Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA HA FRETTA, STRETTO TRA IL GOVERNISTA GIORGETTI E LA CONCORRENZA DELA MELONI
Matteo Salvini non ne vuole proprio sapere di tenere un profilo basso, come piacerebbe a Mario Draghi.
D’altra parte, se sei “stretto” a destra da Giorgia Meloni e a “sinistra” da Giancarlo Giorgetti (GG per gli amici), è difficile fare diversamente.
Ma ai piani alti di via Bellerio spiegano anche con altre ragioni questa loquacità del capitano leghista, a dispetto anche del “cicchetto” che già una volta si è beccato dal premier: “Punta alle elezioni tra un anno, subito dopo l’elezione del presidente della Repubblica”, dicono senza troppi giri di parole.
E sarebbe ben contento, aggiungono, se al Quirinale andasse proprio Mario Draghi (ma non ditelo a Berlusconi con il quale c’era già stata una mezza promessa; di “morire” per Silvio però a via Bellerio non ne hanno più voglia).
Insomma, al di là dei diversi stili di comunicazione, Salvini con Draghi si sta trovando bene, spiegano i fedelissimi di Matteo e non gli dispiacerebbe affatto ritrovarselo presidente della Repubblica.
Ma c’è anche un’altra ragione, molto più importante della mera stima reciproca: avere un buon rapporto con il Quirinale, cioè con colui che può dare o non dare l’incarico di formare un governo è fondamentale per le ambizioni future del leader leghista.
Ormai, almeno con la cerchia più stretta dei collaboratori, non ne fa più mistero: vuole fortissimamente fare il presidente del Consiglio. Meglio se già tra un anno.
Dopo che l’ex numero della Bce gli avrà tolto le castagne dal fuoco su vaccini e Recovery e messo in sicurezza il Paese. A quel punto sarà tutto più facile.
(da TPI)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
LO SCANDALO CONTINUA DOPO 50 ANNI… PER 183 CHILOMETRI CI SONO VOLUTI 36 ANNI DALL’APPALTO ALL’ULTIMA CERIMONIA
Stop and go. Accelerazione e frenata. La storia della Palermo-Messina è un rosario di aperture e chiusure: e dire che per costruire questi 183 chilometri di anni ce ne sono voluti 36, volendo considerare il tempo trascorso fra l’assegnazione dell’appalto e l’ultima inaugurazione. L’ultima, perchè in realtà di nastri su questa striscia di asfalto ne sono stati tagliati tanti: solo Silvio Berlusconi, che all’inizio del secolo s’intestardì a volerne consegnare la paternità alla storia, sorrise in camera due volte in pochi mesi, ma prima di lui c’erano state ben 14 celebrazioni.
Perchè, da quelle parti, il catalogo delle inaugurazioni è lungo: una nel 1972, poi tre nel 1973, altrettante l’anno successivo, due nel 1977 e una nel 1978, poi un altro spicciolo presentato nel 1988 e infine l’inaugurazione del 1992, quella del 1998 e le due finali, di Natale 2004 ed estate 2005.
Perchè, nell’era del 61 a 0, Berlusconi e il suo plenipotenziario Gianfranco Miccichè si erano fissati con l’incompiuta per antonomasia: “C’erano questi ultimi 40 chilometri – ricorda l’assessore regionale ai Lavori pubblici dell’epoca, Guglielmo Scammacca della Bruca – e si fece un forcing per rispettare i tempi. Era difficile: tutto gallerie e viadotti, quasi nulla di strada normale”.
Il risultato fu appunto una doppia inaugurazione: Berlusconi tagliò il nastro di un’autostrada che aveva uno svincolo, quello oggi soppresso a Furiano, attivo in una sola direzione.
Ma non solo: nonostante l’accordo fra i sindacati e il Consorzio Messina-Palermo, per lavorare anche di notte, alla fine in alcune gallerie mancavano gli impianti. “Accelerarono tanto sull’inaugurazione – sorride Scammacca – che io non potei essere presente”. In luglio, così, ci fu una nuova passerella: apertura di tutta l’autostrada, celebrazioni e una volata per le Politiche dell’anno successivo.
Subito dopo l’inaugurazione, però, vennero alla luce i problemi: già nel 2006 la procura di Mistretta evocò il rischio “di incidenti di vaste proporzioni” nelle gallerie, considerate sprovviste di dispositivi standard di sicurezza come l’illuminazione, le vie di fuga, gli aeratori, le colonnine per l’sos e così via.
Era il convitato di pietra che iniziava a manifestarsi: nel 2008 finì nelle carte giudiziarie una fornitura di calcestruzzo scadente per la galleria Cozzo Minneria, all’altezza di Castelbuono, nel 2011 scattò il sequestro per le gallerie Tindari e Capo d’Orlando e nel 2012 caddero calcinacci nel tunnel di Tindari e in quello di Caronia. “Quei pezzi di calcestruzzo – annotò all’epoca l’assessore ai Lavori pubblici Pier Carmelo Russo, additando l’accelerazione del decennio precedente – avrebbero dovuto essere rimossi in fase esecutiva”.
Così si arriva al presente: l’anno scorso il ministero dei Trasporti ha contestato al Consorzio autostrade siciliano 800 irregolarità (che riguardano però anche la Messina-Catania), e per rispondere a quelle contestazioni sono partiti da agosto diversi interventi. Diciassette riguardano una parte dei cavalcavia finiti sotto sequestro ieri, mentre in tre casi si stanno conducendo carotaggi sulla struttura (si tratta dei ponti numero 6, 9 e 10): il rischio è che adesso i lavori rallentino per la transizione dovuta all’inchiesta.
“Il Consorzio autostrade – osserva l’assessore regionale alle Infrastrutture, Marco Falcone – paga il prezzo di anni senza bussola con ricadute sui servizi ai cittadini. Oggi proprio il raffronto con l’eredità del passato ci consente di apprezzare l’inversione di tendenza. L’ente fornirà una relazione tempestiva”. In fretta: perchè il paradosso dell’opera-simbolo della lentezza è che si va sempre veloci. Pagando il prezzo di una frenata troppo brusca.
(da “La Repubbica”)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE ANNUALE PUNTA L’INDICE CONTRO LA SANITA’ E IL FALLIMENTO DI ALISA CON UN DISAVANZO PEGGIORE D’ITALIA DOPO IL MOLISE
Un disavanzo complessivo di 64 milioni di euro. Con queste cifre la Regione Liguria ha chiuso il 2019. E
per la Procura Regionale della Corte dei Conti ” è il peggiore disavanzo d’Italia, secondo soltanto a quello del Molise”. Un buco per buona parte determinato dal ” fallimento del sistema sanitario della Liguria”. Su questo si impernia metà della relazione stilata dalla magistratura contabile in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che per il 2021 si tiene in remoto. Lo scorso anno era saltata, sempre per l’imperversare della pandemia
C’è di più nelle 103 pagine scritte dal Procuratore Regionale Claudio Mori: nessun ente sanitario regionale nel 2019 ha chiuso l’esercizio con utili. Tutt’altro. La mobilità extra- regionale ha un indice negativo per 71 milioni di euro, superiore a quella del 2018 che era di 58 milioni. Parliamo della fuga di pazienti verso le altre regioni, di liguri che si fanno curare fuori; di soldi che la Regione Liguria paga a Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana
Eppure la giunta regionale, presieduta da Giovanni Toti, sentita la commissione consiliare competente per materia, ha approvato un piano di efficientamento del Servizio Sanitario Regionale ” finalizzato ad ottenere, entro il 31 dicembre 2022, il pareggio dei bilanci delle Asl e degli ospedali (legge di stabilità della Regione Liguria), garantendo l’efficacia nell’erogazione dei Lea”. I Livelli Essenziali di Assistenza
Un dèjà – vu. Scrive la Corte dei Conti che ” il piano prevedeva una progressiva riduzione delle perdite totali rispetto al risultato dell’esercizio già nel 2015″. In quell’anno ( il centrodestra vinse le elezioni contro il centrosinistra) il buco era di 102 milioni di euro e sarebbe dovuto essere coperto entro il 2019
Così non è stato. Anche se per la Regione ” il punto di forza del piano era rappresentato dalla istituzione dell’Agenzia Ligure Sanitaria — istituita con la legge regionale n. 17/2016 — nuova azienda con funzioni di programmazione sanitaria e sociosanitaria, coordinamento, indirizzo e governance delle Asl e degli altri Enti del servizio sanitario regionale”.
All’agenzia è stata affidata l’impostazione della riduzione dei costi, mettendo in piedi la Centrale Unica degli Acquisti: ” una gestione accentrata che avrebbe dovuto garantire, anche puntando sulla realizzazione di economie di scala, risparmi di spesa. Ma la Procura della Corte dei Conti afferma: “Alisa non è riuscita a conseguire gli obiettivi”. ” Ed i risultati consolidati del servizio regionale per gli anni 2017-2019 sono stati tutti con il segno negativo: 56 milioni nel 2017, nel 2018 ben 56 milioni e 64 milioni di euro nel 2019″
Quindi, gli obiettivi programmati non sono stati raggiunti. ” Tuttavia — scrive il Procuratore Regionale — è fondamentale, a questo proposito, che ne vengano misurati gli scostamenti, analizzate le cause e vengano predisposte le misure correttive”. E però l’ex direttore generale di Alisa ( il commissario straordinario Walter Locatelli decaduto il 31 dicembre scorso) e quelli delle aziende sanitarie hanno avuto le retribuzioni accessorie, cioè i premi per il raggiungimento degli obiettivi. La Procura si domanda se, per il raggiungimento del pareggio del conto economico consolidato sanitario, siano stati dati precisi obiettivi in tal senso ai direttori generali… tenuto conto del mancato raggiungimento…”.
La penultima bacchettata della Corte dei Conti è sulle ” unità aggiuntive nella pianta organica di Alisa… con sottrazione di personale regionale dalla Regione o dagli enti del servizio regionale…”. Poi c’è “l’elevato stock di residui passivi della Regione nei confronti degli enti del servizio sanitario, pari a 497 milioni e 172 mila euro”. Anche se la Regione imputa tale sofferenza ” ai ritardi nelle erogazioni ed agli inadempimenti dello Stato”. Risposta che, a parere della Procura, ” non risulta del tutto attendibile, ma, soprattutto, credibile”.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
“I SOLDI CONSEGNATI IN CONTANTI DENTRO UNA BUSTA DEL PANE DAVANTI AL DISTRIBUTORE AL BAR SHANGRI-LA ALL’EUR… L’UOMO E’ IL SEGRETARIO DELLA MELONI CHE CI SALUTO’ DICENDO: “IO A VOI NUN VE CONOSCO, NON V’HO DATO GNENTE”
“Maietta ha detto alla Meloni che c’era bisogno di pagare i ragazzi presenti per la campagna elettorale e la Meloni ha risposto: ‘Dì a questi ragazzi che ne parlino con il mio segretario’ “.
Quei ragazzi erano quelli di un clan di Latina. Un clan che la Dda di Roma considera mafioso.
E’ un’accusa pesante quella fatta dal collaboratore di giustizia Agostino Riccardo davanti ai pm antimafia romani, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, da tre anni impegnati in una serie di indagini su alcune famiglie di origine nomade radicate nel capoluogo pontino, legate a doppio filo ai Casamonica, e che per gli inquirenti hanno messo su delle vere e proprie associazioni per delinquere di stampo mafioso.
Inchieste in cui a più riprese sono emersi rapporti tra pezzi di politica e malavita e che ora vedono un pentito tirare in ballo la stessa presidente di Fratelli d’Italia, sostenendo che nel 2013 fece avere al clan
Travali, colpito nei giorni scorsi da 19 arresti, 35mila euro per comprare voti e attaccare manifesti a favore di quello che all’epoca era l’astro nascente del partito, Pasquale Maietta, commercialista, ex presidente del Latina Calcio ed ex tesoriere alla Camera di FdI, amico di vecchia data del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, coinvolto nell’inchiesta “Don’t touch”, relativa all’organizzazione criminale messa in piedi da quest’ultimo, imputato nel processo “Olimpia”, relativo a tre organizzazioni criminali che sarebbero state costituite nel capoluogo pontino all’ombra del Comune quando era sindaco il collega di partito ed ex consigliere regionale Giovanni Di Giorgi, e imputato nel processo “Arpalo”, per cui venne anche arrestato, incentrato su un vasto giro di denaro frutto di evasione fiscale riciclato in Svizzera.
In passato Riccardo e Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, anche lui diventato collaboratore di giustizia, parlarono dei servizi di attacchinaggio e della compravendita di voti di cui a Latina i clan di origine nomade si erano occupati a favore, oltre che di Maietta e di Di Giorgi, di Matteo Adinolfi, attuale eurodeputato della Lega, di Gina Cetrone, ex consigliera regionale del Pdl, passata poi a Cambiamo di Giovanni Toti, arrestata per tali vicende e attualmente imputata, di Nicola Calandrini, attuale senatore di FdI, e di Angelo Tripodi, attualmente capogruppo della Lega alla Regione Lazio.
Dai verbali spuntati fuori con le ultime inchieste emerge ora anche il nome della Meloni, che nel 2018 è stata rieletta alla Camera con il centro-destra nel collegio uninominale di Latina.
“Nel 2013 – ha dichiarato Riccardo ai pm Fasanelli e Spinelli – alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini”.
Tutti componenti del clan Travali, più volte coinvolti in vicende di estorsione, armi e violenze. “Maietta – ha precisato il pentito – ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonchè del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”.
Nel 2013 il commercialista pontino fece effettivamente ingresso alla Camera dopo che la Meloni e Fabio Rampelli, storico esponente della destra, tra i fondatori di FdI e attuale vice presidente della Camera, optarono per altri collegi.
A tal proposito inoltre, durante il processo “Alba Pontina”, relativo all’organizzazione mafiosa che sarebbe stata costituita a Latina dalla fazione di Campo Boario dei Di Silvio, lo stesso Riccardo ha sostenuto: “Maietta nel 2013 entrò alla Camera dei deputati dopo che noi minacciammo pesantemente Fabio Rampelli, costringendolo a optare per l’elezione in un altro collegio e a liberare così il posto”. Circostanza sempre smentita dal vice presidente della Camera.
Tornando all’incontro che alcuni membri del clan avrebbero avuto con la presidente di FdI, il collaboratore di giustizia ha poi affermato che Maietta disse alla Meloni che quei ragazzi, quelli del clan Travali, dovevano essere pagati e che lei rispose di parlarne con il suo segretario.
“Il segretario in disparte – ha evidenziato il pentito – e solo io e il mio gruppo presenti, ci ha detto: ‘Senza che usiamo i telefoni diamoci un appuntamento presso il Caffè Shangri-la a Roma’. Noi abbiamo detto che allo Shangri-la era complicato arrivarci, per cui ha detto di vederci al distributore che è ubicato dall’altra parte della strada, all’altezza dello Shangri-la. Ci ha detto di aspettare in un parcheggio lì vicino entro le ore 12”.
Il racconto si fa dettagliato: “Lui è arrivato da una strada interna e da quelle parti c’è il centro commerciale Euroma 2, e ci ha portato all’interno di una busta del pane 35mila contanti. Prima di andare via ci disse: ‘Mi raccomando, io non vi conosco. Non vi ho mai dato niente’. Noi lo rassicurammo in tal senso.
Era venuto con una Volkswagen berlina, la stessa vettura con la quale aveva accompagnato la Meloni a Latina”.
Infine Riccardo ha assicurato ai due magistrati antimafia: “Sono in grado di riconoscere questa persona”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
IL 61% DEI BONUS NON HANNO CREATO LAVORO PER BABYSITTER MA SONO STATI DIROTTATI DALLE FAMIGLIE AI NONNI (CHE LO AVREBBERO FATTO COMUNQUE)… UN COMPENSO DI 1.200 EURO, UN TOTALE DI 664 MILIONI PER FAVORIRE I FURBETTI
Nel pieno della pandemia del Coronavirus, quando le scuole sono state chiuse dall’oggi al domani, sono
stati i nonni e le nonne a prendersi cura dei bambini, dei loro nipoti. Senza pensarci un attimo, nonostante fossero la categoria più a rischio, più esposta al Covid. L’Inps, infatti, elaborando i dati del bonus babysitter — un sostegno economico fortemente voluto dal governo Conte II per venire incontro alle famiglie che all’improvviso si sono trovate asili e scuole chiuse — ha scoperto che il 61% dei beneficiari ha oltre 60 anni.
Su 556.348 babysitter, tra marzo e agosto, ben 339.252 hanno oltre 60 anni, il che significa che presumibilmente si tratta di nonni e nonne. Complessivamente il numero di richiedenti è stato pari a circa 720 mila: la stragrande maggioranza, ovvero 621 mila, sono autonomi o arrivano dal settore privato, il doppio rispetto ai 310 mila richiedenti il congedo Covid.
A richiedere i servizi a sostegno della famiglia sono state soprattutto le donne che rappresentano il 78% di chi ha richiesto il congedo Covid.
Le donne, tra l’altro, costituiscono anche il 79% delle babysitter: sono state 437 mila e di queste quasi 100 mila risultano avere oltre 70 anni.
Gli uomini, invece, sono stati 118 mila, quasi la metà dei quali con oltre 70 anni. Per gli uomini pagati col bonus, gli over 60 sfiorano l’83% e sono quasi tutti pensionati. L’importo totale erogato, tramite la piattaforma del libretto di famiglia, è stato di 664,6 milioni di euro.
A ogni babysitter erogati (in media) 1.200 euro
Ma quanto sono stati pagati? Facendo i conti in tasca, il bonus previsto dal governo poteva raggiungere i 1.200 euro (che arrivavano a 2 mila per alcune categorie di lavoratori come i sanitari) ma, secondo l’Inps, la media del pagamento è stata di 1.195 euro.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA A BERND LANGE, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE SUL COMMERCIO
Per il New York Times l’Italia è «disperata». Il riferimento è alla decisione — presa dal governo Draghi in accordo con la Commissione europea — di bloccare l’esportazione di circa 250 mila dosi del vaccino di AstraZeneca verso l’Australia come risposta alle inadempienze dell’azienda anglo-svedese nella fornitura delle dosi del vaccino anti-Coronavirus, decisione che ha fatto alzare qualche sopracciglio tra chi teme che possa dare inizio a una nuova stagione di protezionismo vaccinale, rallentando ulteriormente la produzione, distribuzione e somministrazione dei vaccini.
«Le dosi bloccate verranno distribuite ai 27 Stati membri. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che se introduciamo divieti di esportazione, altri Paesi potrebbero fare altrettanto» dichiara a Open Bernd Lange, eurodeputato nel gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo e presidente della Commissione sul commercio internazionale.
«La produzione di vaccini è un esercizio molto complesso e un’azione del genere potrebbe portare altri Paesi, dai quali dipendiamo per ingredienti e forniture specifiche a fare lo stesso — aggiunge -. Può portare a un effetto domino e a un certo punto potremmo non essere più in grado di ottenere tutti gli ingredienti o i prodotti per produrre i vaccini. Quindi, a lungo termine, l’Ue potrebbe spararsi sui piedi».
Il problema delle forniture dai Paesi extra-Ue
Il problema è reale perchè una parte delle dosi che arrivano in Italia passa da Paesi e stabilimenti extra europei. A partire dagli Stati Uniti e il Regno Unito che, come ha ricordato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen recentemente, hanno meccanismi che permettono di bloccare le esportazioni dei vaccini anti-Covid. Come hanno spiegato gli amministratori delegati delle principali aziende produttrici in una recente audizione al Parlamento europeo, tutti hanno faticato a costruire una rete di produzione in Europa — come Moderna, per esempio, che un anno fa non avevano nemmeno uno stabilimento — e per farlo si sono dovuti appoggiare a vari partner locali.
Ma quante dosi del vaccino vengono prodotte all’estero e in quali Paesi?
Come spiegano da Farmindustria, si tratta di dati di dominio delle singole aziende farmaceutiche. Fonti della Commissione europea dicono altrettanto: queste informazioni non sono ancora state rese pubbliche a livello centrale. Non è facile sapere dunque dove e in che percentuali i vaccini vengano prodotti in Paesi extra-Ue che potrebbero bloccare la fornitura verso l’estero nel caso di ritardi o inadempienze come ha fatto l’Italia con AstraZeneca. Il rischio non riguarda solo i Paesi produttori di vaccini, ma anche delle materie prime che vengono utilizzate nei vaccini.
Il blocco americano e il Serum Institute in India
È il caso del Serum Institute indiano, il produttore di vaccini più grande al mondo su cui AstraZeneca potrebbe fare affidamento anche per produrre le dosi che spettano ai Paesi europei, se la Commissione e l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) saranno d’accordo. Intervenendo a un panel dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’amministratore delegato dell’azienda ha detto chiaramente che il divieto sulle esportazioni degli “ingredienti”, ovvero delle materie prime usate per sviluppare il vaccino, applicato dal governo degli Stati Uniti questa settimana per facilitare la collaborazione tra due compagnie farmaceutiche — Merck&Co e Johnson&Johnson — sempre nell’ambito della produzione dei vaccini anti-Covid, potrebbe limitare la propria produzione. Sarebbe un problema, visto che oltre ad AstraZeneca anche Novavax, tra i vaccini attualmente al vaglio dell’Ema, si appoggia a loro.
(da Open)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
“PER PFIZER E MODERNA OBBLIGATORIA ANCHE LA SECONDA DOSE NEI TEMPI PREVISTI”
Per gli over 80 una dose vaccinale di Pfizer o di Astrazeneca può portare a «una sostanziale riduzione del
rischio» di ricoveri per Covid-19.
Questo è quanto emerge dallo studio coordinato dai ricercatori dell’Università di Bristol al momento in fase di pre-pubblicazione su Lancet.
Secondo i dati raccolti l’efficacia della prima dose è al 79,3% per Pfizer e dell’80,4% per Astrazeneca. Il lavoro è stato realizzato tra il 18 dicembre 2020 e lo scorso 26 febbraio, grazie alla partecipazione di 466 persone con un’età media di più di 80 anni.
Questi dati, spiegano gli studiosi, sono simili a quelli di altri report già realizzati in Scozia e in Inghilterra, ma che hanno seguito un approccio diverso.
Invece di collegare grandi database di risultati con i registri di immunizzazione, il lavoro di Bristol ha comportato un esame dettagliato dei ricoveri in due ospedali.
Lo studio fornisce informazioni sui pazienti, molto anziani, che sono stati ricoverati e nei quali i vaccini stanno avendo effetto. Si è trattato di persone con diverse fragilità , altre malattie e vulnerabilità .
Un tema, quello della seconda dose, affrontato anche dall’immunologo Alberto Mantovani che in un commento pubblicato su la Repubblica ha provato a chiarire la questione inerente alla somministrazione di una o due dosi. Il direttore di Humanitas ricorda come sia molto recente l’indicazione ufficiale «da parte del Consiglio superiore di sanità , di somministrare una sola dose di vaccino a chi è stato malato di Covid-19». Tuttavia, chiarisce Mantovani, «i vaccini anti Sars-CoV-2 si basano su due piattaforme, adenovirus e mRna». Della prima, fanno parte AstraZeneca, Johnson & Johnson e ReiThera. Pfizer e Moderna si basano invece su mRna.
Sulla base della sperimentazione clinica sul vaccino AstraZeneca, «il gruppo di Oxford ha introdotto una seconda dose per migliorare il livello e la durata della risposta immunitaria — osserva Mantovani — non sorprende, dunque, che i dati ottenuti con questo vaccino mostrino che, con la sola prima dose, si è protetti fino a 3 mesi, il tempo ora indicato per la seconda somministrazione».
E’ dunque possibile, a fronte della scarsità di vaccini, procedere con una sola dose, in attesa di un richiamo che può avvenire anche a tre mesi di distanza. «Diverso il discorso — dice l’immunologo — e diversi i dati, per i vaccini a mRna: una tecnologia innovativa, ma una logica di tempi simile a quella dei vaccini tradizionali che richiedono una prima dose e un successivo (a volte più di uno) richiamo».
«Nella lettura scientifica — chiarisce ancora Mantovani — non vi è nessun dibattito sul ‘non fare’ una seconda dose di un vaccino a mRna: la domanda è solo ‘se e quanto posticiparla’. Personalmente, seguendo i dati, credo sia meglio effettuarla rispettando il più possibile l’intervallo dei 20-40 giorni, come indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità ». Insomma, sì a una dose di AstraZeneca, e no per quei vaccini a mRna.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’UCOII: “ASSOLUTA DISPONIBLITA’ A COLLABORARE”
Il presidente di Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, Yassin Lafram ha commentato l’ipotesi di utilizzare le moschee e i centri islamici come punti vaccinali.
“Come Unione delle comunità islamiche d’Italia offriamo la massima disponibilità per mettere a disposizione tutti i locali che abbiamo in gestione per il bene comune, in questo caso per il bene della collettività , che ha bisogno di spazi per la distribuzione e la somministrazione dei vaccini. Le nostre moschee, le nostre sale di preghiera, i nostri centri islamici e sedi delle nostre associazioni sono a totale disposizione delle istituzioni che poi valutano le modalità e i tempi. Da parte nostra c’è un’assoluta disponibilità a collaborare”. Lo afferma Yassin Lafram, presidente di Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, commentando l’ipotesi di utilizzare le moschee e i centri islamici come punti vaccinali.
“Per ora non siamo stati contattati dalle Regioni o dal servizio sanitario nazionale – rimarca – ma alcune nostre comunità islamiche locali come moschee e associazioni sono in contatto con le varie autorità e con gli enti locali per quanto riguarda i servizi di orientamento dei cittadini, per la distribuzione delle mascherine e dei kit igienico-sanitari”
Quindi osserva: “Questa pandemia colpisce tutti noi e di conseguenza deve esserci una risposta collettiva da parte di ognuno, con un’assunzione di responsabilità . E’ importante che anche la comunità islamica dimostri il suo senso di appartenenza attraverso questa disponibilità a collaborare, per uscire tutti insieme al più presto da questa situazione”.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile
L’ODISSEA DEI VACCINI CONTINUA MENTRE LA REGIONE E’ TRAVOLTA DAL DILAGARE DEI CONTAGI
Ancora una volta, la Lombardia è travolta dal dilagare dei contagi da Covid-19. La causa sta nelle varianti,
che si diffondono in modo più rapido e aggressivo del ceppo originale, ma anche la strategia di contenimento è tutt’altro che ineccepibile.
Dopo l’ennesima polemica politica sui dati errati, che avrebbero ritardato il ritorno in zona arancione, ci si mette anche il caos ingenerato dal mancato aggiornamento dei nuovi codici di avviamento postale di alcuni comuni sul portale che Regione Lombardia utilizza per la prenotazione dei vaccini.
Accade così che ultranovantenni residenti a Segrate, nell’hinterland del nord-est milanese, vengano invitati a presentarsi a Cesano Boscone, che invece si trova a sud-ovest, a circa 38 km di distanza.
Casi non isolati e che si ripetono in tutti i casi nei quali il CAP è stato recentemente modificato: da Assago a Pantigliate. Per ovviare al sistema, si sta cercando di aggiornare l’algoritmo, in modo che si regoli in base all’indirizzo effettivo della persona in questione.
Tuttavia il problema, con ovvie arrabbiature da parte degli anziani e dei loro familiari, complica notevolmente i piani di Letizia Moratti, che continua a dichiarare di voler portare a termine le vaccinazioni entro giugno.
Per riuscirci, la sempre più influente vicepresidente della Lombardia (c’è chi la descrive come il vero capo della Giunta) vuole fare ricorso al personale medico specializzando. Ma in quali termini?
Nei giorni scorsi Guido Bertolaso ha ipotizzato una loro precettazione senza possibilità di scelta, ipotesi che ha fatto decisamente arrabbiare l’Associazione dei Medici e Dirigenti ANAAO. “Vogliamo ricordare come il Ministero della Salute abbia già chiarito con sfumature piuttosto chiare che la collaborazione dei medici specializzandi alla campagna vaccinale deve essere volontaria”, commenta polemicamente Federico Masserano Zoli, Responsabile Regionale di Anaao Giovani Lombardia.
“Questa interpretazione, consegnata alle associazioni dopo numerose richieste di chiarimenti al Ministero, non deve essere assunta a mero consiglio, ma come chiaro binario e indirizzo d’azione”.
“È bene ricordare che la figura dello specializzando, tanto importante negli ospedali, è e rimane quella di un medico a tutti gli effetti che segue, pertanto, lo stesso codice deontologico dei suoi colleghi più anziani, e non deve essere considerato un anello debole cui forzare prepotenze non consentite dall’attuale ordinamento. Rimaniamo perplessi di fronte a una tale compassione — a parole — per la categoria medica, ma nei fatti attinta di spericolate azioni coercitive. Vogliamo sottolineare che non mancano vaccinatori, considerato che al bando dell’ex Commissario per l’emergenza Arcuri hanno risposto circa 24mila operatori, rispetto ai 15mila operatori richiesti. Ci auguriamo che questi scivoloni non siano l’ennesima ombra su una gestione pandemica tuttora velata da molti interrogativi irrisolti”, conclude Masserano Zoli.
E nella polemica si inserisce anche Carlo Borghetti, consigliere regionale del Pd, che bacchetta duramente il Presidente Attilio Fontana per un post — decisamente discutibile — sul fatto che la Lombardia sarebbe rimasta in zona arancione per via dell’efficacia di decisioni prese il giorno prima.
(da TPI)
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