Destra di Popolo.net

LA VERGOGNA SU VENTOTENE: MELONI, LE POST-VERITA’ E LA FOGNA DELLA STORIA

Marzo 20th, 2025 Riccardo Fucile

IL RICHIAMO DELLA FORESTA LE HA FATTO CADERE LA MASCHERA

Come il cane Buck di Jack London, ancora una volta Giorgia Meloni non è riuscita a trattenere i suoi spiriti animali, facendosi trascinare dal richiamo della foresta della cultura fascista da cui provengono lei e la classe dirigente del suo partito. Nell’ora più buia dell’Europa, schiacciata tra il regime criminale di Vladimir Putin e le minacce degli Stati Uniti del suo amico Donald Trump, la premier davanti al parlamento e al governo in gran completo non ha avuto alternativa migliore che brutalizzare il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Un documento scritto 84 anni fa dai padri fondatori del federalismo europeo, oltraggiato da Meloni attraverso la lettura di citazioni strumentali prese a spizzichi e bocconi dalle pagine di uno dei lavori intellettuali più rilevanti della dottrina politica italiana. Un progetto che ha contribuito a portare, oltre all’unità del vecchio continente, quasi 80 anni di pace e prosperità in Europa, dopo la devastazione e gli orrori causati dal nazionalismo fascista e nazista.
Ora, l’erede di quella tradizione che si sperava costretta per sempre nelle fogne della storia ha dichiarato che quella di Ventotene (cioè libera, antifascista e pacifista) «non è la mia Europa». Mani in tasca, tono da me-ne-frego e dimentica che Spinelli era stato mandato dal suo statista preferito per sei anni al confino nelle isole pontine, la presidente del Consiglio ha certamente dato scandalo. Ma ha contemporaneamente avuto il merito di levarsi la maschera, mostrando agli italiani la mediocrità del livello politico e strategico a cui tende.
Al netto del solito revanscismo di una cultura politica che ha perso prima l’onore e poi la guerra, a quella di Spinelli la presidente propone infatti una ricetta alternativa reazionaria: quella delle piccole nazioni chiuse in sé stesse, scevre da istituzioni sovranazionali, il più possibile autarchiche e con le mani libere.
L’opzione sovranista propugnata dalle Meloni, dai Salvini e dalle altre destre estreme che mettono a rischio le democrazie liberali europee sorte dopo il Secondo conflitto mondiale, però, mai come in queste settimane sta mostrando tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti.
La scelta del sovranista Donald Trump di dichiarare l’Europa come sua avversaria e nemica («La Ue è stata creata per fottere gli Usa», ha detto) e l’intento di Washington di costruire con la Russia e la Cina un nuovo ordine mondiale basato su tre grandi imperi rendono evidente anche ai meno avvezzi al comprendonio che gli europei o stringono i bulloni dell’alleanza da un punto di vista economico, culturale e militare oppure sono destinati a contare poco o nulla nei decenni a venire. Con conseguente perdita non solo di influenza geopolitica, ma di benessere e prosperità per tutti i cittadini.
Ecco: l’interesse dell’Italia e degli italiani che Meloni sventola come suo spirito guida è uno solo. Quello di costruire, con i partner francesi, spagnoli, tedeschi, degli altri dei Ventisette e degli inglesi (che dopo la Brexit stanno facendo più di un passo
indietro) un’Europa più unita e dunque più forte. Esattamente quello che ipotizzava Spinelli, ieri dileggiato senza vergogna. Perché solo un alienato o un fanatico può immaginare che le fragili e invecchiate nazioni europee possano difendersi, singolarmente, dall’aggressione dei giganti che puntano a dividersi il mondo in sfere di influenza.
L’inadeguatezza del rimedio sovranista alla nuova fase storica è incarnato dal balbettio di Meloni delle ultime settimane, da quando le posizioni di Trump sull’Ucraina e sui dazi hanno minato la strategia di Palazzo Chigi di porsi come fondamentale cerniera tra gli Usa e l’Unione. Marginalizzata da Donald che non l’ha ancora incontrata da quando è diventato presidente, isolata a Bruxelles dal rinnovato asse franco-tedesco, la capa di Fratelli d’Italia pratica da mesi un donabbondismo pavido e pericoloso. Arrivando a criticare – invece che le aggressioni di Trump alle nostre aziende – la casa comune europea, rea per Meloni di essersi difesa dalla guerra commerciale lanciata dal tycoon con inutili «rappresaglie tariffarie».
Una manipolazione dei fatti e un’operazione di post-verità che serve a Meloni per tentare di restare in equilibrio e per non schierarsi – come dovrebbe chi ha davvero a cuore gli interessi nazionali – contro il suo sodale americano.
Una posizione difficile da mantenere a lungo: quando i dazi Usa verranno applicati, gli effetti sul sistema economico italiano saranno drammatici, come ha spiegato bene Mario Draghi in Senato mentre i deputati di FdI e Lega sbadigliavano sui cellulari. A quel punto non basterà maramaldeggiare su Spinelli per tranquillizzare le categorie che saranno colpite dalla crisi che si staglia all’orizzonte.
(da agenzie)

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GIORGIA MA NON PER TUTTI

Marzo 20th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI NON PARLA ALLA NAZIONE MA ALLA FAZIONE

È più forte di lei, di tanti, di quasi tutti i leader della nuova era. Non parlano più alla Nazione ma alla fazione, come se fossero soltanto leader di partito, e di un partito eternamente all’opposizione. D
alla presidente di Fratelli d’Italia ci si può aspettare che segnali le contraddizioni del manifesto di Ventotene, i cui autori teorizzavano un’Europa unita, ma anche l’abolizione della proprietà privata e la sospensione temporanea della democrazia. Sono proprio queste le intemerate che i suoi elettori amano sentirle fare, perché servono a rappresentare lei come una combattente e la sinistra come degli snob ipocriti che disprezzano il popolo nel cui nome pretendono di parlare.
Dalla presidente del Consiglio dei ministri mi sarei invece aspettato che non si affacciasse in un’aula parlamentare per compiacere i suoi elettori e tirare calci negli stinchi ai suoi avversari.
Da chi ricopre certe cariche è legittimo auspicare che voli un po’ più alto, no? Che riconosca il valore simbolico di quel documento, scritto da persone mandate al confino dal fascismo e quindi in un contesto politico e psicologico molto particolare. E che, liquidate le contraddizioni con una battuta, ne faccia suoi i punti fondamentali, anziché prenderne le distanze nell’eterno giochino del Noi contro Loro. Quando sei il capo del governo, o di un condominio, tutti i tuoi amministrati diventano Noi. Anche Loro. Ma forse la mia è un’illusione, molto più datata del manifesto di Ventotene.

(da corriere.it)

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“QUEGLI ANTIDEMOCRATICI A VENTOTENE”: COSI’ MANTOVANO HA ISPIRATO GIORGIA MELONI

Marzo 20th, 2025 Riccardo Fucile

IN UN INTERVENTO DI DUE ANNI FA, IL CATTOLICISSIMO SOTTOSEGRETARIO DEFINI’ IL MANIFESTO DI SPINELLI E ROSSI LA SUMMA DEL PARTITO DEGLI ANTI-ITALIANI

Brutto posto questa Ventotene. «C’è stato fino a un recente passato una sorta di pellegrinaggio a Ventotene per rendere omaggio agli estensori del Manifesto, in particolare ad Altiero Spinelli. Il pellegrinaggio è finito quando ci si è resi conto che – parlo da meridionale – non portava bene. Perché normalmente chi ci andava dopo poco cadeva, da Merkel a Renzi».
A parlare così è stato due anni fa il vero ispiratore dello show di Giorgia Meloni alla Camera contro il Manifesto di Ventotene. Chi ha fornito l’arma di distrazione di massa alla premier? La domanda ha percorso per ore il Transatlantico. Tutti a ipotizzare che fosse il braccio destro Giovambattista Fazzolari. Sbagliato. Era l’altro braccio destro: Alfredo Mantovano.
La prova è in un intervento che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uomo chiave della premier fece nel giugno 2023 in un convegno organizzato dalla rivista “Tempi” a Caorle. Quasi la fotocopia, ante-litteram, di quel che ha detto quasi due anni dopo Meloni alla Camera. Sia nei modi che nelle citazioni. Ma se Meloni ha pescato il fior da fiore, le parole di Mantovano vanno rilette perché svelano il ragionamento di fondo.
In quell’intervento oggi dimenticato, in casa della rivista di Comunione e liberazione, il cattolicissimo Mantovano comincia, proprio come Meloni, citando il Manifesto di Ventotene come qualcosa di «tanto citato quanto non letto, tanto esaltato quanto poco meditato». Lui però lo ha letto, citato, meditato. E parte con gli anatemi. Lo definisce un «riferimento ideale del partito antitaliano», costituito da «un raggruppamento
trasversale che ha una sua precisa visione della storia, la cui sintesi è: l’Italia è un Paese sbagliato», in ultimo perché nel 1948 «ha voltato le spalle al sol dell’avvenire». Qualcosa a metà tra la Terza Internazionale e la Spectre, insomma.
A questo raggruppamento trasversale, che avrebbe voluto stare col blocco sovietico, «il ripristino di una regola elementare di ogni sistema democratico non piace a prescindere». Da sempre, in pratica.
C’è quel trascurabile dettaglio che il manifesto è stato composto da due confinati del regime fascista, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, e rivisto da Eugenio Colorni, ucciso dai fascisti nel 1944. Difficile collocarli nella squadra di quelli che non volevano ripristinare il sistema democratico, ma non importa.
Mantovano prosegue: «È un partito che non si presenta alle elezioni», ma che «all’inizio della storia repubblicana si era incarnato nel Partito d’Azione: non ha avuto molto successo elettorale, ma l’ha mantenuto, per lo meno come impostazione, sul piano culturale, arrivando a dettare una tendenziale egemonia, anzitutto nei media, ma non soltanto nei media».
Summa simbolica di questo partito antitaliano e antidemocratico sarebbe, spiega Mantovano, il Manifesto di Ventotene. «Voglio menzionare 2 o 3 passaggi perché è veramente il modo di intendere oggi l’opposizione, non soltanto al governo del Meloni, ma all’identità italiana». Nel convegno di Tempi, giugno 2023, Mantovano procede a leggere questi passaggi, il terzo dei quali è lo stesso pronunciato da Meloni alla Camera.
Il manifesto di Ventotene, «quello che viene spesso identificato come il manifesto fondativo dell’Europa», in questa visione sarebbe in realtà il manifesto degli anti-italiani. Chi si richiama al manifesto di Ventotene è per di più, nel mondo Meloni-Mantovano, allergico alla democrazia, considera «il potere democratico torbido, verrebbe da dire plebeo» e il il popolo «non consapevole di ciò che serve effettivamente per il suo stesso bene».
In tutto questo, la destra sarebbe sostanzialmente vittima di un’ingiustizia, spaventosa: «È veramente un paradosso che veniamo considerati una deriva autoritaria perché vogliamo ribadire, nella prassi di governo quotidiana, il principio che governa chi ha preso i voti», protesta Mantovano. La vera democratica insomma è Giorgia Meloni. Schiacciata dai tiranni di Ventotene e dai loro epigoni: da Altiero Spinelli ad Elly Schlein.
Praticamente, sostiene Mantovano, la deriva autoritaria sono loro. Quelli che si richiamano a Ventotene e che accusano di «deriva autoritaria» chi è stato democraticamente eletto. Un partito-non-partito: non soltanto i politici, anche i giornalisti, gli euroburocrati, i giudici. «Oggi le opposizioni non sono tanto quelle presenti in Parlamento, ma si trovano in alcuni gruppi editoriali, si trovano pericolosamente in alcune fasce della burocrazia in Italia e soprattutto in Europa, si
trovano in alcuni pezzi di giurisdizione». Ovvero la stampa, la magistratura. È il mondo alla rovescia raccontato ieri da Mantovano. E oggi dalla premier Giorgia Meloni

(da agenzie)

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COLORNI: “MIO PADRE UCCISO PER DIFENDERE QUELL’IDEALE”

Marzo 20th, 2025 Riccardo Fucile

“IN ITALIA ABBIAMO AVUTO ALTRE SIMILI ASSURDITA’ QUANDO BERLUSCONI DISSE CHE IN QUELL’ISOLA I CONFINATI ANDAVANO IN VILLEGGIATURA”

Renata Colorni, figlia del filosofo antifascista Eugenio Colorni, ucciso nel 1944, e cresciuta da Altiero Spinelli, secondo marito della madre, ha da poco finito di ascoltare «indignata» le parole della premier pronunciate in Aula alla Camera e non esita a dire che «Giorgia Meloni non solo rinnega la memoria, ma la oltraggia anche».
Alle origini del Manifesto di Ventotene
Suo padre e Spinelli furono tra gli ideatori e firmatari del Manifesto di Ventotene: che effetto le ha fatto sentire la premier dire di non riconoscersi in uno dei testi fondativi dell’Unione europea?
«Noi oggi possiamo discutere e parlare perché le persone, che lo hanno scritto, sono morte e hanno perso la vita per questo. Ma d’altronde Meloni non è la prima ad averlo rinnegato».
A chi si riferisce?
«In Italia abbiamo avuto altre simili assurdità quando Silvio Berlusconi disse che a Ventotene i confinati andavano in villeggiatura».
Questa volta però si tratta di parole, quelle di Meloni, pronunciate in Parlamento. È ancora più grave?
«È un salto di qualità orrendo. La presidente del Consiglio ha oltraggiato la memoria di un gruppo di persone che rappresenta l’antifascismo italiano e che è stato in prigione a Ventotene. E in più ha fatto una dichiarazione di inimicizia nei confronti dell’Europa».
Dall’opposizione è arrivata però una risposta forte.
«La premier ha provato a nascondere le contraddizioni presenti nella sua maggioranza. Ma la reazione è stata abbastanza impressionante: l’importante è che in Parlamento si siano levate voci molto forti e molto decise, come quelle del dem Federico Fornaro e della segretaria del Pd Elly Schlein».
Lei è salita sul palco della manifestazione del 15 marzo Una piazza per l’Europa. Meloni ha detto che le persone erano presenti in piazza non hanno capito il Manifesto di Ventotene. Cosa risponde?
“Spinelli era comunista, Colorni era socialista e Ernesto Rossi liberale. Insieme, partendo da tre posizioni diverse, hanno pensato a una soluzione che potesse far uscire l’Europa dalla situazione in cui si trovava, hanno cercato un modo per combattere i nazionalismi e preparare un avvenire comune per l’Europa. Forse la premier lo ha dimenticato, o forse non lo ha mai saputo».

(da agenzie)

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CONTINUA LO STERMINIO DEL POPOLO PALESTINESE A GAZA, LA PIU’ GRANDE ASSOCIAZIONE CRIMINALE CONTINUA IL SUO LAVORO: NUOVA STRAGE DI CIVILI TRA CUI DONNE E BAMBINI

Marzo 20th, 2025 Riccardo Fucile

IL MONDO CIVILE NON DIMENTICHERA’ QUESTO GENOCIDIO PER SECOLI

Le ultime notizie sulla guerra di Israele nella Striscia di Gaza. Lo stato ebraico ha lanciato una nuova operazione di terra nella notte uccidendo almeno 71 palestinesi, tra cui donne e bambini. Nel mirino dell’IDF in particolare edifici residenziali nelle città di Khan Younis, Rafah e Beit Lahiya.
Nella serara di ieri la polizia israeliana ha arrestato 12 manifestanti durante le accese proteste antigovernative a Gerusalemme scatenate dall’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu di voler licenziare il capo dello Shin Bet, Ronen Bar.
Anche uno sminatore inglese tra i feriti del bombardamento israeliano di ieri
C’è un esperto britannico di sminamento, un uomo di 51 anni di cui non è stato reso noto il nome, tra gli stranieri feriti nell’esplosione che ieri ha devastato una struttura dell’ONU nella Striscia di Gaza, uccidendo almeno un funzionario internazionale e ferendo diversi altri dipendenti o collaboratori della sede. Lo ha riferito alla Bbc l’organizzazione Mines Advisory Group. Fonti ONU hanno indicato la responsabilità d’Israele dietro l’esplosione, cosa che le autorità israeliane viceversa negano. Intanto il Foreign Office britannico si è unito alla richiesta di Palazzo di Vetro di “un’indagine trasparente” sull’accaduto.
Almeno 5 operatori dell’UNRWA uccisi a Gaza da Israele
Secondo il direttore generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, negli ultimi giorni sono stati uccisi cinque membri dello staff dell’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari alla Palestina. “Negli ultimi giorni sono stati confermati altri cinque membri dello staff dell’UNRWA uccisi, portando il bilancio delle vittime a 284. Erano insegnanti, dottori e infermieri al servizio dei più vulnerabili”, ha affermato in una dichiarazione pubblicata su X.
Il Ministero della Salute di Gaza: “Da martedì uccisi 710 palestinesi”
Il portavoce del Ministero della Salute della Striscia di Gaza, Khalil Al-Daqran, ha dichiarato che da martedì sono stati uccisi 710 palestinesi e feriti altri 900. Secondo Al-Daqran, molti dei feriti sono deceduti per la mancanza di cure mediche tempestive, dovuta alla grave carenza di attrezzature sanitarie e medicinali essenziali. Il portavoce ha inoltre sottolineato che circa il 70% dei feriti sono donne e bambini, e che la maggior parte delle lesioni riportate sono di grave entità, aggravando ulteriormente l’emergenza sanitaria nella Striscia.
Itamar Ben-Gvir, l’ultranazionalista recentemente tornato ministro della sicurezza nazionale di Israele, ha accusato i manifestanti che protestano contro il primo ministro, Benjamin Netanyahu, di essere contro lo stato. “Gli attivisti della protesta hanno da tempo smesso di essere solo contro il governo e il Primo Ministro. Sono diventati del tutto contro lo Stato di Israele”, scrive Ben-Gvir sulle reti sociali, a proposito di una recente manifestazione nei pressi della residenza di Netanyahu a Gerusalemme Ovest, dove uno dei leader della mobilitazione e’ stato udito paragonare Netanyahu al leader nazista tedesco Adolf Hitler.
Ben-Gvir ha anche affermato che il “sangue del rifiuto” dei manifestanti “non verra’ mai lavato dalle loro mani”, in quello che sembra un riferimento al rifiuto di sostenere la guerra a Gaza.
(da agenzie)

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IL DISCORSO VERGOGNOSO ALLA CAMERA DI GIORGIA MELONI DEVE ESSERE ACCOLTO NON DA GRIDA “VERGOGNA” E “NON C’È SPAZIO IN QUEST’AULA PER IL FASCISMO”, MA DA UNA “STANDING OVATION”, PERCHÉ HA SMASCHERATO CHI C’È DAVVERO DIETRO QUEI BOCCOLI DA MESSA IN PIEGA E QUEL SORRISO DA “FURBETTA DEL QUARTIERINO”

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

PER COPRIRE LE DIVISIONI DI FRATELLI D’ITALIA E LE BORDATE DI SALVINI, LA CERCHIOBOTTISTA MELONI HA OLTRAGGIATO IL MANIFESTO DI VENTOTENE, TESTO SACRO PER L’ITALIA REPUBBLICANA, RECUPERANDO NELL’ARMADIETTO DEI RICORDI IL MANGANELLO E L’OLIO DI RICINO … E’ CADUTA LA MASCHERA

Alla presenza dei cosiddetti leader dell’opposizione (Schlein, Conte, Fratoianni, etc.), oggi alla Camera si è presentata una Giorgia Meloni in modalità “Fronte della Gioventù”, metaforicamente carica di olio di ricino e armata di manganello, molto diversa dalla premier cerchiobottista di ieri al Senato.
Leggendo alcuni passaggi del ‘’Manifesto di Ventotene’’ scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941 sull’isola del Lazio dove il fascismo li aveva messi al confino, tenendo fede al nomignolo “Ducetta”, ha dichiarato: “Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia”
Poi, tira fuori gli artigli per rivolgersi direttamente al Pd-Elly, di cui sottolinea le “contraddizioni” (“Non mi è chiarissima neanche la vostra idea di Europa”) spiegando di voler attendere il suo successivo intervento per capire qual è la linea dem. Una manganellata non poteva mancare per il travagliato Conte: ‘’Francamente non ho tempo per la vostra lotta nel fango”.
Fiato alle trombe e rullo di tamburi per il gran finale: “Nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest’Aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l’abbiano mai letto, perché l’alternativa sarebbe spaventosa”.
Un’uscita che ha fatto ovviamente scoppiare il caos alla Camera, manco avesse urlato “Viva il Duce!”. Seduta più volte sospesa con le opposizioni che insorgono, gridano “vergogna”, “Meloni chieda scusa”, “Non c’è spazio in quest’Aula per il fascismo”. Sull’altra sponda, il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, quello che si divertiva a carnevale a camuffarsi da SS, che sbotta: “E basta con sto fascismo…”.
A quel punto gli occhi di Federico Fornaro del Pd si riempiono di lacrime e la voce si spezza quando afferma: “Non è accettabile fare la caricatura degli uomini protagonisti del Manifesto di Ventotene. Lei, presidente Meloni, siede in questo Parlamento anche grazie a loro. Noi siamo qui grazie a quei visionari di Ventotene che erano confinati politici. Si inginocchi di fronte a questi uomini e queste donne, non insulti la loro memoria”.
Intanto, scrive l’Ansa, ”la presidente del Consiglio, impegnata nella tradizionale colazione al Quirinale che anticipa i Consigli europei (in cui Mattarella ha evitato un incontro con la Meloni, ndr), posta sui suoi canali social il video in cui parla in Aula di Ventotene con la scritta “Giudicate voi””.
Spiazzata dalla piazzata meloniana anche la Lega di lotta e di governo (in aula erano presenti solo Giorgetti e Calderoli mentre il principale avversario della Meloni, Matteo Salvini, era assente, impegnato a Bruxelles). Così alcuni ingenui esponenti della Lega, a microfoni spenti, hanno commentato che “si poteva evitare di spostare la discussione dall’Europa ad una battaglia ideologica”.
Ci pensa il dem Peppe Provenzano a illuminare le meningi ritardate del Carroccio sulla bombastica mossa della Statista di Colle Oppio: “Pur di coprire le divisioni della destra, le bordate di Salvini, la patriota Meloni è disposta a irridere i padri della Patria e dell’Europa”.
Da parte nostra, siamo felicissimi che la premier, spostare l’attenzione mediatica via dalle difficoltà in FdI e dalla battaglia quotidiana con la Lega, abbia recuperato nell’armadietto dei ricordi il fez e vomitato tale oltraggio al testo sacro per l’Italia repubblicana e antifascista.
Così finalmente tutti coloro che alle elezioni del 2022 a suon di voti hanno portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni finalmente capiscono chi è, chi non è e chi si crede di essere il nostro presidente del Consiglio.
La signorina si è tolta la mascherina da ‘’conservatrice e democratica”: è uscita dalla zona grigia del camaleontismo ed ora costringerà alle prossime elezioni i cittadini a prendere una posizione: o di qua o di là.
Quel gioco truffaldino di avere quattro maschere ed usarle tutte e quattro, è finito oggi alla Camera. E’ scomparsa la leader di FdI, in modalità Zelig, che nel 2016 su Facebook si camuffava da “democratica” citando il Manifesto di Ventotene, come riporta il sito Lettera43:
“Allora non c’era una Piazza da combattere, ma “solo” l’Europa di Renzi, Hollande e Merkel. “Da Renzi, Hollande e Merkel solo parole e buoni propositi, non una sola azione concreta. Sull’Europa avevano le idee più chiare nel 1941 i firmatari del manifesto di Ventotene, detenuti in un carcere, che non questi tre premier europei nel 2016”.
Il discorso vergognoso alla Camera sia quindi accolto da una “standing ovation” perché ha finalmente smascherato chi c’è davvero dietro quei boccoli da messa in piega e quel sorriso da furbetta del quarti

(da Dagoreport)

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LA SAGGISTA MIRELLA SERRI IMPARTISCE UNA LEZIONE DI STORIA ALLA DUCETTA: “FORSE LA NOSTRA PREMIER HA LETTO SOLO QUALCHE RIGA DEL MANIFESTO DI VENTOTENE. E SI È FERMATA ALL’INIZIO. PECCATO! ERNESTO ROSSI, UNO DEGLI AUTORI, NELLA PARTE FINALE ATTACCA IL COMUNISMO CHE CREA DANNI ‘STATIZZANDO L’ECONOMIA’”

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

“ROSSI INSISTEVA SULLA LOTTA A OGNI FORMA DI CORPORATIVISMO, ANCHE A CARATTERE SINDACALE, CAPACE DI PERPETUARE I PRIVILEGI DELLE CATEGORIE PIÙ POTENTI A SCAPITO DEL RESTO DELLA SOCIETÀ. COSA C’È CHE NON VA?”

Forse la nostra premier ha letto solo qualche riga del Manifesto di Ventotene. E si è fermata all’inizio. Peccato!
Ernesto Rossi uno degli autori del Manifesto nella parte finale attacca il comunismo che crea danni “statizzando l’economia”, che dà vita a incredibili nuovi privilegi attraverso la concentrazione del potere nelle mani del partito unico.
Rossi sottolineava che il compito dello Stato era di potenziare le politiche sociali, correggere il mercato, mettere in atto strumenti di lotta contro i monopoli (non a caso Rossi scriverà contro l’avventura economica del fascismo “I padroni del vapore”) e intervenire contro la grande proprietà fondiaria.
Rossi insisteva sulla lotta a ogni forma di corporativismo, anche a carattere sindacale, capace di perpetuare i privilegi delle categorie più potenti a scapito del resto della società. Cosa c’è che non va?

Mirella Serri

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MELONI SU VENTOTENE TORNA ALLE RADICI PR FAR DIMENTICARE LE SPACCATURE DEL GOVERNO

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

ALTRO CHE STATISTA, SEMBRA MOLLICONE: L’ULTIMA TROVATA E L’OLTRAGGIO ALLA MEMORIA

L’ultima trovata di Giorgia Meloni è l’oltraggio alla memoria. La mostrificazione del Manifesto di Ventotene, magna charta del federalismo europeo, testo sacro per l’Italia repubblicana e antifascista, per scatenare l’inferno in Aula e spostare l’attenzione mediatica via dalle difficoltà proprie e dalle divisioni del governo.
Prima dichiara che lo fa «a beneficio di chi ci guarda da casa» e dopo averlo fatto lo rivendica, postando il suo intervento sui social: «Giudicate voi». Sono gli elettori i suoi interlocutori, il resto non conta.
La premier a Montecitorio inaugura così un nuovo orizzonte della destra al potere, finora certamente inesplorato persino nel trentennio berlusconiano. È il nazionalpopulismo. Il trumpismo versione italiana. Forse non il suo punto di inizio, ma di certo a un punto di svolta.
Alle 12 e 20, giunta ormai alla fine della seconda replica del dibattito alla vigilia del
Consiglio europeo in cui si discuterà del piano ReArm Eu, la premier estrae dei fogli e si mette a leggere alcune citazioni parziali estrapolate dal Manifesto di Ventotene. L’intento è denigratorio, la lettura è volutamente decontestualizzata, fuorviante, offensiva, un perverso abracadabra. È quello l’effetto che vuol sortire: «Non è la mia Europa», conclude soddisfatta. Il dibattito in Aula, che fino a quel punto con la replica della premier si trascinava all’insegna della mediocrità – i taccuini dei giornalisti rimasti bianchi per assenza di spunti – si anima improvvisamente.
Mezz’ora prima, a Radio24, il leghista Riccardo Molinari aveva anticipato le parole di Matteo Salvini: «L’Italia non approverà una risoluzione che dà a Meloni il mandato di approvare il ReArm eu». Dice cioè che la premier non ha il mandato per dire sì al piano di von der Leyen. Sono le parole che certificano la distanza interna alla maggioranza, con i Fratelli d’italia e Forza Italia favorevoli al piano, i leghisti contrari. Sarebbe la sostanza, il cuore del dibattito, si dovrebbe parlare di questo. Ma nessuno in quel momento ha tempo di farci caso.
Nell’Aula si scatena un inferno, mai visto almeno da anni. Le proteste delle opposizioni, per una volta tutte unite, invece di essere sedate da un sapiente intervento della presidenza (silente, interverrà solo dopo una riunione dei capigruppo per intimare rispetto per quella storia e quelle persone), vengono al contrario eccitate dal sottosegretario Gianmarco Mazzi, che applaude provocatorio dai banchi del governo, gesto vietato dai regolamenti parlamentari, incitando i suoi colleghi a fare altrettanto. Tutti si alzano: protestano non solo i soliti, ma anche i più silenziosi. I più moderati. Urla in piedi anche il capo dei moderati del Pd, Lorenzo Guerini, nessuno dei presenti gliel’ha mai visto fare: «Non urlavo dal 1971», cioè da quando aveva 5 anni, confesserà poi lui stesso. Il presidente Lorenzo Fontana prova a dare la parola al ministro Foti per i pareri del governo sulle mozioni da votare, ma il caos gli impedisce anche quel passaggio formale. L’opposizione rifiuta di accettare che si possa andare avanti nei lavori d’aula, la seduta viene interrotta, poi Fontana accorda un giro di interventi.
Il vero simbolo del giorno è Federico Fornaro. Storico, uomo di numeri, schivo, silenziosissimo, durante la bagarre e poi quando ottiene la parola esplode della rabbia dei miti, di quelli che sempre si danno come regola di non esagerare: «Usare in questo modo la memoria di Ventotene significa oltraggiare la memoria di Altiero Spinelli considerato in tutta Europa il padre dell’Europa. Si inginocchi la presidente del consiglio!». Dice alla fine di un intervento appassionato e commovente, prima di crollare sul banco e piangere, con le mani davanti alla faccia. I suoi gesti e le sue parole racchiudono quelle di un intero mondo, incredulo nel vedere stracciati così i fondamenti minimi della dialettica politica, ma anche della noncuranza con la quale la leader del partito , tante volte accusata di non aver fatto i conti con il fascismo, maneggia la storia e capovolge il senso di ciò che accadde proprio nel Ventenni
«Fascisti? Dopo ottant’anni? Ma basta!», grida infatti il suo capogruppo Galeazzo Bignami, dai banchi di Fratelli d’Italia. Perché ecco, il livello è questo.
Giorgia Meloni, mentre le agenzie battono il Salvini che dice non avrà il mandato al piano di riarmo, sorride dai banchi del governo. Eccitato il dibattito da un’altra parte, spostata l’attenzione, è il massimo che poteva ottenere in una giornata come questa. Certo, il prezzo in termini di credibilità personale è forse troppo alto. Ancora una volta la premier rinuncia a fare un salto verso lo standing di leader internazionale, riconosciuta e stimata. Più che verso Angela Merkel sembra avviata verso Federico Mollicone. Ma anche nell’ambizione ci sono delle priorità e certamente Meloni ha le proprie.

(da L’Espresso)

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LO STORICO GIANNI OLIVA: “PRESIDENTE MELONI, SUL MANIFESTO DI VENTOTENE, IN COSA NON SI RICONOSCE?”

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

PERCHE’ QUESTA NON E’ LA SUA EUROPA, PRESIDENTE?

Il “Manifesto di Ventotene”, che la presidente Meloni ha citato oggi alla Camera affermando che “non è quella la mia Europa”, è un documento per la promozione dell’unità politica europea, scritto nel 1941 da tre intellettuali antifascisti confinati a Ventotene, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
Il documento non era elaborazione individuale, ma frutto delle discussioni tra i confinati nell’isola (circa 800 persone, di cui 500 schedate come comunisti, 200 come anarchici e i restanti come azionisti o socialisti). Originariamente diffuso
clandestinamente, il Manifesto venne organizzato nel 1944 in tre capitoli da Eugenio Colorni, filosofo socialista di religione ebraica, riuscito a fuggire dal confino, assassinato a Roma il 30 maggio 1944 dai militi fascisti della banda Koch: la prima parte riguardava la “crisi della società moderna”, la seconda i “compiti del dopoguerra e l’unità europea”, la terza “la forma della società”.
Non soffermiamoci sulle declinazioni pratiche (un documento elaborato oltre 80 anni fa, nell’infuriare della guerra, è evidentemente datato nelle proposte operative), ma limitiamoci ai principi ispiratori, che in quanto tali conservano carattere di universalità.
La tesi principale è quella secondo cui l’esistenza stessa dello stato nazionale costituisce una minaccia permanente per la pace internazionale, perché il fine dello stato è l’espansione e lo strumento più efficace per ottenerla è la guerra.
La fondazione del federalismo europeo diventava quindi l’obiettivo fondamentale del dopoguerra: trasferimento progressivo e graduale della sovranità ad un organismo federale sovranazionale, all’interno di una struttura di negoziato permanente.
E’ in questo, Presidente, che Lei non si riconosce? Nell’idea di una cessione di sovranità nazionale in vista di una realtà allargata di tipo federale? Lei pensa che in un mondo globalizzato l’Italia sia sufficientemente attrezzata per reggere da sola il confronto con gli Stati Uniti, o con la Cina, o con le tante altre economie più forti della nostra?
Nella prospettiva tracciata dal Manifesto c’è sicuramente un elemento che penalizza la sua politica: Lei è abituata a decidere liberamente grazie ad una coalizione acquiescente e ad un’opposizione frammentata e impalpabile; in un’Europa federale Lei dovrebbe misurarsi con altre posizioni e trovare un “compromesso” nel senso più nobile del termine (“promettere insieme”, cioè partire dalle rispettive posizioni non per ridimensionarne l’una o l’altra, ma per raggiungere una sintesi che le comprenda entrambe).
La dimensione federale è esercizio per eccellenza di democrazia partecipata: è forse questo il problema? Il limite intrinseco al decisionismo?
L’altro principio fondante del Manifesto di Ventotene è la rigenerazione della società garantita da una prospettiva europea: un’Europa che riscopra i valori che avevano ispirato la Società delle Nazioni, che guardi all’emancipazione dei popoli, all’affermazione della libertà, alla tutela dei diritti, alla ridistribuzione della ricchezza, alla difesa della pace.
Certamente, questi non sono principi compatibili con la politica della forza militare e diplomatica di Trump, o quelli della forza del denaro e della proprietà di Musk. Sono i principi che guardano ad una dimensione collettiva della società, che immaginano la compagine civile come una realtà dove ognuno corre con velocità diverse secondo le proprie attitudini, ma dove tra i “primi” e gli “ultimi” c’è una distanza compatibile di
cui la dimensione pubblica si fa garante.
E’ questo che non condivide del Manifesto di Ventotene, Presidente? Lei vuole invece l’affermazione dell’individuo singolo capace di emergere sulla massa (che sia per ricchezza, forza, spregiudicatezza, intuizioni, o quant’altro)? Come i Musk, i Besos, i magnati russi?
Infine, Ventotene guarda all’Europa della solidarietà e intende l’uguaglianza non come un’astrazione sterile, e neppure come un’utopia impraticabile, ma, in concreto, come lo sforzo per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne e agli uomini di esprimere la propria personalità e di avere la propria dignità.
E’ forse questo che non le piace, Presidente? La parola “solidarietà” è troppo stridente con le espulsioni di Trump, con i centri d’accoglienza fantasma dell’Albania, con i rimpatrii facili?
Non ho capito la sua affermazione, Presidente. Da che cosa è nata? Da fede sovranista? Da tentazione trumpista? O da insofferenza per “questa” Europa? Perché, in sincerità, neanche a me piace questa Europa dei burocrati, delle prescrizioni e dei veti, ma per motivi opposti ai suoi. Non mi piace proprio perché è troppo diversa e lontana dall’Europa di Ventotene.

Gianni Oliva

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