. Cosa gli scriveva?
«Informavo Berlusconi di molte cose, quasi sempre di persona. Non ricordo scritti. Vedremo cosa dicono queste lettere».
Dall’inchiesta dei pm Milita, Vanorio, Piscitelli e Woodcock sembra che ci siano state almeno due “Operazioni Libertà ” da parte di Berlusconi. La prima nel 2006, quando corrompono lei, la seconda nel 2010.
«E’ corretto individuare i due momenti. Ma forse le Procure di Roma o di Napoli possono escludere che ce ne siano stati altri?».
Nel 2007, per conto di Berlusconi, lei offrì al senatore dell’Idv Caforio fino a 5 milioni per cambiare schieramento. Il suo collega registrò la conversazione su suggerimento di Antonio Di Pietro, al quale consegnò il nastro per portarlo in Procura. La cassetta non si trova. Secondo lei che fine ha fatto?
«Io non posso saperlo. Ma se uno ha in mano una cassetta del genere, e quella cassetta posso immaginare che esistesse, davvero può perderla o non ricordare dove sia? O è più probabile che, nel paese dei veti e dei ricatti incrociati, alla fine si sia vaporizzata? ».
Sugli eventi del 2010 lei ha fatto cenno a Luca Barbareschi e alle astensioni di Giuseppe Scalera, allora senatore diniano?
«Di Scalera non so nulla. Quanto a Barbareschi, fu Verdini a farmi presente che aveva dovuto sudare per convincere Mediaset a dare al regista-parlamentare una fiction».
È vero che era presente quando il futuro ministro Nunzia De Girolamo avrebbe dato al senatore Cosimo Izzo un peluche destinato a Berlusconi con dentro un curriculum?
«Accadde ad una mia convention. Non l’ho visto personalmente, ma così me l’hanno raccontata. Anche sulla storia della debolezza di Berlusconi per le donne sono stato sempre un po’ diverso dagli altri. Una volta, Lavitola mi chiese, per conto del presidente, il cellulare di una signorina che aveva fatto da presentatrice ad un evento. Risposi così: “Digli che sono uno dei pochi che non farà mai il ruffiano per lui”».
E lui si arrese?
«Macchè. La signorina era fidanzata con un mio collaboratore. La invitò a Palazzo Grazioli, il fidanzato era incerto, non capiva. Lei ci andò e riferì di essere stata a cena con una trentina di ragazze. Io dissuasi anche il suo fidanzato: “Non la mandare, lascia perdere…” ».
E com’è finita?
«Malissimo per lui, che fu lasciato. Ottimamente per lei. Oggi lavora fa la giornalista a Mediaset
È vero che le fu offerto da alcuni amici americani di fare il latitante?
«Ovviamente non ho mai considerato l’ipotesi. Mi sono presentato spontaneamente e continuerò a farlo ogni volta che me lo chiedono. Ho moglie e tre figli, non voglio scappare da nessuno».
Perchè Lavitola non ha collaborato?
«Chi lo sa. Ha fatto tanto carcere, e non lieve. Certo, conosceva molto delle strategie del Cavaliere. Ricordo che, nonostante l’ostilità di Ghedini, Lavitola riusciva a parlare con Berlusconi in qualsiasi condizione. Cosa dire? Avrà avuto la sua convenienza».
Conchita Sannino
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL PD GLI NEGA LA DOPPIA MILITANZA NEL SUO MOVIMENTO “IL MEGAFONO”… LUI REPLICA: “STALINISTI, LI HO SALVATI DAGLI SCANDALI”
Ad un passo dalla rottura con il Pd ma anche ad un passo dalla candidatura a segretario nazionale dello stesso Pd.
Strano ma vero.
Questo è il bivio che si para davanti al governatore siciliano Rosario Crocetta il cui rapporto di amore e odio col Pd sembra per certi versi analogo a quello di Matteo Renzi che però lui non esclude di sfidare nella corsa alla segreteria nazionale.
La frattura, clamorosa, tra Crocetta e il Pd siciliano si è consumata in occasione dell’ultima direzione regionale del partito anche se non si riesce ancora a capire se siamo già al punto di non ritorno.
Tutto nasce dalla decisione del partito di bocciare senza appello l’ipotesi di «doppia militanza» per gli esponenti del Pd.
Un tentativo di bloccare il cammino del movimento politico «Il megafono» creato dal governatore Crocetta e che alle ultime elezioni regionali ha anche fatto dalla differenza per le fortune del centro-sinistra siciliano.
SFIDARE RENZI
Per questa ragione sabato sera il governatore ha fatto irruzione nella direzione del Pd siciliano sparando a palle incatenate contro il gruppo dirigente siciliano.
«Io ho salvato il Pd in Sicilia, perchè sarebbe stato travolto dagli scandali, e invece continuo a subire attacchi – ha attaccato- in altri tempi il partito avrebbe mandato uomini come Pio La Torre a fare pulizia».
E ancora: «Invece di ricevere solidarietà per le minacce continuano a delegittimarmi». E comunque non esclude l’ipotesi di scendere in campo per la segreteria nazionale del Pd. «Sfidare Renzi? Vediamo»
NON MI LASCIO INTIMIDIRE
Di buon mattino è tornato alla carica contro il documento approvato dalla direzione del Pd.
«Nessuno pensi di intimidirmi, nessuno pensi di fare prevalere i muscoli dei pacchetti di tessere dentro il dibattito politico del Pd. Non ho alcuna intenzione di rinunciare alla mia militanza nel Pd: è anche il mio partito. Ma nessuno pensi di poter utilizzare quei muscoli per cancella un’idea qual è “Il Megafono”».
E poi spiega: «Il Megafono è un’ idea di libertà , di democrazia, di rinnovamento, un nuovo modo di fare politica a cui anche il Pd ci si deve abituare. Un modo di fare politica che trova la sua ragion d’essere nella mobilitazione dal basso. Chi pensa di darmi aut aut sbaglia, il Megafono non sarà messo a tacere».
PD STALINISTA
Ancora più duro quando fa riferimento al dibattito che si è sviluppato nella direzione del Pd.
«Ho assistito -afferma- a un vero e proprio linciaggio, mentre siamo in trincea, mentre ci sono funzionari che rischiano perchè hanno scelto la libertà . Chi pensa di buttarci fuori lo faccia, ma lo farà con ragioni basate sul nulla, figlie del peggior opportunismo stalinista».
E rilancia annunciando una festa del suo movimento al quale non intende affatto rinunciare.
«Stiamo preparando una grande festa a Palermo per dire che ci siamo, con rappresentanti anche nazionali, per dire basta ai blocchi di potere e ai capi corrente e delle tessere».
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL CASO DI ALMA E ALUA NON HA PRECEDENTI: I CLANDESTINI NON SI RIMPATRIANO SU VOLI PRIVATI
E se finissero tutti in prigione? Kazaki (quelli non coperti da immunità diplomatica) e italiani:
poliziotti, capi di Questura, di Polizia, di Segreteria, di Gabinetto e ministro; tutti quelli che “non erano stati informati e non sapevano”.
L’accusa? Sequestro di persona.
Repubblica del 20 luglio: il 28 maggio l’Interpol di Astana (Kazakistan) segnala alla Polizia italiana che a Casal Palocco c’è il ricercato internazionale Mukhtar Ablyazov. “Prendetelo e consegnatelo alle autorità kazake. Con lui vive sua moglie Alma Shalabayeva; ha due regolari passaporti kazaki e, forse, un passaporto falso della Repubblica Centro Africana a nome di Alma Ayan. Prendete anche lei e “deportatela” in Kazakistan: è in Italia illegittimamente”.
La richiesta è corretta per quanto riguarda Ablyazov; priva di senso per Shalabayeva. Se costei ha un passaporto kazako (e lo ha, lo afferma l’Interpol kazaka), è possibile che risieda in Italia legittimamente: dipende dall’eventuale possesso di un permesso di soggiorno, italiano o rilasciato da un Paese dell’area Schengen (che in effetti la donna aveva, emesso dalla Lettonia); dipende anche da quando essa è arrivata in Italia: potrebbe permanervi come turista per tre mesi.
E, se fa uso di un documento falso (il passaporto africano), ciò costituisce un reato per la legge italiana; quindi in Italia dovrebbe essere processata ed eventualmente condannata.
Ma il passaporto falso non è di per sè, in presenza di passaporto “vero”, motivo di “deportazione” (in termini giuridici, espulsione).
L’ambasciatore kazako e i suoi accoliti si accordano con le autorità italiane per un’irruzione nella villa di Casal Palocco; che avviene il 29 maggio, il giorno dopo i messaggi dell’Interpol kazaka.
Ablyazov non lo trovano; mettono però le mani su una preda più misera, sua moglie Shalabayeva e la figlioletta di sei anni.
Non hanno fatto niente, non c’è motivo di portarle in Questura.
Ma i kazaki le vogliono. Il perchè è ovvio, servono per ricattare Ablyazov e costringerlo a costituirsi.
Ma come si fa? L’Interpol kazaka ha già detto che la donna è in possesso di passaporto vero, per provare che stia in Italia illegittimamente ci vuol tempo.
Allora ci si attacca al passaporto della Repubblica Centro Africana che Shalabayeva esibisce: non vuole che si sappia che lei è la moglie di Ablyazov, teme proprio quello che sta per succedere , che la usino contro il marito.
Non sa, la poveretta, che tutti lo sanno già e che gli sta offrendo la sua testa su un piatto d’argento.
“Passaporto falso, sei in Italia illegittimamente, devi essere espulsa!”.
E se la portano via, lei e la figlia.
Dove? Nel famigerato Cie (Centro identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, un surrogato della prigione; lì la portano e lì deve restare.
Ecco perchè il capo della Polizia Pansa non racconta delle informazioni dell’Interpol kazaka e si limita a dire: “Essendo emersi dubbi sulla sua identità e per verificare la sua regolare presenza in Italia” viene portata in Questura.
Dubbi? Ma se sapevano benissimo che era Shalabayeva!
Siccome il diavolo fa le pentole etc, qui c’è la dimostrazione della vigliaccata perpetrata dai kazaki e dal servile ministero dell’Interno italiano.
La Polizia lo sa che Shalabayeva ha un passaporto kazako. Perchè non le dice: non raccontare storie, lo sappiamo chi sei, dacci il passaporto vero?
Ovvio: perchè, se questo passaporto salta fuori, addio immediata espulsione.
La reclusione nel Cie deve essere convalidata dal giudice di pace.
E, se a questo gli dicono: “l’abbiamo portata al Cie perchè è illegalmente in Italia visto che ha un passaporto falso; veramente ne ha anche uno vero però la vogliamo trattenere lo stesso”; il minimo che succede è che il giudice dica: “un momento, vediamo come stanno le cose, magari è qui come turista, magari ha un permesso di soggiorno, in fondo ha una casa dove abita regolarmente; fate accertamenti e poi vedremo”.
Quindi che il passaporto kazako resti nell’ombra è proprio quello che serve per chiedere una convalida immediata, necessaria per una altrettanto immediata “deportazione”.
Il giudice di pace convalida. Che altro deve fare? Gli dicono che il passaporto è falso, Shalabayeva ha paura per suo marito e quindi non dice che ha non solo il passaporto kazako, ma anche un permesso di soggiorno rilasciato dalla Lettonia che è valido anche in Italia (area Schengen): su quei documenti c’è il suo vero nome.
Così la “deportazione” avviene con un aereo privato messo a disposizione dai kazaki. Superfluo dire che, in 41 anni di magistratura, non ho mai visto un clandestino andarsene dall’Italia con un aereo privato.
C’è qualche dubbio che Shalabayeva sia stata privata della libertà personale illegittimamente?
Non era clandestina, la Polizia lo sapeva.
Non potevano rinchiuderla nel Cie.
E nemmeno potevano arrestarla, garantendosi così che non gli sfuggisse: il possesso di passaporto falso è punito solo fino a tre anni di reclusione, l’arresto non è consentito.
Solo che niente Cie, niente “deportazione”; Shalabayeva se ne sarebbe andata e la parola passava agli avvocati.
E allora che gli dicevano ai kazaki? Qualcuno ha sentenziato: “Cie Cie, non rompete.”
Tutto questo si chiama sequestro di persona, reso possibile — formalmente — da un provvedimento del giudice di pace che però è stato ottenuto con l’inganno.
Una rendition realizzata con finta legalità invece che con un rapimento in mezzo alla strada.
Come per ogni reato ci sono gli istigatori e mandanti (i kazaki), gli esecutori materiali (i poliziotti e i loro diretti superiori), i concorrenti necessari (quelli che dettero gli ordini, quelli che avrebbero dovuto impedire la consumazione del reato e che non lo fecero).
Al posto loro comincerei a preoccuparmi.
Il reato di cui all’art. 605 1°, 2° (fatto commesso da un pubblico ufficiale) e 3°comma (fatto commesso in danno di un minore, la figlioletta di 6 anni) è punito fino a 12 anni di galera.
E gli stracci piccoli, quando cominciano a volare, hanno la tendenza a chiamare in correità gli stracci grossi.
Bruno Tinti
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE KAZAKO CHE “CONDUSSE” L’OPERAZIONE AL MINISTERO DELL’INTERNO RESTA AL SUO POSTO: NON SI E’ NEANCHE PENSATO ANCORA A CONVOCARE IL NOSTRO…NESSUNA RICHIESTA PER RECUPERARE LA SHALABAYEVA
Farnesina, batti un colpo. Anzi, batti un pugno sul tavolo. Dei kazaki.
Ma anche del governo, perchè di questa brutta storia di Alma e della sua bambina, t’hanno detto “buona” e “tu stai a cuccia”.
Non che serva a qualcosa, adesso che le abbiamo espulse o le abbiamo consegnate che dir si voglia: mica ce le fanno tornare.
Ma, almeno, ti fai sentire; e, magari, rispettare un po’ di più.
Sul caso Ablyazov, che cosa potevano fare Emma Bonino e il ministero?
Almeno per riportare in Italia Alma Shalabayeva e sua figlia Alua?
Certo qualche gesto più forte si poteva provare: convocare prima l’ambasciatore kazako a Roma, senza aspettare che fosse in vacanza; richiamare per consultazioni l’ambasciatore d’Italia ad Astana, che pure avrebbe forse potuto riferire dell’agitazione che si stava creando — ammesso che non se ne sia accorto -; dichiarare persona non grata l’ambasciatore Yelemessov, gesto quasi estremo nelle ritualità diplomatiche; e, da ultimo, di sicuro impatto almeno mediatico, andare ad Astana, come, giovedì, nel dibattito in Parlamento, Arturo Scotto, capogruppo Sel in commissione Esteri, ha suggerito alla Bonino.
Invece, di Alma, il ministro ha mandato un funzionario dell’ambasciata in Kazakistan, facendo poi sapere —è un comunicato di venerdì, quasi surreale- che la donna “sta bene” e ringrazia l’Italia “per il suo sostegno”: “Con la figlia, ha piena libertà di movimento in città e ha accesso a internet”.
Emma Bonino è una donna energica, che di solito vuole fare la cosa giusta e la fa.
Da commissaria dell’Ue, non esitò, appena insediata, ad affrontare con fermezza una guerra della pesca col Canada; e non si fece intimidire dai talebani andando a difendere i diritti delle donne in Afghanistan.
Però, da quando è ministro degli Esteri, sembra contagiata dalla “letargia” che la stampa estera rimprovera al governo Letta nel suo insieme.
Commentando il caso Ablyazov giovedì sera, alla Festa dell’Unità di Roma, Massimo D’Alema, un ex ministro degli Esteri, teneva ben distinta la Bonino da Alfano, ma diceva: “Alla Bonino vogliamo bene, ma mi domando in quale letargo si trovasse la Farnesina” quando i diplomatici kazaki dettavano legge al ministero dell’Interno.
Perchè, sul caso Ablyazov, il ministero degli Esteri e lo stesso ministro sono stati a lungo assenti, o molto discreti.
Quando la bufera era già scoppiata, la Bonino è parsa a tratti più concentrata sull’ordinaria amministrazione del suo ruolo che sulla vicenda kazaka, che ha pesanti implicazioni diplomatiche ed umanitarie.
Com’è stata poco incisiva su altri casi caldi di questi giorni, il destino di Edward Snowden, la talpa del Datagate, o il ritorno da Panama negli Stati Uniti, senza neppure valutare il fondamento della richiesta d’estradizione dell’Italia, di Robert Seldon Lady, Mister Bob, il capocentro Cia a Milano ai tempi del sequestro dell’imam Abu Omar, condannato a nove anni e in via definitiva dalla Cassazione.
Viene da pensare che, su questi temi, la Bonino sarebbe stata più combattiva e in prima linea se non fosse stata ministro, quasi che avverta le pastoie del ruolo e delle larghe intese.
In diplomazia, è vero, si opera meglio in silenzio e nell’ombra che parlando e alla luce del sole. Però, vediamo i fatti.
Su Snowden, l’Italia ha negato come altri l’asilo —legittimamente, perchè la talpa del Datagate non rispetta le procedure- e ha chiuso come altri lo spazio aereo al velivolo dell’ambasciatore boliviano Evo Morales, perchè gli Usa pensavano ci fosse a bordo l’ex analista dell’Nsa.
E, su ‘Mister Bob’, la Farnesina ha subito “preso atto” e dichiarato “rispetto” della decisione di Panama di farlo ripartire per gli Usa.
Intendiamoci, non c’era probabilmente modo di cambiare le cose, ma non c’era neppure bisogno di mostrare tanta rassegnazione.
Sul caso Ablyazov, la Bonino non ha preso nessuna iniziativa forte, a parte la convocazione — solo mercoledì 17 luglio — dell’incaricato d’affari Manaliyev, in assenza dell’ambasciatore Yelemessov.
Lì, le parole sono state chiare: il ministro ha manifestato “sorpresa e disappunto” per “l’irrituale azione” ambasciatore kazako, perchè, in una vicenda così delicata, “anche sotto il profilo internazionale”, “i rappresentanti diplomatici kazaki non hanno mai interessato la Farnesina”.
Irrituale, ma, dal loro punto di vista, efficace: al Viminale, ottenevano tutto quel che volevano; perchè complicarsi le cose chiamando in causa la Farnesina?
Magari, a tu per tu con Letta e con Alfano, la Bonino le avrà pure cantate chiare, ma il silenzio, dopo il colloquio sul palco della sfilata del 2 giugno, non è da lei.
Non che sia rimasta inattiva, però: le cronache riferiscono come abbia offerto un Iftar, cioè una cena di Ramadan, ai capi delegazione a Roma di 42 Paesi musulmani; che è stata in Ungheria —ma soprattutto per incontrarvi il ministro degli Esteri indiano e parlargli dei marò, altra nota dolente-; che ha ricevuto il premier eletto albanese Edi Rama; e che, ieri e oggi, a Palma di Maiorca, è stata al Gruppo Westerwelle, club informale dei ministri degli esteri di 17 Paesi Ue, dove si discutono gli sviluppi dell’Unione.
Attività tutte pertinenti. Ma non incisive là dove ci si aspettava.
Poco aiuto all’Italia è finora venuto dall’Ue.
Funzionari della Commissione hanno preso contatti con le autorità kazake, ma il presidente Barroso non è intervenuto di persona.
Giampiero Gramaglia
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
SBUGIARDATO BERLUSCONI CHE AVEVA NEGATO IL RACCONTO DI BARBARO… L’EX PRESIDENTE DEL CONI PETRUCCI COLTO DA AMNESIA
Caso strano, a quanto pare gli italiani hanno la memoria più corta degli stranieri. 
O così lasciano intendere.
Giovedi scorso l’ex parlamentare del Pdl, Claudio Barbaro, ha raccontato al Fatto come nel 2009 assistette a una riunione surreale tra l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il comitato per i Mondiali di Basket a Roma e la Federazione mondiale di pallacanestro.
Lì, al terzo piano di Palazzo Chigi, il leader del centrodestra raccontò nei particolari di una sua esperienza in Kazakistan, con il presidente locale Nazarbayev prodigo nell’organizzare “una festa con una trentina (secondo un altro testimone erano 12) ragazze semi-svestite” , come ha raccontato Barbaro.
Immediata la smentita dello stesso Berlusconi (“tutte fandonie, non è vero”); altrettanto labile la memoria di altri partecipanti alla riunione.
Eppure, da molto lontano, c’è qualcuno che la ricorda molto bene, come l’allora presidente mondiale della Federazione Basket, l’australiano Bob Elphinston.
Presidente, come andò?
Fu un incontro surreale. Sì, decisamente surreale.
Addirittura. E perchè?
Si parlò di tutto, meno di pallacanestro.
Quali furono gli argomenti?
Vari e ricordo anche una storia sul Kazakistan.
Lì volevamo arrivare.
Ho letto su internet la polemica.
E allora
Berlusconi parlò sia delle donne che di quel lontano Paese.
Un’esperienza edificante?
Diciamo che ci mise molta enfasi
Troppa?
Mi sentii in imbarazzo per lui.
Per gli argomenti trattati o per il modo?
Senta, la nostra visita non sembrava avere niente dell’ufficiale. C’era un signore che intratteneva, tutto qui, mentre gli altri partecipavano. Tutto questo quasi per un’ora. Ribadisco: rimasi molto stupito per la gestione della vicenda.
Tra i presenti anche l’allora Presidente del Coni Gianni Petrucci, da gennaio di quest’anno eletto Presidente della Federazione Italiana Pallacanestro.
Dottor Petrucci, anche lei era al terzo piano quel giorno
Sì, ma io non ricordo nulla, sono passati quattro anni.
Beh, non parliamo di molto tempo fa.
Allora gli altri saranno migliori di me, a partire da Claudio (Barbaro)
Anche l’ex Presidente della Fiba conferma tutto.
Guardi che era un australiano.
Mi scusi, si ricorda la nazionalità del presidente ma non la riunione? Strano.
(Silenzio) Io non ricordo niente.
Eppure all’uscita siete rimasti in gruppo per commentare con stupore l’atteggiamento di Berlusconi.
Ho già risposto. Arrivederci.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL 4 GIUGNO LA NOSTRA AMBASCIATA A LONDRA CONFERMAVA CHE ERA UN DISSIDENTE E NON UN LATITANTE E CHE MOGLIE E FIGLIA AVEVANO LIBERTA’ DI MOVIMENTO…MA ALFANO IGNORO’ QUELLA COMUNICAZIONE: PERCHE?
Un dispaccio della nostra ambasciata a Londra, il 4 giugno, confermava che il dissidente kazako non era un pericoloso latitante. E che moglie e figlia avevano libertà di movimento. Ma quella comunicazione fu ignorata dal Viminale e dal ministro dell’Interno, Alfano
Mukhar Ablyazov, chi era costui? Una delle poche, disarmanti, ammissioni condivise dal ministro dell’Interno Alfano e dai suoi apparati è stata quella di aver comprato dai kazaki come “pericoloso latitante” chi al contrario era un noto dissidente.
E di averne avuto coscienza quando ormai era troppo tardi.
Epperò, come tutte le ammissioni tardive di questa storia, anche questa si rivela una toppa peggiore del buco.
Perchè – si scopre ora – anche quando il Viminale ebbe la certezza che Ablyazov era un rifugiato politico, la nostra caccia all’uomo teleguidata da Astana non si fermò.
Anzi, riprese. E per giunta con nuova forza.
È l’ennesima verità che illumina la sequenza di mosse sghembe, omissive, contraddittorie con cui – come documentano gli atti allegati alla relazione del Capo della Polizia – dalla mattina del 31 maggio (quando un take dell’Ansa batte in chiaro l’intera storia) al pomeriggio del 12 luglio (giorno in cui viene revocato il decreto di espulsione di Alma Shalabayeva), il ministro dell’Interno, mentre prova disperatamente a evitare che l’affaire lo travolga, è in realtà occupato a garantire assoluta lealtà all’amico kazako Nazarbaev.
I fatti.
I SILENZI DEL MINISTRO
Sostiene Alfano che, sollecitato dal ministro degli esteri Emma Bonino, il 2 giugno attivi il nuovo Capo della Polizia per conoscere ad horas quel che, in realtà , lui sa perfettamente essere accaduto (il suo capo di gabinetto Procaccini lo ha informato il 29 maggio), ma che il copione che ha deciso di recitare prevede che ignori.
La solerzia partorisce non a caso un topolino. Un appuntino della Questura di Roma datato 3 giugno. Che, nelle intenzioni, dovrebbe chiudere la storia senza neppure farla cominciare. E che, a stretto giro, il 5 giugno, diventa addirittura una presa di posizione del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri: «Le procedure di espulsione di Alma Shalabayeva sono state perfette. Tutto in regola e secondo la legge. Mi sono informata subito della questione, e tutto si è svolto secondo le regole ».
Purtroppo per Alfano, il 4 giugno, la nostra ambasciata a Londra, sollecitata dalla Bonino a verificare lo status di Ablyazov e della sua famiglia nel Regno Unito, accerta che “il pericoloso latitante” e sua moglie Alma Shalabayeva hanno ottenuto asilo politico.
Sono due “rifugiati”. Lui, gravato dal divieto di espatrio. Lei, libera di muoversi.
Di entrambe le informazioni – raccolte dalla nostra diplomazia sia per iscritto che de visu a Scotland Yard – viene reso partecipe il Viminale.
Il quale, per altro, il 5 giugno riceve un’ulteriore conferma via mail dall’Ufficio Immigrazione Inglese. «Posso confermarti – scrive Satnam Rayit, chief Immigration Officer della polizia inglese, al nostro dirigente dell’Interpol Gennaro Capoluongo – che Mukhtar Ablyazov e sua moglie hanno ricevuto asilo in Inghilterra. Non so se questa informazione sia già nel database dell’Interpol, ma di questa mail ho messo in copia i miei colleghi».
IL VIMINALE NON ARRETRA
Il 5 giugno, dunque, ce ne sarebbe a sufficienza per il ministro dell’Interno Alfano, per il Capo della Polizia Pansa, per Interpol e Questura di fare macchina indietro.
Di chiedere conto ai kazaki e all’ineffabile ambasciatore Yelemessov, di casa al Viminale, delle ragioni per cui hanno taciuto chi fosse davvero Ablyazov e comprendere finalmente il perchè nella caccia grossa di Astana sia finita la sua intera famiglia, con la sollecitazione alla “deportazione” di Alma Shalabayeva.
Ce ne sarebbe a sufficienza per cominciare a ragionare su un provvedimento (la revoca del decreto di espulsione) che invece arriverà solo il 12 luglio.
Ma nulla di tutto questo accade. Peggio. Accade esattamente il contrario.
LE RICERCHE CONTINUE
La nostra Polizia continua ad essere teleguidata da Astana in una caccia all’uomo che non sembra avere requie. In quei giorni, a quanto pare, e con buona pace delle informazioni raccolte a Londra, Ablyazov è diventata la nostra magnifica ossessione.
Altro che “blocco cognitivo”.
L’11 giugno, un nuovo cablo dalla capitale kazaka aggiorna infatti a beneficio della nostra Polizia e della Questura di Roma le possibili identità dietro cui Ablyazov proteggerebbe la sua latitanza (un passaporto polacco) sollecitandone nuove ricerche.
E la nostra Questura, solerte, chiede il 13 giugno, attraverso i canali Interpol, che in Austria e Kazakistan vengano avviate dalle rispettive polizie immediate indagini patrimoniali su tutte le persone identificate durante l’infruttuoso blitz nella villa di Casal Palocco.
I KAZAKI PADRONI FINO A FINE GIUGNO
Non deve sembrar vero ai kazaki che a Roma, nonostante il pasticcio svelato dagli inglesi il 4 giugno (Ablyazov e la moglie sono rifugiati politici), il nostro Dipartimento di Pubblica Sicurezza continui a bersi la favoletta del pericoloso latitante. Sempre che qualcuno se la beva e non sia invece costretto semplicemente a obbedire.
Al punto da non battere ciglio, il 14 giugno, di fronte all’arrivo da Astana del provvedimento con cui la Corte di Almaty, il 5 marzo 2009, ordina l’arresto di Ablyazov.
Un “decreto di cattura” di due paginette, privo di motivazione e indicazione delle fonti di prova e come tale irricevibile in qualsiasi Paese Europeo in cui vigano i principi dello Stato di diritto.
Ma, evidentemente, “ineccepibile” per gli amici italiani e il suo ministro dell’Interno.
E a cui, non a caso, il 29 giugno fa seguito un ulteriore mossa di Astana. La richiesta “urgente” al Viminale di “elementi di informazione sulle indagini in corso su Ablyazov”, nonchè una rogatoria (curiosamente indirizzata al nostro ministero dell’Interno e non a quello di Giustizia) con cui si chiede assistenza nelle indagini su quattro cittadini kazaki e il nullaosta all’arrivo a Roma di personale della “Agenzia anticrimine in economia e corruzione” kazaka.
Altro che vergogna per quanto accaduto. Fino al 29 giugno, al Viminale, non si vergogna proprio nessuno.
E sotto la guida politica di un “ministro inconsapevole” la nostra polizia continua ad essere il braccio della caccia grossa scatenata da Astana.
Salvo, ora, giustificarsi con un cavillo. «La richiesta di asilo di Mukhtar Ablyazov e sua moglie in Inghilterra non è ancora ufficiale e dunque non era e non è utilizzabile».
Già , le carte non stanno a posto.
La parola di Astana, dunque, vale più di quella di Londra.
Carlo Bonini e Fabio Tonacci
(da “la Repubblica“)
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Luglio 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA PROCURA DIEDE A CIAMPINO L’ORDINE DI BLOCCARE IL RIMPATRIO, MA NON FU RISPETTATO: “SIAMO STATI RAGGIRATI”…CHI DIEDE L’ORDINE DI DEPORTARE UGUALMENTE ALMA E SUA FIGLIA?
L’espulsione della signora Alma Shalabayeva, qualificata ormai dalle Nazioni Unite come una
illegale «extraordinary rendition», si inceppò sia pure per poche ore. Accadeva nel pomeriggio del 31 maggio, quando i legali scoprirono che la signora era stata portata a Ciampino e lì l’aspettava un jet privato noleggiato dall’ambasciata del Kazakhstan.
In tutta fretta si appellarono alla procura di Roma perchè fermasse in un modo o nell’altro il procedimento.
E in effetti per qualche ora tutto s’è bloccato perchè mancava il necessario nulla-osta. Ci furono ore di agitazione, di telefonate, di fax.
Finchè la procura non si convinse che quell’aereo poteva partire.
Ma adesso che se ne sa molto di più, in procura non si nasconde l’amarezza.
Si sono sentiti «strumentalizzati». Qualcuno arriva a parlare di «raggiro». E il procuratore capo, che descrivono «amareggiato», s’è chiuso nel silenzio.
Non c’è da meravigliarsi, insomma, se tra qualche tempo si scoprisse che la procura sta indagando.
In fondo, un fascicolo è già aperto, ma tratta di due reati attribuiti alla signora Shalabayeva: ricettazione e alterazione del passaporto. In questo contesto la procura ha acquisito diversi documenti della polizia.
Altri accertamenti sono stati richiesti. E chissà dove mai approderà quest’inchiesta.
Il «raggiro» lamentato in procura si capisce meglio leggendo i verbali allegati alla relazione del capo della polizia.
E’ da quelle parti che si scopre quanta agitazione creò nei diplomatici kazaki l’inatteso intoppo.
Avevano il “successo” a portata di mano e rischiavano di perdere la partita all’ultimo istante.
Era successo infatti l’imprevedibile. Il procuratore capo Giuseppe Pignatone, sollecitato dall’avvocato della signora, Riccardo Olivo, chiedeva chiarimenti. Ricostruisce Maurizio Improta, dirigente dell’Ufficio Immigrazione: «Nel pomeriggio il dirigente della Squadra mobile mi comunicava di bloccare le operazioni di rimpatrio delle straniere su disposizione della Procura della Repubblica di Roma in quanto, in seguito a un’istanza prodotta dai legali della signora, erano stati disposti ulteriori accertamenti».
È uno stop-and- go che getta letteralmente nel panico i kazaki.
Riferisce Laura Scipioni, la poliziotta che aveva preso in consegna al Cie la signora Shalabayeva e l’aveva condotta allo scalo romano: «Durante l’incontro con il Console kazako, il Consigliere, con atteggiamento preoccupato, mostrava alla sottoscritta il biglietto da visita del Prefetto Procaccini, dicendo che stava cercando di contattarlo, fatto che riferisco prontamente».
Sarebbero ben cinque le telefonate del diplomatico per sollecitare lo sblocco del volo. Chiamò il prefetto? Sarebbe clamoroso: Procaccini ha garantito di non sapere niente dell’espulsione.
Chiamò altri uffici di polizia? Non c’è traccia di queste telefonate.
Di sicuro risulta che l’Ufficio Immigrazione inviò nel pomeriggio stesso un rapporto via fax alla procura sulla falsificazione del passaporto. Il prefetto Alessandro Pansa ha aggiunto in Senato che «Pignatone aveva chiesto un supplemento investigativo, che gli fu comunicato dalla Squadra mobile».
Chi chiamarono i kazaki, dunque?
Per dare un’idea di quanto gli uffici di polizia si fossero messi a disposizione dell’ambasciata, si legga la nota del 28 giugno – quasi un mese dopo l’espulsione – in cui la dirigente dello Sco, Luisa Pellizzari, chiede alla Squadra mobile romana di informare per le vie brevi il diplomatico Nurlan Kassen di ogni sviluppo nelle indagini a carico di Ablyazov.
Francesco Grignetti
(da “La Sttampa”)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
RESTA COORDINATORE IN SICILIA MA HA PERSO LE ELEZIONI, RESTA SEGRETARIO MA LA SANTANCHE’ GLI HA SFILATO IL PDL, E’ ANCORA DELFINO MA SENZA PIU’ IL QUID…LA FRASE DI PREVITI: “SE GLI MOZZI UN’ORECCHIA, LUI TI PORGE L’ALTRA”
Resta, ma dimezzato. E non solo come ministro.
Ridono infatti di lui i mezzi amici che l’hanno difeso e lo disprezzano i mezzi nemici che l’hanno salvato.
E per la polizia è come il generale Cadorna che, dopo Caporetto, scaricò le responsabilità del suo tragico comando sui poveri soldati (morti): «La viltà dei nostri reparti ha permesso al nemico …».
Pure i kazaki lo considerano ormai un dilettante incapace di gestire le conseguenze delle proprie azioni. Anche per loro Angelino Alfano ha fatto il lavoro a metà . Il dimezzamento è il suo destino.
«Alfano salvato, Alfano cucinato» dicevano dunque, ieri mattina, i berlusconiani, e non solo i falchi.
La mascella serrata, le grandi mani che ancora più del solito non sapeva dove mettere, il ministro dimezzato ha ascoltato il dibattito con i nervi infiammati, impasticcandosi di quelle caramelle alla menta prescritte da Berlusconi, il quale generosamente gli ha perdonato la calvizie: «Il mio povero Angelino ci ha provato, ma in lui il trapianto attecchisce solo a metà » racconta il Cavaliere, per metà tenero e per metà malizioso. La storia del loro rapporto ancillare riempie gli archivi dei giornali: l’innamoramento
catodico di Alfano, la sua prima investitura con una telefonata, «finalmente ho trovato chi mi sostituirà in tv», e poi l’incarico di segretario tuttofare di Bonaiuti sino al rovesciamento dei ruoli, il ministero della giustizia, il famigerato “lodo Alfano”…. Schifani lo battezzò: «l’alfan prodige».
Nel Pdl con lui sono spietati e al giudizio di Previti, «se gli mozzi un’orecchia, lui ti porge l’altra», un ministro in carica aggiunge il seguente certificato di dabbenaggine politica: «La cosa più drammatica è che ha visto il turbinio di kazaki attorno al suo tavolo, ma non ha capito. Non è come Scajola, lui davvero non sapeva, perchè non sa mai nulla».
E così il ministro dimezzato pativa le finte difese più dell’elemosina del voto nemico.
Insomma ha vissuto molto male la mezza vittoria che è stata anche un mezzo funerale politico.
Ma come capita spesso nella paradossale, attuale politica italiana, gli è arrivata addosso la calda solidarietà sincera di Emma Bonino, il ministro degli Esteri che, ieri mattina in aula, quando Alfano è stato finalmente assolto, si è alzata e gli ha stretto la mano e i miei occhi hanno faticato a credere che davvero fosse lei a guidare quella mano piccola e magra che, solitamente contratta come per effetto di una sostanza morale restringente, ieri mattina si espandeva nella realpolitik come per effetto di una sostanza amorale ampliante.
La donna- maremoto della politica italiana, quella fiera signora che diceva un giorno «ho imparato da Marco a fare e a pagare di persona le cose che si pretendono dagli altri», ieri metteva la sua mano nella mano di Alfano e non nella mano di quella donna deportata, Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente Ablyazov.
La Bonino non è insorta prima e non è volata ad Astana dopo, e non ha neppure mandato lì qualcuno di sua fiducia, non ha chiesto pubblicamente all’amico di Putin e del dittatore kazako Nazarbaev, a Berlusconi che tornava dalla Russia, di passare a prendere quella donna e riportarla nel Paese che non l’aveva protetta…
Certo non ha la stesse responsabilità politiche di Alfano, ma in quella stretta di mano ha messo in gioco molto di più. Alfano è li grazie al padrinato di Berlusconi, la Bonino c’è per la sua bella radicalità , perche è stata la nostra coscienza civile, la passione e la tensione dei nervi d’Italia, la voce che faceva ballare le magnifiche parole radicali.
Se a qualcuno interessasse studiare l’evoluzione più moderna del teatro dell’assurdo, se esistesse un premio teatral-politico intitolato a Ionesco, bisognerebbe certamente assegnarlo a quella stretta di mano che non era di solidarietà , ma di complicità .
E forse l’amore della Bonino risarcisce Alfano degli scherni del suo Pdl.
Come ha spiegato il falco Verdini a Berlusconi: «Se il Pd non l’avesse salvato sarebbe stato meglio perchè sarebbe caduto questo governo che ti vuole accompagnare in cella tendendoti per mano».
Ma poi ha completato il pensiero la pitonessa Santanchè: « E però, se gli avessero imposto le dimissioni, saremmo stati costretti a difenderlo davvero. E Alfano sarebbe diventato il nostro santo martire».
La storia italiana è piena di ministri dimezzati, la Dc li proteggeva costringendoli a dimissioni che diventavano immissioni a nuovo incarico.
Così fu per Cossiga, per Lattanzi, per Andreotti…
Sempre i dimezzati diventano infatti uomini senza pace, fuori posto anche quando, troppo tardi, lasceranno il posto, come Scajola che, proprio com’è ora accaduto ad Alfano, fu blindato dal governo Berlusconi e salvato da una mozione individuale che voleva sfiduciarlo perchè aveva detto che Marco Biagi, ucciso dalle Br, era «un rompicoglioni ».
E fu un insulto che, pronunziato da Scajola, faceva onore alla memoria del professore assassinato dai terroristi, perchè «il rompi», nel vocabolario di Scajola, indicava l’intellettuale di tenace concetto, il competente che non cedeva, il tecnico che non attaccava l’asino dove voleva il padrone, che rivoleva le consulenze che gli spettavano e pretendeva d’essere protetto da una scorta che Scajola gli negava, e mai si stancava di spiegare, di scrivere, di mandare mail.
Scajola fu salvato e dimezzato. Ma non durò.
E invece dalla prima nomina di coordinatore in Sicilia, all’ultima di ministro degli Interni, Alfano si è abituato al gusto e all’ideologia delle mezze porzioni politiche che rinvia alle mezze maniche, alla mezze calzette, ai mezzi uomini di Sciascia.
Come se fosse ingombrato dalla propria interezza, Alfano raddoppia le cariche ma ne dimezza la funzione.
Resta infatti coordinatore anche se in Sicilia perse le elezioni.
E’ ancora delfino, ma Berlusconi gli ha tolto il quid.
E’ segretario, ma la Santanchè gli ha sfilato il partito, al punto che non c’è quasi mai alle riunioni ristrette convocate da Berlusconi. Verdini, la pitonessa e Capezzone sì.
Il mezzo segretario no: «Alfano fa tutto per non fare nulla».
E al Viminale, per spiegarmi la differenza tra l’autorità di un ministro e il potere di un mezzo ministro, ora mi raccontano sprezzanti quanta polizia e quanti prefetti vennero coinvolti a fine giugno quando un ragazzino fregò la bicicletta di Alfano, a San Leone, la bella spiaggia di Agrigento.
Beffando la scorta e le auto blu, il povero ragazzo era riuscito a fuggire, persino con più destrezza dei suoi antesignani “ladri di biciclette” celebrati da De Sica.
«Vale più di tremila euro» aveva dichiarato Alfano, affranto e ferito nei suoi affetti più cari (più delle famose scarpe di D’Alema ma un po’ meno della bici del neosindaco di Roma Ignazio Marino).
Secondo le agenzie di stampa, Alfano si «è subito trasformato in un perfetto detective» e in mezza giornata «ha ritrovato la bicicletta».
In realtà , ha coinvolto l’Intelligence di Agrigento, i Ros, la capitaneria, i Nocs, i confidenti e forse persino gli uomini di panza.
E il ladruncolo scappava e quelli urlavano.
Il ragazzo ovviamente è stato preso. Ebbene, questa “smorfia” della legalità , questa parodia della polizia che arresta il pericoloso delinquente (e speriamo che qualcuno gli paghi un avvocato) fa il paio con il blitz kazako, è la stessa arroganza rovesciata, la stessa ferocia, lo stesso Alfano riflesso nello specchio di Alice.
Francesco Merlo
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
DA BRESCIA A LECCO BEN 36 MINUTI IN PIU’, SI ALLONTANANO VENEZIA E TRIESTE
Ventiquattro minuti in più tra Pescara e Roma, trentasei tra Lecco e Brescia e oltre un’ora e
mezza tra Taranto e Reggio Calabria.
Sette minuti in meno tra Milano e Ancona, trentatrè tra Napoli e Roma, via due ore e passa tra Firenze e Bologna.
Corre a due velocità l’Italia dei treni e cavalca i binari come fossero una fisarmonica: con tempi di percorrenza strizzatissimi lungo l’alta velocità oppure molto più dilatati di quarant’anni fa sulle altre tratte.
Sì, avete capito bene. Succede, per esempio, tra Messina e Palermo, dove oggi l’Intercity va a 74 chilometri all’ora e per raggiungere la destinazione ci mette ventinove minuti in più rispetto al Rapido del 1975.
Che rapido, in confronto, era davvero: andava a 95 all’ora.
Ma succede anche tra Brescia e Cremona, dove per fare 51 chilometri all’Espresso bastavano quarantuno minuti, contro i cinquantatrè che servono oggi al regionale più scattante.
Per scoprire lo stacco basta fare un confronto tra le pagine ingiallite di un orario ferroviario Pozzo datato 1975 e quello attuale.
«Sembra assurdo, eh? Anzichè andare più forte si va più piano».
Ride in modo amaro Cesare Carbonari, 71 anni, sedici trascorsi a fare avanti e indietro ogni giorno sulla Torino-Milano e oggi nel coordinamento dei ventuno comitati pendolari del Piemonte. «Abbiamo sì l’alta velocità , ma nelle stazioni si arriva con le vecchie linee tradizionali e in entrata o in uscita si creano ingorghi, si allungano i tempi».
E se anche non tutte le tratte di oggi, avverte Trenitalia, sono paragonabili a quelle di allora, perchè con più cambi o fermate, rimane il fatto che trentotto anni dopo un pendolare che da Roccasecca va ad Avezzano ci mette quattordici minuti in più; un turista sciatore che da Calalzo fa una puntatina su Venezia, otto; un impiegato che da Varese va a lavorare a Milano, due.
E un villeggiante che da Torino ricerca un po’ d’aria di mare per arrivare a Savona impiega quattordici minuti in più: due 2 ore e 11 contro un’ora e 57 di fine anni Settanta.
«E pensare che per velocizzare quella tratta ultimamente hanno soppresso alcune fermate, per guadagnare tempo» riflette il signor Francesco, ferroviere da oltre trent’anni.
«Si immagina il disservizio? Chi vive a Moncalieri o a Trofarello, paesotti belli grandi con migliaia di abitanti, per andarsene in spiaggia deve prima passare per Torino». Uno spostamento da lumaca, rispetto ai tempi agili dell’alta velocità che ha tagliato tre ore di viaggio tra Milano e Roma, quarantaquattro minuti tra Milano e Torino.
«Andrebbe fatto un piano nazionale dei trasporti, lo chiediamo da anni» continua Carbonari.
«Non solo sulle infrastrutture, ma anche sui materiali rotabili moderni, che consentano tra una stazione e l’altra di andare più veloce: ci sono più fermate, per salire e scendere dalle vetture con i gradini si perde tanto tempo. Come faccio a recuperare minuti se a trainare sono vecchi locomotori che vanno a 120 invece che a 160? Siamo utenti d’oro, paghiamo centinaia di euro l’anno, invece si investe solo per l’alta velocità ». «Sulla rete c’è poca manutenzione » fa eco il ferroviere Francesco, «ma costa tanto e va a finire che si fanno andare i treni più lenti. Poi si rompono e sopprimono la corsa».
Vincenzo Foti e Cristiana Salvagni
(da “La Repubblica“)
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