Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
MISTERO SULLA MISSIONE, ALLOGGIA NELL’HOTEL PIU’ LUSSUOSO DEL MONDO
Ci risiamo. A poco più di un mese dalla contestata missione in Arabia Saudita, Matteo Renzi ci ricasca. Il leader di Italia Viva è tornato dagli sceicchi: questa volta negli Emirati Arabi
Secondo quanto scrive Niccolò Carratelli sul quotidiano La Stampa, Renzi da ieri, sabato 6 marzo 2021, si trova a Dubai. Il motivo della visita, questa volta, è sconosciuto.
Si sa solo che alloggia al Burj Al Arab Jumeirah, considerato l’hotel più lussuoso del mondo, nonchè simbolo di Dubai con la sua forma a vela gigante, costruito su un’isola privata artificiale in mezzo al mare.
Non è la prima volta che Renzi visita gli Emirati Arabi. Due anni fa, a marzo 2019, l’allora senatore del Pd aveva partecipato a Dubai al “Global education and skills Forum”, importante congresso mondiale sull’educazione organizzato dalla Varkey Foundation, ente di beneficenza vicino alla monarchia emiratina.
Da segnalare anche che — come rivelato nei giorni scorsi da Giovanni Tizian sul quotidiano Domani — tra il 2014 e il 2016 la Fondazione Open, notoriamente renziana, ha ricevuto donazioni per 75mila euro complessivi da parte dalla holding Mataar Holding, che ha sede proprio a Dubai.
La stessa holding partecipa alla quota di maggioranza della società Aeroporti Toscana, il cui presidente è il finanziere Marco Carrai, vicinissimo a Renzi nonchè membro del direttivo di Fondazione Open.
Il ritorno di Renzi in Medio Oriente, a circa un mese dalla missione in Arabia Saudita, ripropone l’urgenza di un chiarimento da parte del senatore fiorentino circa i suoi rapporti con l’autoritaria monarchia di Riad.
Il leader di Italia Viva, per il momento, si è limitato a rispondere a interrogativi formulati da lui stesso.
(da TPI)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
DRAGHI NON PRESIEDE UN CDA, HA IL DOVERE DI RENDERE CONTO AGLI ITALIANI DELL’USO CHE FA DEL DENARO PUBBLICO
Non siamo così ingenui da meravigliarci se il governo Draghi assolda alcune multinazionali, tra cui
l’americana McKinsey, per farsi assistere sul Recovery Plan.
E non siamo neppure così sprovveduti da stupirci se i partiti che ieri accusavano Conte di “aggirare il Parlamento” (con la cabina di regia chiesta dall’Ue per monitorare spese e lavori, non per la stesura del Piano) e “sostituire i ministeri e le Camere con task force e consulenti” (dopo che il Parlamento aveva approvato la prima bozza e ricevuto la seconda) e oggi non muovono un sopracciglio sulla privatizzazione del Next Generation Eu.
Lo stupore l’abbiamo esaurito e diamo tutto per scontato: anche il doppiopesismo della grande stampa, passata dall’imputare una “gestione personalistica e autoritaria” all’unico premier che parlamentarizzava il Recovery (tutto scritto dai suoi ministri) all’osannare il nuovo premier che “riscrive il Piano tutto da solo” e ora si scopre che si fa dare una mano da consulenti privati e stranieri, come se fosse ancora a Bankitalia o alla Bce.
Draghi però è persona seria e uomo di mondo, ergo deve conoscere il significato di “trasparenza”. O, per dirla più chic, “accountability”: il dovere di chi amministra la cosa pubblica e il denaro pubblico di render conto dell’uso che ne fa.
Ora, per rendere conto, bisogna per forza parlare. Draghi non l’ha fatto sul suo primo Dpcm, mandando avanti Speranza e financo la Gelmini.
Ma ora dovrà farlo su McKinsey&C., possibilmente in Parlamento dove — come gli ha ricordato l’ex sottosegretario Pd Antonio Misiani — aveva assicurato che “la governance è incardinata nel Mef in strettissima collaborazione coi ministeri competenti”.
Ora si scopre che ci sono pure McKinsey e altre multinazionali ancora ignote. Contrattualizzate e retribuite con denaro pubblico.
Chi le ha scelte? Con quali criteri? Perchè quelle e non altre? A quali informazioni strategiche hanno accesso?. Perchè non usare le strutture tecniche dei ministeri, della PA e delle partecipate di Stato (da Cdp a Invitalia)? Perchè non fare un bando di gara per far emergere i migliori? È un caso che il ministro Colao venga da McKinsey?
Perchè nessuno l’ha comunicato al Consiglio dei ministri e al Parlamento, che l’hanno appreso da Fatto e da Radio Popolare, e solo dopo il Mef s’è affrettato a precisare l’incarico a McKinsey da 25mila euro (sotto la soglia per le gare), senza dire una parola sulle altre tre società ingaggiate?
È vero, come dice il Mef, che McKinsey ha già studiato i Recovery Plan di altri Paesi Ue. Ma, come non dice il Mef, ha redatto pure il piano Saudi Vision 2030 di Bin Salman, quello del Nuovo Rinascimento renziano.
Tutto normale?
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
SE E’ IL GOVERNO DEI MIGLIORI CHE CI PENSINO LORO INVECE CHE APPALTARE A UNA SOCIETA’ ESTERNA… UN PAESE SOVRANO CHE DELEGA A PRIVATI? QUALI INTERESSI PUBBLICI POTREBBE MAI PERSEGUIRE UNA SOCIETA’ PRIVATA?
La notizia della consulenza McKinsey, commissionata dal Governo Draghi senza che opinione pubblica e parlamento fossero formalmente informati, ha monopolizzato il dibattito nell’intera giornata di ieri.
Chi diceva fosse una bufala, chi la considerava una paranoia cospirativa. Alla fine, però, in un comunicato ufficiale, dopo una apparente smentita, è arrivata la conferma del Ministero dell’Economia. La società privata McKinsey è consulente del governo per lo studio e il monitoraggio del Recovery Plan.
Molte altre società svolgono consulenze per conto di governi e istituzioni ovunque nel mondo, non solo quello italiano, ma in questo caso il fatto che il Presidente del Consiglio Mario Draghi non parli agli italiani, ed è anzi asserragliato a palazzo o alla Pieve, nel pieno di una pandemia che colpisce il paese con una terza ondata micidiale e mezza Italia in zona rossa, rischia di amplificare una vicenda che è già rilevante per almeno 3 motivi.
Ecco quali:
1. Se un cosiddetto governo tecnico delega a una società esterna quello per cui è chiamato a fare, non capisco cosa ci stia a fare: a quel punto avremmo fatto prima a delegare direttamente il parlamento e l’esecutivo a una multinazionale. Qui invece un paese sovrano è reso cliente di una società privata (che sia per 5 euro o per 25mila euro + Iva, come in questo caso), ovvero di una serie di consulenti privati in capo a una società privata.
Che: a. chi sono, b. quali interessi pubblici perseguono, essendo dipendenti di una compagnia privata? Cosa vuol dire “Supporto tecnico operativo di project management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”? Non è un tema ininfluente così come non lo saranno le valutazioni, marginali o meno, che compierà questa società .
2. È evidente che esistano già contratti tra società di consulenza e governi/istituzioni, in alcuni casi sono stati anche un flop (vedi la Francia e il piano vaccini), ma qui parliamo del più importante piano di ripresa economico dal secondo dopoguerra a oggi.
Ci si è stretti intorno al governo dei migliori per attuare il Recovery e salvare il paese dalla pandemia. Cosa c’entra una società di consulenza privata? A me non sembra una cosa di poco conto. Ci siamo affidati ai tecnici migliori, che ci pensino loro. Senza l’influenza minima o parziale di una società privata.
O al limite, se sei in ritardo con i tempi e serve un aiuto esterno di validi professionisti perchè la classe di tecnici che hai chiamato con te al governo non basta, forse allora meglio assumere in seno alla amministrazione pubblica italiana i professionisti di cui hai bisogno.
3. La task force che avrebbe dovuto valutare la gestione e l’indirizzo nonchè i punti di caduta delle risorse del Recovery è stato il casus belli da cui si è iniziato a discutere e che ha fatto cadere il governo precedente, a cui tra l’altro avremmo chiesto conto delle stesse cose esattamente allo stesso modo di come lo stiamo facendo con questo fossero sussistite le medesime condizioni.
Il problema era la task force del governo e ora la consulenza McKinsey va bene a tutti senza che si ritenga persino necessario porre domande sulla natura di questa collaborazione?
Questo governo di politico ha quasi nulla, non ha certo un’anima e un’identità , ma ha una forte e marcata politica economica che di collettivo e comunitario, nella gestione del più grande e importante piano di ripresa economico dal Secondo Dopoguerra, oggi ha ben poco.
(da TPI)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
SI FA SEMPRE PIU’ STRADA L’IPOTESI DI UN LOCKDOWN NAZIONALE, QUELLO CHE AVREMMO DOVUTO FARE A NOVEMBRE … IL GOVERNO VALUTA ZONA ROSSA PER 3-4 SETTIMANE O UNA SERRATA SOLO NEL FINE SETTIMANA… MA SE NON CHIUDI REALMENTE TUTTO (COMPRESE SCUOLE, AZIENDA, STUDI) NON SERVE A NULLA
«Chiudiamo per l’ultima volta e utilizziamo questa chiusura per vaccinarci tutti dal Covid», così Enrico
Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, a Repubblica. La sua “ricetta” vincente sarebbe quella di «combinare un lockdown rigoroso con una campagna vaccinale massiccia».
Dovrebbe durare «un mese, forse due», spiega.
Gli italiani difficilmente lo accetterebbero anche se, continua lui, «sono sicuro che se si dicesse loro con chiarezza “vi chiudiamo per l’ultima volta e durante questo periodo vi vacciniamo in maniera massiccia” accetterebbero piuttosto che vivere in balia di decisioni diverse da una settimana all’altra».
Il problema, però, sono prima di tutto i danni economici oltre al fatto che le dosi vaccinali «non vengono ancora usate con efficienza nè fornite con regolarità ». In altre parole, il rischio è che non ci sarebbero vaccini per tutti e il lockdown si rivelerebbe un flop.
«Il sistema a colori non funziona più»
A pensarla così anche Alessandro Vergallo, presidente del sindacato dei medici anestesisti e rianimatori Aaroi-Emac, secondo cui «il sistema a colori non funziona più con questi numeri».
«Se la diffusione — spiega Vergallo — aumenta è chiaro che si dovrà pensare a un lockdown nazionale che avremmo davvero voluto evitare». Per un lockdown totale si schiera anche Walter Riccardi, consigliere del ministro della Salute, secondo cui basterebbero anche due, tre o quattro settimane di stop, «dipende quando si raggiunge l’obiettivo».
«Ora siamo nei guai, serve un lockdown duro»
Per Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, per abbattere la curva dei contagi servirebbe un lockdown di 2-3 settimane così da riprendere il tracciamento. Preoccupato anche il professor Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova. A La Stampa spiega che «bisognava fare il lockdown a dicembre».
«Ora siamo nei guai. Serve un lockdown duro subito — continua Crisanti — per evitare che la variante inglese diventi prevalente e per impedire che abbia effetti devastanti come in Inghilterra, Portogallo e Israele. E neanche zone arancioni, va chiuso tutto e va lanciato un programma nazionale di monitoraggio delle varianti».
«Il lockdown nazionale, che non piace a nessuno, ha un pregio e un limite. Il pregio è quello di far crollare le infezioni, il limite è che quando riapri, se le situazioni non vengono contenute, sei punto a capo. Però ora abbiamo il vaccino», aggiunge, invece, Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ad Agorà .
Il Cts chiede misure più dure
Più cauto il Comitato tecnico scientifico che, pur esprimendo «grande preoccupazione» per l’evoluzione della pandemia, «non ha suggerito al governo alcun lockdown» ma solo un innalzamento delle misure su tutto il territorio nazionale e la conseguente riduzione delle interazioni fisiche e della mobilità . Intanto, come è emerso nelle ultime ore, gran parte degli studenti italiani già dai prossimi giorni rimarrà a casa. Altro che didattica in presenza, si riparte con quella a distanza. Le stime parlano di 9 studenti su 10: un dramma per i ragazzi costretti a stare a casa, da soli e davanti un pc.
Cosa sta facendo il governo Draghi
Il governo si è dato sette giorni di tempo per decidere. Le ipotesi sul tavolo sono diverse: zona rossa nazionale di tre o quattro settimane, zona arancione rafforzata nazionale, zona rossa solo nel fine settimana, zona arancione sempre solo nel weekend e coprifuoco anticipato alle 19 o alle 20.
La stretta potrebbe arrivare già dalla metà del mese di marzo ma se ne inizierà a discutere soltanto tra l’8 e il 9 marzo in un vertice tra esecutivo e Cts, come anticipato da Repubblica.
Tutto dipenderà non solo dal numero di contagi giornalieri ma anche dalle proiezioni dell’occupazione dei posti in terapia intensiva e dei ricoveri ordinari.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
IL TASSO DI OCCUPAZIONE E’ SALITO AL 26%
Domani, 8 marzo, entrerà in vigore il nuovo Dpcm, ma presto potrebbero arrivare ulteriori modifiche alle restrizioni per limitare il contagio da Coronavirus se la curva dei contagi continuerà a peggiorare.
Il governo si è dato sette giorni mentre il Cts ha già inviato le sue raccomandazioni. Tra gli scenari possibili c’è quello di un lockdown totale di tre settimane per tutto il Paese. Una ipotesi che fa capire quanto la situazione sia grave, soprattutto negli ospedali.
Ieri, l’allarme lanciato da Giovanni Lombardi, sindaco-rianimatore del Cotugno di Napoli dopo un turno di 12 ore in pronto soccorso «L’assistenza sanitaria non è più garantita».
In Piemonte, invece, sono state sospese tutte le visite non urgenti e «a breve pronto soccorso ed ospedali saranno nuovamente al collasso», ha fatto sapere in un comunicato Anaao Assomed, l’associazione dei Medici e dei Dirigenti Sanitari, chiedendo l’immediata riapertura dell’ospedale in fiera di Torino Esposizione.
La situazione è critica anche nelle March
L’ospedale Torrette di Ancona ha chiesto aiuto agli ospedali della Regione, primo fra tutti quello di Pesaro, per poter trasferire i pazienti gravi che necessitano di essere intubati e ricoverati in terapia intensiva. Già venerdì, nel suo report settimanale sull’andamento dell’epidemia in Italia, l’Istituto superiore di Sanità osservava come in una settimana l’occupazione delle unità più critiche è passata dal 24% al 26%. In 9 regioni il tasso di occupazione ha già raggiunto, e in alcune superato, la soglia critica del 30%. Nell’ultima settimana si è visto infatti un aumento del numero di persone ricoverate in terapia intensiva: da 2.146 a 2.327. Parallelamente, è cresciuto anche il dato sui ricoveri ordinari: da 18.295 a 19.570.
(da Open)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
“SONO RIGORISTA PERCHE’ SONO REALISTA”
“La seconda ondata non è mai finita, assistiamo a una ripresa molto forte dovuta all’impatto delle
varianti, che ci sta portando a misure sempre più restrittive sui territori”. Lo dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, che in un’intervista al ‘Corriere della sera’, spiega: “Abbiamo confermato il modello per fasce perchè ci sono situazioni geografiche molto diverse. E’ chiaro che monitoreremo giorno per giorno l’evoluzione epidemiologica, adattando le misure alla luce delle varianti”.
Speranza chiarisce: “Io sono rigorista perchè sono realista. Ricevo chiamate preoccupate dei governatori, che stanno firmando ordinanze restrittive anche da zone rosse. Gelmini è molto consapevole della serietà della situazione”.
Sui vaccini, sostiene il ministro, “I nostri numeri sono in linea con Germania e Francia”
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
USCITA DALLA FINESTRA AI TEMPI DI CONTE, LA TASK FORCE RIENTRA DALLA FINESTRA… PER RENZI E SALVINI PRIMA ERA UNA PAZZIA, ORA TUTTI ZITTI
“La task force di Conte è una pazzia” tuonava prima di Natale Matteo Salvini. “No alle task force, sì al Mes” gridava Matteo Renzi solo lo scorso dicembre. Tre mesi dopo non abbiamo il Mes ma abbiamo una nuova task force, solo che è fatta di consulenti esterni e quindi a pagamento.
Il governo Draghi ha scelto infatti di affidare alla statunitense McKinsey la consulenza per la messa a punto del Recovery plan per l’utilizzo dei fondi europei. Eppure la lista di chi ha polemizzato contro la formula della task force, uno sui punti su cui più se battuto per attaccare il governo Conte, è lunghissima.
“Un modo per aumentare poltrone e consulenze”, secondo Teresa Bellanova. “Inutile spreco”, “No all’ennesima inutile task force” sono alcune delle dichiarazioni di alcuni esponenti del Partito democratico. Antonio Misiani, senatore Pd, in mattinata ha invitato Draghi a non disattendere l’impegno: “La governance del Pnrr è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti aveva detto Draghi al Senato. Se lo schema è cambiato, va comunicato e motivato al Parlamento”, ha scritto su twitter.
La scelta del presidente del Consiglio non sembra in effetti delle più felici, quanto meno per la tempistica.
A lungo McKinsey è stata considerata la più prestigiosa società al mondo nel suo campo, che è poi quello di suggerire ad aziende e governi come aumentare i profitti e ridurre le spese.
Ma negli ultimi tempi nubi sempre più cupe si stanno addensando sulla società statunitense. Dal coinvolgimento nella crisi dei farmaci oppioidi negli Usa, agli stretti legami con regime autoritari come quello dell’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salaman, il principe ereditario implicato nell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.
Il ruolo nella tragedia degli oppioidi
La reputazione di MkKinsey è così compromessa da aver spinto due dei più importanti quotidiani del mondo, il New York Times e il Financial Times a pubblicare editoriali in cui si invita la società ad agire per arginare la progressiva erosione di credibilità . Il mese scorso la società ha patteggiato una multa da quasi 600 milioni di dollari con 47 stati americani per il ruolo avuto nella crisi dei farmaci oppioidi.
“Hanno messo il profitto davanti alla vita delle persone”, ha detto Phil Weiser, procuratore generale del Colorado, uno degli stati più colpiti. McKinsey è stata infatti per 15 anni consulente della casa farmaceutica Purdue che commercializzava il farmaco OxyContin. Si stima che la dipendenza da questo medicinale abbia causato sinora la morte di 232mila persone. McKinsey ha suggerito tra l’altro di aumentare il dosaggio delle singole pillole per incrementare i guadagni e ha fornito indicazioni di marketing su come neutralizzare gli appelli contro la commercializzazione del medicinale delle madri di ragazzi morti per overdose di OxyContin.
“Risparmiare sul cibo per i migranti”
Tra i tanti carichi assunti dalla società c’è stato anche quello di consulente dell’ Immigration and Customs Enforcement (ICE), ente statunitense che si occupa della gestione dei flussi migratori.
Incarico per cui la società ha incassato 20 milioni di dollari. Nelle sue raccomandazioni per gestire al meglio le strutture di accoglienza McKinsey ha proposto tra l’altro di risparmiare sul cibo per i migranti e di inviarli in zone rurali del paese per minimizzare la spesa. Un trattamento che ha messo a disagi molti funzionari della struttura. Il contratto si è interrotto nel 2018 dopo che il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle disastrose condizioni dei centri di accoglienza.
L’associazione no profit di giornalismo investigativo ProPublica ha creato una pagina web in cui sono raccolti tutti i disastri riconducibili al ruolo avuto da McKynsey. Molto si capisce già da titoli come “New York ha pagato milioni a McKinsey per un piano per ridurre la criminalità che invece è aumentata”. Il sito ricorda anche come nell’ultimo anno la società abbia fatto incetta di contratti per aiutare i governi a rispondere alla pandemia e tracciare i contagi, con risultati molto discutibili.
Arabia e Sudafrica —
Nel 2016 McKynsey ha perso molti dei suoi clienti in Sud Africa dopo essere stata coinvolta in una vicenda di corruzione che ha portato alle dimissione del capo del governo di Pretoria Jacob Zuma. McKinsey aveva infatti stretto un alleanza con la società di consulenza Trillian della famiglia sudafricana Gupta che ha sfruttato le sue relazioni con Zuma per accaparrarsi illegittimamente commesse da 1,6 miliardi di dollari.
McKinsey ha accettato di restituire al governo sudafricano 100 milioni di dollari e si è pubblicamente scusata con la popolazione del paese. Dal 1974 è presente in Arabia Saudita con un ruolo che è andato via via crescendo nel corso degli anni. Fino alla messa a punto nel 2015 il documento “Saudi Arabia beyond oil” commissionato dal principe Mohammed Bin Salman e in cui si suggerisce come reinventare l’economia saudita spezzandone la dipendenza dal petrolio.
Il disastro Enron del 2002
Non che anche in tempi meno recenti McKinsey non sia stata protagonista di vicende poco edificanti.
Basti ricordare il crack del colosso dell’energia statunitense Enron del 2002. Fu proprio McKinsey ad aiutare Enron a “reinventarsi” da gruppo che vendeva energia e gestiva gasdotti a società specializzata nella speculazione sui prezzi energetici utilizzando sofisticati strumenti finanziari. Del resto lo stesso numero uno di Enron Jeff Skilling proveniva da McKinsey. Finì malissimo: bancarotta, 20mila persone per la strada e senza pensione e Skilling condannato a 24 anni di prigione. Il crack spazzò via dal mercato la storica società di revisione Arthur Andersen incaricata di controllare i bilanci di Enron, mentre McKinsey riuscì a defilarsi quasi indenne, grazie soprattutto agli accordi che abitualmente firma con i suoi clienti in cui specifica che quelle fornite sono “semplici opinioni”.
Il mercato globale della consulenza vale circa 150 miliardi di dollari all’anno, McKinsey non diffonde dati ufficiali sui suoi ricavi, che vengono comunque stimati intorno ai 10 miliardi di dollari. Al primo posto davanti a Boston Consulting che si ferma a 8,5 miliardi. Il gruppo ha una lunga tradizione di “porte girevoli” con governi e grandi aziende. Il ministro per l’Innovazione digitale e la transizione ecologica Vittorio Colao è ad esempio uno dei tanti “ex”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
I CONSULENTI DI MCKINSEY AFFIANCHERANNO IL GOVERNO
Il Governo Draghi ha deciso di avvalersi della consulenza della multinazionale McKinsey per
l’elaborazione del Recovery Plan. Nei giorni scorsi il Ministero dell’Economia, guidato da Daniele Franco, ha stipulato un contratto con la prestigiosa società statunitense specializzata nella consulenza strategica.
L’accordo prevede che gli esperti di McKinsey diano supporto al Governo nell’analisi dei dati e nella definizione delle stime degli impatti dei progetti al vaglio per il Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ossia il Recovery Plan).
I consulenti non affiancheranno solo i tecnici del Tesoro ma l’intero team al lavoro sul piano, coordinato da Carmine Di Nuzzo, dirigente della Ragioneria generale dello Stato.
La notizia del ricorso a McKinsey è stata rivelata da Radio Popolare. Nel pomeriggio di oggi, sabato 6 marzo 2021, il Ministero dell’Economia (Mef) ha confermato la notizia e ha fatto sapere che il contratto con la società statunitense “ha un valore di 25mila euro +Iva ed è stato affidato ai sensi dell’articolo 36, comma 2, del Codice degli Appalti, ovvero dei cosiddetti contratti diretti sotto soglia”.
Secondo convergenti ricostruzioni, Draghi ha deciso di rivolgersi alla multinazionale per velocizzare i tempi, considerato che il Recovery Plan deve essere presentato alla Commissione europea entro il 30 aprile. Il premier evidentemente non ritiene la macchina della Pubblica Amministrazione all’altezza della — non facile — missione.
Ma il coinvolgimento di McKinsey sta generando polemiche. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, si chiede se questi privati abbiano accesso a informazioni strategica e ha annunciato la presentazione di una interrogazione. “Con tutto il rispetto per McKinsey, se le notizie fossero vere, sarebbe abbastanza grave”, attacca l’ex ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia (Pd).
Da parte sua, il Ministero dell’Economia respinge le critiche e sottolinea che McKinsey “non è coinvolta nella definizione dei progetti del Pnrr”. “Gli aspetti decisionali, di valutazione e definizione dei diversi progetti di investimento e di riforma inseriti nel Recovery Plan italiano restano unicamente in mano alle pubbliche amministrazioni coinvolte e competenti per materia”, precisa il Tesoro.
La governance del piano, quindi, “resta in capo alle amministrazioni competenti e alle strutture del Ministero, che si avvalgono di personale interno degli uffici”.
Nella nota il Mef spiega anche che “l’Amministrazione si avvale di supporto esterno nei casi in cui siano necessarie competenze tecniche specialistiche, o quando il carico di lavoro è anomalo e i tempi di chiusura sono ristretti, come nel caso del Pnrr”.
In particolare, concludono da via XX Settembre, “l’attività di supporto richiesta a McKinsey riguarda l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali ‘Next Generation’ già predisposti dagli altri paesi dell’Unione europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”.
(da TPI)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA VORREBBE FORMARE UN NUOVO GRUPPO SOVRANISTA CON IL PREMIER UNGHERESE, LA SORELLA D’ITALIA SPERA ENTRI NEI CONSERVATORI
C’è un derby tutto italiano che si sta giocando in queste ore sulla scia dello strappo tra Viktor Orbà¡n e il Ppe. Protagonista della partita, i sovranisti in Europa. Che si contende l’autocrate di Budapest.
Da un lato Giorgia Meloni spalanca le porte dei suoi Conservatori, partito che presiede a Bruxelles e che all’Europarlamento esprime i 60 deputati dell’Ecr, con i polacchi di Jaroslaw Kaczynski a farla da padrona.
Dall’altra c’è Matteo Salvini, che nella video telefonata di mercoledì scorso con il premier ungherese ha rilanciato il suo vecchio pallino: un nuovo partito sovranista europeo con gruppone parlamentare unico destinato a diventare il secondo dopo il Ppe.
Piccolo particolare: i Conservatori europei dovrebbero sciogliersi per dar vita alla nuova creatura. Addio Ecr, con la sua tradizione e la sua storia da destra liberista europea oggi confluita nella narrativa dei “sovranisti di governo”.
“Ma perchè mai dovremmo farlo?”, dicono sia stata la risposta di Kaczynski alla domanda degli alleati. Tanto più che proprio i polacchi hanno una pregiudiziale non da poco nei confronti dei leghisti. Perchè legati a doppio mandato all'”invisa” Le Pen e perchè entrambi, Matteo e Marine, sospettati di simpatie filo putiniane che si sommerebbero a quelle di Orbà¡n, amicissimo però del polacco con il quale ha fondato i Visegrad, spostando troppo il baricentro dell’ipotetico nuovo gruppo verso Mosca.
Insomma, un gioco di veti incrociati internazionali ma al contempo molto romani.
Lo stesso gioco che già due anni fa, a cavallo delle Europee del 2019, fece naufragare il sogno del “gruppone nero” coltivato da Salvini.
Saltato anche su questioni più terra terra: i rappresentanti della destra Ue bloccarono l’operazione reunion quando si arrivò a discutere su chi avrebbe comandato nella formazione al Parlamento europeo. E dunque avrebbe gestito cariche e soldi.
Oggi però è lo stesso Orbà¡n a far balenare di nuovo l’ipotesi del rassemblement sovranista. “Abbiamo parlato con i polacchi, con Matteo Salvini e con Giorgia Meloni – ha detto l’ungherese – serve una casa politica per chi la pensa come noi in Europa”.
Nella sua ottica il teorico della democrazia illiberale punta a spaccare i gruppi esistenti, Id ed Ecr, e crearne uno nuovo. Per intestarselo.
Una mossa mediatica da rivendere in patria e uscire da trionfatore dopo la cacciata dal Ppe. E così lascia appesi i pretendenti, Salvini e Meloni, e il destino europeo della destra italiana. Spiazzandoli, visto che il matrimonio tra Orbà¡n e l’Ecr due giorni fa veniva già dato per fatto. Con un sospetto (molto fondato) in più: che l’abile premier ungherese flirti con entrambi gli italiani per tirare il prezzo con i polacchi in vista di un suo ingresso nell’Ecr. In termini di peso politico.
Meloni intanto, stando ai racconti dei suoi a Bruxelles, fa sapere che di sciogliere l’Ecr non se ne parla, ma che potrebbero entrare tutti, ungheresi e leghisti, nel gruppo Conservatore che esiste già . Ovvero il suo.
“Difficile pensare che i nostri 27 eurodeputati possano finire senza contraccolpi in un gruppo di una sessantina di conservatori”, spiega allora uno dei consiglieri più ascoltati da Salvini. Come dire: come minimo dovremmo esprimere il capogruppo. Ed eccoci daccapo: per i polacchi, ma anche per i sei di Fratelli d’Italia, è impensabile cedere il comando all’asse Lega-Fidesz.
“Il gruppo Ecr è la vera casa dei valori conservatori. Siamo sempre stati aperti a coloro che condividono i nostri valori e che considerano il gruppo Ecr come una possibile dimora politica”, sottolineano dunque i copresidenti del gruppo Ecr Raffaele Fitto e Ryszard Legutko nel tentativo di concludere in bellezza il corteggiamento a Orbà n lasciando fuori Salvini: con gli ungheresi, l’Ecr scavalcherebbe Verdi e Id diventando il quarto gruppo a Strasburgo.
Insomma, sono fasi di impasse nel derby della destra italiana in Europa e così Salvini interpellato a margine del suo processo a Catania, frena, rimanda, prende tempo: “Ho parlato con Orbà¡n, ma il mio tempo lo sto dedicando alla ricerca di vaccini e al decreto ristori. Ne riparleremo quando l’Italia sarà messa in sicurezza dal punto di vista della salute e del lavoro”.
Un attivismo ritrovato sul fronte europeo, quello di Salvini, che al momento sembra allontanare il progetto che stava molto a cuore all’ala più europeista della Lega, quella vicina al neo ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti: l’ingresso nel Ppe.
Uscito Orbà¡n, il capo leghista è ancora meno motivato a cambiare pelle e natura per entrare nella famiglia popolare. Che però in vista delle Europee del 2024 potrebbe avere bisogno dei parlamentari italiani vista l’emorragia di voti di Forza Italia e l’addio di Orbà¡n e del suo cospicuo pacchetto di preferenze.
Regalandole la patente di un centrodestra rispettabile in giro per il mondo. A patto che ci sia una leadership leghista che dimostri un convinto europeismo e una vera svolta moderata: magari proprio con Giorgetti.
(da “Huffingtonpost”)
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