Luglio 12th, 2013 Riccardo Fucile
LO STAFF LEGALE DEL CAVALIERE STA STUDIANDO LE POSSIBILI CONSEGUENZE, INSIEME A QUELLA DELLA RICHIESTA DI UN RINVIO
Rinunciare alla prescrizione. 
Con un colpo a sorpresa. Berlusconi ci sta riflettendo in queste ore.
Sarebbe la svolta improvvisa nel caso Mediaset.
Bloccherebbe la seduta del 30 luglio e cambierebbe la storia del processo e di questa estate politica.
In serata, da palazzo Grazioli, filtra l’indiscrezione più rilevante della giornata.
Di rinuncia della prescrizione aveva parlato nel pomeriggio il faccendiere Luigi Bisignani, dando «un consiglio» al Cavaliere.
Poi ecco che l’ipotesi prende corpo. I legali stessi ne starebbero valutando effetti e conseguenze.
Sembrava tutta in salita la strada per “salvare” il Cavaliere dalla condanna per Mediaset.
Pareva una mission impossible, ma ecco la sorpresa su cui lo stesso ex premier dovrà decidere in tempi strettissimi.
Ciò ovviamente non esclude – se alla fine lui non dovesse seguire questa strada temendo che possa essere vissuta all’esterno come una sorta dicedimento – in prima battuta il lavorio per prendere tempo e rinviare la decisione che potrebbe già arrivare il 30 luglio, e in seconda quella di architettare piani ben più complessi, come avviare l’amnistia e soprattutto sensibilizzare e premere sul Quirinale per ottenere la grazia. Ma ancora ieri la prima “paura” su cui Berlusconi ha voluto essere del tutto tranquillizzato dai suoi avvocati Niccolò Ghedini e Franco Coppi è stata quella del carcere.
NIENTE CELLA
Se la Cassazione dovesse confermare la condanna a 4 anni per frode fiscale, con 5 di interdizione, il Cavaliere può stare tranquillo perchè non si apriranno le porte di un penitenziario, neppure per un breve passaggio.
Succederà , visto che le sentenze di primo e secondo grado sono conformi, che la Corte trasmetterà alla Procura Milano il dispositivo della sentenza.
Qui i magistrati calcoleranno la pena, detrarranno da essa l’indulto del 2006 che la riduce a un anno, e applicheranno la legge Simeoni- Saraceni, affidamento ai servizi sociali per condanne fino a tre anni.
Berlusconi avrà 30 giorni di tempo per fare una proposta che sarà valutata dal giudice di sorveglianza.
SENTENZA FAVOREVOLE
Il Cavaliere si augura che il famoso «giudice a Berlino» comunque lo assolva, o quanto meno decida di rinviare il processo a Milano per un nuovo appello, o riduca la condanna rimodulando la pena, addirittura cancellando l’interdizione.
C’è chi racconta che, in queste ore, nelle stanze di Berlusconi si lavora a “radiografare” chi sono i giudici che dovrebbero giudicarlo, per capire se eventuali contatti sono possibili, e soprattutto si studia se un rinvio, con il conseguente cambio di sezione della Cassazione, sarebbe utile o dannoso.
Non sfugge che il presidente di una delle sezioni feriali attive in agosto è una storica toga di Md come Gennaro Marasca.
RINVIO DELL’UDIENZA
Strategia minimalista quella del rinvio dell’udienza del 30 luglio, anche se non troppo. Dopo le dichiarazioni del presidente della Suprema corte Giorgio Santacroce, Ghedini e Coppi stanno studiando la formula più giusta per ottenere un rinvio.
Ovviamente, poichè saranno gli avvocati a fare il passo, va da sè che la prescrizione del processo – scada essa il primo o il 3 agosto, come ha calcolato la Cassazione, oppure il 13 o il 26 settembre, come stima la difesa dell’ex premier – si bloccherà , per cui non si sarà alcun rischio di una“morte” anticipata.
LEGGE SULL’INTERDIZIONE
Ormai nel dimenticatoio l’ipotesi di cambiare le regole dell’interdizione, perchè se la condanna dovesse cadere già in agosto o anche a settembre, qualsiasi cambio legislativo sarebbe ormai inattuabile.
Proprio per questo, il presidente della giunta per le autorizzazioni Dario Stefà no di Sel è deciso a incardinare subito l’eventuale caso di interdizione, in modo da votare al più presto in giunta, anche in agosto, e mettere Berlusconi di fronte al fatto compiuto di una presa d’atto definitiva.
L’AMNISTIA
In molti, nel Pdl, insistono sull’amnistia, ma proprio i legali del Cavaliere la considerano una soluzione del tutto perdente.
A parte i tempi necessari per un triplo voto che richiede i due terzi dei votanti, Berlusconi deve fare i conti con un reato grave come la frode fiscale che, nel codice penale, è punita “nel suo massimo” con 7 anni.
Una pena simile non è mai stata inclusa tra quelle che potrebbero godere del famoso gesto di clemenza che al massimo, e con una massiccia esclusionedi reati, non supera i 5 annui.
LA GRAZIA
Il quotidiano Libero ha aperto così l’edizione di ieri: «Giorgio facci la grazia».
Per Berlusconi. Per la sua storia personale e nella politica italiana.
C’è chi ricorda il passo del Colle per il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, a rischio carcere per una diffamazione.
Ma su un Berlusconi “graziato” da Napolitano, in Parlamento, nessuno scommette un euro
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Luglio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“CASSAZIONE? HO MOLTA FIDUCIA”… MA SCHIFANI: “SE LO CONDANNANO, IL PDL APRE LA CRISI”
La resa dei conti è solo rinviata. Ma per ora resta aggrappato a questo governo. Più che mai, nonostante tutto.
Silvio Berlusconi non può essere più chiaro, nel corso dell’Ufficio di presidenza del partito che nel pomeriggio riunisce lo stato maggiore del Pdl a due settimane dalla sentenza in Cassazione. È la ratifica della linea decisa nel vertice della notte precedente. «Il governo non può e non deve cadere, per noi sarebbe un danno».
Di più, «devono cessare gli attacchi ai ministri».
Tacciono tutti, falchi in testa, nel salotto al primo piano di Palazzo Grazioli
Era stato ancora più schietto in nottata: «Fino al giorno della sentenza non voglio problemi. State tranquilli, evitate che ci addossino la colpa di mettere in difficoltà Letta».
Anche perchè la pressione interna al Pd, quella sì, rischia di far saltare la pentola.
Già , ma il «giudizio universale» che rischia di spazzarlo via? Capigruppo e dirigenti trovano il Cavaliere stranamente rinfrancato, fiducioso. «Come se avesse ricevuto segnali incoraggianti, forse sul rinvio della sentenza a settembre» azzarda uno dei partecipanti. Il leader si dice sicuro dell’accoglimento del ricorso in Cassazione.
«Ho sempre confidato in quella corte: quando leggeranno le carte si renderanno conto che sono innocente» dice al cospetto di Alfano, Verdini, Brunetta, Schifani, Santanchè e gli altri.
Ad apertura, ostenta preoccupazione per le sorti del Paese: «Il governo deve andare avanti ma saremo inflessibili su Iva e Imu» intima ai ministri presenti. Una boccata d’ossigeno, per loro. Soprattutto rispetto al mezzo editto del capogruppo Schifani ai tg dell’ora di pranzo: «Un’eventuale condanna non potrebbe non avere riflessi sul governo. È difficile rimanerci con un Pd che si è detto pronto a votare la decadenza ».
Ma il Cavaliere per ora predica cautela, in ossequio alla “filosofia Coppi”: «Conviene tenere una linea prudente», almeno fino al 30 luglio.
Detto questo, non mancano stoccate. «L’accelerazione dei processi negli ultimi due mesi è legata al fatto che una parte della maggioranza non vuole un governo di pacificazione » incalza Berlusconi davanti al “sinedrio” dell’Ufficio di presidenza, con chiaro riferimento a una parte del Pd.
E sulla magistratura, si limita ad attaccarne una parte, ma con la solita virulenza: il problema è Magistratura Democratica, agisce come «un’associazione segreta di cui non si conoscono gli aderenti». Salvo poi rettificare le sortite qualche ora dopo. Quindi, chiede la mobilitazione di tutti i parlamentati per dare un sostegno concreto ai referendum radicali sulla giustizia: in estate, gazebo sul territorio per la raccolta delle firme.
Gasparri in serata insiste: «Useremo l’arma delle dimissioni di massa per andare al voto, se lo condanneranno».
Il sottosegretario Michaela Biancofiore, va oltre: «Parlamentari e ministri, tutti noi abbiamo già dato le dimissioni in bianco. Sono sul tavolo di Berlusconi, è lui che decide».
Il clima resta questo.
Quanto al partito, a settembre nascerà Forza Italia, conferma il leader: «Scalda di più i cuori». Non vuole divisioni tra falchi e colombe, «siamo tutti uniti, la solidarietà di questi giorni mi commuove, rafforza la mia voglia di combattere ».
Chiuso il vertice, con Alfano e pochi altri fa un blitz nella nuova sede del partito (da agosto) in Piazza San Lorenzo in Lucina.
Cartina alla mano, si entusiasma: «Davvero bella, quasi quasi ci faccio un pensierino e mi trasferisco anche io qui».
Tremila metri quadrati al posto dei 5mila di via dell’Umiltà , affitto da 720mila euro l’anno al posto dei quasi 3 milioni, per locali che Denis Verdini e Ignazio Abrignani hanno “strappato” all’Immobiliare Tirrena con maxi sconto del 30 per cento.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 12th, 2013 Riccardo Fucile
GIANNINI, (DIGOS), E IMPROTA (IMMIGRAZIONE) SONO STATI NOMINATI QUESTORI UN MESE DOPO IL BLITZ… L’IMPROVVISA SCALATA DELLA CLASSIFICA INTERNA: CHI DAL 65° POSTO ARRIVA AL 20°, CHI DAL 73° AL 21°…. E OSTUNI, QUELLO DEL CASO RUBY, PROMOSSO DAL 259° AL 99° POSTO
Il concorso per diventare dirigenti. In pratica questori. La futura classe dirigente della
polizia.
Nei corridoi della Questura di Roma non si parla d’altro.
Non è una novità che le graduatorie, con i salti in avanti e indietro, siano accolte a denti stretti dagli esclusi, ma stavolta c’è qualcosa in più.
Tra i promossi ci sono due nomi di spicco qui a Roma: Lamberto Giannini, responsabile della Digos, e Maurizio Improta, dirigente dell’ufficio immigrazione. “Proprio i due uffici che avrebbero avuto un ruolo chiave nel rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e della figlia Alua. Niente di illegale in questa promozione, fino a prova contraria, niente che provi un legame tra le due cose”, mettono le mani avanti gli stessi colleghi dei due neo-primi dirigenti.
E provano a mettere inordine i fatti.
Il prelievo forzato della donna e della bambina e l’espulsione avvengonotra il 29 e il 31 maggio scorsi. Un blitz cui partecipa la Digos. Nelle ore successive l’ufficio immigrazione sarebbe stato decisivo per stabilire se, e in che modo, espellere le due donne.Passano le settimane. L’operazione passa nel silenzio.
Venerdì 28 giugno, un mese dopo, si riunisce il consiglio di amministrazione della polizia. Un appuntamento atteso da migliaia di funzionari che in quell’incontro vedono decise le loro carriere.
Stavolta, oltre ai vertici della polizia, avrebbe partecipato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Non è una circostanza eccezionale. Sul tavolo, appunto, le graduatorie per promuovere i dirigenti superiori (in pratica i futuri questori) e primi dirigenti.
È una selezione durissima: i posti di questore quest’anno sono 20 (più 6 ripescati che dopo il supercorso di un anno otterranno la qualifica). I candidati sono 556, passa uno su dodici.
Poi c’èa graduatoria per primi dirigenti, appena un gradino sotto,’anticamera del questore: 74 posti su 1.624 funzionari in corsa. Il consiglio di amministrazione redige le graduatorie definitive.
Ed ecco le sorprese, come ogni anno. Chi sale e chi scende. Anche di decine di posti. Sempre con strascichi polemici.
E qualcuno punta il dito sulla promozione di Giannini, che nella graduatoria del 2012 era 65° e quest’anno è arrivato 20°. Più quarantacinque.
Sì, proprio l’ultimo strapuntino disponibile per diventare questore.
Maurizio Improta, invece, nel 2012 era 73° e in un anno ha compiuto un balzo di cinquantadue posizioni: 21°.
Può quindi rientrare tra i sei che frequenteranno il corso.
In pochi mesi sarà questore.
Insomma, i due dirigenti hanno ottenuto una valutazione molto positiva del loro operato negli ultimi dodici mesi.
Che cosa li ha distinti rispetto ad altri colleghi?
“Adesso chiederemo l’accesso agli atti per capire”, promette Filippo Bertolami, dirigente sindacale nonchè presidente del Comitato Funzionari Anip-Italia Sicura, da sempre impegnato per la trasparenza nei concorsi in polizia. Ma ci sono altri casi su cui i colleghi vorrebbero chiarimenti: per esempio il salto di centosessantaposti di Pietro Ostuni, capodi Gabinetto della Questura di Milano, passato dal 259° posto al 99°. Come dire, dalle retrovie alla pole position per diventare questore l’anno prossimo. A rispolverare la cronaca recente i maligni ricordano che proprio Ostuni era il funzionario di turno a Milano la famosa notte in cui in via Fatebenefratelli approdò Ruby.
L’uomo che ricevette le telefonate dalla scorta del Premier e dallo stesso Berlusconi. Il poliziotto è stato uno dei testimoni nell’indaginee nel processo contro il premier.
Sentito dai pm disse: “Non ricordo che mi sia stato detto che Ruby aveva negato di essere parente di Mubarak, mi fu detto che era marocchina e che il padre faceva l’agricoltore in Sicilia”.
Una risposta che portò i pm a incalzarlo: “Ammesso che sia credibile quello che lei sta dicendo…le è sembrato potesse essere vera la notizia fornita daBerlusconi?”.
E Ostuni: “Certamente no”.
Un episodio scomodo,che non ha impedito a Ostuniun bel balzo in avanti.
Nel 2012 al concorso per primi dirigenti tra i vincitori figuravan oun funzionario condannato per aver dato il porto d’armi all’autore di una strage (in un anno guadagnò 686 posizioni).
Poi un vicequestore di punta che nel 2011, stando agli atti acquisiti per il ricorso, si era posizionato 299° per poi ritrovarsi 47° l’anno successivo; appena passata la selezione fu indagato dalla Procura di Roma per calunnia e falso ideologico. Parliamo del tifoso pestaggio di Stefano Gugliotta. Ma ecco, ancora una volta, l’ombra del G8: tra i dirigenti selezionati due funzionari che erano a Genova e hanno avuto a che fare con le famose molotov. Un clamoroso falso per incastrare i dimostranti.
Hanno fattobalzi di 314 e 407 posti.
Ma come sono possibili questi salti?
Dal Viminale, come l’anno scorso, una risposta ufficiosa: “Le regole dello scrutinio sono pubbliche. Cambiano i governi, i vertici della polizia, le priorità della loro azione, e anche le caratteristiche richieste ai candidati”.
Bertolami assicura: “Faremo chiarezza anche quest’anno.Non è più accettabile un sistema che, tra colleghi oggettivamente meritevoli, premia frettolosamente anche funzionari i cui uffici sono protagonisti di fatti di cronaca non ancora chiariti
Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 12th, 2013 Riccardo Fucile
I PM VOLEVANO SENTIRE ALMA, MA L’UFFICIO IMMIGRAZIONE REPLICO’: “VA SPEDITA SUBITO”… A GUARDIA DELLA VILLA UN CARABINIERE E UN AGENTE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Nel primo pomeriggio di venerdì 31 maggio avviene uno scambio tra la procura di Roma e l’ufficio immigrazione della questura: i magistrati vogliono sentire Alma Shalabayeva, su richiesta dei suoi legali, in merito al passaporto ritenuto falso, motivo per cui è indagata ed è quindi suo diritto essere ascoltata a spontanee dichiarazioni. Ma gli agenti rispondono via fax che il documento è contraffatto.
Quindi il passaggio è inutile.
In realtà si è poi accertato che il passaporto era autentico. Inoltre quel pomeriggio Alma era già in viaggio verso Ciampino dal Cie di Porta Galeria, dove era stata condotta appena due giorni prima.
“Di seguito alle intese telefoniche odierne, con riferimento al sequestro del passaporto diplomatico esibito dalla nominata in oggetto risultato contraffatto, si trasmette la nota del Ministero degli Esteri” del Burundi, “la nota verbale dell’Ambasciata del Kazakistan in Italia relativa alla reale identità della Shalabayeva alias Ayan”.
Inoltre, conclude fra l’altro il fax, “la Shalabayeva è nella condizione di essere rimpatriata, unitamente alla figlia minore”.
Il fax firmato da Maurizio Improta,capo dell’ufficio immigrazione, è stato ricevuto dall’ufficio del procuratore capo, Giuseppe Pignatone e inviato all’attenzione anche del magistrato Eugenio Albamonte, alle 15.22 del 31 maggio.
La moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, insieme alle figlia Alua di 6 anni, vengono nel frattempo portare a Ciampino.
Qui, poco dopo le 18, viene stilato il verbale di affidamento della minore.
Un verbale “redatto sottobordo”, in pratica sulla pista ai piedi dell’aereo, si legge nel documento, “alla presenza del console onorario Nurlan Khassern”.
La bambina viene affidata “all’ambasciatore del Kazakistan Yerzhan Yessirkepov”. Che prende in consegna le due donne, le fa salire sul jet privato appositamente affittato al mattino alle 11 in Austria dal governo kazako, che lascia Ciampino alle 19 esatte.
La ricostruzione di quanto accaduto quel 31 maggio è solo una piccola parte dell’informativa della Digos allegata agli atti delle indagini sul rimpatrio forzato delle donne che sta mettendo in seria difficoltà il governodi Enrico Letta e in particolare il vicepremier e ministro dell’Interno, Angelino Alfano che sarebbe intervenuto direttamente, su espressa richiesta del regime kazako, senza coinvolgere Palazzo Chigi nè il ministero degli Esteri nè quello della Giustizia.
I documenti allegati agli atti riguardano il periodo dal 24 maggio in poi.
In quella data, infatti, il dissidente Ablyazov viene intercettato, fotografato e filmato nel quartiere dell’Eur a Roma.
In compagnia di alcuni familiari a passeggio e a bordo di un monovolume bianco. Per questo la Digos decide di organizzare il blitz nella villa che la famiglia ha affittato a Casal Palocco dove erano arrivate a inizio mese. A carico dell’uomo, maggior oppositore del regime di Nursultan Nazarbayev, c’è un mandato di cattura internazionale. Ma uno, non due: emesso dal Kazakistan.
In Gran Bretagna, dove è rifugiato politico da diversi anni, Ablyazov ha una pendenza civile. Nessun mandato di cattura inglese, dunque.
LA BIMBA DI 6 ANNI
Tra le carte il verbale di consegna della minore all’ambasciatore stilato “sottobordo”a Ciampino. Come invece inizialmente era stato fatto trapelare. Gli uomini della Digos decidono di intervenire la notte tra il 28 e il 29 maggio. Nel pomeriggio del 28 effettuano un sopralluogo a Casal Palocco (che nel verbale diventa “Casal Balocco”)per pianificare il blitz e trovano tre persone.
Ed ecco un’altra sorpresa che emerge tra gli atti: “D. F. si identifica con una tessera della Presidenza del Consiglio dei Ministri”, un secondo“mostra un tesserino dei Carabinieri”.
Infine i due spiegano “di aver ricevuto incarico da un cittadino israeliano, Forlit, residente in Tel Aviv (…) dove è titolare della società Gadot Information Service”.
Alle 18.10, annotano gli agenti della Digos nell’informativa allegata agli atti, “personale investigativo nota un uomo di 55/60anni di sesso maschile con un auricolare intento a comunicare con un altro uomo all’interno di un auto posteggiata nei pressi dell’abitazione di via Casal Balocco3. (…) A richiesta di esibire i documenti il primo, D. F., diceva essere personale polaria e mostra tessera del Consiglio dei Ministri dopo aver tentato di divagare con risibili motivazioni(…) spiega di aver ricevuto incarico dal cittadino israeliano Forlit, dietro pagamento di 5mila euro, di verificare la presenza di una persona”.
La Digos procede alla bonifica della zona: alle 20 ha la certezza che Ablyazov sia all’interno della villa. Poi lanotte scatta il blitz. E viene arrestato un uomo. Ma è il cognato del dissidente. E anche luiv iene condotto al Cie insieme alla moglie di Ablyazov, Alma.Mentre Alua, la bimba di sei anni,viene affidata temporaneamente alla zia che rimane a Casal Palocco.
La competenza a questo punto passa dalla Digos, guidata da Lamberto Giannini, agli uomini dell’ufficio immigrazione, a cui capo è Maurizio Improta. Alma entra al Cie poco prima dell’alba del 29 maggio. Dopo appena poche ore il prefetto emette il decreto di espulsione.
Lo ricorda lo stesso Improta anche nel fax che invia ai magistrati.
L’ambasciata del Kazakistan invia i documenti relativi alla reale identità della donna solo il giorno successivo, quando ormai Alma è partita, con la figlia, e spedita nelle mani di Nazarbaev accusato ancora ieri da Amnesty International di ingannare la comunità internazionale.
L’organizzazione ha denunciato “l’uso regolare della tortura e dei maltrattamenti in Kazakistan” dove le forze di sicurezza agiscono con impunità e la tortura nei centri di detenzione sia la norma. A questa realtà le autorità italiane hanno affidato Alma e sua figlia. Oltre alle indagini della Procura, anche la politica ha avviato un’inchiesta. Ieri durante la riunionedel Copasir Claudio Fava ha invocato“una risposta di Alfano”.Va svelata, ha aggiunto il deputatodi Sel, “la catena di comando di un’operazione opaca nelle forme e grave nel contenuto. Noi vogliamo sapere da Alfano chi ha chiesto al dottor Maurizio Improta di intervenire con modalità inconsuete e con tanta solerzia per espellere le due kazake e chi si è assunto la responsabilità di dare informazioni frettolose e imprecise su un presunto passaporto falso in possesso della donna che invece era autentico”.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL NEO AMBASCIATORE PHILLIPS E’ UN RICCO INSIDER LEGATO ALL’ENTOURAGE DEL SINDACO DI FIRENZE
L’amore per l’Italia del nuovo ambasciatore a Roma è tutto nel cognome, Phillips,
anglicizzazione dell’originario Filippi; l’amore per la Toscana è nelle pietre rosse di Borgo Finocchieto, pugno di case sulle colline senesi che l’avvocato ha comprato e ristrutturato, assieme alla moglie Linda Douglass, in un momento di lungimiranza mascherata da folle folgorazione sui sentieri della Val d’Orcia.
John Phillips di investimenti se ne intende.
Ha costruito una carriera sulla protezione degli whistleblower, rivelatori di corruzione e malaffare, e quando Barack Obama ha lanciato una stretta contro i truffatori nel settore privato le parcelle di Phillips si sono gonfiate a dismisura.
Lui ha ricambiato diventando il pivot di una raccolta fondi da 3 milioni di dollari per la campagna elettorale del presidente e come ricompensa ha ottenuto l’assegnazione a Villa Taverna.
L’ennesimo buon affare in una carriera passata tra lo studio legale e le poltrone di governo in stretta alleanza con la sua Linda, indefessa socialite che dal 2009 al 2010 ha diretto il delicato ufficio di comunicazione della Casa Bianca per la riforma sanitaria. Phillips ha avuto anche modo di estendere il suo giro di contatti internazionali dall’osservatorio privilegiato della Commission on White House Fellowships, della quale è stato membro durante gli anni di Clinton e poi presidente dal 2009.
Ma le connessioni di Phillips con la Toscana non si riducono a una brochure per turisti americani in cerca di svaghi agresti, perchè a Firenze c’è il più americano dei player politici italiani, Matteo Renzi.
Si dice che Phillips sia un “sostenitore della causa renziana” e si è creata nel tempo una “consuetudine” con il suo entourage, consolidata a Washington ma soprattutto in Toscana, dove Phillips si è recato spesso — il ristorante fiorentino prediletto è “I fagioli”, in Corso dei Tintori — soprattutto da quando la moglie ha abbandonato la vicepresidenza della Atlantic Media Company per “fare esperimenti sul concetto di ‘più tempo libero’”. Due anni fa Renzi ha incontrato Phillips alla Casa Bianca e da allora il rapporto è stato coltivato da quel Marco Carrai che per conto di Renzi ha intessuto una trama di relazioni internazionali che va da Tony Blair all’universo clintoniano fino a pezzi privilegiati dell’Amministrazione Obama.
Trama fruttuosa macchiata da qualche incidente occasionale, su tutti l’incontro con Bill Clinton alla vigilia delle primarie del Pd contro Pier Luigi Bersani, saltato all’ultimo per un pasticcio di comunicazione immediatamente cavalcato dagli avversari di Renzi imbizzarriti per la dose di prestigio che una photo opportunity con l’ex presidente avrebbe concesso al sindaco.
In quell’occasione l’ambasciatore uscente, David Thorne, che pure negli anni romani ha mantenuto buoni rapporti con Renzi, diceva in privato che la galassia renziana si era fatta un po’ troppo “pushy”, insistente, tanta era la foga di capitalizzare aiuti americani per lanciare un’opa credibile alla leadership del partito.
Thorne era agganciato all’Italia dal piano Marshall, Phillips ha addentellati nel cuore della Toscana, dove Renzi è alla costante ricerca di sponde per dare sostanza ai suoi progetti nazionali.
Fra Washington, Londra e l’Arno il sindaco ha abilmente creato una rete per affermare la sua immagine di democratico moderno e internazionale affrancandola dal provincialismo delle correnti e delle faide d’altri tempi; e Phillips, sintetizza una fonte, “è un ottimo interlocutore”.
Mattia Ferraresi
(da “il Foglio“)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
“SE MEDIASET E’ ABUSIVA VA OSCURATA”: PARLANO SENZA CONOSCERE NEANCHE LE LEGGI VIGENTI… COSI’ SI VENDONO IN GIRO L’IMMAGINE DI ESSERE CONTRO BERLUSCONI, NEI FATTI GLI PERMETTONO DI ESSERE SEMPRE DETERMINANTE
Una nuova patacca si prospetta all’orizzonte per Silvio Berlusconi.
A paventarla è il senatore M5S, Michele Giarrusso, al termine della giunta per le elezioni che ha avviato la discussione sulla ineleggibilità del Cavaliere.
“Il Movimento Cinque Stelle si rivolgerà alla Guardia di finanza per accertare in base a quale titolo Silvio Berlusconi ha fatto l’imprenditore della tv in Italia”.
La questione riguarda le concessioni tv che, a quanto pare, non esistono a nome di Berlusconi.
Ma il Pdl respinge facilmente l’attacco: il documento richiesto non esiste in quanto non previsto dalla legge (dlgs n.177 Del 2005), che non prevede alcun atto specifico. In serata è arrivata la risposta di Mediaset: “Abbiamo diritto di trasmettere”.
M5S: “Se abusivo, va oscurato”.
Giarrusso spiega che “esponenti del Pdl ci hanno risposto che non ci sono le concessioni tv che riguardano Berlusconi”. Ma allora Berlusconi è abusivo? “Difatti. Per questo chiediamo l’intervento della Guardia di finanza”, risponde Giarrusso.
“E se la Guardia di finanza dice che non ci sono concessioni e, quindi, c’è un soggetto che trasmette senza titoli è giusto che venga sanzionato, anche oscurato”, aggiunge Giarrusso che ha cosi sparata un’arma di distrazione di massa
Il Pdl ha buon gioco a ribattere: “Non conoscete la legge”.
Il Pdl non ci sta e respinge l’accusa al mittente: “Ma quale oscuramento! Giarrusso parla di cose che non conosce – ha detto Giacomo Caliendo (Pdl), componente della Giunta delle elezioni del Senato -. In Italia la disciplina è sottoposta ad un’autorizzazione generale: non ci sono le ‘concessioni’. Dal 2005 la legge consente di trasmettere a tutti quelli che in passato erano titolari di concessione. Quindi, questa cosa di cui parla Giarrusso non esiste. Si tratta di leggi e questioni complesse che non si possono liquidare in 20 minuti. Spero che nelle prossime riunioni ci sia il tempo per spiegare meglio ai colleghi come stanno veramente le cose”.
La risposta di Mediaset al favore grillino.
Pronta la replica di Mediaset, che in una nota, precisa che l’istituto della “concessione” nel settore televisivo non esiste più dal luglio 2012, data in cui tutto il sistema ha abbandonato la tecnica analogica ed è passato alla tecnica digitale.
Le trasmissioni digitali hanno luogo in base ad “autorizzazione generale”, spiega Mediaset nella nota, e ai “diritti d’uso” sulle radiofrequenze, secondo la normativa europea che ha vietato il rilascio di titoli individuali – quali le “concessioni” – nel settore delle comunicazioni elettroniche come la tv o le telecomunicazioni.
Il gruppo Mediaset possiede sia l'”autorizzazione generale” accordata nel 2008 quale operatore di rete, sia i “diritti d’uso” sulle radiofrequenze rilasciati nel giugno 2012.
Pare incredibile che Giarrusso abbia potuto rimediare una brutta figura basandosi su un concetto parziale espresso da un esponente del Pdl, senza fare alcun approfondimento della materia in proprio prima di parlare.
Alla fine lui ha fatto il suo spottone e Silvio ringrazia per l’assist.
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
MA IL CAPO DELLA POLIZIA IN QUEL MOMENTO ERA VACANTE, L’UNICO SUPERIORE POTEVA ESSERE SOLO IL MINISTRO DEGLI INTERNI…VIENE CITATO UN FA DELL’INTERPOL CHE NEANCHE A FARLO APPOSTA E’ SPARITO
Tra il 29 e il 31 maggio 2013, quando nel quartiere romano di Casal Palocco gli uomini
della Digos di Roma portarono a termine il blitz poi sfociato nel rimpatrio della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov, ai vertici della polizia si stava vivendo un momento di passaggio molto delicato.
Secondo alcuni uomini del Viminale, quel momento sarebbe culminato in “alcune ore di vuoto di potere”, dovute al cambio al vertice dell’Istituto. Alessandro Marangoni, nominato da Anna Maria Cancellieri vice capo vicario della Polizia al momento della morte di Antonio Manganelli, aveva saputo proprio in quelle ore di essere arrivato secondo nella corsa alla successione e che la poltrona di nuovo capo della polizia sarebbe andata ad Alessandro Pansa, prefetto vicino al Quirinale, nominato il 31 maggio e insediatosi proprio il 31 pomeriggio.
Quando — cioè — tutto il “caso Kazakistan” si era già concluso con le due donne messe su un aereo a Ciampino noleggiato proprio dal leader kazako, Nursultan Nazarbayev.
Marangoni non fu dunque neppure informato dell’operazione; nel delicato momento di passaggio ai vertici della polizia, con la nomina di Pansa ormai certificata nel comunicato del Consiglio dei Ministri, chi stava tenendo le fila del Viminale era solo il ministro dell’Interno, Alfano.
Che continua a tacere sulla vicenda, lasciando trapelare solo che anche lui sarebbe stato all’oscuro di tutto.
E che, cioè, il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro (che lui avrebbe voluto a capo della polizia) il questore, il capo della mobile e quello della Digos avrebbero agito in autonomia senza informare il livello politico più alto di quello che stava accadendo.
L’indagine voluta da Enrico Letta, che pare determinato, come annunciato durante il question time del 10 luglio alla Camera, a fare “piena luce” sull’accaduto, ha già acquisito alcune importanti testimonianze, quella di Lamberto Giannini, capo della Digos di Roma, uomo di grande esperienza nella lotta al terrorismo politico, che ha dato il via al blitz di Casal Palocco; quella di Maurizio Improta, capo dell’ufficio immigrazione della Questura e quella di Renato Cortese, poliziotto di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata che partecipò anche alla cattura di Bernardo Provenzano.
Tre poliziotti “di rango” che hanno avuto un ruolo di primo piano nella vicenda e hanno sostenuto di aver “eseguito ordini superiori”.
E, in quei giorni, l’unico che poteva dispensare un ordine del genere, visto anche il singolare momento di passaggio di consegne ai vertici della polizia, era solo il ministro, Angiolino Alfano.
L’indagine, ora, sta anche cercando di fare luce su un misterioso fax dell’Interpol, arrivato il 28 maggio in Questura a Roma, dove veniva segnalato sia alla Questura stessa che alla prefettura dove andare a prelevare il dissidente Ablyazov, in virtù di un mandato di cattura internazionale del Kazakistan per truffa, bancarotta e una lunga serie di reati economici.
In realtà , com’è noto, Ablyazov è il più grosso — e ricco — oppositore politico del presidente Nazarbayev, caro e grande amico di Berlusconi e quelle incriminazioni non sono affatto certe.
Del fax dell’Interpol, che avrebbe dato il via all’operazione, almeno secondo Alfano, si è comunque persa ogni traccia.
Sara Nicoli
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
ROGATORIA VERSO LA REPUBBLICA DEL CENTROAFRICA PER VERIFICARE VALIDITA’ DEL PASSAPORTO…IL DOCUMENTO DEL KAZAKISTAN ALLA QUESTURA SI PERDE PER STRADA E NON ARRIVA IN TRIBUNALE
La procedura di espulsione della signora Alma Salabayeva, restituita con la figlioletta di 6 anni al Kazakhstan nonostante fosse la moglie del principale oppositore politico, e nonostante lei abbia implorato asilo politico, è stata possibile grazie ad alcuni documenti che ora sono all’esame degli avvocati difensori della signora e che sono anche al centro degli accertamenti ordinati da palazzo Chigi.
Atti che potrebbero essere altrettanti problemi per il ministero dell’Interno.
Il primo è un documento della polizia di frontiera che ipotizza il passaggio della signora Alma Ayan nel 2004 dal valico del Brennero.
Ora, il nome Alma Ayan è quello che compare sul passaporto diplomatico emesso dalla Repubblica del Centroafrica, con il cognome da nubile della signora.
Secondo la polizia si trattava di un passaporto taroccato.
Il tribunale del Riesame ha deciso l’opposto.
Potrebbe non finire qui: la procura di Roma sta pensando a una rogatoria internazionale verso il Centroafrica per venire a capo definitivamente del problema.
Ma qui interessa poco.
Il punto è che nel 2004 questo passaporto non esisteva, essendo stato emesso nel 2010, e che la signora Alma Shalabayeva viveva ancora in Kazakhstan con il suo vero nome.
Al prefetto di Roma, per convincerlo a firmare un ordine di trattenimento e di espulsione, comunque è stata consegnata quella nota risalente al 2004 che implicitamente dimostrava che la signora è un’inveterata immigrata clandestina.
Il secondo atto risale al 30 maggio scorso.
La signora Alma è trattenuta al Cie di Ponte Galeria da 24 ore.
La questura di Roma ottiene dall’ambasciata del Kazakhstan l’indispensabile «riconoscimento» che la sedicente Alma Ayan è in realtà Alma Shalabayeva, con cittadinanza kazaka, e che quindi si può procedere all’espulsione forzata verso quel Paese.
Ebbene, il giorno dopo, il 31 maggio, questo documento cruciale non sembra comparire all’udienza di convalida per il trattenimento davanti al giudice di pace.
Mancando il riconoscimento ufficiale di chi fosse in realtà la signora, il giudice di pace ha potuto legittimamente procedere contro una sedicente Alma Ayan, di cui sapeva soltanto che era stata trovata in possesso di un passaporto taroccato della Repubblica del Centroafrica e che era transitata nel lontano 2004 dal valico del Brennero.
Non è un caso, infatti, che l’intero fascicolo del giudice di pace sia intestato alla sedicente Alma Ayan.
E quando gli avvocati, nel corso dell’udienza, hanno fatto presente che la signora era disposta a lasciare volontariamente l’Italia, che il passaporto era valido e che godeva di status diplomatico, il giudice di pace ha ovviamente obiettato che ciò sarebbe stato impossibile dato che non aveva documenti in regola.
«Si osservi – sostiene l’avvocato Riccardo Olivo – che la legge prevede in prima istanza l’allontanamento volontario e solo in subordine l’espulsione forzata». Tornando al giudice di pace, «se il documento ufficiale dell’ambasciata del 30 maggio fosse finito sul suo tavolo – dice ancora il legale – la storia avrebbe necessariamente preso un’altra piega.
A quel punto non sarebbe stato più necessario e forse nemmeno più legittimo il trattenimento nel Cie, figurarsi l’espulsione forzata».
Lo stesso giorno, alle ore 19, la polizia di frontiera di Ciampino certifica che la signora Alma Ayan e sua figlia Alua Ayan, di 6 anni, lasciano l’Italia in esecuzione di un ordine di espulsione a bordo di un jet privato dopo essere stata affidata al console del Kazakhstan.
«Al pilota del jet, invece, la questura di Roma a quel punto consegna correttamente la certificazione che trattasi della signora Alma Shalabayeva».
Francesco Grignetti
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI HA CHIESTO CHIARIMENTI IN ORDINE AI RIMBORSI “PER SPESE ESTRANEE AL MANDATO CONSILIARE E ATTINENTI INTERESSI PERSONALI”
Danni erariali per 500mila euro sono stati contestati nei confronti di un secondo gruppo di
consiglieri della Regione Lombardia, già appartenenti ai gruppi consiliari di Pdl e Lega, in ordine ai rimborsi ottenuti tramite i gruppi, nel periodo 2008-2011 e nella prima parte del 2012, per spese “del tutto estranee al mandato consiliare e spesso palesemente attinenti interessi personali del singolo consigliere”.
Lo si legge in una nota della guardia di finanza in cui si spiega che sono stati emessi vari inviti a dedurre da parte della Procura della Corte dei conti.
I consiglieri nel mirino della magistratura contabile sono Giulio Boscagli, Paolo Valentini, Antonella Maiolo, Giovanni Bordoni, Enio Moretti, Massimiliano Orsatti e Angelo Ciocca.
Nel maggio scorso gli inviti a dedurre erano stati recapitati a Gianluca Rinaldin, Alessandro Colucci, Stefano Galli, Fabrizio Cecchetti, Luciana Ruffinelli, Pierluigi Toscani e Nicole Minetti.
Le attività investigative, coordinate e dirette dal procuratore regionale Antonio Caruso e dal sostituto procuratore Adriano Gribaudo e condotte dalla guardia di finanza di Milano, hanno consentito l’accertamento di un danno erariale.
Fra i destinatari delle contestazioni vi sono, oltre ai singoli consiglieri regionali beneficiari dei rimborsi, anche i presidenti dei gruppi consiliari interessati, cui è affidato il compito e la responsabilità di gestire i fondi attribuiti ai gruppi stessi.
argomento: LegaNord, Milano, PdL | Commenta »