Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
NEL 2007 DRAGHI ERA PRESIDENTE DELLA BANCA D’ITALIA E AVALLO’ L’ACQUISIZIONE DA PARTE DI ANTONVENETA, NONOSTANTE LA SPROPORZIONE DI PREZZO
Mario Draghi, Andrea Orcel e Banca Mps: a volte ritornano. Da alcuni giorni il
Montepaschi è di nuovo al centro della scena politico-economica: dopo mesi di voci mai confermate, Unicredit è infatti uscita allo scoperto e ha annunciato di voler acquisire – a determinante condizioni – la banca senese di cui lo Stato è azionista al 64% tramite il ministero dell’Economia.
Il centrodestra ha sollevato la questione conflitto d’interessi, evidenziando come il presidente di Unicredit, Pier Carlo Padoan, sia ex ministro dell’Economia ed ex deputato del Pd, eletto proprio a Siena, seggio ora vacante per il quale si è candidato il segretario dem Enrico Letta.
Quasi nessuno, invece, ha rimarcato un altro intreccio cruciale in tutta questa storia: quello che riguarda, appunto, il presidente del Consiglio Draghi e l’amministratore delegato di Unicredit Orcel.
Riavvolgiamo il nastro e andiamo al 2007, un anno determinante (in senso negativo) per Mps. A novembre la banca senese, all’epoca guidata dal presidente Giuseppe Mussari, annuncia l’accordo con gli spagnoli del Banco Santander per l’acquisizione di Banca Antonveneta a 9 miliardi di euro (più 7 miliardi di euro di debiti). Quell’operazione segnerà l’inizio della fine per Mps. Appena un mese prima, infatti, Santander aveva comprato Antonveneta dall’olandese Abn Amro per una cifra assai più bassa: 6,6 miliardi di euro.
I problemi vengono a galla nel 2012, quando si scopre dei rischiosissimi contratti derivati Santorini e Alexandria sottoscritti dal management di Siena per coprire i buchi di bilancio causati dalla disastrosa acquisizione di Antonveneta. Nel novembre 2019 Mussari è stato condannato insieme ad altri alti dirigenti della banca per falso in bilancio e aggiotaggio.
Che c’entrano in tutto questo Draghi e Orcel?
Ebbene, nel 2007 Draghi era governatore della Banca d’Italia e autorizzò formalmente la famigerata operazione Mps-Antonveneta nonostante la evidente sproporzione di prezzo.
“L’operazione venne compiuta nell’entusiasmo dei grandi media, della comunità finanziaria e delle autorità politiche e di governo”, ha ricordato in una recente intervista su TPI l’economista Emilia Brancaccio, che in quel 2007 era nel consiglio di amministrazione di una banca del gruppo Mps (Banca Toscana) e fu tra i pochi a opporsi all’acquisizione di Antonveneta. “Tra i favorevoli c’era anche Draghi. L’intero sistema era pervaso da un liberismo viscerale”.
Anche un banchiere navigato come Cesare Geronzi ha sottolineato la colpevole cecità di Draghi in quel frangente decisivo: “Non doveva consentire a Mps di combinare quei pasticci”, ha dichiarato tempo fa in una intervista a Panorama.
E Orcel? L’attuale amministratore delegato di Unicredit nel 2007 era alla guida della divisione global markets & investment banking nella sede londinese della banca d’affari Merrill Lynch. E fu proprio lui il regista delle operazioni di vendita di Antonveneta prima a Santander (a 6,6 miliardi di euro) e poi (appena un mese dopo, a 9 miliardi) a Mps.
Fu Orcel il mediatore della trattativa fra Mussari e lo spagnolo Emilio Botin, fondatore e grande capo del Santander, che aveva bisogno di liquidità per finanziare l’acquisto di Abn Amro insieme a Royal Bank Scotland e Fortis.
Quattordici anni dopo, il banchiere romano – noto anche come “il Ronaldo della finanza” – è pronto, alla guida di Unicredit, a mettere le mani su Mps, che nel frattempo non si è mai ripresa dal crack. Ma Orcel vuole garanzie: per cominciare, niente crediti deteriorarti e niente rischi legali. Unicredit, insomma, dovrà solo guadagnarci.
Orcel dovrà trattare con il ministero del Tesoro, azionista della banca senese, ma si interfaccerà certamente anche con Draghi, che oggi siede a Palazzo Chigi e che non potrà esimersi dal dire la sua sul dossier. A far discutere sono le condizioni che reggeranno l’accordo tra lo Stato e Unicredit, dal prezzo della vendita agli esuberi del personale. Mario, Andrea e Mps: a volte ritornano.
(da TPI)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’ISTINTO INNATO DEL PADRONCINO
Reduce dal giro in motoscafo scarrozzato dagli emiri, seduto su una sedia (e più gonfio del solito), Matteo Renzi lancia il suo ultimo assalto al reddito di cittadinanza con una memorabile filippica contenuta nella sua newsletter: “In un mondo che va verso i big data, ai ragazzi va detto: studiate, mettetevi in gioco. Poi se fallite vi diamo una mano”. Bontà sua. Il memorabile fascino del paternalismo binario, che nasconde l’istinto innato del padroncino.
Ancora una volta lo splendido predicatore di Rignano razzola in maniera ispirata: “Se il messaggio ai giovani è: non vi preoccupate, tanto lo stato vi da un sussidio, state a casa, poi eventualmente fate un lavoretto in nero, tanto non se ne accorge nessuno, tanto rimpinguate lo stipendio, questo messaggio è diseducativo”.
E poi – mentre rilancia l’idea di un referendum abrogativo del reddito i cittadinanza – il gran finale: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché questo messaggio è diseducativo: voglio riaffermare l’idea che la gente debba rischiare, soffrire, correre, giocarcela, se non ce la fa gli diamo una mano. Ma – conclude Renzi – bisogna sudare, ragazzi”.
Fantastico. Detto dall’uomo su cui la magistratura si interroga, proprio in queste ore, per i compensi stratosferici pagatigli dal suo agente Lucio Presta, è la fine del mondo. Presta ha fatto un contratto a Renzi per tre programmi, solo uno di questi è stato realizzato, e produrlo ha fatto lievitare (per la società di Presta) i costi fino ad un milione di euro.
Quindi, ricapitolando: Renzi ha incassato 700mila euro per tre progetti, ne ha realizzato uno solo, e ha fatto guadagnare alla società di Presta solo mille euro per la vendita del suo documentario (una fattura che, peraltro, risulta non pagata alla società).
Un milione di euro spesi per guadagnarne mille: deve essere questo che Renzi intende per “rompersi la schiena”?
Difficile da capire: perché prima di essere eletto alla provincia di Firenze, Renzi ha lavorato nell’azienda di suo padre e di sua madre. Non è andato in giro a recapitare curricula, non si è mai visto sbattere una porta in faccia, non si è mai sentito chiedere una raccomandazione.
Da perfetto figlio di papà faceva il padroncino, e – come ha ricordato un suo ex dipendente, oggi diventato deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, provava gusto a esercitare il suo ruolo di capo nell’azienda di distribuzione dei quotidiani di famiglia.
Aneddoto memorabile: quando piombava sui giovani strilloni assunti da suo padre e con fare spiccio (lui, da ventenne) li rimproverava: “Se tu non fai vedere la prima pagina non vendi una copia!”.
Renzi era retribuito come co.co.co, poi divenne dirigente proprio a ridosso dell’elezione. Una bella opportunità. Non ha mai conosciuto altri datori di lavoro che la sua famiglia e lo Stato. Dopo quell’assunzione ha maturato – in ragione della legge sui distacchi – contributi figurativi rapportati a quello stipendio provvidenziale. Un’altra bella fortuna, siamo contenti per lui.
Ma resta un dubbio. In questa sua appassionata preparazione da “nuovo ricco” che grazie ai lavori di consulenza e alle conferenze dichiara di guadagnare oltre un milione di euro l’anno, Renzi mette un’acrimonia tutta particolare nel combattere una forma di sostegno per i più poveri. Parliamo di soldi che, secondo i dati dell’INPS, ammontano mediamente a 490 euro.
Attenzione: Renzi non critica il collocamento, la parte della legge che non ha funzionato per i ritardi Anpal (l’agenzia che sotto il suo governo era stata depotenziata e in parte smembrata) ma attacca in linea di principio la stessa idea del reddito. Vuole buttare a mare, cioè, insieme al bambino, anche l’acqua sporca.
Ma questo è un altro discorso, oggi il dubbio è uno solo: quando mai Renzi, nella sua vita, abbia sofferto e si sia “rotto la schiena”.
Forse quando a diciannove anni, nel 1994, partecipò da concorrente a “La ruota della fortuna”? Restò in onda per cinque puntate, vincendo 48,3 milioni di lire dell’epoca (l’equivalente di 25mila euro). Forse, rivedendo con attenzione il suo curriculum, è stato proprio quello il periodo più duro della sua vita.
(da TPI)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’ESEMPIO DI JACOBS E TAMBERI DEVE FAR RIFLETTERE: LE SCELTE DI VITA E GLI OBIETTIVI SI POSSONO RAGGIUNGERE ANCHE QUANDO SEMBRANO IMPOSSIBILI
Quante volte ci siamo detti “sarebbe un sogno se ci riuscissi, ma è impossibile,
meglio lasciar perdere, sarebbe troppa la delusione”. Così di fronte alla paura del fallimento ci blocchiamo e ci diciamo: “Dai, torna con i piedi per terra”.
Questo non è stato il caso di questi due uomini che, senza essere campioni del mondo o aver stabilito record, hanno deciso di correre il rischio di fallire pur di lavorare a raggiungere il sogno della loro vita.
Tamberi e Jacobs hanno creduto nell’apparente impossibile e hanno svolto in questi anni un duro lavoro per trasformare in realtà ciò che all’inizio era un sogno di ragazzi.
I sogni permettono di esplorare i nostri limiti e fino a quando non conosciamo quelli attuali non possiamo sapere cosa dovremo fare per oltrepassarli.
Spesso sentiamo dire: “ho dato tutto”. È certamente vero per quanto riguarda quello che noi conosciamo di noi stessi in quel momento, è la nostra consapevolezza che porta a formulare questo pensiero ma se migliorassimo questa condizione di conoscenza di noi stessi potremmo scoprire che non è vero, che non abbiamo utilizzato ancora tutte le nostre qualità, che forse ancora non conosciamo del tutto.
Se Jacobs non avesse avuto il coraggio di abbandonare il salto in lungo dopo due salti nulli, pur avendo saltato in precedenza 8,49, agli europei indoor del 2019 e se Tamberi non avesse scritto sul gesso il suo sogno del tutto incredibile “Road to Tokyo 2020” quando ancora era in ospedale, non avrebbero vinto l’oro a Tokyo.
Solo chi supera queste barriere psicologiche, imponendo a se stesso qualcosa di sconosciuto, può concretamente aspirare a raggiungere obiettivi incredibili.
D’altra parte la storia delle imprese degli esseri umani ci racconta molte di queste storie. “Impossible is nothing” è il motto di una multinazionale dello sport, da un lato è falso perché non potremo mai correre veloci come un ghepardo ma è altrettanto vero che nello sport “i record sono fatti per essere battuti” e per farlo bisogna superare quel limite oltre il quale nessuno sino a quel momento è andato.
È stato così per Roger Bannister, che il 6 maggio 1954 fu il primo a compiere un’impresa considerata impossibile dai medici e cioè correre il miglio inglese (1609,23 metri) sotto i 4 minuti (3’59”4). Il suo record durò appena 46 giorni, l’australiano John Landy lo portò a 3’58″0, ciò fu possibile perché Bannister aveva scardinato una porta invalicabile oltre la quale ci sono passati tutti e riassunse la sua impresa con queste poche parole: “Il segreto è sempre quello, l’abilità di tirare fuori quello che non hai o che non sai di avere”.
Lo stesso fu per Reinhold Messner quando il 20 agosto 1980 fu il primo uomo a realizzare un’altra impresa considerata impossibile dalla scienza, scalare l’Everest (8848 metri) senza l’uso dell’ossigeno, per poi arrivare a scalare tutti i 14 ottomila con questo approccio.
Le esperienze di questi atleti e ieri di Jacobs e Tamberi ci confermano il valore di coltivare i nostri sogni, sono la luce che ci guida tra le difficoltà e le prestazioni, alimentando senza sosta la convinzione di raggiungere la meta prefissata.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’ATLETA E’ VICINA ALLA COMUNITA’, OLTRE A ESSERE TESTIMONIAL DELLA CAMPAGNA CONTRO I SUICIDI
Sono tanti i messaggi che hanno accompagnato i giochi di Tokyo 2021, dalla lotta al Covid al pregnante ruolo che i diritti civili hanno ricoperto in molti momenti. Domenica la lanciatrice statunitense Raven Saunders dal secondo gradino del podio ha lanciato un segnale di vicinanza alle vittime di discriminazioni, lei che da tempo è molto vicina ai manifestanti LGBTQ+.
Durante la cerimonia l’atleta afroamericana ha incrociato le bracci ad X, un segnale che la stessa atleta ha definito di solidarietà con gli oppressi. Ha spiegato, la donna 25enne, di voler essere il megafono per «le persone in tutto il mondo che stanno combattendo e non hanno un palcoscenico per parlare da sé».
Suanders era già stata oggetto di attenzioni in questi giorni perchè aveva fin da subito manifestato la sua vicinanza alla connazionale Biles, in pausa durante i giochi per via dei problemi psicologici manifestati dopo la finale a squadre a cui non aveva preso parte. Vicinanza che arriva da un’atleta già gravemente colpita dalle stesse problematiche in passato.
Dopo un tentativo di suicidio, la Saunders è rinata anche grazie allo sport e ora è diventata testimonial della «National Suicide Prevention Lifeline».
Una donna la cui forza va ben oltre l’aspetto fisico. Lei è stata la prima ad infrangere le regole dettate dal CIO a causa delle quali potrebbe anche perdere l’argento.
Il Comitato Olimpico Interazionale ha infatti vietato manifestazioni di stampo sociale sul podio, è possibile prendere delle posizioni solo prima e dopo le gare.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
COLPO DALL’ESTERO ATTRAVERSO UN PC LASCIATO ACCESO
«Niente no vax ma cybercrime puro». I pirati informatici non avrebbero avuto
accesso alla storia sanitaria dei milioni di cittadini inseriti nel database
Il violento attacco hacker che domenica 1 agosto ha colpito i sistemi informatici della Regione Lazio arriva dall’estero: è il primo tassello degli accertamenti che la polizia postale sta svolgendo in coordinamento con la Procura di Roma.
Le prenotazioni per il vaccino nel Lazio restano ancora bloccate: i pirati informatici – ancora all’interno – sarebbero riusciti ad infiltrarsi nel sistema entrando nel profilo di un amministratore di rete e attivando il cosiddetto ‘cryptolocker’, che cripta i dati.
Ad essere bloccati sarebbero quindi tutti i file del Centro Elaborazione Dati.
Lunedì mattina gli agenti della Polizia Postale si sono recati sul posto per le verifiche ai sistemi informatici. Ma, si apprende da ambienti investigativi, sarà molto difficile consentire ai sistemi informatici della Regione di riprendere a funzionare: l’unica soluzione per far ripartire i servizi in sicurezza sarebbe quella di mettere in piedi un sistema parallelo. I pirati informatici, scrive Repubblica, si sono introdotti nel sistema non attraverso una mail, ma grazie a una postazione lasciata aperta, da un computer collegato alla rete dell’agenzia Lazio Crea. Potrebbe essersi trattato di una dimenticanza o di una ‘finestra’ lasciata aperta volontariamente.
«L’idea che ci siamo fatti al Clusit è che l’attacco hacker contro la Regione Lazio si configuri esclusivamente come attività criminale, non legata ad aspetti di tipo ideologico», ha detto Gabriele Faggioli, presidente del Clusit (Associazione italiana per la sicurezza informatica) all’ANSA.
«Niente no vax ma cybercrime puro, finalizzato ad ottenere un riscatto in forma di bitcoin. Non ci sono evidenze di attività di social engineer e phishing, quindi dietro tutta la storia potrebbe esservi una persona che conosce bene i sistemi della Regione, con una consapevolezza tecnica ben specifica. Non sorprenderebbe l’esistenza di una talpa, anche esterna» .
«I dati sensibili dei cittadini non stono stati intaccati»
La buona notizia è che gli hacker che hanno attaccato il Ced non avrebbero avuto accesso alla storia sanitaria dei milioni di cittadini che sono inseriti nel database del sistema sanitario regionale. Lo si apprende da qualificate fonti della sicurezza secondo le quali l’attacco, per quanto riguarda la parte sanitaria, ha colpito il sistema prenotazioni Cup e a quello delle prenotazioni vaccinali. Non ci sarebbe stato un travaso di dati sanitari, anche se i pirati sarebbero comunque entrati in possesso di diversi dati anagrafici. «I dati sensibili dei cittadini non stono stati intaccati», aveva assicurato l’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato.
Non sarebbe stata neanche toccata l’infrastruttura informatica che riguarda il bilancio e la protezione civile. I pirati informatici responsabili dell’attacco, attraverso un file immesso nel sistema, avrebbero avanzato la richiesta di un ingente riscatto in bitcoin.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IN TOTALE 17 ARRESTI… “MASCHERINE E VACCINI SOTTRATTI ANCHE AI MEDICI IN PIENA CRISI COVID”
Mascherine e vaccini sottratti anche al personale sanitario, in piena crisi Covid. Gli appalti della sanità calabrese sarebbero finiti in mano alla ‘ndrangheta. Diciassette misure cautelari e un sequestro di più di 12 milioni di euro sono stati effettuati oggi.
Le cosche, secondo la Guardia di finanza, si sarebbero inserite nella gestione degli appalti della sanità reggina, grazie alla creazione di imprese che condizionavano il mercato.
Tra gli arrestati Nicola Paris, consigliere regionale eletto con oltre 6500 preferenze nella lista Santelli Presidente, nella coalizione di centrodestra. Paris è ai domiciliari.
L’operazione ‘Inter nos’ è stata condotta dai finanzieri del comando provinciale di Reggio Calabria, Gruppo investigazione criminalità organizzata (Gico) e Nucleo di polizia economico-finanziaria, e dello Scico, con il coordinamento della locale Procura della repubblica, Direzione distrettuale antimafia.
Sono stati eseguiti numerosi provvedimenti cautelari personali e patrimoniali, con il supporto di altri reparti del Corpo, nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Roma, Livorno, Verona e Milano.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’ATLETA OLIMPICA HA OTTENUTO ASILO POLITICO DALLA POLONIA, IL MARITO E’ RIUSCITO A FUGGIRE IN UCRAINA… IL FALLITO TENTATIVO DI SEQUESTRO E RIMPATRIO FORZATO E’ L’IMMAGINE DEL REGIME CRIMINALE DI LUKASHENKO
L’atleta olimpica bielorussa Kristina Timanovskaya “è al sicuro”, garantiscono il
Comitato olimpico internazionale e le autorità giapponesi all’indomani del suo tentato rimpatrio con la forza. Ha trascorso la notte nell’hotel dell’aeroporto Haseda di Tokyo e stamattina è andata all’ambasciata polacca a chiedere asilo a Varsavia che le ha già concesso un visto umanitario.
Volerà in Polonia mercoledì, mentre il marito è già fuggito a Kiev (la coppia non ha figli). Ma gli agenti bielorussi sarebbero in viaggio da Minsk alla sua città natale Klimovichy per “fare visita” ai genitori, denuncia la nonna al Fondo bielorusso per la solidarietà sportiva (Bssf), che aiuta gli atleti perseguitati dal regime Lukashenko per motivi politici
La velocista oggi avrebbe dovuto correre i 200 metri, ma ieri i funzionari del Comitato Olimpico Bielorusso (Noc), guidato da Viktor Lukashenko, che ha preso il posto del padre e presidente Aleksandr, l’avevano ritirata dai Giochi, costretta a fare le valigie e portata in aeroporto con un biglietto per Minsk.
Il suo “stato emotivo e psicologico” era preoccupante, la motivazione ufficiale. In realtà era arrivato un ordine dall’alto dopo che Timanovskaja si era sfogata su Instagram per essere stata iscritta senza preavviso alla staffetta 4×400 per sostituire connazionali che non si erano sottoposte a un numero sufficiente di test anti-doping: “Sono le Olimpiadi, mica uno scherzo”.
“Incolpi le persone di tutto il Paese senza capire cosa e come. Con la tua stupidità distruggerai tante vite”, le avrebbe detto il suo allenatore Jurij Moisevich.
Lo testimonierebbe un audio diffuso dal canale Telegram anonimo @nic_and_mike della conversazione tra Timanovskaja, Moisevich e il vicedirettore del Centro di allenamento bielorusso di atletica leggera Artur Shumak.
L’allenatore cerca di convincerla a tornare a casa e a restare in silenzio: “Per calmare le acque, devi stare zitta”. E ancora: “Risolviamo questo problema e te ne vai con calma. E ti prometto che rimarrai nell’atletica. […] Se stai qui contro la loro volontà, non porterà a nulla di buono”.
E la minaccia velata: torna in Bielorussia altrimenti “il tuo orgoglio […] ti trascinerà nel vortice del Diavolo. È così che si finisce col suicidarsi, sfortunatamente”.
Timanovskaja però non ha ceduto al ricatto. Ha chiesto protezione al Cio e alle autorità giapponesi che l’hanno sottratta dagli uomini che stavano per farla imbarcare con la forza su un volo per Minsk via Istanbul. Anche per lei sarebbe finita come il giornalista Roman Protasevich: arrestata all’atterraggio e costretta a fare pubblica ammenda. È riuscita a scampare il carcere, ma ora l’aspetta l’esilio.
(da la Repubblica)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA TRA CONFORMISMO, OPPORTUNISMO E TATTICISMO
Alla fine se ne è accorto anche lui. Anche Giancarlo Giorgetti ha confessato a
mezza bocca di non “riconoscersi” più nel progetto sovranpopulista e fancazzista di Matteo Salvini.
Anche Giorgetti, rappresentante fin troppo silenzioso di quella Lega che preferisce di gran lunga parlare alla borghesia imprenditoriale che rincorrere qualsiasi inutile e dannosa ribellione anti sistema, si è accorto che no, non è possibile tenere tutto insieme, che Draghi e Salvini non possono andare per mano, che non si può rischiare (sì rischiare è il temine giusto) di consegnare il Paese a gente come Giorgia Meloni, gente che organizza gazzarre parlamentari contro il greenpass, a gente che – come ha spiegato Alessandro Barbano proprio qui su HuffPost – che preferisce il gusto dell’iperbole alla fatica del governo, lo slogan d’effetto alla decisione efficace. La decisione che invece servirebbe al Paese.
Eppure, anche dopo le dichiarazioni di Giorgetti, quello che dovrebbe essere il dibattito principe sul futuro strategico del centrodestra italiano rimane nascosto in fondo a una palude di conformismo, opportunismo e tatticismo.
Tutti preferiscono far finta di nulla, pure se tutti sanno che non esiste paese europeo che metta insieme una destra liberale e di governo con una destra populista e sovranista, una destra sana con una malata.
E allora ecco che è tutto un argomentare ufficiale su partiti unici, federazioni e patti di ferro: trucchi infantili per tenere insieme ciò che insieme non può e non potrà mai stare.
Serve un atto di coraggio. E di verità. Serve il coraggio di sancire come “mai nata” l’esperienza di questo centrodestra a trazione sovranista e antieuropea. Un aborto politico, ecco cosa è un’alleanza che dice di volere governare l’Italia e contemporaneamente rincorre ogni micragnoso rivolo di ribellismo
La “destra doppia”, come l’ha definita Ezio Mauro, può anche avere il vento in poppa nei sondaggi, ma una volta al governo dell’Italia si andrebbe a schiantare a causa delle sue contraddizioni.
In tanti, in troppi, sanno tutto questo molto bene, sanno che la Meloni non governerà mai a furia di scommettere su gente come Michetti l’imperatore e Mollicone il corridore, sanno che Salvini ormai è una sorta di giullare impazzito che non prenderà mai più una decisione di governo, ma fanno finta di niente per mero attendismo. “Sì vabbè, ma chi ce lo fa fare. Qualcun altro ci penserà…”.
Ma no, la politica non funziona così, la politica non è attesa. Perché a furia di aspettare che qualcuno al posto nostro risolva i problemi c’è il rischio concretissimo che alla fine qualche “mostro” riesca davvero a prendere il sopravvento.
Lo spiega con esattezza geometrica Anne Applebaum, premio Pulitzer per il suo Gulag: “C’è bisogno di una forte destra liberale, moderata. Una destra ‘centrale’ che rispetti la democrazia e le sue regole. Nei Paesi in cui questa destra ‘centrale’ scompare viene a crearsi un vuoto, uno spazio politico, che presto verrà occupato dalla destra radicale”.
Chi risponderà in Italia a questo “bisogno”? Ecco, il futuro politico italiano è tutto nella risposta a questa domanda. E certo non basterà un mal di pancia di Giorgetti per costruire davvero una destra che sia davvero sentinella di democrazia. Serve molto di più.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 2nd, 2021 Riccardo Fucile
PARLARE DI DOPING SENZA PROVE E’ DIFFAMAZIONE, SE LORO SONO ABITUATI COSI’ NON ROMPANO I COGLIONI AL PROSSIMO
La vittoria di Marcell Jacobs non ha fatto in tempo a compiere il percorso inverso rispetto a lui, raggiungendo gli Stati Uniti, che ha sollevato immediate polemiche.
La più rumorosa, quella avanzata dal Washington Post, che in un articolo, lancia l’attacco: “Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no”.
L’allusione, nemmeno tanto velata, è che il risultato del velocista italiano – che ha vinto i 100 metri in 9″80 davanti all’americano Fred Kerley, che ha corso in 9″84 – non sia genuino. Un’ombra che evoca volutamente il peggiore dei sospetti: il doping.
Colpa, per il Post, della storia recente dell’atletica mondiale, “disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping”.
Sulle pagine del giornale statunitense, Jacobs diventa “Obscure Italian from Texas”. Che significa “Sconosciuto”, ma con quell’accezione di oscuro che avanza sospetti anche senza esplicitarli. per quello, il commento è decisamente più chiaro: “Non è colpa di Jacobs se la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi”.
Un punto di vista che trova sponde soltanto nel mondo anglofono. Quella del britannico Times, ad esempio: “Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta”, scrive il giornale inglese. Che al commento aggiunge una statistica: delle 50 migliori prestazioni mondiali sui 100 metri, tolte le 14 di Bolt, ne restano 36. E di queste, 32 sono state prodotte da velocisti poi risultati positivi ai controlli antidoping.
E proprio il capo dei corrispondenti sportivi del Times, con un tweet molto dibattuto in rete, solleva dubbi, sebbene non esplicitandoli: “Il nuovo campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, ha rotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso 9,84 in semi e 9,80 per vincere. Ah bene”.
Come se fosse il primo caso di un atleta che si miglioram in base alla programmazione posta in essere.
(da agenzie)
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