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RINVII E BOCCIATURE: IL NULLA PRODOTTO DALLE LARGHE INTESE

Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile

GOVERNO E CAMERE RINVIANO TUTTO: IVA, CASA, TARES, TICKET E F-35

L’attesa è occupazione cara tanto agli uomini d’ozio che a quelli di negozio.
Tra questi ultimi,di cui qui ci si occupa, un posto a parte merita Giulio Andreotti, che ha codificato in un memorabile aforisma l’operosa immobilità  di certi monocolori democristiani: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Non è affatto sorprendente, dunque, che un esecutivo di gente nata a quella scuola come Enrico Letta e Angelino Alfano rinnovi l’augusto esempio dei padri: tra un rinvio a ferragosto, uno a ottobre e uno a dicembre questo, più che di larghe intese, è diventato un governo di larghe attese.
La politica, però,vive anche di paradossi e tale è il fatto che la vita di questo governo di temporeggiatori sia funestata da una serie di mine lasciate nel terreno dal decisionista Mario Monti, assai bravo ad annunciare provvedimenti che ora si scoprono incostituzionali quando non inattuati.
Una breve panoramica.
RINVII
Il primo, ovvio, è il più famoso: l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, sui terreni agricoli e (forse) sui capannoni.
Per ora non si paga fino a settembre, entro ferragosto è atteso il provvedimento che la cancella in tutto o in parte. O forse no?
Ieri, infatti, il buon Letta s’è accorto che trovare le coperture “è difficile”.
Si tratta, tutto compreso, di parecchi miliardi a cui il Fondo monetario internazionale ieri ci ha invitato a non rinunciare anche “per motivi di equità  ed efficienza: una tassa sugli immobili, prime case comprese, esiste dovunque”.
Saccomanni ha concesso: “Ne terremo conto”. Provocando le ire del Pdl, con la Santanchè a minacciare “Se il ministro ascolta il Fmi allora si trovi un’altra maggioranza”.
Il secondo rinvio, famoso anch’esso, è quello dell’Iva: l’aumento di un punto dell’aliquota base è stato spostato all’autunno, ma come trovare i soldi per renderlo definitivo ancora non si sa.
Anche la Tares — la nuova, pesante tassa unica sui servizi comunali — è stata rimandata: al momento la mazzata dovrebbe arrivare a dicembre, ma non si sa in che forma (il ministro Saccomanni promette una riforma delle tasse locali).
Pure la Cassa integrazione in deroga, anche se non sembra, è stata rinviata: col miliardo stanziato da Letta si arriva in autunno e lì dovrebbe essere pronta la solita riforma degli ammortizzatori sociali.
Sui precari della P.A., invece, è arrivato il vero capolavoro del governo: i contratti — decine di migliaia — scadevano a inizio luglio e il governo ha consentito alle amministrazioni interessate di rinnovarli.
Peccato che non abbia indicato con quali soldi: si vedrà  nella legge di stabilità  di ottobre.
Stesso discorso che riguarda i ticket sanitari (due miliardi il gettito previsto) che dovrebbero scattare nel 2014: sappiamo già  come toglierli, ha sostenuto ancora ieri il ministro Lorenzin. E come? “Non coi tagli lineari”. Ma come? Il Tesoro ci farà  sapere.
Non di soli rinvii governativi vivono le Larghe Attese, anche il Parlamento ha voluto fare la sua parte: dell’acquisto degli F-35 se ne parla tra sei mesi, intanto un’apposita commissione ci pensa un po’.
Della legge elettorale neanche a parlarne: si farà  insieme alle riforme costituzionali, ma nel senso che si farà  dopo.
SCORIE DEL PASSATO
A turbare le attese del povero Letta, però, ci pensa la polvere spinta sotto al tappeto dal governo Monti.
Ci sono i suicidi costituzionali tipo l’abolizione delle province bocciata dalla Consulta come il contributo di solidarietà  imposto a stipendi pubblici e pensioni sopra i 90 mila euro.
Ci sono le spese non finanziate come le missioni militari all’estero a partire da settembre o la tutela degli esodati dimenticati da Elsa Fornero .
Poi c’è quella mina neanche tanto nascosta che si chiama vendita del patrimonio pubblico attraverso la Sgr creata da Monti: dovrebbe portare in cassa 15-20 miliardi l’anno da usare per ridurre il debito pubblico, ma per ora ha prodotto zero e le prospettive future non sono certo rosee.
E ancora c’è la spending review, che in realtà  s’è rivelata la solita manovra di tagli lineari e ora Letta pensa di riesumare con lo stesso conducator, l’ex ministro Piero Giarda.
L’ultima larga attesa che vogliamo citare riguarda un provvedimento, per così dire, simbolico: l’asta per le frequenze tv che doveva portare un paio di miliardi alle casse dello Stato.
Il bando è in via di definizione, come l’anno scorso.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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E PASSA LO STRANIERO: IN MANI ESTERE MARCHI ITALIANI PER 10 MILIARDI

Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile

DA ORZO BIMBO A FIORUCCI, DA SPUMANTI A CHIANTI…I GRANDI GRUPPI MULTINAZIONALI LASCIANO CHIMICA E MECCANICA E INVESTONO NELL’AGROALIMENTARE

L’Italia è il primo esportatore mondiale in quantità  di vino, pasta, kiwi, pesche, mele e pere ma anche il principale produttori di pasta e ortofrutta.
Senza contare il record di longevità  grazie alla dieta mediterranea, il top di presenze per il turismo enogastronomico e quello ambientale con 871 parchi ed aree protette che coprono il 10 per cento del territorio.
«In una fase di cancellazione delle distintività  territoriali, la nostra agricoltura ha prosperato proprio saldandosi al capitale territoriale e inglobandone il valore aggiunto» ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che «gli assets su cui il nostro Paese può e deve puntare, sono di natura materiale e immateriale: patrimonio storico ed artistico, paesaggio, biodiversità , ricchissima articolazione territoriale, originalità  e creatività , gusto e passione, intuito e buonsenso».
I GRUPPI
«I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica investono invece nell’agroalimentare nazionale perchè, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità  e nella qualità » ha affermato il presidente della Coldiretti.
«Il passaggio di proprietà  – ha denunciato Marini – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società  acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero.
IL PROCESSO
“Un processo – conclude il presidente di Coldiretti – di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi».

(da “il Corriere della Sera”)

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LA SPARATA DI BISIGNANI SU MARINA PREMIER ERA UNA BALLA: LA FIGLIA DEL CAVALIERE NON INTENDE FARE POLITICA

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

ALLA FAMOSA CENA AD ARCORE MARINA POLEMICA CON GHEDINI, LA SUA STRATEGIA PROCESSUALE E LE SUE PARCELLE

Tutti parlano della cena di fine giugno tra Silvio Berlusconi e figli, ma quasi nessuno di quelli che l’hanno commentata vi ha realmente partecipato.
Tantomeno Luigi Bisignani, cui si deve la versione strombazzata su tutti i giornali e le televisioni secondo la quale Marina Berlusconi ne sarebbe uscita come erede designata del Cavaliere in politica.
La cena c’è stata realmente, ma l’esito è stato del tutto differente: la presidente di Mondadori ha chiesto infatti al padre di rinunciare addirittura alla politica.
Nel corso della vivace conversazione non è mancata una stoccata alle strategie dei suoi legali e soprattutto alle ingenti parcelle fin qui pagate.
Marina si è dimostrata molto preoccupata non solo per la caduta del titolo Mediaset in Borsa a seguito della condanna del padre per il processo Ruby, ma soprattutto per quello che potrebbe succedere in futuro.
A cominciare dagli esiti della sentenza in Cassazione sulla vicenda Mediaset sulla compravendita dei diritti tv prevista per l’autunno.

Marzio Brusini

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L’AQUILA, CENTRO STORICO DA RIFARE MA SPENDONO SOLDI PER IL NUOVO AEROPORTO: FORSE ORGANIZZERANNO UN TOUR DEI RUDERI

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

APRE LO SCALO DI PRETURO CON UN FINANZIAMENTO PUBBLICO DI 1,5 MILIONI DI REGIONE E COMUNE

Il centro storico è ancora da rifare, ma dalla fine di luglio l’aeroporto di Preturo, lo scalo dell’Aquila, aprirà  i battenti.
E partiranno i primi voli per Roma Ciampino e Milano.
Un’operazione che non è a costo zero per il pubblico. Il contributo economico del Comune infatti è di 600 mila euro spalmati nei primi tre anni di gestione, mentre la regione ha dato un finanziamento di 880 mila euro.
Denaro che forse poteva essere speso in altro modo, data la situazione del centro storico della città , duramente colpito dal terremoto del 2009.
Inoltre il via arriva in un momento in cui i piccoli aeroporti stanno chiudendo, come ad esempio quello di Forlì, o sono in forte crisi, come quelli di Parma e Brescia.
Scali con pochi voli che rimangono in vita solo attraverso finanziamenti pubblici.
Tanto che il governo Monti aveva preparato un piano nazionale per lo sviluppo del settore, indicando quali aeroporti fossero strategici e quali no.
Come riportato dal quotidiano il Centro, ecco gli obiettivi dello scalo.

Tra il 20 e il 27 luglio l’inaugurazione ufficiale e la presentazione alla cittadinanza; entro l’estate il primo volo dall’aeroporto dei Parchi, scalo di riferimento per l’Aquilano.
Prime destinazioni Roma Ciampino e Milano, con l’obiettivo di collegare l’Aquila a tutta Italia e ai principali paesi europei. Ad assicurarlo è stato l’amministratore della X-Press, la società  che gestirà  l’aeroporto di Preturo per i prossimi 20 anni.
La società  può confermare la conclusione positiva dell’ìter di certificazione per l’apertura dello scalo al traffico commerciale-turistico di passeggeri in categoria 2B.
Si pensa a voli nazionali, ma si guarda già  anche all’Europa.
“Una struttura strategica per la città , che soffre da sempre il suo isolamento rispetto al resto della regione», ha detto il sindaco Massimo Cialente, al fianco di Musarella nella sala del Senato.
Circa 300 mila euro la somma spesa dalla società  per questa prima fase di sistemazione dell’aeroporto dei Parchi; 600 mila euro la somma che il Comune dell’Aquila investirà  per i prossimi tre anni.
Musarella ha voluto fugare ogni incertezza sulla trasparenza dell’operazione, sulla quale si sono addensati più dubbi.

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IMU E IVA: LA STRATEGIA DEL GOVERNO CON LA SPONDA DI UE E FMI

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

LA SOLA IPOTESI PERCORRIBILE E’ RINVIARE L’IVA A FINE ANNO E L’ESENZIONE IMU SOLO PER I MENO ABBIENTI CON IL MECCANISMO ISEE

Due settimane di tempo. Quattordici giorni per provare a far quadrare i conti sull’Imue sull’Iva.
Dopo il vertice di maggioranza di questa mattina, Enrico Letta ha preso ancora tempo. Ma il cerino, quello vero, è nelle mani del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
La verità  è che il titolare del Tesoro, fino ad oggi, non si è mosso di un centimetro.
Su Imu e Iva, nei limiti del possibile, qualche cosa si farà .
Ma non ci sarà  l’abolizione completa della tassa sulla prima casa e anche la manovra sull’Iva sarà  più articolata di quello che si pensa.
Tra ieri e oggi, del resto, su questi punti Saccomanni ha incassato due importanti sponde, quella dell’Unione Europea e quella del Fondo Monetario internazionale. Bruxelles ha ricordato la sua “quinta” raccomandazione per far uscire l’Italia dalla procedura d’infrazione.
E questo quinto comandamento prevede che la tassazione sia spostata dalle persone alle cose, ossia dall’Irpef all’Iva, aumentando le aliquote più basse, quella al 4% e al 10%.
Il Fondo Monetario, che ha appena finito la sua missione annuale a Roma, ha consegnato una ricetta altrettanto amara.
L’Imu, ha detto l’Fmi, non andrebbe toccata. Non c’è nessun paese che non tassi la prima casa.
Semmai, ha suggerito Washington, il governo dovrebbe rivedere i valori catastali degli immobili per rendere il prelievo più equo.
Saccomanni ha detto che terrà  conto delle raccomandazioni del Fondo.
Il punto è che a via XX settembre, sede del ministero, sono settimane che lavorano al doppio dossier Imu-Iva.
I cinque-sei miliardi necessari per rispettare al 100% gli impegni presi da Letta con i partiti, non ci sono.
Se ne possono tirare fuori, al massimo, tre.
Il passaggio fondamentale sarà  la delega fiscale già  in discussione alla Camera.
Dalla revisione delle tax expenditures, le agevolazioni fiscali che “erodono” la base imponibile, si possono ricavare 1-1,5 miliardi.
Altrettanti dall’introduzione dei costi standard.
Il Pdl, tramite il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, ha fatto sapere di puntare maggiormente su questa seconda voce, visto che la prima comunque è un aumento delle tasse.
Difficile, invece, che in tempi brevi si possano trovare soldi nelle dismissioni immobiliari pure indicate da Saccomanni durante la conferenza con il Fondo Mometario.
Anche sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, meglio non fare nuove puntate.
Dopo il vertice di maggioranza di questa mattina, in molti, soprattutto nel Pdl, hanno avuto l’impressione che Letta e Saccomanni avessero aperto ad un’accelerazione dei pagamenti. Insomma, pagare 40 miliardi nel 2013 invece di 20 miliardi.
Non è esattamente così. Il meccanismo di pagamento dei debiti è molto complesso.
Le Regioni devono fornire l’elenco delle fatture che intendono saldare.
Solo al quel punto il Tesoro, dopo una verifica, trasferirà  i soldi.
Molto, insomma, dipende dai tempi con cui le amministrazioni forniscono questi elenchi.
Pagare 20 miliardi entro la fine dell’anno sarebbe già  un successo.
Dunque la disponibilità  di Letta e Saccomanni ad accelerare i pagamenti è solo un’indicazione di intenti, ma è difficile che sia poi effettivamente possibile farlo.
Dove si andrà  a parare, insomma?
L’ipotesi più probabile è che il governo vari una manovra che possa far dire a tutti, dal Pd al Pdl, che gli impegni sono stati rispettati.
Sull’Iva si punta a trovare le risorse per rimandarla almeno fino a fine anno.
Sull’Imu l’ipotesi è una manovra che non costi più di 2-2,5 miliardi.
Ad essere esentate sarebbero solo le abitazioni dei cittadini meno abbienti, utilizzando il meccanismo dell’Isee, l’indicatore della situazione economico patrimoniale.
Quello usato per iscrivere i figli agli asili comunali.
Una tagliola non da poco.

Andrea Bassi
(da “L’Huffington Post“)

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“L’IMU SULLA PRIMA CASA VA MANTENUTA”: IL RAPPORTO DEL FONDO MONETARIO SULL’ITALIA

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

IL FMI BOCCIA L’IPOTESI ABOLIZIONE… “DISOCCUPAZIONE GIOVANILE A LIVELLI INACCETTABILI”

«L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta». La sentenza inappellabile di Kenneth Kang, assistant director del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale.
Secondo Kang l’Italia dovrebbe «rivedere il sistema catastale per andare nella direzione di un sistema più equo e giusto. Per questo incoraggio il governo a tale riforma».
«TERREMO CONTO»
«E’ una questione che stiamo valutando. Certamente terremo conto dell’opinione del Fmi. Ma l’obiettivo è trovare un consenso all’interno della coalizione», ha subito replicato il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni.
Il titolare del Tesoro ha chiarito che la missione del Fondo monetario internazionale «riconosce comunque i punti di forza dell’economia italiana nell’aver realizzato progressi significativi nel consolidamento fiscale, nella gestione della riforma delle pensioni e in altri campi come la solidità  del sistema bancario».
LE STIME
«La crisi non è scongiurata del tutto e la disoccupazione resta ad un livello inaccettabile. Il percorso delle riforme deve avere la prioroità¡ per creare crescita e lavoro», ha aggiunto Aasim Husain del Fmi al termine della missione italiana. «I segni di stabilizzazione dell’economia ci sono ma gli investimenti e occupazione restano deboli. Nel 2013 stimiamo che il pil chiuda a -1,8». E ha alzato quelle per il 2014 dal +0,5% al +0,7%.
IL RAPPORTO
Nel testo si legge che la necessità  di «un ribilanciamento del risanamento fiscale è assolutamente necessario per sostenere la crescita».
È necessario «modificare la composizione del risanamento attraverso tagli di spesa e minori tasse». Un efficace pagamento dei debiti della pubblica amministrazione «può ridurre le difficoltà  del credito delle aziende».
LA DISOCCUPAZIONE
«Il livello di disoccupazione giovanile in Italia è inaccettabile», ha poi rilevato il fondo monetario. Che ha elaborato la sua ricetta, secondo la quale ci si dovrebbe «indirizzare verso un contratto unico, più flessibile per i nuovi lavoratori che gradualmente aumenta la protezione del posto di lavoro all’aumentare dell’età  potrebbe ridurre il costo delle nuove assunzioni e sostenere l’apprendistato». Nell’Article IV si sottolinea che «incoraggiare aziende e lavoratori alla contrattazione di secondo livello consentirebbe di unire in modo migliore stipendi e produttività ».

(da “il Corriere della Sera“)

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PECORELLA: “SE CONDANNATO AL CARCERE, BERLUSCONI DIVENTERA’ LATITANTE”

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

PER L’EX AVVOCATO DEL CAVALIERE “NON RESTERA’ CERTO IN ITALIA, NON SO SE ANDRA’ ALLE BAHAMAS, MA SI DARA’ A UNA LATITANZA DORATA”

“Se i processi dovessero andare in porto con condanne definitive, Berlusconi non resterebbe in Italia ad aspettare di scontare la pena in carcere. Non so se andrà  ad Hammamet o in Russia o altrove, ma non resta qui“. Sono le parole pronunciate da Gaetano Pecorella, avvocato ed ex parlamentare del Pdl, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24.
“Berlusconi” — spiega — “potrebbe fare tecnicamente il latitante, nel senso di latitanza dorata. Ma i latitanti sono i poveracci, i ricchi non sono mai latitanti: risiedono ad Hammamet o alle Bahamas”.
E aggiunge: “A una certa età  bisognerebbe occuparsi dei nipotini. Quelli che non hanno capito quando ci si doveva ritirare hanno fatto una brutta fine, come Mussolini o Napoleone”. Pecorella stigmatizza duramente le iniziative dei sostenitori del Cavaliere, a cominciare dall’Esercito di Silvio: “Le loro manifestazioni sono sbagliate, perchè sono controproducenti per lui: si crea questa specie di mito che si scontra poi coi magistrati. Sono proprio i suoi fan a danneggiarlo e ad eccitarlo“.
Il penalista, che ha difeso in passato anche Emilio Fede, rivela di non essere mai stato pagato dall’ex direttore del Tg4.
“Da lui” — dichiara — “non ho ricevuto neanche una lira, neppure per le spese processuali. Me lo diceva sempre mia moglie: ‘Guarda che quello non ti paga’”.
Pecorella si pronuncia poi sulla strategia difensiva adottata dai legali Ghedini e Longo nel processo Ruby: “E’ stata sbagliata, il processo andava fatto sotto tono. E’ stato costruito tutto un castello di rapporti coi testimoni, di polemiche, di gente che protestava davanti al tribunale, inclusi ex magistrati che si sono messi in prima fila“.
E sottolinea: ” Quanto più alto è il livello dello scontro, tanto più facilmente arrivi con le ossa rotte. Lo diceva anche Calamandrei:’ i magistrati sono come i maiali. Se li tocchi, gridano tutti’“. L’ex parlamentare del Pdl spiega: “Non puoi metterti contro la magistratura, soprattutto se continui ad attaccare uno, due, tre magistrati. E’ sempre stato così, la magistratura è una corporazione”.
E rincara: “La storia che Ruby fosse la nipote di Mubarak mi sembra una trovata à  la Totò. Forse era una battuta di Berlusconi, ma usarla nel processo era una cosa francamente insostenibile“.
Pecorella rivela che avrebbe adottato la linea difensiva della ‘sincerità ‘: “Mi sembra difficile che una nipote di Mubarak venga invitata alle festicciole di Berlusconi. E se fossi stato convinto che era la nipote di Mubarak, non l’avrei poi consegnata a un certo ‘ambiente’”.

Gisella Ruccia

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NASCE LA GRANDE ALLEANZA CONTRO RENZI

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

PATTO TRA BERSANIANI, DALEMIANI E GIOVANI TURCHI PER FARE FRONTE COMUNE

È un finale di battaglia: da una parte, bersaniani, dalemiani e giovani turchi che siglano la pace e fanno fronte comune contro Renzi, dall’altra il sindaco, le cui truppe si muovono ormai per la sua candidatura, a caccia di sottoscrizioni eccellenti, perchè, come dice uno di loro, «adesso è il tempo che ognuno scopra il proprio gioco».
E poco importa se il suo, di gioco, Renzi non lo abbia ancora svelato: i movimenti strategici li ha già  definiti, anche se continua a ripetere: «Non me l’ha ordinato il medico di fare il segretario».
Ma i suoi veri intendimenti li ha spiegati ai fedelissimi: «Calma e gesso, sono tutti contro di me. D’Alema e Bersani hanno fatto la pace nel nome di Epifani di cui si fidano e usano la storia della stabilità  di governo per darmi addosso. Ma io sostengo Letta, ci mancherebbe altro, penso solo che non si può congelare il Pd per le esigenze delle larghe intese, quasi fossero queste la proposta politica del nostro partito».
Insomma, Renzi sa bene che lo slittamento dei tempi del congresso e il mantenimento dello status quo, con Epifani alla guida del Pd, sono le armi che vogliono usare i suoi avversari interni.
Come osserva Giorgio Tonini: «Adesso basta. Quando è troppo è troppo. Ma che vogliono ancora, dal Pd, questi mezzi capicorrente, vecchi-vecchi, giovani-vecchi? Adesso basta, lasciateci fare un congresso nei tempi e nei modi previsti dallo Statuto».
La macchina renziana è dunque partita, perchè il sindaco sa che se si muove sarà  difficile opporgli lo slittamento delle assise.
È pronto a tutto, il primo cittadino di Firenze, persino a mediare sulla richiesta di far coincidere segretario e candidato premier, tanto, spiega ai suoi, «la leadership non si conquista per Statuto ma sul campo».
Su un punto, però, Renzi non transige: l’elettorato delle primarie non si tocca. Già , perchè un leader incoronato da milioni di elettori sarà  inevitabilmente il candidato alla premiership.
I suoi uomini stanno già  preparando le firme per la candidatura.
E chiederanno di schierarsi anche a chi renziano non è.
Cinque nomi per tutti: Serracchiani, il presidente della provincia di Pesaro Matteo Ricci, Zingaretti, Fassino e il segretario regionale dell’Emilia Stefano Bonaccini.
Dall’altra parte della barricata si sta costituendo un’Union Sacrèe contro il sindaco, anche se D’Alema la nega con uno sprezzante «è una cavolata».
La grande alleanza anti-Renzi debutterà  dopodomani nella riunione promossa dai bersaniani e allargata a dalemiani, giovani turchi e a quanti ci vorranno stare.
Sarà  presente anche Epifani, che dice: «Io sono un uomo di pace e raccomanderò l’unità ».
E il segretario con gli emissari del sindaco è stato più chiaro: «Spiegate a Matteo che può stare tranquillo, garantirò io che sia lui il nostro candidato premier».
Ma Renzi non si fida: le assicurazioni se le prende da solo, ben sapendo che due ex margheritini come Franceschini e Letta potrebbero trovarsi in imbarazzo a sostenere un ex ds contro di lui.
D’Alema, che tramite Epifani, con cui ha colloqui frequenti, è tornato a ragionare con i bersaniani, ha capito che sarà  difficile convincere il sindaco a rinunciare.
E, da politico navigato qual è, si rende anche conto che lo slittamento del congresso rischia di diventare un boomerang.
Quindi è un’altra la strada da prendere.
Perciò c’è un tentativo di far convergere i bersaniani, o almeno una parte di loro, su Cuperlo.
Chiacchiere? No: lo rivela il vicedirettore di Europa Mario Lavia.
Ma il problema è Bersani. Una fetta dei suoi ci starebbe, lui, però, fa ancora resistenza.
Dunque, potrebbe essere un’altra la soluzione per stoppare Renzi. Quella di moltiplicare le candidature: Cuperlo, Fassina, Pittella, Civati, avanti tutti, per evitare che alle primarie per la segreteria il sindaco superi la soglia del 50 per cento.
Meglio un segretario dimezzato che un segretario intero, se si chiama Renzi.
E così il sindaco rischia di dover giocare la partita che non voleva, quella «io contro tutti», quella che gli ha fatto perdere le primarie la volta scorsa.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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MINISTRI POCO TRASPARENTI: SOLO 4 SU 19 PUBBLICANO ON LINE IL 730

Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile

ENTRO TRE MESI DALLA NOMINA DOVREBBERO PUBBLICARE LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI, I COMPENSI CONNESSI ALLA CARICA E LA SITUAZIONE PATRIMONIALE PROPRIA E DEI CONGIUNTI… MA L’INTERO GOVERNO DISATTENDE LA NORMA

Il viaggio dei politici italiani verso la trasparenza è colmo di ritardi e malfunzionamenti.
A partire dal ministero direttamente coinvolto nell’applicazione del decreto trasparenza (33/2013) entrato in vigore lo scorso 20 aprile e che obbliga tutti i nominati e gli eletti — ministri, viceministri, sottosegretari, sindaci, consiglieri, assessori, presidenti di regione e province — a pubblicare entro tre mesi dalla nomina la dichiarazione dei redditi, i compensi connessi alla carica e la situazione patrimoniale propria e dei parenti entro il secondo grado.
Per intenderci: del coniuge, dei genitori, dei figli, dei nipoti e dei fratelli — se questi sono d’accordo.
E se non lo sono occorre esplicitarlo.
Ministri poco trasparenti
Ebbene, nemmeno il ministro alla Semplificazione e alla Pubblica amministrazione Gianpiero D’Alia ha provato a dare il buon esempio e nella sua scheda biografica del ministero per il momento compare soltanto il curriculum e il conferimento dell’incarico.
Non è il solo: è l’intero governo a disattendere la regola.
Anche quei pochissimi ministri — quattro su diciannove — che invece hanno voluto già  rendere online il 730.
Enrico Letta infatti sembra non aver letto con attenzione la normativa e pubblica soltanto nel proprio sito personale, e non in quello di palazzo Chigi, la dichiarazione dei redditi del 2011 senza indicare la situazione patrimoniale nè quella della moglie e dei parenti.
Forse perchè ministro anche per il governo Monti — autore del decreto sulla trasparenza – Enzo Moavero Milanesi è l’unico invece a usare un formulario corretto nella “Scheda trasparenza” del dipartimento delle Politiche europee: anche lui però dimentica di segnalare eventuali situazioni patrimoniali di famigliari e parenti.
Anna Maria Cancellieri, che pure lo scorso anno aveva pubblicato insieme con i colleghi ministri il proprio reddito sul sito del Viminale, non lo ha ancora trasportato sul portale della Giustizia.
Forse attende di consegnare la nuova dichiarazione dei redditi per il 2012, alla quale però dovrà  aggiungere gli aggiornamenti imposti dal decreto sulla trasparenza: e dunque anche la situazione patrimoniale del figlio Piergiorgio Pelusi, che proprio lo scorso anno è finito nella bufera per un brutto conflitto di interessi quando venne alla luce che lavorava come top manager alla Telecom, nello stesso ramo d’azienda al quale la madre ministra aveva appena ordinato una nuova commissione milionaria per i braccialetti elettronici destinati ai detenuti.
Dario Franceschini e Nunzia De Girolamo riciclano, come il premier, la documentazione richiesta dai parlamentari — che non soddisfa i requisiti richiesti dalla nuova normativa.
La ministra per le Politiche agricole deve aver pensato che, avendo come marito il deputato Andrea Boccia (Pd), la metà  del patrimonio famigliare uscirà  online sul sito della Camera.
Parlamentari esentati
Ma si sbaglia, perchè il famoso decreto che rende conoscibili i patrimoni dei politici e dei loro famigliari semplicemente cliccando sul sito delle amministrazioni si applica a tutti ma non ai parlamentari, che continuano perciò a pubblicare il 730, il numero delle macchine e dei pacchetti azionari posseduti e le spese per la propaganda elettorale in maniera del tutto facoltativa.
Insomma, se vogliono possono mettere online la documentazione patrimoniale. Altrimenti per andarla a esaminare occorrerà  come sempre fare una speciale richiesta alla Camera e al Senato.
“Per un cittadino ma anche per un giornalista è importante conoscere gli interessi patrimoniali dei parlamentari per svolgere una azione di controllo”, dicono i curatori di OpenPolis, il sito che ha lanciato la campagna #parlamentocasadivetro e che nella scorsa legislatura ha raccolto la lista dei deputati e dei senatori favorevoli alla pubblicazione online dei propri possedimenti, ovvero il 39% degli eletti.
“Concentrarsi sulle buste paga dei parlamentari non fa acquisire informazioni”, continuano gli esperti di Openpolis, “è invece importante sapere che un dato parlamentare ha una moglie che siede nel cda di una importante azienda, oppure che possiede molte azioni di una spa, per poter seguire i suoi interessi nelle varie commissioni, le sue proposte di legge e in generale la sua attività  politica”.
È soprattutto importante che i dati, non solo quelli patrimoniali, vengano affissi sulle bacheche virtuali sotto forma di “open data”.
E’ sempre il decreto a imporlo, per favorire la ricerca degli utenti e non condannare cittadini, giornalisti e studiosi a lunghissime sessioni sul web per aprire e poi chiudere il sito di questo o quel politico.
Finora, purtroppo, chi ha pubblicato i propri redditi ha invece usato il pdf scannerizzando moduli cartacei. La pubblicità  dei loro averi è garantita, ma non la facile consultazione.
Con la nuova legislatura e con il debutto di numerosi nuovi parlamentari — in primis la pattuglia del Movimento 5 Stelle — è ancora incerto il numero di coloro che hanno acconsentito a rendere conoscibile via web la propria dichiarazione patrimoniale nonostante fossero obbligati a farlo entro il 15 giugno.
Per il momento soltanto il 9% dei senatori lo ha fatto, e nessuno dei deputati.
Alla Camera, assicurano i funzionari addetti alla raccolta dei 730, nei prossimi giorni comincerà  la pubblicazione online dei redditi di cinquanta o sessanta rappresentanti e questo ritardo dipenderebbe dal fatto che si è voluto attendere il termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi, quest’anno slittato a luglio — ma, ammettono sempre i funzionari, molti deputati non riescono a presentare la documentazione appropriata.
Anche per i volenterosi che daranno il proprio assenso affinchè chiunque possa visionare i loro possedimenti non ci sarà  comunque l’obbligo di rendere chiara la situazione patrimoniale o anche soltanto l’esistenza per esempio dei fratelli o dei figli, come è invece imposto per esempio a sindaci e assessori.
E Josefa Idem, che come ministra avrebbe dovuto presentare online tutta la documentazione anche sulla ormai famigerata casa-palestra per la quale ha perso il dicastero alle Pari Opportunità  — ma comunque non sarebbe risultata l’irregolarità  sul pagamento dell’Imu -, ora come semplice senatrice può anche decidere da regolamento di non pubblicare nulla sul proprio sito personale del Senato.
La rendicontazione inesistente
Esiste però un obbligo di trasparenza, almeno per i senatori.
Si tratta di un regolamento di contabilità  interno del Senato approvato lo scorso 16 gennaio secondo il quale ciascun gruppo di senatori dovrà  dotarsi di un sito ad hoc dove rendicontare quadrimestre dopo quadrimestre le spese, i mandati di pagamento, gli assegni e i bonifici effettuati nella gestione del gruppo parlamentare soprattutto per quanto riguarda collaboratori e portaborse.
I soldi in ballo non sono pochi: 22 milioni ai senatori, 35 milioni ai deputati. Anche a quelli del Movimento 5 Stelle.
Sul sito del Senato però esiste finora un solo link, quello dei senatori del Partito democratico, all’interno del quale però non è ancora stato stabilito lo spazio per la rendicontazione.
Ancora peggio per tutti i rimanenti gruppi (Pdl, Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Misto e così via) che secondo quanto chiarito dagli uffici del Senato non hanno per il momento predisposto un sito web per il bilancio interno, e necessariamente entro fine luglio dovranno presentare le prime fatture online. I deputati invece sono assolti da questo obbligo, e dovranno presentare un bilancio annuale.
Sindaci in ritardo
La rendicontazione di come vengono spesi i soldi destinati ai gruppi consigliari comunali e regionali è anche un obbligo del decreto-trasparenza, secondo il quale le amministrazioni pubbliche (inclusi Asl, Agenzie delle Entrate, Aziende ospedaliere e servizi sanitari regionali.
Camere di commercio e aziende partecipate dallo Stato) dal 20 aprile scorso devono anche indicare sul proprio sito tra le altre cose anche il conferimento di incarichi dirigenziali a personale esterno con relativi compensi, le paghe per le persone impiegate a tempo determinato magari come ufficio stampa, collaborazione e assistenza ai politici e l’elenco dei beni mobili e immobili.
Una mole di dati difficile da caricare in poco tempo, soprattutto per i Comuni popolosi e le amministrazioni complesse come un ministero.
Basta però una veloce ricognizione per vedere come nessuno dei sindaci di alcune grandi città  (Giuliano Pisapia a Milano, Piero Fassino a Torino, Giorgio Orsoni a Venezia, Flavio Tosi a Verona, Virginio Merola a Bologna, Matteo Renzi a Firenze, Luigi de Magistris a Napoli, Michele Emiliano a Bari e Leoluca Orlando a Palermo) abbia ancora provveduto a pubblicare sul sito del proprio Comune la dichiarazione patrimoniale.
L’unico a farlo, sempre però omettendo la dichiarazione dei famigliari, è il sindaco di Parma a 5 stelle, Pizzarotti. Un dettaglio, si dirà .
E in effetti il decreto-trasparenza, in attuazione alla legge anti-corruzione voluta dal governo Monti, in realtà  contiene imposizioni molto stringenti affinchè i cittadini possano controllare non solo che un ministro possegga o meno due appartamenti contigui a Bruxelles come dichiarato da Moavero Milanesi, ma che l’intera amministrazione sia gestita in maniera trasparente.
La bussola del ministero che non funziona
Per verificare meglio che questo avvenga l’allora ministro alla Pubblica amministrazione Patroni Griffi, alla presentazione del decreto-trasparenza a febbraio, disse che chiunque avrebbe potuto monitorare l’applicazione della nuova normativa usando la Bussola, strumento informatico consultabile sul sito del ministero.
Peccato però che quella Bussola da febbraio non sia ancora stata aggiornata tenendo conto delle novità  contenute nella normativa sulla pubblicazione online, e dunque sia rimasta congelata alle vecchie linee guida.
Rimane per ora impossibile sapere quali e quante amministrazioni pubbliche stiano davvero rendendo consultabili online da chiunque le informazioni imposte dal decreto-trasparenza.
A meno che non si torni al vecchio sistema di cliccare sito per sito, alla ricerca dei dati.
Nonostante la prolungata inutilità  della Bussola — che secondo una nota affissa sul sito verrà  aggiornata “gradualmente” — è comunque semplice notare come gli elenchi delle amministrazioni da controllare siano ancora carenti mentre la funzione “Dai la tua opinione” è azzerata.
Curioso come il dipartimento della Funzione pubblica si sia dato un alto volto sulla trasparenza secondo i vecchi criteri, perchè alla richiesta di spiegazioni da parte dell’Huffington Post i funzionari si sono chiusi nel massimo riserbo.
Le sanzioni per ritardi e omissioni nella pubblicazione dei dati online è prevista puntualmente dal decreto-trasparenza.
Ai politici che non faranno conoscere via web il proprio patrimonio famigliare potrà  essere applicata una sanzione amministrativa e il pagamento fino a 10mila euro, con tanto di comunicazione pubblica della multa anche sul sito della Civit, l’organismo anti-corruzione.
Chi vigila? Il Responsabile della Trasparenza.
Una figura che per il momento nessuna amministrazione controllata per questo articolo rende palese.

Laura Eduati
(da “L’Huffington Post“)

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