Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
IN PASSATO UNA CONDANNA DA PARTE DELLA CORTE DEI CONTI E UN RISARCIMENTO DI 100.000 EURO ALLA RAI
Finito Sanremo, da domani i vertici della Rai dovranno iniziare a pensare al loro futuro: entro maggio va
approvato il Bilancio 2020, ma poi l’amministratore delegato Fabrizio Salvini e il presidente Vittorio Foa dovranno fare gli scatoloni.
Niente proroghe, nemmeno fino alla fine dell’emergenza pandemica, come hanno chiesto i partiti di maggioranza.
E allora, nel risiko delle 500 nomine che il governo Draghi dovrà fare in primavera, c’è anche la televisione pubblica. Dossier che scotta e su cui, da sempre, si scatenano gli appetiti dei partiti.
Al momento, Draghi e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno affidato a Giancarlo Giorgetti il dossier: il ministro leghista è stato incaricato di fare una fotografia sullo stato della Rai e muoversi a livello politico per il rinnovo dei vertici.
E così si è messa in moto la ragnatela di relazioni del vicesegretario della Lega che, insieme a Dario Franceschini e Gianni Letta, sta provando a trovare la quadra.
I dem vorrebbero piazzare uno tra Paolo Del Brocco (ad di Rai Cinema) o Tinny Andreatta (ex Rai Fiction) al posto di Salini come Ad, mentre per la presidenza anche Matteo Salvini si è convinto che Foa deve lasciare.
Per prendere il suo posto circolano tanti nomi ma Giorgetti e Letta spingono per far tornare in Rai l’ex direttore generale ai tempi del governo Berlusconi Mauro Masi. Sarebbe un nome gradito anche a Salvini per arginare Giorgia Meloni che da tempo ambisce a quella poltrona per Giampaolo Rossi.
E così Masi potrebbe essere la carta giusta: Giorgetti e Letta sanno che l’ex dg conosce ogni angolo di viale Mazzini. Masi, 79 anni, è stato da poco riconfermato al quarto mandato al vertice di Consap, la società partecipata dal Mef che fa l’assicuratore pubblico ma è cosa nota che l’ex dg ambisca a una poltrona più importante.
Tant’è che ieri su Italia Oggi ha firmato una sorta di manifesto sulla sua concezione di “servizio pubblico”. Il suo curriculum però non piacerà al M5S che si era già espresso contro la sua riconferma in Consap per una condanna per danno erariale della Corte dei Conti, confermata dalla Cassazione, per le dimissioni di due direttori: Masi ha risarcito la Rai con 100 mila euro.
Della carriere di Masi si ricorda la sua telefonata del 2011 ad Annozero per dissociarsi da Michele Santoro ma anche per le intercettazioni del Trani-gate in cui Berlusconi chiedeva a Masi e Giancarlo Innocenzi (Agcom) di “chiudere Santoro”. Per non parlare delle intercettazioni dello scandalo P4 tra lui e il faccendiere Bisignani in cui i due parlavano di programmi Rai. Storica una frase di Masi a Bisignani: “Se io metto Cicciolina che fa le p… a un toro la sera faccio il 30%…”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
ANNULLO AUTOMATICO DELLE PENDENZE: SE SEI UNA PERSONA ONESTA E LE MULTE LE PAGHI ORMAI IN ITALIA SEI UN FESSO, QUESTA E’ LA MORALE
È in arrivo una nuova pace fiscale (leggi condono) per bolli auto non pagati e multe arretrate.
La novità sarà contenuta nel decreto Sostegno, che il governo sta ultimando da diversi giorni con la fumata bianca che dovrebbe arrivare la prossima settimana, tra le tante altre misure che sono raccolte in un dl con una portata da decine di miliardi di euro.
La cancellazione delle pendenze avverrà per quelle relative al periodo tra il primo gennaio del 2000 e il 31 dicembre del 2015 entro una soglia massima per la cifra da riscuotere di 5mila euro .
La misura allargherebbe quella già varata dal primo governo Conte, che aveva previsto la cancellazione per le pendenze fino a mille euro che fossero relative al periodo 2000-2010.
Se la misura dovesse rientrare nel decreto Sostegno — è altamente probabile ma non certo — gli automobilisti che non hanno pagato il bollo o multe relativi al periodo identificato non dovranno fare nulla: i debiti con il fisco si cancelleranno automaticamente se inferiori alla cifra prestabilita.
Per quanto riguarda le cartelle superiori ai 5mila euro, il governo Draghi è al lavoro per una nuova rottamazione
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
“MOLTI DECISORI POLITICI, A LIVELLO SIA NAZIONALE CHE LOCALE, SONO STATI IRRESPONSABILI”
Non si può dire che Ricciardi non sia stato uno di quelli che ha richiesto un lockdown qualche settimana
fa.
Adesso che l’Italia si avvia ad essere “travolta” dalla terza ondata del Covid, Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, delinea lo scenario.
“Avevamo avvertito e non siamo stati ascoltati, e ora l’Italia si avvia a essere travolta da una terza ondata epidemica, resa più impetuosa dalla contagiosità delle varianti virali e dalla irresponsabile arrendevolezza di molti decisori politici, a livello sia nazionale sia locale, che anzichè anticipare il virus basando le decisioni sull’evidenza scientifica lo inseguono sulla base di fallaci opinioni o di pressioni di lobby di diversa tipologia”, afferma, prima di stigmatizzare valutazioni e giudizi in tema di vaccini forniti da soggetti incompetenti.
“Naturalmente, molti di loro avrebbero saputo negoziare molto meglio della più brava negoziatrice dell’Unione Europea e avrebbero acquistato o prodotto milioni di dosi in pochi giorni per vaccinare tutti gli italiani”, dice, puntando il dito anche contro colo che “avrebbero immediatamente comprato milioni di dosi di Sputnik, il vaccino russo e perchè no, anche di quello cinese, e a chi importa sapere dove e come vengono prodotti”.
Ce n’è anche per chi punterebbe sulla somministrazione di una sola dose di vaccino ad un numero più ampio di persone, rinviando la seconda dose: “Il primo ministro britannico, a detta dei più autorevoli scienziati di Sanità Pubblica inglesi, sta giocando d’azzardo. Dopo aver portato il Paese a una situazione drammatica con decisioni tardive e limitate, ha forzato le conoscenze e le competenze degli scienziati, correndo il rischio di dare a milioni di cittadini una copertura che non dura abbastanza e, al contempo, favorire l’emergere di nuove varianti virali ancora più aggressive”.
(da Globalist)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
TRE FESTE PRIVATE A MILANO, IN UNA PRESENTI 50 GIOVANI… 12 A ISCHIA, 16 A TORINO, 19 A GENOVA
Sabato sera movimentato in mezza Italia nonostante le restrizioni anti Covid. A Milano sono state tre le feste private in casa sospese dagli agenti della Polizia nelle ultime 24 ore. In una, alle 2 di notte, in pieno centro, erano presenti 50 persone, di età compresa tra i 19 e 26 anni, che stavano festeggiando con musica ad altro volume e alcolici.
Dodici giovani, tra cui 4 minorenni, sono stati sorpresi dai carabinieri a festeggiare in un hotel di Forio a Ischia, alla vigilia della zona rossa in Campania, con musica e buffet, per il 18esimo compleanno di uno di loro, mentre altre feste private sono state scoperte, e i partecipanti sanzionati, a Bologna.
A Torino sono sedici le persone identificate da carabinieri durante un party in un locale di via Lanzo, nella periferia nord della città .
Qui i giovani, tra i 20 e 25 anni, si erano dati appuntamento tramite un passa parola sulla piattaforma criptata Telegram. All’arrivo dei militari dell’Arma gli organizzatori hanno spento musica e luci, mentre i ragazzi hanno cercato di fuggire. Per gli identificati (tutti privi di mascherina) scatteranno ora le sanzioni per violazione della normativa anti Covid.
Un’altra festa clandestina ieri sera è stata scoperta in pieno centro storico anche a Genova. Le volanti della polizia sono intervenute presso un affittacamere dove 19 persone, di cui tre minorenni, stavano partecipando a un party senza rispettare alcuna norma anti covid.
I giovani sono stati tutti sanzionati secondo quanto previsto dai decreti governativi. È al vaglio degli investigatori la posizione del proprietario dell’appartamento.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
“SONO LA PRIMA DONNA A FARE UN LAVORO DI FATICA TRA I CONTAINER”
Esiste il termine ‘camalla’? “Non lo so. Però io sono la prima donna a fare un lavoro di fatica, nel porto di
Genova”. Sara Cabella, 23 anni: rizzatrice. “Devo fissare la merce a bordo delle navi. Container, auto, camion, pezzi di aereo, di treno. Una volta anche di un luna park”.
Solleva aste di ferro che pesano 20 chili e sono lunghe 2 metri e mezzo. “Se perdi l’equilibrio, finisci in mare”. Ha cominciato 3 anni fa.
“Ero magra come un chiodo, venivo da una delusione d’amore. Il giorno del colloquio nevicava, avevo 39° di febbre”.
Diplomata in logistica portuale. “Mi hanno chiesto: ‘Ma sei sicura?’. Nessun problema”. Da adolescente faceva ginnastica artistica. “E poi ho messo su un po’ di muscoli, ora peso 60 chili”.
Tonnellate di pregiudizi. “Molti mi guardavano con sufficienza: queste non sono cose da femmina. Ma la maggior parte mi ha aiutato ad inserirmi. Ora sono una di loro”.
C’era un tizio che la molestava, lei l’ha detto agli altri. “Non lavora più con noi. E io mi sono fidanzata con Giambattista, che era nella mia squadra”.
Durante la pandemìa si è comprata una piccola casa sulle alture: ci vive col ragazzo e John, un pit-bull che ha riscattato al canile. “L’ultimo anno è volato in fretta: le navi erano piene di roba”.
(da Repubblica)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
I GIUDICI HANNO DETTO NO ALLA PRETESTUOSA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE
«Sono una vittima del sistema politico, in Russia marcirei in cella senza aver commesso alcun reato». I giudici della corte d’Appello di Catania hanno negato la richiesta di estradizione di Mosca nei confronti di Maxim Bakhtin, 46 anni, che potrà così rimanere in Italia grazie a una protezione sussidiaria internazionale e a un permesso di soggiorno di cinque anni.
Ci sono elementi da spy story in ciò che è accaduto al docente universitario russo, arrestato in Sicilia nel 2020: su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale, con le accuse di truffa e appropriazione indebita, per fatti che risalivano a sette anni prima. Ma la verità , stando al docente russo, è nascosta nella sua candidatura nel 2016 alla Duma di Mosca, il Parlamento della città , col partito “Russia giusta”, in contrapposizione a “Russia unita”, partito di maggioranza nel governo del Cremlino.
Ma andiamo con ordine. Nel 2013 Bakhtin insegnava Storia e Filosofia nella sede distaccata di una università privata di Mosca.
Assieme ad altri docenti avrebbe dovuto tenere un corso per il quale gli studenti avevano pagato le quote d’iscrizione (in tutto 15mila euro) «direttamente all’università – sostiene – non a me».
Ma il corso non si tenne. «Io non percepii denaro – racconta Bakhtin – nè nessuno me ne chiese conto». La sede dell’ateneo, dopo qualche mese, chiuse e finì anche il suo rapporto di lavoro.
Nel 2016 Maxim Bakhtin, da sempre appassionato di politica, decise di candidarsi alla Duma di Mosca nelle file del partito anti-Putin. E lì cominciarono i guai.
«Un mese prima delle elezioni – sostiene – ricevetti minacce telefoniche perchè ritirassi la mia candidatura. Una settimana prima del voto, la polizia venne a casa mia con il pretesto di effettuare controlli». Bakhtin non fu eletto, piazzandosi terzo nella sua lista, ma capì che era meglio “cambiare aria”: «Temevo il carcere, così andai via dalla Russia nel settembre 2017».
Ha lasciato tre figli e l’ex moglie, rimasti a Mosca, e ha girato per un po’ l’Europa: Francia, Spagna, Germania. Poi è andato in Tunisia e successivamente è approdato in Italia. «Ero affascinato dalla Sicilia – dice – e ho scelto Siracusa, città in cui mi sono trasferito nel 2020».
Ha partecipato a seminari di studio su storia e filosofia, collaborando con docenti italiani. A febbraio del 2020 il tribunale distrettuale di Kuzhminsk, a Mosca, ha emesso un mandato di arresto e la richiesta di estradizione nei suoi confronti.
Il docente, che rischia sei anni di carcere, è stato arrestato dalla polizia ferroviaria nel maggio 2020, mentre andava da Siracusa a Taormina, e condotto in carcere a Catania. «Il nostro assistito – spiegano i suoi legali, Salvatore Di Fede e Paolo Occhipinti – è ancora in attesa di un processo. È stata chiesta una misura cautelare a sette anni di distanza dai fatti per i quali è accusato, eppure ha girato liberamente in Russia fino al 2017».
Dopo essere stato scarcerato, ha avuto l’obbligo di firma e si è spostato nel Ragusano: Donnalucata, Modica, Scicli e ora è a Ragusa Ibla. Ha il permesso di soggiorno ma ha chiesto asilo politico. «Cercavano una scusa – dice Bakhtin – per sbattermi in galera. I soldi non c’entravano nulla: sono perseguitato per motivi politici». Nel suo futuro c’è l’Italia. «Mi piacerebbe lavorare in una università – conclude – e continuare e dedicarmi ai miei studi».
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
IL SUPERTESTE ACCUSA L’ATTUALE CAPOGRUPPO DELLA LEGA IN REGIONE LAZIO, ANGELO TRIPODI… I VERBALI DI INTERROGATORIO E L’INCONTRO NELL’INCHIESTA “RESET”
Accuse a Giorgia Meloni e non solo. Dagli atti d’indagine dell’inchiesta “Reset”, che a Latina venti giorni fa
ha portato all’arresto di 19 esponenti del clan di origine nomade Travali, emergono anche altre dichiarazioni fatte dal pentito Agostino Riccardo sui big della politica.
Il collaboratore di giustizia, le cui rivelazioni da tre anni sono al centro di delicate inchieste, arresti, processi e condanne per quella che viene considerata la mafia pontina legata ai Casamonica di Roma, ha sostenuto di aver incontrato la leader di Fratelli d’Italia insieme all’ex deputato Pasquale Maietta, di aver avuto 35mila euro da quest’ultima, tramite un uomo di fiducia, per la campagna elettorale che portò all’elezione alla Camera dello stesso Maietta, ma ha anche parlato dell’attuale capogruppo della Lega in Regione, Angelo Tripodi.
Il pentito ha riferito ai magistrati della Dda di Roma di un faccia a faccia con l’esponente del partito di Matteo Salvini dopo le elezioni comunali del 2016 nel capoluogo pontino, quando l’attuale consigliere regionale, candidato a sindaco con Forza Nuova, La Destra e alcune civiche, venne sconfitto.
“Tripodi puntava al consiglio regionale del Lazio – ha affermato Riccardo – dicendo che aveva un milione di euro da destinare all’acquisto dei voti ” .
Il pentito ha poi assicurato: “Lo disse a me nel 2016 dopo che perse le elezioni comunali”. Già nell’inchiesta antimafia denominata ” Alba Pontina”, relativa al clan Di Silvio, era spuntato fuori il nome di Tripodi.
Era emerso che alcuni esponenti delle famiglie di origine nomade, in occasione delle comunali 2016, avrebbero acquistato voti per lui, chiedendo agli elettori di indicare come preferenza quella per il capolista di una delle civiche che lo sostenevano, Roberto Bergamo.
Su quest’ultima vicenda il giudice Angelo Giannetti ha rinviato a giudizio Angelo Morelli, detto Calo, esponente dell’omonima famiglia di origine nomade, lo stesso imprenditore Bergamo, e uno straniero, Ismail El Ghayesh. Bergamo e Morelli, secondo l’Antimafia, avrebbero promesso agli elettori 30 euro per ogni voto, che sarebbe andato tanto all’imprenditore quanto all’attuale esponente della Lega.
El Ghayesh avrebbe invece cercato di estorcere denaro a un giovane a cui aveva venduto cocaina e lo avrebbe costretto, accompagnandolo al seggio, a votare per Tripodi e a esprimere la preferenza per Bergamo.
” In alcuni casi – ha sostenuto sempre Riccardo all’Antimafia – i voti venivano procurati a titolo di pagamento di debiti per droga. Se qualcuno aveva un debito di droga, invece di pagare in contanti procurava voti per noi in quel periodo”.
E ha infine dichiarato che nel 2016, in occasione delle comunali a Latina, il clan acquistò voti anche per un candidato di Cuori Italiani, Andrea Fanti, da cui ricevettero 5mila euro, e per un candidato di Forza Italia, in cambio di 8mila euro: ” Non volle che ci occupassimo dei manifesti ma solo dei voti”.
Quest’ultimo candidato viene indicato in Giorgio Ialongo, eletto “con circa mille voti”. E tra i consiglieri eletti c’è Ialongo, ottenne poco più di mille voti, di recente passato a FdI.
(da “LaRepubblica”)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
I GIORNALISTI PUBBLICANO NOTIZIE E DOCUMENTI, SE A QUALCUNO NON PIACE CHIEDA LA CITTADINANZA UNGHERESE DOVE C’E’ LA CENSURA CHE TANTO PIACE AI SOVRANISTI
E’ successo di nuovo: è bastato riportare con precisione e rigore professionale gli atti di una scottante inchiesta sul clan nomade di Latina per scatenare gli istinti peggiori della rete.
Questa volta ad essere preso di mira è il giornalista di Repubblica Clemente Pistilli, autore ieri mattina di un’inchiesta scoop sui contatti tra il leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e il clan nomade di Latina.
L’articolo riassume le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Agostino Riccardo, pentito del clan Di Silvio; alcuni dei suoi verbali sono allegati agli atti dell’inchiesta “Reset” che pochi giorni fa ha portato all’arresto di numerosi esponenti del sodalizio criminale locale e messo nuovamente in luce le anomalie della campagna elettorale per le amministrative del 2016 a Latina.
“Tu, piccolo pezzo di fango inutile, non puoi che scrivere per Repubblica, un giornale che è paragonabile ad una montagna di merda; voi inutili schiavi siete convinti di essere al di sopra del giudizio popolare; vi fate scudo del consenso di quei quattro minkioni che ancora leggono la fogna di giornale per cui scrivi, atteggiandovi a giornalisti; e invece siete solo una manica di falliti…!!!”
“Ma che giornalista (minuscolo) sei? Ma riprenditi”
“Come non ti vergogni non lo so. Sei un giornalaio. Ma non ti preoccupare, presto arriverà anche il tuo conto da pagare, tempo è galantuomo”.
Queste sono solo alcune delle molte frasi di insulti e minacce apparse sul profilo Facebook di Clemente Pistilli sotto al post che riprende l’articolo uscito sull’edizione on line di Repubblica.
“In passato queste frasi le leggevi sotto ai post di notizie sulla criminalità comune o giù di lì, adesso capita sempre più spesso quando scrivi di politica, specie se in riferimento a indagini giudiziarie. — dice Pistilli — Succede che si apre subito una gogna social, con insulti molto pesanti e minacce; vengono sfruttati tutti i canali possibili e sembra che sia proprio una batteria organizzata. Ciò ovviamente sempre condito dall’annuncio di querela da parte del politico interessato. Un automatismo che si unisce al tifo di quella parte politica”.
Il comitato di redazione e tutti i giornalisti di Repubblica respingono al mittente con fermezza e indignazione le minacce e gli insulti che hanno preso di mira il nostro cronista Clemente Pistilli, autore dello scoop sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia del clan Di Silvio, Agostino Riccardo, riguardanti presunti contatti fra esponenti del clan di Latina e la leader di Fratelli d’italia, Giorgia Meloni. Il Cdr esprime a Clemente la solidarietà convinta di tutti noi e ricorda che nessuna intimidazione potrà fermare il rigoroso lavoro di ricerca e racconto dei fatti che caratterizza da sempre Repubblica e i suoi giornalisti.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2021 Riccardo Fucile
QUALCUNO SPERA IN UN SUO RIPENSAMENTO, I BIG STANNO ORGANIZZANDO L’ALTERNATIVA
«Preside’ hai fatto bene ad andartene». «Preside’ troppo hai resistito in quel covo di vipere». Nicola
Zingaretti si è appena congedato da Sergio Mattarella, cui ha fatto da Cicerone nella Nuvola di Fuksas trasformata dalla sua Regione in un grande hub vaccinale. Mancano pochi minuti alle 11, per le strade dell’Eur c’è poca gente e l’ormai ex segretario Pd sta andando a prendere il caffè in un bar lì vicino.
Nonostante la mascherina, in tanti lo riconoscono, dai finestrini abbassati gli urlano parole di incoraggiamento. Un calore mai avvertito, neanche dopo aver vinto le primarie, che ricompensa l’amarezza delle ultime settimane, culminata nel clamoroso «mi vergogno» pronunciato per annunciare le dimissioni.
Non ci ha ripensato, Zingaretti. O almeno «non ancora», confidano i suoi, tuttora fiduciosi di fargli cambiare idea. Convinti che il pressing dei circoli, gli appelli delle federazioni regionali, la marea di militanti che scrivono o chiamano per chiedergli di restare possano prima o poi aprire una breccia.
Far vacillare il muro che per adesso sembra resistere a ogni sollecitazione: «Io ho fatto il mio, ora tocca a voi», ha risposto il governatore del Lazio ai tanti che anche ieri hanno provato a sondarlo.
Non solo per la spericolatezza della manovra: a dieci giorni dall’addio dovrebbe farsi confermare o farsi eleggere in assemblea, come se nulla fosse successo, col rischio di perdere la faccia dopo il pesante j’accuse che ha accompagnato la sua uscita di scena.
Il problema è pure che lo stato maggiore del partito non l’ha presa bene: dipingere il Pd come una sentina di veleni, popolato da dirigenti che pensano soltanto alle poltrone, ha fatto calare il gelo intorno a lui. Rendendo complicato un eventuale ritorno. Contro il quale, però, viste le difficoltà del momento, nessuno opporrebbe resistenza, anzi. «Sarebbe una cosa positiva, forse la soluzione migliore», spiega uno fra i più autorevoli avversari interni.
Una delle poche strade per evitare il caos, lo scontro fra correnti che si sta già materializzando nei primi pour parler per individuare il successore.
L’assemblea nazionale, che salvo rinvio si terrà sabato e domenica, ha difatti solo due opzioni davanti: eleggere il segretario che guiderà il Pd sino al 2023; oppure indire il congresso, che tuttavia la pandemia rende impraticabile.
Precluso per lo meno fino alla prossima primavera: a ottobre ci sono le amministrative, nel febbraio successivo si elegge il presidente della Repubblica. Avviare un confronto di 4-5 mesi (tanto quando dura l’iter che porta alle primarie) a cavallo di scadenze tanto importanti è giudicato da tutti una follia.
Non resta dunque che concentrarsi sul post-Zingaretti, sempre che lui non decida di rientrare in campo. Come i suoi sperano, tanto da aver già predisposto una strategia per l’assemblea: proporre in apertura un ordine del giorno per chiedere al segretario di tornare. Se l’80-90% voterà a favore, lui non potrebbe tirarsi indietro.
Presenterebbe un documento politico di rottura. E nessuno potrebbe obiettare nulla. Lo dice chiaro l’ex ministro Boccia: «Ora decide l’assemblea, non quattro capicorrente». E lo lascia intendere lo stesso Zingaretti, a margine di una visita a Termini: «Nel Pd da mesi sentiamo una voglia di dibattito che però si è risolta in un martellamento quotidiano. Mi auguro che questo momento aiuterà a fare chiarezza».
In attesa di capire come finirà , i big del Pd stanno tuttavia organizzando un’alternativa. D’accordo sul fatto che il prossimo leader non potrà essere debole nè di transizione, ma una figura autorevole, capace di parlare con Draghi, fare il controcanto a Salvini, reggere la competizione con Conte.
Pescare fra le seconde file sarebbe un suicidio. Spiega infatti Dario Franceschini ai suoi: «Non possiamo pensare a soluzioni ballerine, provvisorie, serve un segretario forte, con la maggioranza più larga possibile, che guidi il partito almeno per un anno». Meglio ancora «se condiviso», aggiungono da Base riformista. Identikit che per molti corrisponde a quello di Enrico Letta. Il quale avrebbe un’unica controindicazione: non è una donna, come i più vorrebbero.
(da “La Repubblica”)
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