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SONDAGGIO IPSOS: QUASI LA META’ DGLI ITALIANI VORREBBE UN LOCKDOWN DURO ESTESO A TUTTA L’ITALIA

Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile

FAVOREVOLE A RESTRIZIONI PIU’ SEVERE IL 44%, PER UN ALLENTAMENTO SOLO IL 14%, VA BENE COSI’ PER 30%

Il 9 marzo dello scorso anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte presentava il decreto «Io resto a casa» che prevedeva l’estensione a tutto il territorio nazionale delle misure per contenimento del contagio inizialmente limitate alle province più colpite da quello che all’epoca veniva chiamato coronavirus. In questi dodici mesi abbiamo registrato una costante oscillazione del livello di preoccupazione da parte dei cittadini in relazione all’andamento quotidiano dei contagi e dei decessi.
Oggi il 45% degli italiani considera il Covid una minaccia elevata a livello personale: è una percentuale che ci riporta all’autunno scorso, quando prese avvio la seconda ondata dei contagi. La preoccupazione aumenta al crescere dell’età , tra le persone meno istruite, tra le casalinghe, i pensionati e i ceti operai.
Al contrario si mostra nel complesso omogenea tra i diversi elettorati, a conferma del fatto che si tratta di un sentimento più influenzato dalla condizione demografica che dall’orientamento politico.
La minaccia percepita risulta ancora più acuta quando si fa riferimento alla propria zona di residenza (57%) o all’intero Paese (75%).
Troppe violazioni delle regole
Due italiani su tre (65%) pensano che ci siano troppe violazioni delle regole e la maggioranza dei cittadini non abbia capito l’importanza di continuare a rispettare le direttive delle autorità . È una convinzione in forte aumento rispetto agli scorsi mesi.
Al contrario, uno su quattro (24%) è del parere che la gran parte continui a dar prova di senso civico e di rispetto delle regole.
Lo sguardo severo rivolto ai connazionali in parte è da ricondurre alla consueta attitudine di attribuire agli altri i comportamenti negativi e a sè stessi quelli virtuosi, e in parte all’enfasi che i mezzi di informazione danno alle situazioni di affollamento soprattutto nelle città , per richiamare l’attenzione sui rischi che si corrono.
Ne consegue che si dilata la percezione di un fenomeno indubbiamente disdicevole ma fortunatamente circoscritto ad una minoranza di cittadini.
Più tempo passa, più giudizi negativi
La campagna vaccinale, per come si è sviluppata finora, viene bocciata dal 46% degli italiani, mentre il 29% ne dà  un giudizio positivo. Più passa il tempo e più aumentano i giudizi negativi.
Il dato non sorprende tenuto conto che, a fronte di una crescita costante di persone che manifestano l’intenzione di farsi vaccinare non appena possibile (passate dal 37% di metà  novembre al 53% di fine febbraio), i cittadini lamentano la penuria dei vaccini e la lentezza della campagna ma criticano anche i criteri di definizione delle priorità  di vaccinazione (soprattutto rispetto ad alcune categorie professionali), le complicazioni burocratiche e gli aspetti logistici.
A ciò si aggiungono le preferenze politiche, dato che i giudizi positivi prevalgono solo tra gli elettori della ex maggioranza di governo, mentre tra quelli di centrodestra e gli astensionisti sono nettamente prevalenti le valutazioni negative. Insomma, non è tutto rose e fiori, e il riferimento alle «primule» progettate da Stefano Boeri non è casuale.
Elettori di Pd e M5S per restrizioni dure
Non stupisce quindi che la maggioranza degli italiani (53%) abbia accolto con favore la decisione del governo Draghi di avvicendare il commissario Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo; le motivazioni sono due: il 34% è del parere che Arcuri non sia stato all’altezza (in particolare è di questa opinione l’elettorato di centrodestra con il livello più elevato tra gli elettori di FdI con il 72%) e il 19%, indipendentemente dalle valutazioni su Arcuri, ritiene che fosse necessario dare un segnale di discontinuità . Solo il 10% dissente con la decisione di sostituire il commissario e il 37% non si esprime.
Un’ulteriore conferma della preoccupazione dei cittadini è data dalle opinioni che emergono rispetto ai provvedimenti per contenere il contagio: il 44% preferirebbe un lockdown duro, di durata limitata, ma esteso uniformemente in tutto il Paese; il 30% ritiene opportuno continuare con le restrizioni attuali, mentre il 14% vorrebbe un allentamento delle misure.
La prima opzione ha fatto registrare un aumento di ben 10 punti in sole due settimane e risulta più auspicata tra le persone meno giovani e le casalinghe, nonchè fra gli elettori di Pd (60%) e M5S (50%).
Nel centrodestra, pur prevalendo il consenso per provvedimenti più restrittivi, le opinioni sono più divise. Da notare che tra i leghisti il 18% chiede un allentamento. È trascorso un anno da quando il temine lockdown ha fatto irruzione nel nostro lessico. Se la campagna vaccinale non procederà  speditamente il timore è che vi possa rimanere a lungo.

(da agenzie)

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APERITIVO IN DARSENA A MILANO ANCHE CON LA ZONA ARANCIONE: CONTINUANO GLI ASSEMBRAMENTI

Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile

NONOSTANTE L’IMPENNATA DEI CONTAGI E I LOCALI CHIUSI, MOLTE PERSONE SI SONO RITROVATE ALLA DARSENA CON BIRRA IN MANO E MASCHERINE ABBASSATE

È passata una settimana dalle polemiche per la festa con musica e migliaia di persone assembrate alla Darsena di Milano, molte con le mascherine abbassate. In pochi giorni la pandemia nel capoluogo lombardo ha accelerato in modo preoccupante, con una impennata di positivi al Covid e ricoveri in ospedale. Nel frattempo in tutta la Lombardia è scattata la zona arancione rafforzata.
Nonostante tutto questo, e con tutti i locali chiusi, ancora molte persone si sono ritrovate nella serata di venerdì la zona dei Navigli. Come documentato dalle immagini , la situazione era decisamente più tranquilla rispetto al sabato precedente, ma erano molti i gruppi di ragazzi con birra in mano e mascherina abbassata seduti attorno alla Darsena in piedi lungo le alzaie.
Il rischio di nuovi assembramenti nel weekend era già  stato indicato dal sindaco Giuseppe Sala: “Vedrò prefetto e questore in prefettura. Credo che la via sia quella di contingentare un pò gli spazi. Noi parliamo della Darsena ma mi segnalavano che cosa sta succedendo alle Colonne di San Lorenzo”, aveva detto nella giornata di venerdì parlando delle possibili misure per impedire assembramenti.
“Dobbiamo partire da un concetto: che se tanti vogliono stare fuori noi isoliamo una parte ma si spostano dall’altra. Non è semplice — ha concluso a margine della cerimonia al Giardino dei giusti con Liliana Segre -. Capisco che i cittadini facciamo fatica ad accettare che c’e’ un limite nelle forze dell’ordine, ma questa è la realtà ”

(da Fanpage)

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LE SARDINE AL NAZARENO: OCCUPAZIONE A OLTRANZA CON TENDE E SACCHI A PELO

Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile

DALLE 12 PRESIDIO DEL MOVIMENTO DAVANTI ALLA SEDE DEL PD: “DEVE INIZIARE UNA NUOVA FASE COSTITUENTE PER TUTTI GLI APOLIDI DELLA POLITICA”

Un presidio a oltranza, con tanto di tende e sacchi a pelo. E’ quanto ha deciso di fare il movimento delle 6000 Sardine, che questa mattina alle 12 ha dato il via a una manifestazione davanti alla sede del Partito democratico all’indomani delle dimissioni del segretario Nicola Zingaretti.
Alla testa del presidio al Nazareno,   che ricorda l’Occupy Pd che nel 2013 portò i giovani indignati del partito a occupare le sedi locali dei democratici dopo le dimissioni dell’allora segretario Bersani, c’è Mattia Santori.
Il volto mediatico del movimento questa mattina ha spiegato le ragioni della protesta in un post su Facebook.
“Oggi si va al Nazareno a dire che le assemblee tra pochi non bastano più. Oggi andiamo a chiedere che inizi una nuova fase costituente: aperta, democratica, innovativa. Non per il Pd, non per le Sardine. Ma per tutti gli apolidi della politica”.
E continua: “Ci sono mattine in cui vorresti startene a letto. Giorni in cui ti dici ‘chi me lo fa fare?’. Mesi in cui rimpiangi di non essertene stato zitto e buono. Poi ti guardi intorno e vedi ancora schiere di opinionisti, flotte di disillusi, plotoni di culi pesi e tastiere pesanti. Apprezzo i benpensanti ma non è con le penne fini che le cose cambieranno. Stimo gli intellettuali ma credo che quando si tratta di ricostruire serva soprattutto chi si sporca le mani. Pensate quello che vi pare, ma la crisi del Pd – scrive ancora Santori su Facebook – è la crisi del centrosinistra, una crisi che ci riguarda e che vi riguarda anche se la politica vi fa schifo o vi ha stancato. Datemi del pazzo ma ho visto troppa bellezza quest’anno per riuscire a rassegnarmi”.

(da agenzie)

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LA VARIANTE SAUDITA HA CONTAMINATO IL PD

Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile

LA SINISTRA IN EMERGENZA

I sogni portano sfiga. Ma nessuno li può controllare, nè costringere a un minimo di attendibilità . Infatti l’ultimo è quanto di più fantasioso si possa immaginare.
C’erano tutti i capitribù del Pd (che è peggio della Libia) in conclave nei loro caratteristici costumi e copricapi.
Era giovedì sera e s’interrogavano sul da farsi dopo le dimissioni di Zingaretti. Ciascuno sfornava il nome del suo segretario preferito, un po’ come Guzzanti-Veltroni che cercava il candidato premier del 2001 (Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo, Amedeo Nazzari…). E col medesimo effetto-risata.
Guerini? “E chi è?”. Bonaccini? “Sta in zona rossa e poi è già  mezzo imparolato con Salvini”. Franceschini? “Aridaje!”. Lotti? “È inquisito e a quel punto tanto vale richiamare Matteo”. Pinotti? “Dà i, è uno scherzo!”. Di nuovo Zinga? “Ma se dice che si vergogna di noi!”. Zanda? “Tanto vale chiamare De Benedetti”. Fassino? “Seee, serve giusto un portafortuna”. Gentiloni? “Meglio la melatonina”. Orfini? “Piuttosto un cappio”. Marcucci e Delrio? “Allora meglio Fassino!”.
Il barista che portava le tisane aveva La7 sullo smartphone e guardava uno strano tipo dall’accento emiliano che spiegava a un misirizzi due o tre cose sulla sinistra. Che non può innamorarsi di Draghi. Che non può farsi fare di tutto senza reagire, tipo la cacciata di Arcuri (“Con lui eravamo primi in Europa per i vaccini e dopo il taglio siamo ancora ai livelli di Germania, Francia e Spagna: fra sei mesi vedremo dove siamo”). Che non può rinunciare a Conte, massacrato e poi silurato non certo perchè poco di sinistra, semmai troppo. Che deve lavorare a un campo largo progressista col M5S e col 40-45% di incerti, delusi e astenuti, anzichè ammucchiarsi con Lega e Forza Italia Viva. Che deve battersi per i brevetti liberi dei vaccini e dei farmaci salvavita e contro l’ennesimo condono fiscale.
A quelle parole, i capitribù ebbero una strana sensazione, come di dèjà  vu. “Queste cose mi pare di averle già  sentite da qualche parte”. “Anch’io, ma tanti anni fa”. “Pure a me sono familiari, forse mio nonno, la maestra, chissà …”. “Una volta, in un incubo terribile, ho sognato che le dicevo anch’io”. “A me quel tipo pare tanto di averlo già  visto, ma non mi ricordo dove!”. Il barista li interruppe: “Coglioni, quello è Bersani, il vostro ex segretario, che avete lasciato andare via perchè non piaceva a quello di Rignano! Fatevi curare”.
Lo presero in parola e chiamarono un virologo. Il quale li visitò, diagnosticò a tutti una nuova mutazione del Covid e dettò una terapia d’urto: mettersi in quarantena per 10 anni e richiamare Bersani come segretario. Quelli, terrorizzati, obbedirono. Poi lessero il referto: “Variante saudita”.

Marco Travaglio
(da “il Fattp Quotidiano”)

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“GIORGIA MELONI FECE AVERE 35.000 EURO A UN CLAN MAFIOSO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE” : LA RIVELAZIONE DI UN PENTITO ALLA DDA DI ROMA INGUAIA LA LEADER DI FDI

Marzo 6th, 2021 Riccardo Fucile

“I SOLDI CONSEGNATI IN CONTANTI DENTRO UNA BUSTA DEL PANE DAVANTI AL DISTRIBUTORE AL BAR SHANGRI-LA ALL’EUR… L’UOMO E’ IL SEGRETARIO DELLA MELONI CHE CI SALUTO’ DICENDO: “IO A VOI NUN VE CONOSCO, NON V’HO DATO GNENTE”

“Maietta ha detto alla Meloni che c’era bisogno di pagare i ragazzi presenti per la campagna elettorale e la Meloni ha risposto: ‘Dì a questi ragazzi che ne parlino con il mio segretario’ “.
Quei ragazzi erano quelli di un clan di Latina. Un clan che la Dda di Roma considera mafioso.
E’ un’accusa pesante quella fatta dal collaboratore di giustizia Agostino Riccardo davanti ai pm antimafia romani, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, da tre anni impegnati in una serie di indagini su alcune famiglie di origine nomade radicate nel capoluogo pontino, legate a doppio filo ai Casamonica, e che per gli inquirenti hanno messo su delle vere e proprie associazioni per delinquere di stampo mafioso.
Inchieste in cui a più riprese sono emersi rapporti tra pezzi di politica e malavita e che ora vedono un pentito tirare in ballo la stessa presidente di Fratelli d’Italia, sostenendo che nel 2013 fece avere al clan Travali, colpito nei giorni scorsi da 19 arresti, 35mila euro per comprare voti e attaccare manifesti a favore di quello che all’epoca era l’astro nascente del partito, Pasquale Maietta, commercialista, ex presidente del Latina Calcio ed ex tesoriere alla Camera di FdI, amico di vecchia data del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, coinvolto nell’inchiesta “Don’t touch”, relativa all’organizzazione criminale messa in piedi da quest’ultimo, imputato nel processo “Olimpia”, relativo a tre organizzazioni criminali che sarebbero state costituite nel capoluogo pontino all’ombra del Comune quando era sindaco il collega di partito ed ex consigliere regionale Giovanni Di Giorgi, e imputato nel processo “Arpalo”, per cui venne anche arrestato, incentrato su un vasto giro di denaro frutto di evasione fiscale riciclato in Svizzera.
In passato Riccardo e Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, anche lui diventato collaboratore di giustizia, parlarono dei servizi di attacchinaggio e della compravendita di voti di cui a Latina i clan di origine nomade si erano occupati a favore, oltre che di Maietta e di Di Giorgi, di Matteo Adinolfi, attuale eurodeputato della Lega, di Gina Cetrone, ex consigliera regionale del Pdl, passata poi a Cambiamo di Giovanni Toti, arrestata per tali vicende e attualmente imputata, di Nicola Calandrini, attuale senatore di FdI, e di Angelo Tripodi, attualmente capogruppo della Lega alla Regione Lazio.
Dai verbali spuntati fuori con le ultime inchieste emerge ora anche il nome della Meloni, che nel 2018 è stata rieletta alla Camera con il centro-destra nel collegio uninominale di Latina.
“Nel 2013 – ha dichiarato Riccardo ai pm Fasanelli e Spinelli – alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini”.
Tutti componenti del clan Travali, più volte coinvolti in vicende di estorsione, armi e violenze. “Maietta – ha precisato il pentito – ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonchè del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”.
Nel 2013 il commercialista pontino fece effettivamente ingresso alla Camera dopo che la Meloni e Fabio Rampelli, storico esponente della destra, tra i fondatori di FdI e attuale vice presidente della Camera, optarono per altri collegi.
A tal proposito inoltre, durante il processo “Alba Pontina”, relativo all’organizzazione mafiosa che sarebbe stata costituita a Latina dalla fazione di Campo Boario dei Di Silvio, lo stesso Riccardo ha sostenuto: “Maietta nel 2013 entrò alla Camera dei deputati dopo che noi minacciammo pesantemente Fabio Rampelli, costringendolo a optare per l’elezione in un altro collegio e a liberare così il posto”. Circostanza sempre smentita dal vice presidente della Camera.
Tornando all’incontro che alcuni membri del clan avrebbero avuto con la presidente di FdI, il collaboratore di giustizia ha poi affermato che Maietta disse alla Meloni che quei ragazzi, quelli del clan Travali, dovevano essere pagati e che lei rispose di parlarne con il suo segretario.
“Il segretario in disparte – ha evidenziato il pentito – e solo io e il mio gruppo presenti, ci ha detto: ‘Senza che usiamo i telefoni diamoci un appuntamento presso il Caffè Shangri-la a Roma’. Noi abbiamo detto che allo Shangri-la era complicato arrivarci, per cui ha detto di vederci al distributore che è ubicato dall’altra parte della strada, all’altezza dello Shangri-la. Ci ha detto di aspettare in un parcheggio lì vicino entro le ore 12”.
Il racconto si fa dettagliato: “Lui è arrivato da una strada interna e da quelle parti c’è il centro commerciale Euroma 2, e ci ha portato all’interno di una busta del pane 35mila contanti. Prima di andare via ci disse: ‘Mi raccomando, io non vi conosco. Non vi ho mai dato niente’. Noi lo rassicurammo in tal senso.
Era venuto con una Volkswagen berlina, la stessa vettura con la quale aveva accompagnato la Meloni a Latina”.
Infine Riccardo ha assicurato ai due magistrati antimafia: “Sono in grado di riconoscere questa persona”.

(da “La Repubblica”)

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DOPO LO STOP ALL’EXPORT DI ASTRAZENICA, L’ITALIA RISCHIA IL BOOMERANG

Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile

LONDRA PROTESTA, GERMANIA E OLANDA “FREDDE”, SOLO LA FRANCIA TIEPIDA…PREVALE IL TIMORE DI INNESCARE UNA PERICOLOSA GUERRA PROTEZIONISTICA MONDIALE… CI SONO STATE GIA’ 174 RICHIESTE ACCOLTE

La decisione di Mario Draghi di bloccare un export di 250mila dosi di vaccino Astrazeneca destinato all’Australia scuote gli altri Stati membri dell’Unione Europea.
E’ stata presa in virtù del regolamento europeo adottato dalla Commissione Ue a fine gennaio nel trambusto dei litigi con Astrazeneca, accusata di aver dirottato in Gran Bretagna lotti di fiale anti-covid destinate al continente. Il regolamento della Commissione sugli export dei vaccini parla chiaro. Prevede uno stretto monitoraggio da parte delle autorità  nazionali ed europee, obbliga le aziende farmaceutiche a chiedere l’autorizzazione per esportare le fiale fuori dall’Ue, ad eccezione dei paesi poveri e di tre ‘paesi partner: Israele, Svizzera e Ucraina.
Il punto però è che a Bruxelles l’hanno pensato più come arma di pressione che come reale strumento per bloccare le esportazioni.
Tanto che da quando il regolamento è entrato in vigore, il 30 gennaio scorso, fino al primo marzo, l’Ue ha approvato 174 richieste di autorizzazione all’export di vaccini verso 30 paesi: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Bahrain, Canada, Cile, Cina, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Ecuador, Emirati Arabi, Hong Kong, Filippine, Giappone, Kuwait, Macao, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Oman, Panama, Perù, Qatar, Regno Unito, Repubblica Dominicana, Singapore, Stati Uniti, Sud Africa e Uruguay.
L’Italia è il primo Stato europeo a prendere sul serio il regolamento approvato a gennaio. Oggi il ministro della Salute francese Olivier Vèran annuncia che anche la Francia “potrebbe” bloccare l’export di vaccini Astrazeneca, Germania e Olanda sono invece più fredde.
I governi di Berlino e de L’Aja non ripudiano il regolamento: del resto, lo ha approvato anche la stessa Angela Merkel, all’unanimità  con gli altri leader europei all’ultima videoconferenza sulla pandemia il 25 febbraio scorso, ma continueranno a usarlo più come arma di pressione che come reale bando dell’export.
“Dobbiamo fare pressione affinchè le consegne promesse siano mantenute”, dice il ministro tedesco della Salute Jens Spahn. “La nostra principale preoccupazione è avere trasparenza e questa trasparenza è condivisa con la Commissione. Ad oggi – continua Spahn – non abbiamo ragioni per non autorizzare le consegne di vaccini in altre parti del mondo”. Va detto che il vaccino AstraZeneca non viene prodotto in Germania, ma alcune dosi sono infialate dalla azienda tedesca Idt Biologika.
A quanto apprende Huffpost da fonti diplomatiche, anche il governo olandese è su questa posizione: nulla da bloccare, solo ‘pressing’.
Il malumore emerge in chiaro dalle dichiarazioni di due eurodeputati della Spd tedesca. La mossa italiana è stata “estremamente miope”, dicono il presidente della Commissione per il commercio all’Europarlamento Bernd Lange e il portavoce per la politica sanitaria dell’Spd Tiemo Wà¶lken. Il blocco dell’export apre “il vaso di Pandora e potrebbe portare a una battaglia globale per i vaccini”, la pandemia richiede “cooperazione anzichè scontro”.
L’Australia chiede alla Commissione Ue di fare marcia indietro.
Ma ormai la temperatura sul tema è salita a livello mondiale. Il protezionismo sui vaccini sembra avanzare di pari passo con le varianti del virus.
L’India, per dire, protesta con gli Stati Uniti per la scelta di Washington di bloccare temporaneamente l’export di alcune materie prime necessarie per il prodotto finito.
Una mossa che “va rivista”, dice Adar Poonawalla, capo esecutivo del ‘Serum Institute of India’, gigante dei vaccini a livello mondiale che produce Astrazeneca e tra poco anche le dosi di Novavax. “Se si punta allo sviluppo della capacità  produttiva in tutto il mondo, la condivisione di queste materie prime, che non possono essere sostituite nel giro di sei mesi o un anno, è necessaria e non può essere ostacolata”.
La Gran Bretagna, parte in causa di tutta questa storia fin dall’inizio, è a dir poco risentita per la scelta italiana. “La ripresa globale dal covid si basa sulla collaborazione internazionale. Dipendiamo tutti dalle catene di approvvigionamento globali: mettere in atto restrizioni mette in pericolo gli sforzi globali per combattere il virus”, dice il portavoce del primo ministro Boris Johnson, che ieri ha avuto un colloquio con Draghi.
Il portavoce di Johnson rivela poi un particolare molto utile a inquadrare questa storia. Quando “all’inizio di quest’anno il premier ha parlato con von der Leyen – dice – la presidente della Commissione lo aveva rassicurato sul fatto che il focus del loro meccanismo era sulla trasparenza e non intendeva limitare le esportazioni da parte delle aziende. Ci aspetteremmo che l’Ue continui a mantenere i suoi impegni”.
Insomma, pur prevedendo il bando degli export dei vaccini per le aziende che non rispettano gli impegni già  presi con l’Ue, il regolamento europeo non voleva essere un bando vero. Solo uno strumento di pressione. In altre parole: una finta. Kafkiana, come capita spesso nelle cose europee.

(da “Huffingtonpost”)

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AIUTIAMO GLI EVASORI A CASA NOSTRA: SPUNTA IL MAXI-CONDONO LEGHISTA, IPOTESI ANNULLAMENTO DELLE CARTELLE TRA IL 2000 E IL 2015, ALTRI DUE MILIARDI REGALATI AGLI EVASORI

Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile

L’ENNESIMO COLPO DI SPUGNA VOLUTO DAI SOVRANISTI PER I QUALI CHI PAGA LE TASSE E’ UN COGLIONE… SE FOSSE SENZA UN TETTO COSTEREBBE ADDIRITTURA 3,7 MILIARDI… 60 MILIONI DI CARTELLE ESATTORIALI BUTTATE NEL CESSO

Prende forza il pacchetto di sanatorie fiscali post-Covid che il governo si appresta a varare la prossima settimana all’interno del decreto “Sostegni”.
Il testo della bozza dell’articolato, contenente il colpo di spugna, riprende la sintesi circolata nei giorni scorsi, e conferma un maxi “annullamento automatico” di 60 milioni di atti relativi ai debiti fiscali maturati nei 15 anni tra il 2000 e il 2015, oltre a una sanatoria speciale per le partite Iva che prevede uno sconto su sanzioni e interessi per coloro che hanno fatto irregolarità  nel biennio 2017-2018 e dimostrano una caduta del fatturato del 33 per cento durante l’anno dell’epidemia, il 2020
La partita è tuttavia ancora aperta
La stessa misura di pulizia del magazzino 2000-2015 che la Lega ha proposto sotto forma di “saldo e stralcio” fino a quota 5.000 euro risulta nella bozza del decreto. Sebbene il tetto sia lasciato in bianco nel testo, vengono formulate più ipotesi che vanno dall’annullamento dei vecchi debiti con il fisco fino ai 3.000 euro (costo 730 milioni), passando per i 5.000 euro (1,8 miliardi), fino ad una cancellazione senza soglie che costa 3,7 miliardi.
La misura proposta dalla Lega aveva già  fatto esprimere malumori in parte del Pd e in Leu e l’ex ministro del Tesoro Vincenzo Visco ha scritto sul sito In più che l’operazione sarebbe «un errore» perchè «se è vero che il 70-80 per cento delle cartelle pendenti si riferisce a nullatenenti o falliti» non è vero che siano tutte «inesigibili».
Un tema sul quale interviene anche il mondo dei Caf: «È necessario un collegamento al reddito, attraverso l’Isee, in modo di rendere proporzionale e più giusta la sanatoria», ha dichiarato Alessandro Mastrocinque, del Caf-Cia.

(da agenzie)

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I NOMI PER IL DOPO ZINGARETTI

Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile

STAVOLTA IL PD NON SALVERA’ LA PELLE CON UN ACCORDO TRA LE CORRENTI

Zingaretti può ancora tornare indietro sulla dimissioni da segretario del Partito democratico? Una possibilità , seppure minima, c’è ancora. Lo chiedono molti suoi sostenitori, invocando una stretta sulle correnti.
Lo chiedono anche molti suoi avversari, che temono il dibattito interno precipiti nel caos in una situazione acefala. Un fatto è certo: a dispetto di quanto sostenuto da molti retroscena e dietrologi, la mossa di Zingaretti non nasce come espediente tattico bensì da una reale esasperazione per la conflittualità  e per gli attacchi subiti nelle ultime settimane.
Quindi, al momento, non c’è motivo di pensare che l’irreversibilità  delle dimissioni, ribadita oggi, sia uno schermo di intenzioni diverse.
Cosa può accadere ora, è difficile dire. La soluzione più probabile resta la nomina di un nuovo segretario in Assemblea nazionale il 13 e 14 marzo.
Un traghettatore verso il congresso. Un’ipotesi è che tocchi ad Andrea Orlando. È il vicesegretario e già  due volte (Dario Franceschini dopo Walter Veltroni, Maurizio Martina dopo Matteo Renzi) è toccato al numero due assumere la guida del partito dopo il traumatico passo indietro del leader: in entrambi i casi il “reggente” si è poi candidato senza successo alle primarie.
Proprio questo è il punto debole di Orlando, che può legittimamente coltivare ambizioni di segreteria e per questo è giudicato da una parte della minoranza poco super partes per gestire un momento del genere.
C’è poi il problema del doppio ruolo: Orlando è entrato nel governo Draghi e l’incarico ha già  suscitato polemiche nel partito per il mantenimento anche della carica di vicesegretario.
D’altra parte, Orlando ha un profilo e una esperienza adatti a un momento così difficile: anche una parte della corrente ex renziana sa bene che sarebbe un rischio notevole per il Pd affidarsi a una reggenza meno ingombrante ma quindi anche meno autorevole, col rischio di affrontare male le amministrative di autunno e arrivare in grande difficoltà  a scadenze come l’elezione del presidente della Repubblica e le politiche del 2023.
Questo è appunto l’handicap principale di Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa, solido curriculum e possibile punto di equilibrio tra le correnti: la poca consuetudine con le trappole e le responsabilità  della leadership ne limita le chance.
Pinotti è espressione della corrente Franceschini. Quella tra Franceschini e Orlando, in teoria entrambi componenti della maggioranza che sosteneva Zingaretti, è la nuova strisciante competizione aperta tra le correnti.
Una possibilità  è che il compromesso tra i due ministri, che di fatto si contendono il ruolo virtuale di capodelegazione dem nel governo Draghi, si raggiunga su un nome terzo, che magari abbia un’immagine da padre, o madre, nobile del partito.
Più avanti toccherebbe ai candidati veri, in testa Stefano Bonaccini, lo stesso Orlando. Ma mai come stavolta è chiaro che il Pd, in Assemblea come al congresso, non uscirà  dall’angolo con un semplice accordo di nomenclatura.

(da “La Repubblica”)

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NUOVA BOZZA SUI RISTORI: AIUTI LEGATI SOLO AL PRIMO BIMESTRE 2021 E NON ALLE PERDITE DI TUTTO IL 2020

Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile

E SI SCOPRE CHE LE PERCENTUALI SONO IDENTICHE A QUELLE DI CONTE

Chi si aspettava una rivoluzione rimarrà  deluso. Stando all’ultima bozza, il decreto Sostegno a cui sta lavorando il governo Draghi non riconoscerà  alle attività  danneggiate dalla pandemia ristori maggiori rispetto a quelli concessi dal Conte 2: la percentuale di fatturato perso che verrà  versata sui conti correnti sarà  identica a quella prevista dai “vecchi” decreti Ristori.
Non solo: i contributi a fondo perduto non saranno parametrati alla perdita dell’intero 2020, come ci si attendeva, ma prenderanno in considerazione solo l’andamento di gennaio e febbraio 2021 rispetto allo stesso bimestre del 2019.
Una scelta temporale che fa venir meno quella “perequazione” di cui aveva parlato l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che avrebbe compensato eventuali penalizzazioni subite a causa dei criteri utilizzati lo scorso anno.
Per di più a gennaio e febbraio quasi tutte le attività  — fatta eccezione per gli stabilimenti sciistici — erano aperte, quindi verosimilmente hanno subito cali di fatturato più modesti. Difficile quindi rispettare il requisito del 33% di perdita necessario per ottenere il sostegno.
Invariate le percentuali di ristoro
Secondo la nuova bozza rimane invariata al 20% del fatturato perso la quota di aiuti che vanno alle imprese più piccole, quelle con un giro d’affari che non supera i 400mila euro l’anno.
Nei giorni scorsi si era ipotizzato che l’asticella potesse salire fino al 30% a beneficio soprattutto dei piccoli esercizi.
La soglia rimane al 15% per chi aveva ricavi compresi fra 400mila euro e un milione e al 10% per chi aveva ricavi tra 1 e 5 milioni di euro.
Esattamente le fasce previste dal decreto Rilancio e dai successivi decreti Ristori di Conte. Sul piatto ci sono 9,7 miliardi — a valere sullo scostamento di bilancio da 32 approvato prima della caduta di Conte — a fronte degli oltre 10 miliardi distribuiti l’anno scorso con i decreti Rilancio e Ristori.
Via gli Ateco, ma occorre aver perso almeno il 33% del fatturato
L’unico vero cambiamento è che viene meno l’utilizzo delle classificazioni Ateco per decidere chi ha diritto agli aiuti. Al contributo a fondo perduto potrebbero accedere tutti i titolari di partita Iva che abbiano subito perdite di almeno il 33% del fatturato.
Ai soggetti che hanno iniziato l’attività  a partire dal 1 gennaio 2019 il contributo spetta, sempre secondo le bozze, anche in assenza dei requisiti. I trasferimenti vanno da un minimo di 1.000 a un massimo di 150.000 euro: cifre identiche, anche queste, a quelle previste dai decreti del precedente governo.
Il risarcimento potrà  essere erogato come contributo diretto oppure riconosciuto sotto forma di credito d’imposta utilizzabile in compensazione tramite modello F24.
Non c’è l’esonero dalla ripresa dei versamenti fiscali
Infine, non c’è traccia dell’”esonero parziale o totale” dalla ripresa dei versamenti fiscali e contributivi promesso lo scorso anno dal governo Conte.
Nelle bozze la sanatoria — stavolta per le imprese che nel 2020 hanno registrato un calo del fatturato del 33% rispetto al 2019 — si limita all’abbattimento di sanzioni e interessi richiesti con le comunicazioni di irregolarità  sulle dichiarazioni relative ai periodi di imposta 2017 e 2018. In caso di adesione, è previsto il versamento secondo le ordinarie modalità  di riscossione delle somme dovute in seguito a controlli automatici.

(da agenzie)

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