Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA GUARDIA COSTIERA LIBICA E’ INTERVENUTA SOLO IL GIORNO DOPO L’ALLARME: IL GOVERNO ITALIANO LI AVRA’ SULLA COSCIENZA
Un naufragio di migranti al largo della Libia con oltre cento dispersi è stato segnalato dalla Marina libica sulla base di testimonianze di sopravvissuti.
Il portavoce della Marina Libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, contattato dall’Ansa ha detto che “oltre cento migranti sono dati per dispersi” per l’affondamento di un barcone davanti alla costa ovest del Paese.
La Guardia costiera di Zuara aveva ricevuto “ieri” una richiesta di soccorso da parte di un barcone in difficoltà .
I Guardacoste sono riusciti a salvare “qualche naufrago”, ha aggiunto il portavoce senza poter fornire cifre.
Secondo i superstiti, le persone a bordo dell’imbarcazione erano “più di 120”, ha detto ancora Ghasem.
L’episodio dimostra che la Guardia costiera libica non interviene tempestivamente nell’area che si è arrogata come di sua comperenza. Se le Ong non fossero state cacciate grazie al governo italiano complice degli affogatori e degli scafisti, queste vite umane avrebbero potuto essere salvate.
Cento morti sulla coscienza dei tanti sedicenti “cristiani” a parole.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“CREIAMO MANODOPERA QUALIFICATA, QUELLO DI CUI ABBIAMO BISOGNO”
“Eravamo certi che sarebbero arrivati i siriani, ma non sapevamo quanti sarebbero stati”. Martina
Choukri, 57 anni, impiegata in un’azienda finanziaria, che nel tempo libero fa la volontaria per Social Network, un’associazione caritatevole d’ispirazione cristiana a Coblenza, in Germania, mentre parla è intenta a filmare l’esibizione di un gruppo di rifugiati durante uno degli eventi del festival estivo Rhein in Flammen (Reno in Fiamme).
“Per accoglierli tutti — spiega la volontaria — il sistema tedesco ha bisogno dell’aiuto dei volontari, altrimenti non reggeremmo”.
Infatti, dal 2015, anno in cui la cancelliera Angela Merkel ha scelto di aprire le porte del paese ai rifugiati, i nuovi ingressi erano stati 890mila, per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra, secondo i dati diffusi da asylumineurope.org — piattaforma online gestita dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati. Mentre nel 2016, i nuovi arrivi hanno toccato quota 745.545 e per la loro gestione sono “stati spesi circa venti miliardi di euro” ha detto al giornale Die Welt il vice presidente del parlamento tedesco, Johannes Singhammer.
Il viaggio verso Coblenza, situata nel Lander della Renania—Palatinato, comincia la mattina presto dalla stazione di Milano Lampugnano, salendo su un autobus di una compagnia low-cost, seguendo proprio la rotta che fanno quotidianamente molti profughi.
Alla frontiera, fra Italia e Svizzera, non c’è nessun controllo. Dopo due fermate, a Basilea e Zurigo, si passa il confine con la Germania.
L’autobus ferma a Friburgo, la prima città in suolo tedesco, dove solitamente i rifugiati scendono consegnandosi alle autorità . Ma questa volta non c’è la polizia ad attendere.
È a Kurlsruhe che arrivano i controlli. “Preparare i passaporti e non scendere dal mezzo” annuncia l’autista tedesca.
Cinque poliziotti salgono e prendono i documenti di tutti. Altri due agenti svuotano la stiva dai bagagli. Un cane li annusa e indugia su una valigia. La proprietaria della borsa viene fatta scendere e dopo dieci minuti risale sul mezzo: falso allarme. L’autobus riprende la corsa e, dopo diverse ore, arriva a Coblenza.
Una volta messo piede in territorio tedesco, l’iter che devono affrontare i rifugiati è uguale per tutti ed è gestito e organizzato dallo stato.
I richiedenti asilo vengono portati in un campo di prima accoglienza e a ognuno viene fissato un appuntamento con il Bundesamt fà¼r Migration und Flà¼chtlinge — l’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, istituito nel 1953 — che deve decidere se concedere lo stato di asilo.
Nell’attesa, viene rilasciato un documento provvisorio e si passa dal campo alle casa in condivisione con altri rifugiati e si inizia a studiare il tedesco.
Se la richiesta d’asilo viene accettata il richiedente riceve un permesso di uno o tre anni. “In questo momento, stanno dando molti più permessi della durata di un anno che di tre. E’ una scelta politica per calmare i malumori nel CDU e attrarre voti da destra” spiega la Choukri, elettrice della Merkel, dicendosi certa che “dopo le elezioni politiche ricominceranno a concedere i tre anni”
L’iter che devono affrontare i rifugiati è uguale per tutti ed è gestito e organizzato dallo stato
Ma, intanto, a beneficiare del clima teso intorno alla questione migratoria è l’Afd — Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania — che ha aumentato i consensi da quando la cancelliera Merkel, nel 2015, ha scelto di aprire i confini della Germania ai richiedenti asilo.
Proprio a Coblenza, nel gennaio scorso, i leader dei partiti populisti europei si erano radunati al grido di ‘l’Europa è nostra’.
Ad alternarsi sul palco della kermesse — a cui hanno preso parte 800 persone, a fronte di 5000 manifestanti che protestavano in centro città contro il meeting — erano stati Marine Le Pen, del partito francese Fronte National, l’olandese Geert Wilders del partito anti-islamico della Libertà , l’austriaco Harald Vilimsky, segretario della formazione di estrema destra austriaca Fpoe, il leader della Lega Nord, Matteo Salvini e Frauke Petry, a capo dell’Afd.
“Abbiamo accolto oltre un milione di rifugiati negli ultimi due anni e prevediamo l’arrivo di quattro milioni di persone nei prossimi due o tre, grazie ai ricongiungimenti famigliari” stima la Choukry.
Un numero consistente che ha spinto il governo a correre ai ripari. Berlino ha infatti varato un piano di incentivi economici rivolto a quegli immigrati che vogliono fare ritorno ai loro paesi d’origine.
Si parte da 800 euro a testa per coloro a cui la domanda d’asilo è stata rifiuta, fino a 1200 euro a chi rinuncia volontariamente alla richiesta per ottenere lo status di rifugiato.
“Alcuni di loro — ha dichiarato il ministro degli interni tedesco, Thomas de Maizière — hanno poche possibilità di riuscita: meglio una partenza volontaria che la deportazione”.
Per la volontaria “la Cancelliera ha dovuto aprire le porte nel 2015 a causa della politica di confine con l’Ungheria. Lei vuole davvero aiutare ma deve anche rispondere al partito che non è pienamente compatto sulla questione dell’immigrazione” analizza la Choukry, mentre cammina in direzione della statua, alta 37 metri, dell’Imperatore Guglielmo I — che i siriani hanno ribattezzato, scherzosamente, Il Saladino —, posizionata sulla punta della penisola dove confluiscono, mischiandosi, il Reno e la Mosella.
Come i due corsi d’acqua, siriani e tedeschi si mischiano nei festeggiamenti: non c’è distinzione. Ma per integrarsi nella società , sottolinea Menfre Beuth, “è importante che tutti abbiano la possibilità di lavorare e studiare”.
Beuth, 65 anni, pensionato, è tornato dall’Australia nel 1998 e da tre anni è impegnato a tempo pieno nell’aiuto dei bisognosi, prima con la Caritas di Coblenza, poi fondando l’associazione Social Network — in cui oggi prestano servizio volontario circa 40 persone — che gestisce un centro polivalente.
La struttura si trova a due passi da una piazzette nel centro cittadino dove si ritrovano molti rifugiati dopo aver terminato la scuola.
“Lo stato paga le rette — spiega Beuth — ma i posti sono limitati. Quando hanno ottenuto una certificazione linguistica B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro, l’Ausbildung“, un percorso formativo al lavoro — previsto per oltre 300 professioni e obbligatorio anche per i tedeschi —, suddiviso in 8-12 ore alla settimana di studio teorico a scuola e il resto sul campo, della durata che varia fino a 3 anni in cui si percepisce circa un terzo dello stipendio.
“Per esempio, se un siriano faceva il falegname in Siria gli viene chiesto se vuole fare l’Ausbildung per esercitare lo stesso mestiere qui con un’azienda. Così viene formato e si crea manodopera qualificata: quella di cui noi abbiamo bisogno. Non ne conosco nessuno che non abbia voglia di lavorare” sottolinea Beuth mentre prepara il caffè.
Il Jobcenter di Coblenza, una struttura statale presente ovunque in Germania che trova lavoro ai disoccupati e eroga i sussidi a questi, è infatti sempre affollata di richiedenti asilo.
“Abbiamo due persone che aiutano a compilare i documenti per chi ha problemi con la lingua”. In tutta la città ci sono altri cinque centri di volontariato, aperti da altre associazioni di stampo cristiano, per il sostegno dei bisognosi.
“La povertà rende tutti uguali” precisa Beuth. “Una sera abbiamo messo un siriano a cucinare per dei tedeschi bisognosi. Questi storcevano il naso, diffidenti verso gli immigrati. Quando hanno assaggiato il mangiare e hanno parlato con il cuoco sono diventati tutti amici. Per sconfiggere l’odio serve conoscenza: ogni tedesco dovrebbe aiutare un immigrato”.
Il centro aperto dal Social Network suddivide la settimana in diverse attività tutte autogestite.
La domenica la messa per i cristiani arabi; un mercatino di abiti usati; al secondo piano, invece, sono ospitate alcune donne sole.
E mercoledì lezioni di tedesco a 20-30 persone che cambiamo continuamente.
“Diamo loro caffè, un pezzo di torta e facciamo conversazione in tedesco: trasformiamo la sala in una caffetteria. Per questo all’attività del mercoledì abbiamo dato il nome di Cafè Jedermann — caffè di chiunque”.
Infatti il telefono di Menfred Beuth continua a squillare: è diventato un punto di riferimento per tutti. “Qui proviamo anche a curare le ferite invisibili della guerra” dice. “Abbiamo due psicologi, uno parla persiano l’altro arabo. Una volta è venuto da noi un uomo di 30 anni, proveniente da Aleppo: aveva tutti i capelli bianchi a causa dei traumi che aveva vissuto. L’ho mandato dallo psicologo, con difficoltà perchè è ancora un tabù per molti”.
E precisa, “se uno dice di andare dallo psicologo gli dicono che è majnun — pazzo. Anche qui in Germania 40 anni fa era così”.
Però — evidenzia Beuth — “siamo impressionati dal fatto che la maggior parte di loro si comporti bene nonostante quello che portano dentro”.
Uno choc ben evidente nei racconti di Mohamed, 28 anni, che condivide una casa con altri due rifugiati provenienti dalla sua stessa città in Siria, Afrin.
Abitano in una zona tranquilla della periferia di Coblenza. La loro palazzina è come tutte le altre: due piani, abitata anche da tedeschi che percepiscono i sussidi dallo stato.
“Ho guardato dietro di me, un’ultima volta, mentre passato il confine e ho provato paura” racconta Mohamed. “Mio padre voleva venire con me a salutarmi. Gli ho detto di no: i soldati turchi sparavano. Non capisci che cosa è l’esilio fino a quando non lo provi. Io voglio tornare in Siria, lì avevo qualcosa” dice con sofferenza.
Mentre Suleiman, uno dei coinquilini, è di parere opposto: “Magari avessi avuto la possibilità di venire in Germania prima” sospira. “Certo i problemi ci sono — sottolinea — la lingua, le ore di scuola che non bastano, il fatto che non possiamo lavorare senza aver prima completato la scuola e l’Ausbildeng. Nessuno vuole vivere con i soldi dello stato!”.
Ali, il terzo coinquilino, è il più piccolo, ha 21 anni, è taciturno. Quando parla dice solo che “in Siria non sono andato a scuola” e si scusa perchè arranca un po’ nel parlare in arabo.
Il viaggio per tutti è stato uguale. Prima tappa in Turchia, a Izmir. “Il contrabbandiere ci ha fatti salire su un gommone” ricorda Mohamed mentre fuma una sigaretta. “Mi ha chiesto di guidarlo, perchè loro non salgono mai sopra, affidano a un immigrato la navigazione. Gli ho detto di no: non volevo avere sulle mie spalle la responsabilità delle vite degli altri”.
L’approdo in un’isola greca e, una volta sul suolo europeo, il lungo viaggio verso la Germania, spesso anche a piedi.
“Io sono stato arrestato dalla polizia al confine fra Ungheria e Germania” interviene Ali. “Mi hanno messo in carcere una settimana”.
Ora la Siria è dietro le loro spalle, ma non il ricordo.
“Gli aerei — racconta Mohamed — avevano cominciato a bombardare il mio quartiere”. Poi comincia a parlare veloce, al presente: “Esco di casa. Corro verso quella di mio zio dove è caduta una bomba, stanno tutti bene. Salgo in macchina e via a Afrin: i miei genitori sono ancora lì. Un giorno con loro vale 100 anni di Germania“.
E conclude, scandendo bene le parole: “Vorrei tornare”.
L’autobus da Coblenza verso Milano—Lampugnano riparte. Quasi tutti i passeggeri sono italiani. Un bambino dice alla madre: “L’Italia è bella, ora andiamo al mare”.
E questa risponde: “Sì, l’Italia è bella ma non c’è lavoro. Qui sì”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
SI PROFILA UN ACCORDO A QUATTRO SULLA LEGGE ELETTORALE: FAVOREVOLI PD, LEGA, FORZA ITALIA E AP, CONTRARI M5S E MDP
È in arrivo in commissione Affari costituzionali della Camera il testo del Rosatellum bis, ribattezzato anche “Rosatellum 2.0”, la legge elettorale proposta dal Pd ma che può contare sull’accordo anche di Ap, Forza Italia e Lega.
Si profila dunque un nuovo patto a quattro dove però viene preso dagli alfaniani il posto occupato dal M5S nell’accordo sulla prima stesura della legge (saltato a giugno, quando fu votato a sorpresa un emendamento Fi-M5S che estendeva il sistema anche all’Alto Adige).
Il nuovo Rosatellum (dal nome del capogruppo dei deputati pd alla Camera Ettore Rosato) in sostanza è un sistema su base proporzionale con un correttivo maggioritario: prevede infatti 231 collegi uninominali, che spingono a formare coalizioni, e uno sbarramento al 3%.
La distribuzione dei seggi è per il 36% maggioritaria e per il 63% proporzionale.
La nuova scheda elettorale conterrà i nomi dei singoli candidati associati ai partiti che li sostengono, con accanto i nomi del listino della circoscrizione relativa.
Come detto, il M5S ha bocciato il nuovo testo, assieme a Mdp e Fdi. In particolare i Cinquestelle hanno disertato l’incontro con il relatore dem Emanuele Fiano, sostenendo che il Rosatellum 2.0 è un “anticinquestellum”, visto che introduce le coalizioni, a cui si oppongono strenuamente.
“È l’ultimo tentativo possibile” avverte, però, il vicesegretario del Pd Maurizio Martina. Il capogruppo Dem alla Camera, Ettore Rosato, ha auspicato una coalizione non solo con l’ex sindaco di Milano ma con tutta Mdp, che però con il Pd a trazione renziana non ha intenzione di allearsi.
Lo stesso leader di Campo progressista Giuliano Pisapia ha bocciato il nuovo testo: “È peggiorativo della prima versione”, ha detto in un dibattito alla Festa dell’Unità a Imola.
Uno dei punti critici del primo Rosatellum era la definizione del passaggio dei voti dal candidato alla coalizione.
Nella seconda stesura sarebbe stata individuata la soluzione: i voti non assegati a un partito, ma a un singolo candidato nel collegio, vengono ripartiti all’interno della coalizione che lo sostiene. Ma l’esatto tecnicismo della ripartizione è ancora da definire.
Per Rosato il nuovo testo gode “di un’ampia maggioranza, in quanto è sostenuto anche da una parte delle opposizioni”, e ha “un impianto maggioritario che può aiutare gli elettori a capire chi governerà il Paese”. Rivolto ai bersaniani, aggiunge: “Abbiamo proposto il Mattarellum ,il Rosatellum, il Tedesco e Mdp ha sempre detto di no. La loro posizione è chiara: non vogliono cambiare la legge elettorale”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL NEO SINDACO AVREBBE ASSUNTO 60 NETTURBINI SEGNALATI DAL RIVALE
Alla fine, in quello che per 70 anni è stata l’unica roccaforte della sinistra in Sicilia, a rimanere
incastrato nella tenaglia dello scambio politico mafioso è stato proprio uno di loro, quel Giuseppe Nicosia, ex sindaco del Pd che l’anno scorso, a pochi giorni dal voto per le amministrative che avrebbero segnato la storica conquista del territorio di Vittoria da parte del centrodestra, aveva ricevuto un avviso di garanzia e una perquisizione nel suo comitato elettorale.
Appalti e soprattutto posti di lavoro graditi ai boss della Stidda e di Cosa nostra.
I fratelli Nicosia tenevano contatti diretti con esponenti della Stidda, gruppo attivo nella gestione economica di interi settori del Vittoriese come la raccolta della plastica e la produzione degli imballaggi per i prodotti ortofrutticoli.
Ai lavoratori della ditta incaricata dello smaltimento dei rifiuti, Nicosia avrebbe assicurato in assemblea la stabilizzazione.
E, pur rimanendo fuori dal ballottaggio, l’ex sindaco Pd, pur di tenere fede al suo patto con i clan, sarebbe riuscito ad ottenere l’assunzione al Comune di 60 netturbini facendo convergere i suoi voti, al ballottaggio, sul candidato del centrodestra poi risultato eletto, l’avvocato Giovanni Moscato, ora indagato per corruzione elettorale.
Quello fotografato dall’inchiesta della Dda di Catania guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, che ha portato agli arresti domiciliari Nicosia e suo fratello Fabio, attuale consigliere comunale e altre quattro persone tutte indagate per voto di scambio politico-mafioso, è uno scenario inedito per la città sede del più grosso mercato ortofrutticolo del Meridione dove le infiltrazioni non solo di Cosa nostra, ma anche di Stidda, ndrangheta e persino della camorra continuano a condizionare in maniera assoluta l’economia e quindi anche la politica di un territorio strategico per gli assetti dell’isola.
Dove, stando alle risultanze dell’inchiesta della Dda di Catania, a scendere a patti con le cosche sarebbero stati proprio esponenti di quella sinistra che, forse proprio sentendosi mancare il terreno del consenso elettorale sotto i piedi, negli ultimi dieci anni avrebbe strizzato l’occhio ai voti dei clan.
Ci sono le amministrative del 2016 ma anche quelle del 2011 e del 2006, le regionali e le nazionali del 2008 e del 2012 sotto la lente di ingrandimento dell’indagine della Guardia di finanza che, l’anno scorso, a due giorni dal voto, fece irruzione nei comitati elettorali di tutti i candidati portando via diverso materiale.
Anche in quello di Giovanni Moscato, il 40enne avvocato espressione di liste civiche di centrodestra poi eletto e risultato vincitore nel duello con l’uomo che negli ultimi cinquant’anni è stato il volto del Pci a Vittoria, il politico per antonomasia, sindaco per cinque volte dal 1978 al 2006, ricandidatosi a 70 anni, Francesco Aiello, già primo cittadino, assessore regionale all’agricoltura, parlamentare nazionale, quello che si è sempre vantato di essere l’unico politico ad ammettere che “a Vittoria la mafia c’è”.
E, stando alle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni stanno alla base dell’inchiesta della Procura di Catania, le “sirene” delle cosche ormai da anni avrebbero messo piede nei comitati elettorali della sinistra, di quello che fu il vecchio Pci vittoriese e del nuovo Pd che non sono mai andati d’amore e d’accordo, tanto che i fratelli Nicosia ( Fabio adesso sarebbe tra i candidati della lista alle regionali di Rosario Crocetta9) avrebbero appoggiato il centrodestra al ballottaggio piuttosto che l’esponente della sinistra
Aiello e Moscato, i due candidati entrambi raggiunti da avvisi di garanzia alla vigilia del voto dell’anno scorso, non sono tra i destinatari dei provvedimenti della Procura catanese che invece avrebbe trovato elementi a sostegno del patto che avrebbe legato i clan agli esponenti del Pd, quello dell’ex sindaco Nicosia e di diversi altri candidati a lui vicini che avrebbero personalmente fatto da tramite con le cosche.
La Procura ha sottolineato che non è stata chiesta alcuna misura cautelare nei confronti di Moscato perchè il reato ipotizzato non la prevede.
Secondo l’accusa, sarebbero stati i fratelli Giuseppe e Fabio Nicosia a fare convergere nel turno di ballottaggio i voti su Moscato candidato per il centrodestra, eletto sindaco nel giugno 2016.
In cambio, secondo l’ipotesi accusatoria, Moscato avrebbe portato avanti la stabilizzazione di 60 dipendenti della ditta che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO M5S BRIGA CON I VIGILI PER RALLENTARE I CONTROLLI ALLA CASA DEL COGNATO, POI QUESTIONA ANCHE SULLE SANZIONI DA APPLICARGLI
L’onesto Patrizio Cinque si trova a dover convivere con l’obbligo di firma per una vicenda i cui contorni vanno raccontati per avere la giusta dimensione della situazione sotto il cielo a 5 Stelle.
Cinque, infatti, si trova una serie di capi d’imputazione che riguardano due vicende: quella dell’azienda incaricata di gestire i rifiuti a Bagheria senza gara e quella di una casa abusiva e di un vigile del suo Comune.
Il cognato dell’onesto Patrizio Cinque
Ed è proprio questa seconda vicenda che ci fornisce l’esatta dimensione di come ha gestito nell’occasione la cosa pubblica l’onesto Patrizio Cinque.
Accade infatti che in procura a Termini Imerese sia arrivato qualche tempo fa un esposto farlocco firmato da Domenico Buttitta, cognato di Cinque.
L’esposto, prendendo spunto dagli “annunci del sindaco Patrizio Cinque che ha deciso di abbattere le case abusive”, vedeva il falso Buttitta autodenunciarsi per alcuni abusi edilizi nella sua casa di proprietà .
I magistrati scoprono subito che l’esposto è un falso (la firma è farlocca), ma visto quanto è circostanziato decidono di indagare lo stesso.
Qui entra in scena un altro personaggio: il vigile urbano Domenico Chiappone.
Il quale riceve l’ordine di avviare gli accertamenti nei confronti di casa Buttitta e, racconta Livesicilia, invece di eseguirlo come prima cosa lo va a dire proprio al sindaco nonchè cognato, l’onesto Patrizio Cinque.
Cinque, appresa la notizia, avvertì la sorella Maria. Non solo, Chiappone, su richiesta di Cinque, scrive il giudice per le indagini preliminari Michele Guarnotta, “istigato dal cognato Domenico Buttitta, indebitamente rifiutava di procedere alla identificazione delle persone nei cui confronti venivano svolte le indagini della Procura di Termini Imerese”.
Da qui le accuse di rivelazioni di segreto istruttorio e rifiuto di atti d’ufficio contestate dalla Procura diretta da Ambrogio Cartosio (Livesicilia).
Incidentalmente, vale la pena ricordare che Cartosio è lo stesso Cartosio dell’inchiesta su Iuventa e sulle ONG che venne applaudito da Luigi Di Maio
Il vigile e l’onesto Patrizio Cinque
I carabinieri avevano dunque “messo sotto” i telefoni e avevano scoperto che il sindaco era stato avvisato, dall’ispettore capo della polizia municipale Domenico Chiappone, dell’indagine sul cognato.
Cinque, a sua volta, aveva riferito tutto alla sorella e al marito di lei: «Non una rivelazione fine a se stessa, ma volta a farli preparare per i controlli dei vigili», annota chi indaga secondo le carte pubblicate da Livesicilia.
Parlando poi con un’amica, Maria Giovanna Rizzo, il sindaco spiegò che era stato «tutto calcolato» per aggiustare la cosa. I vigili successivamente ritardarono anche nell’identificare i Buttitta, cosa che fece ulteriormente slittare l’accertamento dell’abuso.
E perchè ritardarono? Anche qui ci racconta cosa è successo proprio Livesicilia: «I tempi dei controlli si sarebbero allungati anche grazie all’intervento di Cinque, sollecitato dal cognato: “Siccome si sono presentati i vigili che penso lo sai”.
“Ti serve più tempo?”, chiedeva Cinque al cognato.
Risposta: “… mi serve più tempo certo”.
Cinque: “ Si può rinviare”.
Quindi il sindaco scriveva a Chiappone: “… in pratica ci chiedono di andare mercoledì prossimo così ne possono parlare in famiglia.. allora dico che andate mercoledì 8”».
L’onesto Patrizio Cinque e la multa al cognato troppo alta
Quindi l’onesto Patrizio Cinque telefonava al vigile dicendogli di andare la settimana successiva a fare i famosi controlli che la procura di Termini Imerese gli aveva ordinato. In altre telefonate di Cinque con gli assessori Fabio Atanasio e Maria Laura Maggiore spiegava come erano andate le cose:
“Comunque è arrivata… ti ricordi l’altra volta nella stanza che ti dicevo di un’autodenuncia che avevo in mente… abusivi immobili abusivi”.
Atanasio: “Si è autodenunciato?”.
Cinque: “Ne parliamo dopo dai”.
Alla Maggiore Cinque spiegava che “sono stato contattato dai vigili… ti ricordi la discussione che facemmo… sull’autodenuncia che volevo fare fare a mio cognato è arrivata l’autodenuncia… è firmata mio cognato ma non è… non l’ha fatta lui… ma non mi preoccupa tanto la denuncia o il discorso di fare emergere questa discussione dell’immobile mi preoccupa la modalità cioè l’autodenuncia perchè io mi aspettavo che denunciassero anonimamente dicendo che c’è questa situazione andateci, ma non che si inventassero un’autodenuncia, che io volevo fare fare a mio cognato, cioè una cosa incredibile”.
Non solo.
L’onesto Patrizio Cinque dopo questionava anche sull’entità della multa da fare al cognato, cercando di ottenere uno sconto per il marito della sorella:
“… però chiaramente si aprirà tutta una situazione, una situazione dove io volevo dirti una cosa noi stiamo facendo la sanzione cioè si può fare da duemila a ventimila euro, Aiello sta facendo a ventimila euro, è una cifra troppo grande non capisco perchè… una cosa è pagare duemila euro o una cifra mediana, diecimila, cinquemila, e sono soldi che vanno per le demolizioni per carità , una cosa è ventimila euro che sono cioè una cifra enorme per tutti…”
E diceva di fare una multa alta ad altri suoi concittadini, quelli che hanno la casa vicino al mare, e bassa al cognato: «“Quindi vediamo di fare questa, di abbassare questa sanzione, di farla bassa magari puoi mettere quelli a 150 metri dal mare gliene dai 20 mila quello è doveroso… perchè comunque sai che se la possono passare bene”.
Maggiore sembrava recepire: “Vediamo com’è che hanno fatto se ci sono situazione analoghe oppure… ci sono criteri così come dicevi tu e magari li applichiamo”. “
Ed in caso — concludeva Cinque — diamo un atto di indirizzo”».
Infine, l’onesto Patrizio Cinque si sfogava con un suo assessore per l’emendamento che aggravava le sanzioni per gli abusivi, presentato da una compagna di partito, deputata nazionale, nel frattempo sospesa per la vicenda delle firme false:
«Questa situazione l’ha messa quella minchiona di Claudia Mannino e siamo veramente dei geni».
Cinque aveva altre idee, racconta oggi Repubblica: «Vediamo di fare abbassare questa sanzione».
Per fare uno sconto alla sorella.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
SE LA PENALE DEI CONTRATTI PER I “TRADITORI” DEL CODICE ETICO E’ DI 250.000 EURO, OVVIO CHE IN SICILIA IL TRADITORE E’ GRILLO… E MOLTE ALTRE CAUSE SI STANNO PER INNESCARE…ECCO PERCHE’ GRILLO NON VUOLE PIU’ ESSERE IL CAPO POLITICO
Non sarà sfuggita ad alcuni di voi che il post con cui il blog di Beppe Grillo annunciò che se ne
fregava delle determinazioni del tribunale civile di Palermo parlava di Giancarlo Cancelleri in terza persona ma era firmato dallo stesso Giancarlo Cancelleri.
Al lettore distratto quindi pareva che Cancelleri stesse confermando Cancelleri come candidato governatore siciliano, con la piena e completa approvazione di Cancelleri. Cosa ci sia dietro questo curioso atto di onanismo confermativo è un un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma, come diceva Churchill.
Ma un indizio sul motivo di questa peculiarità , quando ad esempio nel caso Cassimatis a firmare il post fu Beppe Grillo in pirzona pirzonalmente, si può desumere da un paio di interviste rilasciate dall’avvocato Lorenzo Borrè in relazione alla vicenda di Mauro Giulivi, che ha causato la sospensione dell’esito delle Regionarie del M5S in Sicilia disposta dal giudice e ignorata dal movimento che dice di avere a cuore la legalità .
«Per il mio assistito – scandisce il legale a Repubblica Palermo – il risarcimento non è l’obiettivo primario. Giulivi vuole ancora ottenere la riammissione in lista». Una riammissione che a questo punto sembra però improbabile.
Così come sembra improbabile che il M5S riesca con il suo ricorso a cambiare le determinazioni del giudice dopo averle ignorate
La causa per danni
Ecco allora che Giulivi non sarà candidato alle Regionarie in Sicilia ma potrà chiedere i danni per l’atteggiamento dei vertici del M5S nei confronti delle sue richieste. «La penale prevista per il mancato rispetto del codice etico è di 250mila euro. Quello sarebbe un parametro per il risarcimento dei danni provocati dall’esclusione dalla lista», ha detto Borrè a Repubblica Palermo. Ma lo stesso avvocato a La Stampa, parlando anche di altre cause gestite per conto di iscritti M5S cacciati o vessati (Canino, Motta), ha detto qualcosa di più:
Cosa può succedere ora sulle “primarie” per Di Maio candidato
«Moltissimi iscritti mi hanno contattato. C’è un grande fermento, una questione giudiziaria nel Movimento. Non so naturalmente se poi faranno causa»
Nei risarcimenti danni chi è che pagherebbe?
«Chi ha agito in nome e per conto del Movimento».
Quindi il capo politico.
«Certo».
Ecco perchè Grillo vuole spogliarsi della veste di «capo».
«Questo non posso dirlo io. A me le ragioni sono oscure»
Ora, posto che ad esempio i 250mila euro di cui si parla per il caso Canino sarebbero frutto di una situazione molto diversa da quella di Giulivi, perchè Canino aveva vinto le comunarie M5S e poi alla fine non è stato messo in lista, mentre Giulivi aveva vinto le comunarie per Palermo ma non aveva partecipato (perchè escluso in maniera illegittima, dice il tribunale) alle Regionarie, forse l’entità dei danni riconosciuta dal tribunale sarà molto inferiore (nell’ordine del 10% della richiesta) nel caso siciliano. Ma il dubbio qui rimane come nel caso degli (eventuali) 250mila di Roma: se a fare un errore è il MoVimento 5 Stelle, chi paga per l’errore commesso?
Il capo politico (all’epoca, Beppe Grillo)? Colui che ha preso la decisione? L’associazione Movimento 5 Stelle o l’associazione MoVimento 5 Stelle?
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
INIZIA IL GIOCO DELLE ANTICIPAZIONI SULL’ESECUTIVO CHE NON CI SARA’
Luigi Di Maio ha annunciato per fine anno i nomi dei ministri del governo del MoVimento 5 Stelle.
Per portarsi avanti con il lavoro, oggi Paolo Bracalini sul Giornale comincia ad anticiparne qualcuno.
L’elenco comincia subito con uno special guest:
Come ministro dell’Economia il profilo più accreditato è quello di Marcello Minenna, economista bocconiano, dirigente della Consob. Ad un recente convegno del M5s alla Camera i più attenti hanno notato la grande confidenza con cui chiacchierava con Beppe Grillo, a cui ha regalato una copia del suo libro La moneta incompiuta.
C’è solo un però. Minenna era stato scelto come assessore al Bilancio a Roma ma fu costretto a mollare in seguito alla guerra tra l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Carla Raineri, e il duo Raggi-Romeo.«Vicenda gestita con poca trasparenza» spiegherà Minenna. Ma dietro quella operazione c’era proprio Di Maio.
Per quanto riguarda la Farnesina, il Movimento non ha una linea precisa di politica estera:
Perciò per gli Esteri si parla di un ambasciatore o un esperto di politica internazionale (Paolo Magri, direttore dell’Ispi, è stato ospite alla convention di Casaleggio a Ivrea), meno probabili i nomi di Alessandro Di Battista, l’altra star del M5s in attesa di nuovo ruolo dopo l’incoronazione di Di Maio, e poi Manlio Di Stefano, capogruppo M5S della commissione esteri della Camera, fidato di«Luigino».
Di Battista è accreditato per il ruolo di vicepremier: niente grane di un ministero, in compenso enorme visibilità e mano libera sul Movimento.
Poi c’è il capitolo giustizia. Qui i bookmaker danno come favorito Alfonso Bonafede, braccio destro di Di Maio, avvocato e vicepresidente della commissione Giustizia alla Camera (l’unico grillino ad essere riconfermato nel 2015, come racconta con vari retroscena su Di Maio e Renzi il libro verità sul M5s,Supernova).
Al governo poi potrebbe partecipare il pm antimafia Nino Di Matteo, non al ministero della Giustizia ma a quello degli Interni.
Giulia Grillo potrebbe fare il ministro della Salute e Nicola Morra quello dell’istruzione.
Al Welfare potrebbe andare il professor Domenico De Masi.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
FLORIAN PHILIPPOT RAPPRESENTAVA L’ALA PIU’ MODERATA, LAICA E RIFORMISTA … CON LUI SE NE VANNO MOLTI MILITANTI
Approfittando di una disputa sul suo mandato all’interno del partito, stamattina Florian Philippot
ha deciso di rompere con il Fronte Nazionale, di cui era il numero due e fino a pochi mesi fa l’indiscusso braccio destro della sua leader, Marine Le Pen. Con lui se ne va il personaggio più riformista del partito, quella che era riuscito a sdoganarlo e che aveva fatto salire le sue preferenze dall’11 al 25%.
Trentacinque anni, sovranista e ferocemente anti-euro, Philippot aveva anche conferito al Fn una struttura più moderna, rispetto al clan familiare in cui lo trovò al suo arrivo, 8 anni fa. Gay dichiarato, Philippot era l’esponente dell’ala laica e sociale del Front.
A lungo considerato l’uomo di fiducia della Le Pen, il rapporto tra la leader e il vicepresidente si è deteriorato sulla scia della duplice sconfitta elettorale del partito dell’estrema destra francese, alle presidenziali e alle legislative.
Nelle ultime settimane Le Pen aveva contestato a Philippot la creazione di una sua associazione, Le Patriotes, e formalmente il ritiro delle deleghe è stato motivato con il rifiuto del vicepresidente di risolvere il “conflitto di interessi” tra le due formazioni. Retrocesso ieri sera al rango di vicepresidente senza deleghe, ha così annunciato la decisione di lasciare il partito in un’intervista a France 2: «Mi è stato detto che sono presidente con nulla da fare. Non amo il ridicolo, non mi piace il far niente, lascio dunque il Fronte Nazionale».
Con Philippot, abbandonano il partito anche l’eurodeputata Sophie Montel e il vicepresidente e confondatore di Les Patriotes, Frank de Lapersonne.
Negli ultimi giorni, il dibattito si è incentrato sullo sdoganamento di alcuni principi che la direzione del partito non avrebbe digerito.
Il pretesto è stato la polemica sul “couscous-gate”, la foto di Philippot con un gruppo di amici in un ristorante di Strasburgo dove si mangiava – invece della choucroute o di altre specialità locali – un piatto «non di origine francese».
Quanto al couscous-gate, a ragione, Philippot aveva trattato i suoi “persecutori” come dei «cretini».
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
RIALZO AL 2,2% “GRAZIE A IMPORTANTE CONTRIBUTO DEI MIGRANTI DEI NUOVI STATI MEMBRI DELLA UE”
La Banca centrale europea conferma la revisione al rialzo della crescita per il per il 2017 nell’Eurozona anticipata dal presidente Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa.
Nell’Eurozona – si legge nel bollettino dell’Eurotower – il Pil crescerà nel 2017 al 2,2% dall’1,9% precedente, mentre restano invariata quelle per il 2018 e 2019 rispettivamente all’1,8% e all’1,7%.
Quanto alle prossime decisioni di politica monetaria la Bce, si spiega, “ha mantenuto invariato l’orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo una calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno”.
Francoforte spiega che negli ultimi mesi l’inflazione ha registrato “un lieve aumento” ma nel complesso resta “su livelli contenuti” e di conseguenza, “è ancora necessario un grado molto elevato di accomodamento monetario”.
Sulle prossime mosse dell’Eurotower incidono soprattutto le previsioni sull’inflazione, che la la Bce ha rivisto al ribasso per il 2017 a 1,5%, per il 2018 a 1,2% dal precedente 1,3% e per il 2019 a 1,5% dal precedente 1,6%. Confermata invece la revisione al rialzo delle stime di crescita anticipata dal presidente Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa.
Ricco di spunti anche il capitolo sul mercato del lavoro.
Nell’Eurozona – si sottolinea – “durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea”.
Francoforte spiega che “a sua volta, ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia”.
Francoforte sottolinea poi che “sebbene l’offerta di lavoro nell’area dell’euro stia continuando ad aumentare, negli ultimi dieci anni il suo tasso di crescita ha subito un rallentamento”.
Inoltre, rileva la Bce, “l’aumento della forza lavoro durante la ripresa economica è stato trainato dalla partecipazione femminile”.
Tale aumento e il modo in cui tale partecipazione differisce da quella maschile – si spiega- “sono riconducibili in larga parte alle divergenze esistenti fra il livello di istruzione degli uomini e quello delle donne”. Infatti “nella popolazione femminile in età lavorativa la percentuale di donne con un’istruzione terziaria è più elevata rispetto all’analoga percentuale fra gli uomini”.
Francoforte mette poi anche in guardia da eccessivi trionfalismi sul calo del miglioramento del mercato del lavoro nel nostro Paese.
L’Italia – rileva – è tra i paesi di alta disoccupazione del’area dell’euro che sta registrando in questa fase di ripresa un calo dell’indicatore. Non si tratta, tuttavia, di una riduzione “significativa” scrive la Bce nel bollettino mensile, definendo in tal modo una riduzione della disoccupazione che risponde a tre requisiti specifici.
Il nostro Paese, così come la Slovenia, non ne soddisfa nessuno dei tre a differenza di quanto sta avvenendo in Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro e Slovacchia.
I requisiti di una ‘riduzione significativa’ sono: 1) dopo aver toccato il valore massimo, il tasso di disoccupazione scende di almeno 3 punti percentuali nell’arco dei tre anni successivi; 2) il calo del tasso di disoccupazione nell’arco dei tre anni è pari ad almeno il 25% del tasso iniziale; 3) a distanza di cinque anni il tasso di disoccupazione rimane inferiore rispetto al livello registrato all’inizio dell’episodio.
(da agenzie)
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