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UN “GRANDE” OSCAR FARINETTI: “CALDEROLI NON PUO’ ENTRARE IN EATALY, MOTIVI DI IGIENE”

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL FONDATORE DEL COLOSSO ALIMENTARE: “GENTE COME LUI E BORGHEZIO DOVREBBERO DIMETTERSI DA UMANI”… FINALMENTE UN ITALIANO CON LE PALLE

“A Eataly è vietato l’ingresso a persone come Calderoli, non può entrare per motivi di igiene”. A dirlo è lo stesso presidente e fondatore, Oscar Farinetti, evidentemente poco divertito dalle recenti battute del vicepresidente del Senato.
Durissimo il suo attacco all’esponente leghista, a “La Zanzara” su Radio 24: “gente come Calderoli e Borghezio”, ha detto nel corso del programma, “dovrebbero dimettersi da umani, da uomini, perchè dimostrano dicendo queste cose che non hanno coscienza, e la coscienza è la molla che ha trasformato le scimmie in umani, quindi sono rimaste scimmie”.
Mentre il ministro Kyenge, offeso dal vicepresidente del Senato che l’ha paragonata ad un orango, accetta le scuse ma dice che le sue parole danneggiano il Paese intero, non si placano polemiche e reazioni.
Per il fondatore di Eataly Calderoli è rimasto, dunque, una scimmia. “Non tutte le scimmie sono diventate umane, alcune sono rimaste scimmie. Dunque non dovrebbe stare in Parlamento, dovrebbe dimettersi da umano”, dice a La Zanzara.
“Ma dare del nano a Brunetta e dell’orango alla Kyenge non è la stessa cosa?”, chiedono i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo: “la Kyenge non ha fatto nulla per aizzare, sono cose diverse. Sono contrario alle battute sull’altezza di Brunetta, anch’io mi arrabbio se dicono che non ho i capelli. Ma Brunetta ogni tanto se le tira, fa parte del partito dei cattivi, quelli sempre incazzati che ce l’hanno col mondo”, dice Farinetti.

(da “la Repubblica“)

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PERQUISIZIONI ALLA SEDE DI “VEDRO’, IL THINK TANK DI ENRICO LETTA

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

AGENTI DELLA FINANZA NELLA SEDE ROMANA DELLA FONDAZIONE E NELL’ABITAZIONE DI CAPECCHI, STRETTO COLLABORATORE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO… SI INDAGA SULLE SPONSORIZZAZIONI PER MIGLIAIA DI EURO RICEVUTE DAL CONSORZIO VENEZIA NUOVA

Perquisizioni per l’acquisizione di documentazione su alcune sponsorizzazioni ricevute dal Consorzio Venezia Nuova sono state eseguite dalla Guardia di Finanza nei confronti di ‘VeDrò’, il think tank creato da Enrico Letta, di cui è tesoriere uno dei più stretti collaboratori del premier, Riccardo Capecchi, che non è indagato.
La notizia è stata confermata da fonti vicine alla maxi-inchiesta che la Procura lagunare sta conducendo sugli appalti del Consorzio veneziano.
I finanzieri, su decreto di perquisizione del pm Paola Tonini, si sono recati nell’abitazione di Capecchi, a Perugia, e nella sede dell’associazione politico-culturale, a Roma.
Qui hanno acquisito documenti contabili e fatture sulle sponsorizzazioni che il Consorzio Venezia Nuova ha dato negli anni a “VeDro”, al pari di molte altre società , per l’organizzazione del meeting estivo nella cittadina trentina di Dro.
Iniziativa partita nel 2005 e interrottasi quest’anno, con la nomina di Letta a presidente del Consiglio.
La verifica su ‘Vedrò” è una delle circa 100 perquisizioni eseguite dai finanzieri, al comando del colonnello Renzo Nisi, nell’ambito dell’inchiesta sulle società  che hanno avuto in passato rapporti di natura economica con il Consorzio.
Ammonterebbero a diverse decine di migliaia di euro i finanziamenti che il Consorzio ha dato come sponsorizzazione al think tank fondato da Enrico Letta.
Lo si apprende da fonti vicine all’inchiesta.
Gli uomini della Gdf stanno ora passando al setaccio conti e fatture per vedere se vi siano o meno irregolarità .

(da “il Fatto Quotidiano“)

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CALDEROLI INDAGATO DALLA PROCURA DI BERGAMO PER DIFFAMAZIONE AGGRAVATA DALL’ODIO RAZZIALE: FINALMENTE SI APPLICA LA LEGGE

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

E L’EX CONSIGLIERA LEGHISTA CHE AVEVA SCRITTO “MAI NESSUNO CHE SE LA STUPRI”, SOTTO PROCESSO PER “ISTIGAZIONE A COMMETTERE ATTI DI VIOLENZA SESSUALE PER MOTIVI RAZZIALI”, SCOPPIA IN LACRIME IN TRIBUNALE: EFFETTO EDUCATIVO DELLA LEGGE

“Diffamazione aggravata dall’odio razziale“: con quest’accusa Roberto Calderoli è formalmente indagato dalla Procura della Repubblica di Bergamo per le sue frasi pronunciate a Treviglio sul ministro Cècile Kyenge, paragonato a un orango.
Ieri i segretari provinciale e comunale del Pd di Ferrara, Paolo Calvano e Simone Merli, assistiti dall’avvocato Fabio Anselmo, avevano annunciato una denuncia presso la Procura nei confronti del vicepresidente del Senato per il reato procedibile d’ufficio.
Ora il procuratore Francesco Dettori ha raccolto tutti gli articoli di stampa sul comizio e ha acquisito l’audio del discorso di Calderoli, aprendo quindi il fascicolo.
Oggi, intanto, in tribunale si è presentata Dolores Valandro, l’ex consigliera di quartiere della Lega a Padova che su Facebook aveva scritto “mai nessuno che se la stupri…” rivolgendosi al Ministro Kyenge, e che è imputata per il reato di istigazione a commettere atti di violenza sessuale per motivi razziali.
E nell’aula di Padova è scoppiata in lacrime: “Non era mia intenzione come madre e come donna insultare un’altra donna, mi è però passato davanti agli occhi un episodio capitato a mia figlia. E’ stato un attimo di impulsività  perchè non ho mai visto atti così violenti nei confronti delle donne perpetrati dagli italiani”.
Eppure vicino a casa sua Maso aveva massacrato i genitori per poter fare la bella vita, strano che non se ne fosse accorta che era di pura razza padagna….

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ORA ALFANO RISCHIA LA SFIDUCIA: NEL PD CRESCE IL FRONTE DEL NO, I RENZIANI SPINGONO PER LE DIMISSIONI

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

ANCHE CUPERLO PRENDE POSIZIONE: “ALFANO DEVE DIMETTERSI”… SOLITO PATETICO DIETROFRONT DI MARONI: NON VOTEREMO LA SFIDUCIA

Non solo Renzi. Non solo i renziani.
Nel Pd cresce l’insofferenza verso la vicenda Shalabayeva e Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria del partito vicino a Massimo D’Alema, lancia un aut aut al ministro degli Interni dopo gli interventi di ieri alle Camere. “Penso che potrebbe essere un atto di grande sensibilità  istituzionale e politica e di grande responsabilità  se, a fronte degli eventi di questi giorni, il ministro Alfano rimettesse le sue deleghe il suo mandato nelle mani del Presidente del Consiglio”.
S’allarga dunque il fronte democratico che invoca le dimissioni del titolare del Viminale.
“E’ stata una ricostruzione largamente insoddisfacente. Siamo di fronte ad un fatto gravissimo, di gravità  enorme – dice Cuperlo su Rai Tre -. Parliamo del rispetto dei diritti umani fondamentali e il nostro Paese ha una macchia che l’Europa guarda con grande allarme e preoccupazione.
“Abbiamo ceduto una quota della nostra sovranità  nazionale, di un grande paese democratico dell’Europa, ad un regime autoritario, ad una dittatura che viola sistematicamente i diritti umani – ha aggiunto – si è determinato un vulnus, una ferita e che noi non possiamo ritenere conclusa con le dichiarazioni, rese ieri in Parlamento, dal ministro dell’Interno”, ha concluso Cuperlo.
La riunione del gruppo Pd al Senato convocata per oggi alle 13 è stata rinviata, probabilmente a domani.
L’assemblea, a cui dovrebbe partecipare anche Guglielmo Epifani, deve decidere la linea da tenere in vista del voto sulla mozione di sfiducia nei confronti di Angelino Alfano, fissato per venerdì a palazzo Madama. Il Pd, a questo punto, prende tempo. “Abbiamo deciso di prenderci un giorno in più sia per coordinarci meglio con la Camera sia per vedere se di qui a domani matura qualcosa…”, dicono fonti del partito. Una parte dei democratici confida infatti in un passo indietro di Alfano prima del voto.
Ma se così non fosse c’è il rischio che il gruppo democratico possa spaccarsi sul voto. L’insofferenza è esplicita.
Alcuni senatori renziani sarebbero propensi a chiedere al gruppo del Pd di sostenere la mozione di sfiducia al ministro Alfano. “L’ammissione del capo di gabinetto
Procaccini rende la posizione di Alfano ancora più difficile. C’è ancora tempo per un passo indietro del ministro dell’interno, mi auguro avvenga al più presto”, afferma il senatore Andrea Marcucci.
“Su una vicenda così delicata – aggiunge il parlamentare – non possiamo permetterci alcuna zona d’ombra”.
Già  ieri Matteo Renzi e i suoi hanno fatto sapere come la pensano e il sindaco ha chiesto al premier Enrico Letta di prendere posizione in aula su Alfano.
E oggi le reazioni polemiche continuano: “Se Alfano non smentisce Procaccini secondo cui Alfano sapeva prima e, verbalmente, anche dopo, significa che Alfano ha mentito al Parlamento”, scrive su twitter il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti.
E così anche Paolo Gentiloni sempre in un tweet:   “Quindi non è vero che Alfano non sapeva. Dopo le interviste di Procaccini la sua posizione sempre meno sostenibile”.
Di una “mezza barzelletta” e di “una presa in giro” ha parlato il senatore del Pd Felice Casson: “La relazione non mi ha convinto, assolutamente no. Piena di buchi e di mancanze: mi sembra una mezza barzelletta, una presa in giro. Non credo che sia andata così, non è andata in questo modo, non credo che la polizia si comporti così. Ci sono ancora molte cose che preoccupano”, ha aggiunto.
Dal Pdl arrivano le voci delle “colombe” che provano ad abbassare i toni e ricucire gli strappi: “Fermiamoci prima che sia troppo tardi. Riportiamo il confronto politico sui fatti documentati e sulla base del rispetto verso persone come il vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano la cui integrità  morale e il cui senso di responsabilità  sono noti a tutti”, dice il senatore Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, che paventa il pericolo per la vita del governo.
“Se non ci fermiamo in tempo – aggiunge – non solo rischiamo di mettere a rischio quel minimo di stabilità  che abbiamo conquistato, ma saremo travolti da uno spirito di autodistruzione che non salverà  nessuno”.
Intanto la Lega Nord fa sapere che non voterà  la mozione di sfiducia anche se l’intervento del ministro contiene ancora alcuni punti da chiarire”.
Lo dichiarano i capigruppo al Senato e alla Camera, Massimo Bitonci e Giancarlo Giorgetti. “Nel complesso- aggiungono- ci ha convinto che le responsabilità  politiche dell’affare kazako siano non di un singolo ministro ma collettive, dell’intero governo”.
E anche il leader Roberto Maroni dopo che ieri aveva sollevato alcune perplessità  sull’operato del suo successore al Viminale, ha corretto il tiro e telefonato ad Alfano che gli avrebbe spiegato che alla base del ‘pasticcio’ sul caso Shalabayeva vi sarebbe stato un corto-circuito informativo tra i vari uffici competenti.

(da “La Repubblica“)

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ARRESTATA TUTTA LA FAMIGLIA LIGRESTI: CONTESTATO IL REATO DI FALSO IN BILANCIO AGGRAVATO

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

OCCULTATO UN BUCO DI 600 MILIONI DI EURO CHE HA DANNEGGIATO 12.000 RISPARMIATORI

La Guardia di Finanza di Torino ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Procura nei confronti di componenti della famiglia Ligresti e di alcuni manager, all’epoca dei fatti in posizioni di vertice nell’ambito di Fondiaria-Sai.
In carcere sono finiti Ionella e Giulia Maria, figli di Salvatore Ligresti; per quest’ultimo sono stati disposti gli arresti domiciliari a Milano. Gioacchino Paolo Ligresti, invece, non è stato arrestato e risulta allo stato “ricercato”: i finanzieri sanno che il manager si trova in Svizzera e prima di prendere ufficialmente contatti con le autorità  elvetiche, attendono di sapere se l’uomo intende rientrare in Italia e consegnarsi. In manette anche Emanuele Erbetta, Fausto Marchionni, ex amministratori delegati di Fonsai, e Antonio Talarico, ex vicepresidente della società ; per gli ultimi due pure sono stati disposti i domiciliari.
I provvedimenti giudiziari sono scattati per le ipotesi di reato di falso in bilancio aggravato e di manipolazione di mercato.
A quanto si apprende i fatti contestati dagli investigatori riguarderebbero l’occultamento al mercato di un ‘buco’ nella riserva sinistri di circa 600 milioni di euro, la cui mancata comunicazione avrebbe provocato danni ad almeno 12mila risparmiatori.
Il danno patrimoniale che ha subito Fonsai a causa del comportamento degli indagati “è di 300 milioni di euro”, ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi.
“E’ una cifra — ha spiegato — che si ottiene dalla perdita di valore del titolo e dal pregiudizio per i piccoli azionisti che hanno sottoscritto primi aumenti di capitale e non sono poi stati in grado di sostenere i successivi”.
Per i componenti della famiglia Ligresti e per le altre persone arrestate questa mattina dal nucleo di polizia tributaria di Torino della Guardia di Finanza, il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali.
L’inchiesta della procura di Torino su Fonsai era stata aperta nell’estate 2012 sulla scia di quella milanese su Premafin, società  del gruppo Ligresti.
Avviata per l’ipotesi di falso in bilancio e ostacolo all’attività  di vigilanza relativamente al quadriennio 2008-11, si era ampliata lo scorso febbraio con l’aggiunta dell’ipotesi di infedeltà  patrimoniale dopo la presentazione di numerose querele da parte degli azionisti.
La guardia di finanza aveva perquisito più volte le sedi del gruppo sparse sul territorio italiano e sequestrato numerosi supporti informatici con almeno 12 terabytes di materiale che è stato analizzato nel corso degli ultimi mesi. Il buco di 600 milioni si riferisce alle riserve sinistri che Fonsai aveva contabilizzato nel bilancio 2010, poi utilizzato per predisporre l’aumento di capitale del 2011.
L’esame della documentazione ha permesso di ricostruire come, attraverso una sistematica sottovalutazione delle riserve tecniche del gruppo assicurativo. sia stato possibile falsificare i dati del bilancio 2010.
La costante sottovalutazione della ‘riserva sinistri’ ha consentito negli anni la distribuzione di utili per 253 milioni di euro alla holding della famiglia Ligresti, la Premafin, dove invece si sarebbero dovute registrare perdite.
Dagli accertamenti sarebbe emerso che la famiglia Ligresti si sarebbe assicurata oltre al costante flusso di dividendi anche il via libera a numerose operazioni immobiliari con parti correlate.
Tra i reati contestati, anche l’aggiotaggio informativo: “Diffondevano notizie false occultando perdite e dunque influenzando le scelte degli azionisti”, ha spiegato il procuratore aggiunto Nessi. La Procura di Torino ha deciso di procedere con le misure cautelari nei confronti della famiglia Ligresti sia per le concrete possibilità  di fuga, sia per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.
Salvatore Ligresti, 81 anni, originario di Paternò (Catania), protagonista della “urbanistica contrattata” della Milano craxiana degli Anni Ottanta, era già  stato arrestato nel 1992 nell’ambito dell’inchiesta Mani pulite.
Aveva patteggiato una pena di 2 anni e 4 mesi per corruzione, scontata con l’affidamento ai servizi sociali.
Poi era tornato alla guida del suo impero economico-finanziario.

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L’ULTIMA FIGURACCIA DELLA BONINO: CONVOCA L’AMBASCIATORE KAZAKO CHE LE RISPONDE “IO SONO IN FERIE”

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

SI E’ SVEGLIATA DOPO UN MESE E MEZZO E SI BECCA UNA RISPOSTACCIA… ANCHE   L’UNIONE EUROPEA ORA CI INTIMA DI DARE SPIEGAZIONI

Un mese e sedici giorni di ritardo.
Ora, soltanto ora, la Farnesina convoca l’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov che, piccato, declina: “Sono in ferie”.
L’Unione Europea si dimostra più reattiva, assicura di monitorare la situazione e di volere spiegazioni.
Il viceministro Lapo Pistelli aveva annunciato con enfasi: siamo a stretto contatto con il commissario Barroso, non male l’avviso di Bruxelles.
Il diplomatico Yelemessov, che insiste con la cantilena “Ablyazov non era un dissidente, ma un truffatore”, risponde con notevole fastidio a Bonino: “Sono davvero stupito per questa vicenda. Apprendo la notizia adesso, però sono in vacanza fuori dall’Italia. Vedremo quando arriverà  la richiesta…”.
La richiesta dovrebbe arrivare a breve, ma il ministro Emma Bonino sapeva dal 31 maggio , non in mattinata mentre Alma Shalabayeva e la figlia di 6 anni venivano imbarcate per Astana, ma in tarda serata, forse nottata.
C’è un vuoto temporale, di un giorno esatto, che Bonino non ha mai colmato.
Perchè, racconta, di aver informato il ministro Angelino Alfano e il premier Enrico Letta durante la parata celebrativa del 2 giugno.
Che la Farnesina fosse stata coinvolta, invece, l’ha sancito un documento spedito dal Cerimoniale, il pomeriggio del 29 maggio, all’ufficio Immigrazione del Viminale: la donna stava per essere espulsa, in fretta, e le autorità  cercavano riscontri diplomatici, se avesse l’immunità  o millantava.
I funzionari del ministero, allora, non hanno disturbato Bonino e le pratiche burocratiche, seppur in proporzione minore, ricordano il ruolo a sua insaputa di Alfano.
La figura di Yelemessov è centrale.
L’ambasciatore telefona al ministro Alfano e viene ricevuto dal prefetto Giuseppe Procaccini, che ieri si è dimesso per “tutelare lo Stato”, perchè la Farnesina non ha pensato di chiamare Yemelessov per un chiarimento?
Il diplomatico non ha rispettato la prassi che prevede, per qualsiasi esigenza, un confronto con il ministero degli Esteri, non con il dicastero che controlla la polizia. Bonino poteva contattare Yemelessov prima di sussurrare la notizia a Letta e Alfano e anche nei giorni scorsi quando l’ambasciatore ha “scagionato” con devozione gli italiani e già  annunciava le meritate ferie.
E così la Farnesina incassa la replica di Yemelessov, l’uomo che, secondo il resoconto di Alfano scritto da Pansa (capo della Polizia), ha garantito sui trascorsi malavitosi di Ablyazov: “Chiedete come questo dissidente ha guadagnato miliardi, la mia posizione non cambia. E non cambiano i rapporti strategici fra Italia e Kazakistan per la vicenda di un criminale ricercato da più Stati”.
Siccome si può dubitare del parere di Yemelessov, a differenza di quel che ha dichiarato Alfano e avrebbero creduto i funzionari del Viminale, l’Unione Europea ha chiesto di avere informazioni sul caso Ablyazov-Shalabayeva per capire se siano state rispettate le procedure internazionali.
La Farnesina non fornisce ulteriori particolari e non riesce a completare la sceneggiatura di Bonino che ha tralasciato troppi giorni sul calendario e non ha rivelato chi al ministero — prima del ministro stesso — fosse stato contattato dal Viminale: chi ha agito e chi ha sbagliato.
Anche la radicale ha passato qualche ora determinante a sua insaputa.

Carlo Trecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL MINISTRO DEL “NON SAPEVO”: TUTTI I BUCHI NELLA RICOSTRUZIONE FATTA AL SENATO DA ALFANO

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

ECCO I MOTIVI PER CUI LA VERSIONE DI COMODO DIVENTA UN BOOMERANG PER IL MINISTRO DELL’INTERNO

L’atto che dovrebbe chiudere politicamente l’affaire Ablyazov, lo riapre.
Come un abito di sartoria modellato sulla silhouette del ministro dell’Interno e sulla congiura del silenzio di cui sarebbe stato vittima, le tredici cartelle della relazione del capo della Polizia Alessandro Pansa mettono in fila ciò che era ormai noto.
Si tengono alla larga dal cuore politicamente decisivo della faccenda e danno il là  a una “punizione esemplare”.
Non c’è traccia nel lavoro del capo della Polizia e nelle parole di Alfano nè delle comunicazioni che la diplomazia kazaka ebbe con il capo di gabinetto del ministro prima, durante e dopo l’operazione, nè della pressione subita dalla Questura di Roma nell’agire ad horas sin quel di Casal Palocco.
E questo perchè non funzionali all’esito.
Che era scritto: l’harakiri del capo di gabinetto del ministro Giuseppe Procaccini, con le sue dimissioni volontarie, la proposta di avvicendamento del segretario del Dipartimento della Pubblica sicurezza, il prefetto già  pensionando Alessandro Valeri (lascerà  per raggiunti limiti di età  l’amministrazione a ottobre), una futuribile “riforma organizzativa del Dipartimento di Pubblica Sicurezza”, nonchè una velata possibilità  di avvicendamenti negli Uffici centrali dell’Immigrazione (in quello territoriale al centro della vicenda, era già  stato deciso che il dirigente, Maurizio Improta, lasciasse ad ottobre per frequentare il corso di alta formazione).
Di più: le tredici cartelle ignorano — e vedremo come — una circostanza non esattamente neutra nel valutare chi sapeva cosa e quando.
Che, il 31 maggio, sulla pista dell’aeroporto di Ciampino su cui attendeva l’aereo che doveva rimpatriare la Shalabayeva e sua figlia, il consigliere di ambasciata kazako Nurlan Khassen provò a raggiungere telefonicamente per ben cinque volte il capo di gabinetto di Alfano.
Ma vediamo, dunque.
ABLYAZOV? CHI È COSTUI
Scrive il capo della Polizia e lo ripete Alfano scandendo il passaggio della relazione: «Va ribadito che in nessuna fase della vicenda, i funzionari hanno avuto notizia alcuna sul fatto che Ablyazov, marito della cittadina kazaka espulsa fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakistan e non un pericoloso ricercato per reati comuni».
L’affermazione è sorprendente. Attesta infatti una circostanza.
Che, come nella truffa del Colosseo, l’ambasciatore di un ex repubblica sovietica, in un giorno solo, il 28 maggio, può avviare d’incanto — essendo immediatamente ricevuto in Questura e al Viminale — una mastodontica caccia all’uomo senza che un solo funzionario, dirigente o prefetto si premuri di verificare autonomamente, anche con una semplice ricerca Internet, di chi si stia parlando.
Di fatto, il 28 maggio — questo attesta la relazione — il capo della nostra polizia è stato nella vicenda Ablyazov, non il “reggente” Alessandro Marangoni, ma l’ambasciatore Andrian Yelemessov.
Di più: per espressa indicazione politica del ministro dell’Interno, la nostra polizia non si è mossa sulla scorta di notizie di Intelligence propria o altrui attentamente e doverosamente verificate, ma di una nota Interpol, sollecitata la stessa mattina del blitz da Astana Kazakistan (guarda un po’) e arricchita da uno scartafaccio di 200 pagine messe insieme, per 5 mila euro, da un’agenzia di investigazione privata di Roma in una settimana di pedinamenti e osservazioni a Casal Palocco.
IL MINISTRO NON RISPONDE AL TELEFONO
Si legge nella relazione: «Nel corso della mattinata del 28 maggio, il ministro è stato cercato dall’ambasciatore Yelemessov, cui non ha risposto e ha fatto incontrare lo stesso con il suo Capo di Gabinetto»
Pansa e Alfano, che sul punto glissa in Senato, ritengono irrilevante approfondire sia i dettagli dell’incontro al Viminale tra l’ambasciatore e Procaccini, sia il contenuto delle comunicazioni tra Procaccini e il ministro sul conto di Ablyazov dopo quell’incontro.
Parlandone a “Repubblica” , Procaccini, ad esempio, spiega di averne verbalmente riferito al ministro il giorno 29.
QUEL CHE IL MINISTRO NON DEVE SAPERE
Scrive Pansa: «E’ evidente che non tutte le informazioni sono portate a conoscenza del Ministro dell’Interno, in quanto sono preventivamente selezionate in ordine di importanza e rilevanza. Tale valutazione compete all’ufficio del Capo di Gabinetto del Ministro e alla Segreteria del Dipartimento della Pubblica sicurezza. Per quanto concerne le espulsioni, queste non vengono assolutamente segnalate al Ministro, che ne può prendere tutt’al più cognizione periodica sul piano meramente statistico».
Il passaggio della relazione è funzionale al solenne incipit delle comunicazioni di Alfano in Senato. In qualche modo ne è il sigillo.
Dice infatti il ministro: «Sono qui a riferire di una vicenda di cui io e nessun altro ministro del governo è stato informato».
E’ un altro dei punti che tradisce la disperazione politica di chi ha scelto di trincerarsi non solo dietro il “non sapevo”, ma anche il “non potevo sapere”.
Nè Alfano, nè la relazione Pansa, infatti, indugiano anche solo un istante su due domande che restano inevase.
La prima: per quale motivo un ministro dell’Interno che aveva sollecitato l’incontro con i diplomatici kazaki per «una questione delicata» cessa improvvisamente di chiedere conto degli sviluppi di quella vicenda?
Per quale motivo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza che era stato sollecitato all’operazione Ablyazov dal Gabinetto del ministro decide, in un black-out inspiegabile, di non tenere al corrente lo stesso ministro di quanto accaduto nella villa di Casal Palocco nella notte tra il 28 e il 29 maggio e nei giorni successivi?
UN CURIOSO “NON RICORDO”
Per superare l’ostacolo posto dalle due domande, la relazione Pansa è costretta a un passaggio funambolico: «In effetti, la verifica fatta dallo scrivente, porta a ritenere che al Dipartimento si è data importanza solo alla ricerca del latitante, che è stata attentamente eseguita e comunica-ta nel suo esito negativo. E’ mancata però un’attenzione puntuale su tutto il rapporto innescato dalle autorità  kazake. (…) Il Prefetto Valeri ha memoria solo delle informazioni relative alla fase di polizia giudiziaria, ma non ricorda quando ha appreso dell’espulsione della donna e delle modalità  esecutive della stessa»
Il segretario del Dipartimento “non ricorda” dunque quando ha appreso che al posto di un latitante la Polizia aveva arrestato la sua compagna, una donna incensurata, e la sua bimba di 6 anni. Curioso.
Valeri ha evidentemente una memoria che va a momenti alterni.
E’ infatti una circostanza documentata che la Questura di Roma nel comunicare l’esito dell’operazione a Casal Palocco non ometta nulla di quanto accaduto.
E che l’attenzione del Dipartimento non scemi dopo “la comunicazione dell’esito negativo della ricerca del latitante” è dimostrato da una seconda circostanza.
Anche questa omessa dalla relazione Pansa. Che il 29 maggio, il Dipartimento sollecitò una seconda perquisizione nella villa di Casal Palocco.
Se ormai la faccenda non interessava più nessuno, se è vero che era diventata “pratica ordinaria”, perchè insistere? In quella casa, per altro, c’era ancora la bimba affidata a un domestico.
Anche questo ignorava il Dipartimento quando chiese la seconda perquisizione?
LE TELEFONATE DA CIAMPINO
La relazione Pansa non ha nessun interesse a lavorare sui dettagli, perchè i dettagli rischiano di strappare una tela che somiglia al fondale di cartapesta di una rappresentazione di cui è urgente arrivare alla fine.
Il Capo della polizia, infatti, deve e vuole dire una cosa sola: «Il Dipartimento non ha seguito in tutte le sue fasi il processo stimolato dalle autorità  diplomatiche kazake che avrebbero voluto investirne il ministro ma che erano riuscite solo a raggiungere il suo capo di gabinetto. Lo stesso Dipartimento ha seguito l’evolversi delle iniziative dei diplomatici kazaki fino a un certo punto, come se dovesse rispondere al gabinetto del ministro solo relativamente all’eventuale cattura del latitante e non dell’insieme dell’operazione»
Ebbene, c’è un dettaglio che balla nella copiosa mole di atti dell’inchiesta interna decisivo.
Il pomeriggio del 31 maggio, all’aeroporto di Ciampino, l’imbarco sull’aereo per Astana della Shalabayeva e di sua figlia, ha momenti di tensione.
Due diplomatici kazaki, il consigliere Nurlan Khassen e il console Yerzhan Yessirepov, si aggirano intorno all’aereo mostrando sacro terrore per fantomatici e incipienti attentati.
Prima che l’aereo parta o mentre è in volo.
Ne nasce una discussione con i poliziotti presenti che scortano la donna e la bambina. E che i kazaki — come risulta dalle relazioni di servizio degli stessi poliziotti — provano a risolvere come loro solito.
Il consigliere Khassen sventola sotto il naso degli agenti il biglietto da visita di Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto di Alfano.
Quindi, afferra il cellulare e, per cinque volte, compone il numero del prefetto (apparentemente senza riuscire a parlargli). Singolare.
Che significato ha questo siparietto?
E’ un altro gesto da capitan Fracassa della diplomazia kazaka, o, al contrario, l’ennesimo indizio della consapevolezza di essere “i padroni” al Viminale?
Che il consigliere Khassen ritenesse di poter fare il bello e il cattivo tempo non è forse l’ennesima dimostrazione di quanto sia fragile, nella logica e nella concatenazione dei fatti, sostenere che, dalla mattina del 29, l’ufficio del Gabinetto del ministro e il Dipartimento si “disinteressarono” della questione Ablyazov.
Anzi, ignorarono che esistesse un caso?

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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ESPLODE LA RABBIA DEGLI AGENTI: “NON SIAMO NOI AD ESSERE AMICI DEL DITTATORE KAZAKO”

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

“SACRIFICANO I NOSTRI PER SALVARE I POLITICI: IL BLITZ LO HANNO DECISO LORO, NON NOI”… IL DIPARTIMENTO NEL CAOS PER IL REPUPLISTI

«Ci hanno scaricato. Hanno sacrificato uno dei nostri per salvare la politica », dicevano ieri alcuni funzionari nei corridoi del Dipartimento di pubblica sicurezza, dopo aver sentito il ministro Alfano chiedere l’avvicendamento del loro capo della segreteria, il prefetto Alessandro Valeri, e la riorganizzazione complessiva dell’apparato.
Due richieste che vanno nella stessa direzione, ormai chiara a tutti al Viminale e da tutti temuta: far piazza pulita della vecchia guardia, sostituire gli uomini messi nei ruoli chiave negli ultimi dieci anni dai precedenti capi De Gennaro e Manganelli. Valeri è il primo a saltare.
«Con la scusa dell’esito disastroso del caso Ablyazov, faranno fuori altri dirigenti. Come se fossimo noi poliziotti a essere amici del dittatore kazako, come se avessimo deciso noi il blitz a Casal Palocco».
Per la prima volta da quando Angelino Alfano guida il Viminale, il Dipartimento di pubblica sicurezza, cioè il cuore e il braccio operativo del ministero, si sente lontano dal vertice, dalla testa.
Vittima sacrificale di un errore di valutazione che è stato prima di tutto politico.
«Se un ordine arriva dal capo di gabinetto del ministro – ragionano i funzionari – è come se ti arrivasse da Alfano in persona. È ovvio che chi ha ricevuto la telefonata di Procaccini, e cioè Valeri, abbia preso la cosa con la massima serietà  e si sia attivato immediatamente. Cosa avrebbe dovuto fare?».
Lo sconcerto e la tensione che si respira nella Questura di Roma e nella direzione centrale della Polizia criminale, coinvolte nella catena di comando che si è attivata per l’operazione Ablyazov, nascono da qui.
Dalla consapevolezza di aver soltanto eseguito un ordine. Che arrivava dall’alto, dal braccio destro di quel ministro che oggi rivendica la regolarità  del blitz e delle procedure seguite per l’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia.
E che però, al contempo, chiede “la testa” di Valeri (sarebbe andato comunque in pensione dal primo ottobre per il compimento dei 65 anni).
E dà  mandato al capo della Polizia Alessandro Pansa di riorganizzare tutto il Dipartimento partendo proprio dalla direzione centrale per l’Immigrazione, in attesa da maggio di un nuovo capo dopo il pensionamento del prefetto Rodolfo Ronconi. Eloquente anche la dichiarazione rilasciata in tarda serata dall’ex titolare dell’ufficio immigrazione della Questura di Roma, Maurizio Improta, che ha gestito l’espulsione della moglie del dissidente kazako: «Ho fatto il mio lavoro, come ogni giorno, da sette anni. Per onestà  intellettuale ed educazione familiare sono abituato a dire sempre la verità  e a non nascondermi dalle mie responsabilità ».
Da ottobre parteciperà  al corso di alta formazione per diventare dirigente, come era già  stato deciso un mese e mezzo fa.
«Un’incongruenza evidente – sostiene Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap – non possiamo accettare che il conflitto politico sotto traccia porti alla ricerca di capri espiatori». Non solo.
«Da tre mesi i sindacati di polizia chiedono un incontro con Alfano – dice Tiani – e a differenza dei suoi predecessori, non ci ha ancora ricevuto».
Anche questo alimenta il malumore interno al Viminale.
Perchè i tre incarichi, ministro dell’Interno, vicepresidente del consiglio e segretario politico del Pdl, ad alcuni sembrano troppi. «Procaccini è stato considerato responsabile della mancata comunicazione dell’esito dell’incontro con l’ambasciatore kazako – ragiona un alto funzionario del Dipartimento – però nemmeno Alfano si è preoccupato di chiedergli spiegazioni. Può capitare quando un ministro ha troppi impegni da seguire».

Fabio Tonacci

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INTERVISTA A PROCACCINI: “ALFANO SAPEVA, FU LUI A CHIEDERMI DI INCONTRARE L’AMBASCIATORE KAZAKO, POI INFORMAI IL MINISTRO”

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL CAPO DI GABINETTO RIVELA: “RELAZIONAI SUBITO IL MINISTRO DELLE RICHIESTE KAZAKE, LASCIO SOLO PER SENSO DEL DOVERE”

Alle tre del pomeriggio, la voce di Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del ministro dell’Interno Angelino Alfano, non suona ancora come quella di un ex, quale pure ormai è.
Nè ha la remissività  dell’agnello sacrificale.
«Guardi – dice al telefono – Non sono abituato a smentire notizie vere. Quindi le confermo che mi sono dimesso ieri sera (lunedì, ndr). Ma le dico anche che il mio è un gesto di buona volontà  per il bene dell’Amministrazione. Per svelenire questo incredibile clima. Ora sono fuori dal ministero per meditare un po’. Diciamo che adesso il mio stato d’animo è particolare. Domani, magari, tornerò nel mio ufficio per raccogliere le mie cose».
Di andarsene glielo avrebbe chiesto comunque Alfano sulla base della relazione Pansa.
«Ho preferito farlo prima. Non aspettare. Anche perchè fosse chiaro che non ho nulla da rimproverarmi, che la mia coscienza, per quanto amareggiata, è serena. E comunque, mi creda, non avevo nè ho bisogno della relazione del capo della Polizia per sapere come sono andate le cose. Io so perfettamente cosa è successo ».
E come sono andate le cose?
«Il 28 maggio, nel tardo pomeriggio, inizio sera, dopo che era già  stato in Questura, ho ricevuto nel mio ufficio al Viminale l’ambasciatore kazako, che mi ha rappresentato la situazione di questo pericoloso latitante che si sarebbe trovato in una villa a Casal Palocco. E ho quindi immediatamente interessato della questione il Dipartimento della Pubblica sicurezza nella persona del dottor Valeri. Ho fatto da tramite. Nient’altro».
Era stato il ministro Alfano a chiederle di ricevere l’ambasciatore kazako?
«Sì. Ero stato informato che l’ambasciatore doveva riferirmi una questione molto delicata».
E lei, dopo aver incontrato l’ambasciatore, riferì al ministro Alfano quanto le aveva chiesto sul conto di Ablyazov? Che della questione si sarebbe occupato il Dipartimento?
«Sì. Gliene accennai successivamente ».
Quando?
«Non la sera del 28, perchè ricordo che l’incontro con l’ambasciatore al ministero finì molto tardi. Direi dunque il giorno successivo. Il 29».
E lo fece per iscritto?
«Verbalmente. Penso sia normale ».
Dunque, il 29 maggio, il ministro dell’Interno sapeva che la diplomazia kazaka aveva chiesto l’arresto di un latitante. Corretto?
«Si. Di un pericoloso latitante».
Possibile che nessuno al Viminale, nè lei, nè al dipartimento, sapessero che Ablyazov era un dissidente kazako?
«Io non avevo questa informazione. L’ambasciatore kazako mi parlò soltanto di un pericoloso latitante. E mi risulta che anche nelle banche dati Interpol sul soggetto in questione non vi fossero informazioni diverse dai reati per i quali era ricercato».
Il 29 la frittata è fatta. La polizia, infatti, non trova Ablyazov, ma ferma sua moglie e la sua bimba di 6 anni
«A me questo non venne comunicato ».
Non venne comunicato cosa?
«Non mi venne comunicato del fermo della signora e di sua figlia. A me venne solo comunicato dal Dipartimento, in modo sintetico, che la ricerca del latitante in questione aveva dato esito negativo. Che il soggetto non era stato trovato in quella casa. Nulla di più. E per me, quindi, la storia finiva lì. Non c’erano ulteriori notizie che io dovessi comunicare a chicchessia».
Della signora Shalabayeva quando ha saputo?
«Dai giornali».
Dai giornali?
«Dai giornali».
Agli atti dell’inchiesta risulta che il 31 maggio, poco prima che l’aereo con Shalabayeva e sua figlia decollasse da Ciampino, il consigliere di ambasciata kazako Nurlan Khassen, che era sulla pista, per cinque volte compose dal suo cellulare il suo numero di telefono, mostrando anche ai poliziotti il suo biglietto da visita
«Non ho parlato con nessuno quel pomeriggio della signora Shalabayeva. E ripeto che ho appreso della questione solo quando divenne di pubblico dominio».
E perchè il Dipartimento le ha taciuto della donna?
«Non lo so e non voglio addossare colpe a nessuno».
Se lei, come dice, non ritiene di avere responsabilità , perchè allora si dimette?
«Perchè l’amministrazione di cui faccio parte e questo nostro povero Paese hanno bisogno che nelle istituzioni non venga meno la fiducia e l’autorevolezza. A questo Paese va data una mano. E la mia decisione di lasciare quella che è stata la mia vita vuole essere un contributo al recupero della serenità ».

Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)

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