QUESTO MELONELLUM NON S’HA DA FARE! È SCAZZO APERTO TRA FRATELLI D’ITALIA E LEGA SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE, SBARCATA IN AULA A MONTECITORIO
LEGHISTI DISERTANO IN MASSA IL DIBATTITO PARLAMENTARE MENTRE IL FEDELISSIMO DELLA DUCETTA, IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA GALEAZZO BIGNAMI, RILANCIA SULLE PREFERENZE (“VOGLIAMO PRESENTARE UN EMENDAMENTO UNITARIO”)
La legge elettorale arriva a Montecitorio e negli scranni della destra è deserto dei tartari. Gianni
Cuperlo canzona il relatore di maggioranza Alessandro Urzì (FdI): «T’hanno rimasto solo». Riccardo Magi, di +Europa, relatore di minoranza, attacca alzo zero: la legge è «un colpo di stato mite», va «oltre allo scempio, oltre la Legge
Truffa» (1953, ndr), si ispira alla «legge Acerbo del 1923, trasforma una minoranza del paese in una maggioranza in Parlamento, è una legge profondamente plebiscitaria».
Esibisce un manifesto, è il facsimile della futura scheda elettorale. Ma c’è scritto: «Il tuo voto non conta», ce l’ha con le liste bloccate. Lo straccia: «State stracciando la Costituzione». Espulso.
Le opposizioni intervengono in batteria: contestano tutto, perché la legge è «inemendabile», dice Federico Fornaro (Pd), «dall’indicazione del premier sulla scheda, che ripropone surrettiziamente il premierato incidendo sulle prerogative del presidente della Repubblica, ai dubbi di costituzionalità sul premio di maggioranza in misura fissa, sulle liste bloccate che raddoppiano e sul premio nazionale al Senato».
Ma il dato politico della giornata è l’ennesima faglia che si apre nella maggioranza. In aula non c’è un leghista. Certo, nella discussione generale di una legge non c’è mai il pienone. Ma stavolta della Lega non c’è neanche il deputato di turno, neanche pro forma. Le opposizioni lo fanno notare in aula. I cronisti poi in Transatlantico.
Casellati fa finta di niente: «Oggi era più un dibattito per l’opposizione. Siamo tutti d’accordo sul testo». Invece un deputato leghista, raggiunto al telefono, sibila: «È la legge Meloni, se la difendano i suoi, no?
La verità è che la Lega, in caduta verticale di consensi, pagherà duramente la cancellazione dei collegi uninominali. Non fa il Papeete, ma si mette per traverso. I leghisti avvisano che la legge non sarà approvata in via definitiva prima dell’estate. Anche perché sono irritati dalle voci di voto anticipato alla primavera 2027. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già detto no: c’è ancora l’autonomia differenziata da portare a casa, e «per chiudere positivamente l’iter parlamentare non si può votare ad aprile».
Insomma, è certo solo che la legge passerà alla Camera. Secondo il capogruppo FdI, Galeazzo Bignami, non servirà il voto di fiducia: «Abbiamo avviato la discussione generale per consentire già nella settimana del 6 luglio una valutazione dell’aula del testo e degli emendamenti, per chiudere entro la metà di luglio», dice.
Dunque si riparte in aula il 6 luglio, o il 7 (lo deciderà la riunione dei capigruppo del primo del mese). Bignami aggiunge: «Stiamo cercando di presentare un emendamento unitario anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani di poter indicare le preferenze». Ma sono solo parole a favore di telecamere: Lega e FI non le vogliono. E neanche FdI, anche se deve fingere il contrario.
(da agenzie)
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