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INTERVISTA A SCAJOLA: “ALFANO NON POTEVA NON SAPERE”

Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO DEGLI INTERNI SPIEGA: “VEDEVO TRE VOLTE AL GIORNO IL MIO CAPO DI GABINETTO E MI AGGIORNAVA SU OGNI COSA, PROCACCINI ERA IL VICE”…. “L’ENI HA INVESTITO MOLTO IN KAZAKISTAN E CI SONO AFFARI IN CORSO…”

Pronto, onorevole Claudio Scajola.
“Mi dica, cosa butta di nuovo? Io, l’uomo a sua insaputa, sono ancora di moda?”.
Il mezzanino al Colosseo non c’entra nulla.
Quanto ho sofferto. Ho aspettato tre anni per sapere che davvero non sapevo: in udienza, e giuravano, le sorelle Papa e l’architetto Zampolini hanno negato le accuse. Ammetto, mi è scesa una lacrimuccia.
Angelino Alfano, a buon diritto, è un uomo a sua insaputa?
Che devo rispondere? La questione kazaka è delicata. Io parlo, voi cosa scrivete?
Ascoltiamo.
Io conosco il Viminale, non vi faccio perdere tempo.
Quante stanze separano l’ufficio del ministro e quello del capo di gabinetto?
Non più di tre, pochi metri, pochi passi.
Giuseppe Procaccini riceve i diplomatici kazaki, vogliono cacciare un dissidente: come fa il ministro a essere informato
Aspetti.
Cosa?
La formulazione è sbagliata. Come fa un ministro a non essere informato?
Fatta la domanda, si dia una risposta.
Procediamo per esclusione ed esperienza. I due non si possono incontrare per caso, per esempio non possono ritrovarsi in bagno.
Perchè?
Il ministro ha uno spazio riservato, non condivide questo tipo di bisogni. Però, per dire, il capo di gabinetto è il filtro per i dipartimenti e, viceversa, il ministro non può che compulsare questo filtro.
Al giorno, quante volte
Io ricevevo il capo di gabinetto ogni mattina entro le 8: leggevo la posta privata, fissavo l’agenda e lui mi aggiornava sui fatti accaduti di notte. Poi ci vedevamo prima di pranzo per capire gli appuntamenti e le pratiche più urgenti. Non lasciavo il ministero, a tarda sera, se non avevo l’ultimo colloquio che faceva il punto conclusivo. Se non ci vedevamo di persona, era tassativo sentirci al telefono.
Conosce Procaccini?
Era il vice del mio capo di gabinetto, non avevo rapporti diretti con lui. Ma al Viminale conoscono la gerarchia e la fanno rispettare.
Perchè un prefetto dovrebbe assumersi una responsabilità  che va oltre i suoi poteri e mettere ai margini il ministro?
La gerarchia, le ripeto, la gerarchia è fondamentale.
I kazaki vanno al Viminale, la polizia organizza l’irruzione, la donna viene trasportata in un centro di accoglienza per immigrati e poi viene espulsa assieme a una bambina di sei anni. Passano 48 ore. Come può restare all’oscuro un ministro?
La sceneggiatura è ottima, convincente. Mi consenta, e utilizzo un’espressione berlusconiana, di fare una citazione. Diceva il mio maestro, ex ministro al Viminale, Paolo Emilio Tavani: “Quando ti accorgi di non avere la fiducia dei tuoi sottoposti, vattene via”.
Alfano o sapeva e ha agito male oppure non sapeva e non controlla il ministero
Concordo. Non ci sono spiegazioni alternative.
In sintesi: il vicepremier non è all’altezza per essere un erede di Taviani al Viminale?
Sì. Però le abitudini sono fondamentali. Io mi comportavo così, vedevo regolarmente il capo di gabinetto e i miei predecessori — da Cossiga a Taviani — mi hanno insegnato questo atteggiamento, non saprei onestamente valutare la gestione moderna di Angelino… Io me lo ricordo per la sua attività  politica.
Che deve fare, ora, Alfano?
Io me ne sono andato per un errore a mia insaputa, ma non posso suggerire una reazione di Angelino. Vengo da tre anni durissimi, botte da destra e sinistra, soprattutto da destra sì.
Quanto conta il Kazakistan per l’Italia?
Tantissimo. Al Viminale non ho avuto contatti, però allo Sviluppo Economico, era il 2009, ci fu un bilaterale con numerosi diplomatici. La nostra Eni ha investito somme ingenti in quel paese, c’è un giro d’affari molto importante. Mi creda: molto importante.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LO STRACCIO SPORCO DEI BARBARI RAZZISTI

Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile

POSSIAMO SOLO VERGOGNARCI PER LORO

Roberto Calderoli deve dimettersi dalla vice presidenza del Senato perchè chi parla come l’ex ministro non è degno di ricoprire alcuna carica istituzionale, tantomeno una così importante, in un paese civile.
Punto e basta.
Almeno in questo caso, per favore, non apriamo il solito dibattito da talk show, dove tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto.
Qui la ragione sta tutta da una parte, il torto dall’altra.
Si dirà , ma qual è la novità ?
Sono ormai vent’anni che sopportiamo il continuo imbarbarimento del discorso pubblico, la progressiva perdita di dignità  culturale della politica, archiviando ogni passo verso il baratro dell’intolleranza come occasionale “gaffe”, prontamente seguita da svogliate, ipocrite scuse.
Il risultato concreto di questo vecchio che avanza è l’aver ridotto a pezzi l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo, l’infelice laboratorio di una regressione collettiva. Allora, che cosa cambia una in più o in meno?
Il fatto è che esistono punti di non ritorno e questo dell’offesa di Calderoli al ministro Cècilie Kyenge segnala esattamente questo.
Sarebbe un tragico errore considerare la vicenda come un episodio isolato, per quanto deplorevole, o peggio una semplice voce dal senfuggita.
Da un lato l’offesa di Calderoli è il precipitato di un ventennio di sotto cultura politica.
Dall’altro, collegato agli altri fatti di questi giorni, annuncia il definito assalto agli ultimi baluardi di opinione pubblica democratica sopravvissuti nel nostro Paese.
Proviamo a guardarci un istante con lo sguardo degli altri.
Siamo una nazione finita nelle prime pagine dei giornali stranieri, soltanto nell’ultima settimana, per queste tre notizie.
Abbiamo bloccato i lavori del Parlamento in polemica contro una (forse) imminente condanna definitiva di un leader politico per evasione fiscale.
Seconda notizia, abbiamo espulso e consegnato nelle mani di un regime dittatoriale in qualche modo amico, o meglio amico degli amici, una donna e una bambina colpevoli soltanto di essere moglie e figlia di un dissidente.
Terza notizia, il vice presidente del Senato della Repubblica ha “scherzosamente” definito “un orango” una donna nera che è ministro del governo.
Non stiamo a far paragoni con nazioni di superiore civiltà  e quindi non staremo a raccontare che cosa sarebbe successo negli Stati Uniti se un vice presidente del senato americano avesse definito “un orango” Condoleeza Rice.
Ora, che cosa si può e si deve pensare di un paese in cui tutto questo passa in prescrizione in una sola settimana, senza alcuna assunzione di responsabilità  da parte di nessuno, senza conseguenze, confuso nel grigio pietrisco della cronaca quotidiana?
Enrico Letta ha fatto bene a rivolgersi a Roberto Maroni per chiedere le dimissioni di Calderoli.
Se Maroni fosse un vero leader politico, invece che un semplice erede, ne coglierebbe l’opportunità  istituzionale, politica e personale.
Istituzionale perchè il presidente della Regione Lombardia è uno dei principali registi dell’Expo 2015, un evento ad alto rischio, il cui (improbabile) successo è legato all’afflusso di “orango” e “bingo bongo” dai paesi emergenti dell’ex Terzo Mondo, dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America.
Visto che un massiccio arrivo a Milano 2015 di milioni di visitatori californiani o tedeschi o scandinavi, ansiosi di scoprire le novità  tecnologiche dell’Italia è, per usare un eufemismo, piuttosto incerto.
Politico e personale perchè se davvero la Lega, dismessa la bandiera del federalismo, è ormai ridotta a sventolare lo straccio lurido del razzismo, allora non le serve un leader azzimato come Bobo Maroni.
È molto più adatto uno dei dobermann addestrati alla caccia allo straniero.
Naturalmente, Maroni tutto questo non lo capirà . L’ha già  dimostrato, anzi.
A non capire le cose è infatti rapidissimo.
Neppure il più acuto Enrico Letta sembra comprendere che la difesa del suo vice Alfano è insostenibile davanti agli elettori del Pd.
Quello che si scrive è dunque inutile, ma noi continueremo a farlo.
Perchè almeno, come diceva il titolo di un vecchio giornale satirico, possiamo vergognarci per loro.

Curzio Maltese

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STASERA MI RUTTO

Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile

SONO VENT’ANNI CHE SOPPORTIAMO CANOTTIERE, DITI MEDI, OMBRELLI, TRICOLORI UMILIATI E INCITAZIONI ALLO STUPRO DA UNA MANCIATA DI NOSTALGICI CUI E’ STATO CONCESSO TUTTO

Nella frase «Calderoli dà  dell’orango alla ministra Kyenge», la parola più nauseante è Calderoli: per la sua recidività .
Sono vent’anni che l’Italia si deve occupare delle bizze razziste dei leghisti da bar, vent’anni che molti cittadini non ancora del tutto imbarbariti schiumano d’indignazione, vent’anni che viene loro risposto che si tratta di battute innocenti e che chi non ride a crepapelle è un buonista o un ipocrita.
Vent’anni, un surplace infinito, fatto di canottiere, ombrelli, diti medi, deodoranti spruzzati sui treni, tricolori umiliati, incitazioni allo stupro.
Non c’è mai un orlo in questo bicchiere che continua imperterrito a ingoiare porcate. Ogni volta ci si stupisce come se fosse la prima, ogni volta la si rimuove come se fosse l’ultima.
E invece tornerà , perchè torna sempre, e fra un mese o un anno ci sarà  un altro orango, un’altra canottiera, un altro rutto mediatico per il quale indignarsi invano.
Ci fu un tempo in cui questi spregiatori indefessi del buongusto avevano i voti. Ora nemmeno quelli.
Solo una manciata di nostalgici e un potere spropositato: la presidenza delle tre regioni più grandi del Nord.
Ma non sanno che farsene, perchè su una cosa i padani sono identici al popolo con cui confinano (gli italiani): nel coltivare il demone dell’immobilismo e dell’impotenza. Vent’anni ed eccoci ancora qui a parlare di oranghi.
Per tacere dei giaguari.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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VIAGGIO NEL PD, 100.000 TESSERE IN MENO, 54 ANNI L’ETA MEDIA, POCHI I GIOVANI E LE DONNE

Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile

LA DIFFICILE BATTAGLIA PER RECUPERARE CONSENSO, OBIETTIVO 750.000 TESSERE… MA PER ORA GLI ISCRITTI SON MEZZO MILIONE, L’80% DEI QUALI MASCHI

L’ anno scorso hanno disertato in centomila.
Uno dopo l’altro, in silenzio, spariti nel nulla, eclissati.
I capi, quelli di Roma e quelli della periferia, speravano tornassero. E lo sperano ancora. Anzi: oggi ancora di più. Perchè sono loro, i fuggiaschi, la voce del Partito, nelle fabbriche, negli uffici e nei luoghi in cui si formano il consenso e le opinioni.
E perchè sono loro, gli iscritti, che dovrebbero affrontare i malumori ed i malesseri di quel «ventre molle» democratico confuso e senza più riferimenti, da quando Enrico Letta è entrato a Palazzo Chigi con gli auguri e i voti del nemico di sempre.
Nel 2011 erano 602.488; l’anno dopo 500.163. Fuggiti.
Può esser che già  aver tenuto bordone a Monti ed ai suoi tecnici non fosse stato apprezzato granchè dagli iscritti; e figurarsi, allora, l’allegria oggi, a sentire Berlusconi ripetere «Letta vada avanti, ha tutta la mia fiducia»…
A volte uno s’arruffa a pensare, per cercare una spiegazione alla cosiddetta «rivolta della base Pd», immagina disagi esistenziali, perplessità  ideologiche e chissà  cos’altro, mentre la spiegazione — invece — ce l’hai davanti, semplice semplice, niente di stupefacente, di imprevedibile: solo che ammetterlo è imbarazzante. E a volte doloroso..
Eppure, il Pd è sicuro che, nonostante il ribollire delle proteste in circoli e associazioni, i fuggiaschi — gli iscritti, cioè — torneranno a casa: e porteranno con loro molti nuovi amici.
A Largo del Nazareno, sede del quartier generale democratico, ci credono a tal punto da aver fissato a quota 750 mila l’obiettivo per il tesseramento 2013.
«Siamo già  partiti e faremo il punto la prossima settimana — spiegava l’altro giorno Davide Zoggia, responsabile organizzativo Pd —. Pensiamo che le nuove modalità  di iscrizione — via Internet, senza dover nemmeno passare dai circoli — potranno sicuramente aiutarci a raggiungere l’obiettivo»
E così, se il signor Simone Furlan, 37 anni, padovano, albergatore di professione (il suo hotel si chiama «Glamour»…) è il capo dell’Esercito di Silvio — ed è pronto a scatenare le sue eleganti milizie in difesa del Cavaliere — così Davide Zoggia, 49 anni, ragioniere commercialista e deputato da appena cinque mesi, è il mite capo dell’Esercito del Pd, e lavora per riorganizzare le truppe in vista di una battaglia della quale solo i tempi sono incerti.
Nonostante il gran parlare che si fa di partiti liquidi e di social network — che starebbero suonando la campana a morto per la militanza così come finora intesa — le falangi democratiche sono tutt’oggi una cosa molto seria: un esercito di professionisti, potremmo dire, se paragonato all’Esercito di Silvio (a ieri 19 mila in tutto) che somiglia fin troppo ad un’adunata di giocatori di paintball attivi solo la domenica..
Un esercito un po’ in là  con gli anni, però, quello del Partito democratico.
L’eta media dei 500 mila dell’anno scorso era di 54 anni, stagione in cui più che alla guerra si comincia a pensare alla pensione.
L’età  è un problema, e del resto lo scarso appeal della politica e del Pd presso i giovani, è ben confermato dai risultati elettorali…
È un problema l’età , come lo è anche la traballante distribuzione sul territorio, visto che il grosso delle truppe (praticamente la metà ) è dislocato lungo la dorsale Lazio-Toscana-EmiliaLombardia.
Il Sud risulta a corto di guarnigioni, perchè è proprio in quest’area del Paese — infatti — che negli ultimi anni si è registrata una allarmante diserzione di massa.
Valga per tutti quel che è accaduto in Puglia: 31.281 iscritti nel 2010, meno della metà  (15.110) nel 2012.
Ma chi sono i soldati dell’esercito democratico?
Chi sono i «soldati» che dovrebbero spiegare e difendere il verbo del Pd in periferia, mentre invece — a volte — si ritrovano a esser più critici dei semplici elettori?
Più uomini o più donne? Colti o poco scolarizzati?
I dati dell’ultimo anno sono ancora in elaborazione, ma si può provare una radiografia attraverso le caratteristiche dei segretari dei circoli a cui quei «soldati» rispondono. È vero, naturalmente, che in periferia è tutto un ribollire di contestazioni (si pensi alla nascita di OccupyPd…) e di iniziative critiche verso il centro del Partito: ma la spina dorsale degli iscritti ancora tiene, e assieme al pattuglione dei sindaci e degli amministratori rappresenta una sorta di garanzia e assicurazione sulla vita per l’intero Pd
Quarantaquattro anni, soprattutto maschi (79%: un altro problema…), ben acculturati (il 42% è laureato, il 39% è diplomato) il plotone dei segretari di circolo che prendiamo in esame (6.123 unità ) sembra appartenere al mondo dei «garantiti»: il 73% ha un’occupazione, il 14% è composto da pensionati, il 10% da studenti.
La regione con più iscritti, naturalmente, è l’Emilia (ma il calo dal 2011 al 2012 è allarmante: da 104.445 a poco più di 82 mila); quella col numero minore, la piccola Val d’Aosta (che pure ha dimezzato i suoi soldati, tra il 2011 e il 2012: da 249 ad appena 112).
Da segnalare — e forse da indagare — il boom in controtendenza della Calabria, che nello stesso periodo ha invece addirittura guadagnato iscritti (da 24 mila a 28.756)
Il clima del Congresso — più o meno imminente — e la prospettiva di possibili elezioni già  la prossima primavera stanno favorendo l’arruolamento di nuovi iscritti.
Dunque, perplesso verso la linea del partito, turbato dal patto con Berlusconi e sconcertato dalle vicende del dopo-voto, l’esercito del Pd è comunque pronto alla battaglia.
A condizione, naturalmente, che quel tempo arrivi: e non resti sospeso, come sono sospese troppe cose in questo impensabile avvio di legislatura…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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ATTENTI, DOPO ALMA PUO’ TOCCARE A NOI

Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile

CINQUANTA AGENTI PER PRELEVARE A FORZA UNA MADRE E UNA BAMBINA: UN RAID COMPIUTO SOTTO LE INSEGNE DELLA REPUBBLICA

Credevamo che il dissidente Mukhtar Ablyzov fosse un criminale, balbetta qualcuno. E con questo?
Non hanno nemmeno prelevato lui (sarebbe stato comunque grave), ma addirittura la moglie e la figlia.
Ora, poi, c’è la burla della revoca dell’espulsione.
Come dire: se le avessero uccise, ci sarebbe il permesso di resurrezione.
Leggi il racconto dell’odissea di Alma Shalabayeva e della sua bambina e ti interroghi sul ruolo della polizia in una democrazia.
à‰ un lavoro difficile. Richiede coraggio perchè rischi la vita, ma anche senso di responsabilità  perchè hai in mano quella degli altri.
La polizia ha diritto al massimo rispetto per l’alto compito che svolge.
Ma deve rispondere del proprio operato. Più degli altri, perchè ha in mano la nostra persona.
Perchè a lei affidiamo un’altra parola grande: legalità , la base di ogni convivenza.
Ma il nervo che questa vicenda scopre è soprattutto un altro: la zona d’ombra dove il potere politico e quello di polizia si toccano.
Lì sono nati gli episodi più oscuri della storia recente.
A monte di tutto c’è sempre il G8 di Genova. à‰ vero, dopo tanti anni sono arrivate le condanne per una — piccola — parte dei responsabili. Ma le sentenze — per omertà  e prescrizioni — hanno lasciato indenni picchiatori e posti di comando.
Come se la mattanza fosse avvenuta per improvvisa follia di qualche dirigente. Possibile?
Genova è l’inizio, pensate alla notte di Ruby in questura a Milano. Alle inchieste napoletane sugli appalti legati alla galassia Finmeccanica che hanno toccato i vertici della polizia.
Troppi scandali che hanno coinvolto il corpo cui affidiamo la nostra sicurezza non sono stati chiariti fino in fondo, nelle responsabilità  politiche e gerarchiche oltre che penali.
Da parte dei vertici e dei governi — di centrodestra o centrosinistra — non pare esserci stata la volontà  di farlo.
E intanto sul ponte di comando restano gli uomini della stessa cordata, cominciata con l’intramontabile Gianni De Gennaro.
Che non è rimasto mai senza poltrona e oggi è presidente proprio di Finmeccanica. Ma quale asso nella manica hanno da decenni questi uomini?
Perchè centrodestra e centrosinistra hanno di loro tanta considerazione, o forse timore?
L’alternanza al potere è valore essenziale per la politica. Ma forse ancor di più per le forze di sicurezza.
E così anche il principio della responsabilità , non solo penale.
Pretendiamo che sia accertato cosa è accaduto ad Alma. Perchè altrimenti potrebbe toccare a chiunque.
A chi protesta nelle piazze, a chi si oppone al Governo, a chi da cronista ne racconta le ombre.

Ferruccio Sansa

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NAZARBAYEV, TORTURE E IMPUNITA’: IL MASSACRO DI 15 OPERAI IN SCIOPERO

Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile

LA SINDACALISTA ROZA TULETAEVA TORTURATA IN CARCERE E CONDANNATA A SETTE ANNI PER AVER DIFESO I DIRITTI DEI LAVORATORI

Roza, Bazarbai, Aron.
Nomi che in Kazakistan fanno scattare reazioni diverse; per alcuni sono simboli di determinazione, di desiderio di democrazia, per altri sono un monito.
Se alzi troppo la voce, farai la fine di Roza, Barbai, Aron.
Le loro storie sono state raccolte in un rapporto di Amnesty International dal titolo “Old Habits-The routine use of torture and other ill-treatment in Kazakhstan” (Vecchie abitudini: l’uso regolare della tortura e dei maltrattamenti in Kazakhistan) reso noto alcuni giorni fa, proprio quando stava per scoppiare la “grana” Ablyazov in Italia.
Una delle vicende più cruente riguarda la protesta di Zhanaozen, nel 2011, da parte degli operai del settore petrolifero per l’aumento dei salari: 15 persone uccise , oltre 100 ferite, arresti.
In questo contesto matura la detenzione e la condanna di Roza Tuletaeva, accusata di essere una delle organizzatrici.
Il 16 aprile 2012, durante il processo, Roza Tuletaeva ha dichiarato di essere stata torturata in carcere: sacchetti di plastica sul viso sino a quasi soffocarla, appesa per i capelli, ed altro che lei stessa ha dichiarato di non voler rivelare in pubblico, per la vergogna.
Il 4 giugno 2012, Roza è stata condannata a sette anni di carcere dal Tribunale di Aktau (articolo 241 del codice penale del Kazakistan), in riferimento all’organizzazione “di disordini di massa accompagnato da violenza, incendio doloso, sabotaggio e distruzione di proprietà , uso di armi da fuoco, esplosivi, o dispositivi di esplosione, resistenza armata”.
La pena è stata ridotta da sette a cinque anni nel 2012. Il 13 maggio 2013, nel processo d’appello, il giudice Kozhan Tulebaj ha dichiarato di aver ricevuto una lettera da Roza con una richiesta di perdono; la figlia della sindacalista, Aliya ha denunciato che la lettera è stata scritta dalla madre “sotto pressione”.
Le proteste di Zhanaozen non hanno travolto solo la vita di Roza; Zhalsylyk Turbaev, uno degli attivisti più solerti, ha perso la vita in circostanze poco chiare.
Bazarbai Kenzhebaev è morto il 21 dicembre 2011, due giorni dopo essere stato rilasciato dalla polizia; ad un giornalista aveva rivelato di essere stato torturato nela prigione di Zhanaozen.
Nel 2006, lo scrittore Aron Atabek era stato condannato per aver preso parte a “disordini di massa”: due anni e mezzo di isolamento: nel 2012 ancora un altro anno di isolamento.
Il presidente Nazarbayev nel 2011 ha trasferito il controllo del sistema penitenziario dal ministero della Giustizia a quello degli Affari interni; ovvero alla struttura che ha ricevuto nel tempo la maggior parte delle denunce per i presunti casi di tortura.

Valeria Cattaneo

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I CINQUESTALLE E LA PUZZA DI LETAME: PER LORO I RAZZISTI POSSONO PRESIEDERE IL SENATO

Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile

I GRILLINI GETTANO LA MASCHERA, ARRIVA IL SOLITO AIUTINO A PDL E LEGA CON UNA MOTIVAZIONE DA FARSA: “DA ANNI ESPONENTI LEGHISTI FANNO DICHIARAZIONI RAZZISTE, QUINDI E’ INUTILE CHIEDERE LE DIMISSIONI DI CALDEROLI”

Contro Calderoli, prende posizione ufficialmente anche il Partito Democratico, chiedendo le dimissioni del vicepresidente del Senato: “Non si può lasciare – scrivono i democratici – che resti al proprio posto di rappresentante delle istituzioni chi usa le parole come clave per fomentare il razzismo e dileggiare una donna e un ministro”. “Per noi Calderoli è un vicepresidente dimesso in ragione di quello che ha detto”, aggiunge il segretario del Pd, Guglielmo Epifani.
“In un paese civile, uno come Calderoli va a casa e per sempre” – attacca Matteo Renzi.
La richiesta è esplicitata in aula dai senatori democratici. “Quando un vicepresidente del Senato insulta un ministro della repubblica – dice il capogruppo Luigi Zanda – sussistono evidenti ragioni per chiedergli di rassegnare le dimissioni ed è quanto gli chiedono i senatori del Pd”.
Sulla stessa linea, a Palazzo Madama, i senatori di Sinistra ecologia e libertà  e Scelta civica.
Gettano la maschera i Cinquestelle che forniscono il solito aiutino a Pdl e Lega.
Con una dichiarazione farsesca: “Sono anni che si ascoltano dichiarazioni razziste da parte della Lega – ha detto il capogruppo Nicola Morra – e si vive in un clima di incultura. Pertanto “le dimissioni di Calderoli sono inutili”.
Insomma se vedete qualcuno che ruba da anni voltatevi dall’altra parte, è inutile arrestarlo:   questa la morale a Cinquestalle, meglio continuare a sentire puzza di letame.
La posizione grillina non è piaciuta al Pd. “Il caso Calderoli vede il M5S in totale ritirata e alquanto compiacente con la Lega – afferma Ettore Rosato -. Giudicando inutili le dimissioni dell’attuale vice presidente del Senato, il movimento di Grillo si dimostra subalterno alla peggiore politica: vergognatevi!”.

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“L’UNIONE SARDA”: “INCONTRO SEGRETO BERLUSCONI-NAZARBAYEV IN SARDEGNA”

Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile

PALAZZO GRAZIOLI SMENTISCE, MA IL GIORNALE CONFERMA: “FONTI CERTE”… IL BLITZ IN ELICOTTERO A INIZIO LUGLIO NEL PIENO DELLO SCANDALO, DUE ORE DI INCONTRO A PUNTALDIA

Tra la villa di Casal Palocco, periferia sud di Roma, dove è stata prelevata Alma Shalabayeva, e i grattacieli di Astana, la nuova capitale del Kazakistan costruita dal nulla dal dittatore Nazarbayev, spunta la zona nordorientale della Sardegna.
E in particolare la marina di Puntaldìa, porto turistico di lusso del paese di San Teodoro, dove Nazarbayev ha passato alcuni giorni di vacanza a inizio luglio.
Il possibile collegamento con Silvio Berlusconi, la cui magione di Villa Certosa dista meno di 30 km in linea d’aria è spontaneo.
E se fonti vicine all’ex presidente del Consiglio sostengono che il contatto tra i due non sia mai avvenuto, l’Unione Sarda oggi in edicola racconta però di un vero e proprio blitz effettuato in elicottero da Villa Certosa a Puntaldìa il 6 luglio da parte di Silvio Berlusconi per un incontro riservatissimo di un paio d’ore con Nazarbayev.
Palazzo Grazioli ha immediatamente smentito la ricostruzione.
Tuttavia l’Unione Sarda, affidandosi a fonti “sicure”, racconta la cosa con dovizia di particolari. E   se l’incontro c’è stato, sembra molto difficile che Berlusconi e Nazarbayev abbiano discusso di qualcosa di diverso dalla ‘rendition’ che rischia di minare la composizione dell’attuale governo, andando a interessare in particolare il ruolo del ministro degli Interni Alfano.
Proprio all’interno della villa di proprietà  di Enzo Maria Simonelli, in questi giorni protetta da una specie di esercito privato, racconta l’Unione Sarda, sarebbe atterrato in tutta segretezza l’elicottero di Berlusconi, per un colloquio faccia a faccia cui non hanno partecipato nemmeno i collaboratori più fidati dell’ex premier.
E se è vero che diverse aziende italiane, a partire dall’Eni, hanno interessi economici in Kazakistan, e tutti i recenti presidenti del Consiglio, da Prodi a D’Alema a Monti hanno avuto a che fare con il dittatore kazako, è altresì noto come le relazioni d’affari e i rapporti personali tra Nazarbayev e Berlusconi siano sempre stati particolarmente stretti.
Come quando Berlusconi elogiò il 92% di consensi del dittatore descrivendolo come “un consenso che non può che fondarsi sui fatti”, e invitando tutti a “andare in vacanza in Kazakistan”.
E adesso è stato Nazarbayev a fare le vacanze in Sardegna.

Luca Pisapia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ALFANO-GATE, ORA IL PDL TREMA: E IL MINISTRO DEGLI INTERNI ANNULLA UNA PRESENTAZIONE

Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile

“CHIEDERE LE DIMISSIONI DI ALFANO VUOL DIRE FAR CADERE IL GOVERNO” MA IL RISCHIO E’ CHE LA LINEA SCELTA DEL “POTEVA NON SAPERE” NON REGGA   A LUNGO…ALFANO ASSERRAGLIATO AL VIMINALE PER NON RISPONDERE A DOMANDE IMBARAZZANTI

“Il partito di Repubblica vuole usare Alfano come bomba umana per fare esplodere il governo Letta-Alfano, ma non per l’interesse del paese e degli italiani coi loro tanti problemi, ma per l’interesse del suo candidato Renzi”.
La difesa di Alfano è affidata a dichiarazioni fotocopia di tutto lo stato maggiore del Pdl.
Falchi, colombe, big, peones.
Il volume di fuoco è pari alla paura: quella per un ministro dell’Interno costretto a dimettersi, con la conseguente caduta del governo e il ritorno alle urne.
Insomma, un assetto che non contempli più la presenza di Berlusconi come king maker del gioco.
Proprio alla vigilia del Verdetto della Cassazione il 30 luglio, data che col passare dei giorni che il Cavaliere vive come il giorno del giudizio.
Raccontano che proprio Silvio Berlusconi, dal suo soggiorno russo, abbia dato l’ordine di fare quadrato attorno ad Alfano senza sfumature: “Alfano — dice l’ex capogruppo Fabrizio Cicchitto – non si deve dimettere e quelli di Repubblica sono dei provocatori”.
La sensazione è che stavolta la falla si aperta davvero.
L’ha aperta l’editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro, con la richiesta delle dimissioni del ministro dell’Interno.
E non è un caso che tutti, ma proprio tutti da Santanchè a Brunetta a Schifani, si scagliano contro il quotidiano di largo Fochetti.
È lì il “nemico” più temuto, come ai tempi del sexgate di Silvio Berlusconi. E, come allora, si teme l’escalation.
Lo spiega un azzurro che vicinissimo a Berlusconi: “Chiedere le dimissioni di Alfano significa voler far cadere il governo. E comunque anche se a livello parlamentare Alfano si salva, resterà  sempre con un’ombra. È chiaro che Repubblica ci farà  una campagna micidiale e che è iniziato il conto alla rovescia per il governo”.
Già , un’ombra.
Anche nel bunker di Berlusconi la posizione del ministro dell’Interno viene considerata debole.
La linea del “poteva non sapere” di fronte all’opinione pubblica non può reggere a lungo.
Perchè, è il ragionamento, delle due l’una: o Alfano è complice; oppure un ministro che non è al corrente di un’operazione di tale portata occupa il ministero come un soprammobile.
Ecco il punto, comunque si rigiri Alfano ne esce sfregiato.
Nell’assenza di certezze su cosa accadrà  in Parlamento dove Sel e Grillo sono già  a lavoro su una mozione parlamentare di sfiducia, Alfano vive con terrore una “campagna” che sensibilizzi l’opinione pubblica democratica.
Pensa che il Pd, da cui non ha ricevuto segnali tranquillizzanti non reggerà  a lungo l’imbarazzo della situazione.
Nè il caso Kienge riuscirà  a “coprire” mediaticamente quello che già  ha assunto i caratteri di un vero e proprio Alfanogate.
Metro del nervosismo e della paura del titolare dell’Interno è la sua scelta di asserragliarsi dentro il Viminale, evitando telecamere, microfoni, domande.
Per questo, in mattinata ha annullato la sua partecipazione alla presentazione del libro della parlamentare del Pdl Dorina Bianchi, dove avrebbe certo trovato giornalisti pronti a fare domande.
Un episodio che non è normale.
A microfoni spenti gli organizzatori spiegano che ieri sera Alfano aveva confermato la sua presenza.
E invece stamattina ha fatto sapere che non avrebbe partecipato.
Ecco, il titolare dell’Interno già  si muove come ministro azzoppato.

(da “Huffington Post”)

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