Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
INDAGINE DELL’ANTIMAFIA PER CORRUZIONE SUL GOVERNATORE DEL MOLISE ROBERTI (FORZA ITALIA)… LA MAZZETTA E LE MINACCE
Francesco Roberti, governatore del Molise di Forza Italia, è indagato per corruzione nell’ambito di un’indagine della Dda di Campobasso. Con lui c’è la moglie Elvira Gasbarro.
Al centro dell’inchiesta un traffico di rifiuti tra la Puglia e la regione. E in un’intercettazione pubblicata oggi da Repubblica proprio Gasbarro dice: «Ma io di cosa mi occupo all’interno della società? Cosa faccio?». Gasbarro era ufficialmente assunta da una società di rifiuti. Che così voleva ottenere favori dal marito secondo l’accusa. Evidentemente a sua insaputa. Visto che nemmeno lei è stata in grado di definire il suo ruolo davanti ai carabinieri.
«Una mazzetta smaterializzata»
La procura antimafia di Campobasso ha depositato la chiusura delle indagini. Insieme alle migliaia di pagine di indagini della Guardia di Finanza. Si parla di imprenditori vicini alla mafia. E di un ricorso sistematico alla corruzione. Per creare una corsia preferenziale per i provvedimenti. Si tratta di un accordo corruttivo tra un sodalizio criminale e l’allora presidente della provincia Roberti (in quota Forza Italia). Il quale, è l’accusa, «aveva come obiettivo realizzare l’interesse dell’associazione per interessi diversi da quelli istituzionali». «Era Roberti — scrive la Gdf — a seguire costantemente le pratiche presentate dalla società presso i vari enti». Spingendo il direttore di una discarica a Giuglionesi a prendere più rifiuti da Energia Pulita. Su input della moglie, il presidente si muove: «Devo provare con il sindaco» dice l’attuale governatore. «Gli devo dire: che dobbiamo fare? Dobbiamo cominciare a mandare i controlli?».
Il prezzo della corruzione
Tra i prezzi della corruzione c’erano «mazzette smaterializzate sotto forma di prestazioni professionali, assunzioni. O regalie varie». Ma anche la storia dell’assunzione di Gasbarro. Prima diventa impiegata in consulenze. Poi finisce assunta in Energia Pulita. «La riprova del fatto di trovarsi di fronte a un rapporto di
lavoro sui generis — scrive la Finanza — si ricava da un dialogo del marzo del 2021». «Poi ci stabiliamo il quantum… me lo dici tu!» diceva Di Geronimo alla Gasbarro. «Di solito tra il datore e il dipendente avviene al contrario… » annotano le fiamme gialle. E lei stessa ne era consapevole: «Io sono Elvira, ma guarda chi c’è dietro di me», dice a un socio
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
LE NAVI-FANTASMA DI MOSCA CON L’ARSENALE PER I MERCENATI DI HAFTAR… I CARGO DI ANKARA PER IL GOVERNO DI TRIPOLI. E I MILITARI EUROPEI CHE NON POSSONO INTERVENIRE
In Libia le milizie continuano ad armarsi. Dopo più di un decennio di guerra civile,
tutte le fazioni ricevono ancora forniture belliche, segretamente, dagli alleati strategici: la Russia per il regime di Haftar, la Turchia per il governo di Tripoli. Mentre le missioni di controllo varate dall’Unione europea assistono impotenti ai traffici di armi, limitandosi a segnalarli in via riservata, senza riuscire a intervenire.
Un’inchiesta giornalistica internazionale, a cui partecipa L’Espresso in esclusiva per l’Italia, ha portato alla luce 48.100 documenti sulla Libia trasmessi negli ultimi anni, fino al 2024, al servizio affari esteri dell’Unione europea (Eeas). Tra le carte che il consorzio Icij ha condiviso con il nostro settimanale ci sono atti interni delle autorità
militari, ma anche rapporti provenienti da agenzie doganali e di polizia come Frontex, Eubam, Europol e Interpol. Molti documenti riguardano l’operazione Irini, il programma di pattugliamento delle coste libiche affidato alle forze navali dell’Unione Europea (in sigla, Eunavfor): la missione, attiva dal 2020 e rifinanziata dal governo Meloni, ha il quartier generale a Roma ed è guidata da un comandante italiano. L’obiettivo di Irini (che in greco significa pace), indicato negli atti istitutivi, è bloccare i traffici d’armi per fermare la guerra civile, oltre a ridurre i flussi di migranti che partono a decine di migliaia dalle coste libiche. Nell’insieme, come riassumono i giornalisti del consorzio, i documenti evidenziano «l’impotenza e il sostanziale fallimento delle missioni europee».
Diversi rapporti militari riguardano navi da carico russe che nel corso del 2024 sono approdate a Tobruk, Bengasi o in altri porti della Cirenaica, la Libia orientale, controllata dal regime del generale Khalifa Haftar. Numerosi documenti, intitolati «Ais Anomaly Reports», segnalano anomalie nella gestione del sistema di geo-localizzazione dei natanti (Automatic identification system). Ne risulta che nel 2024, quando la Siria era ancora sotto il controllo del dittatore Bashar Al Assad (poi deposto e costretto alla fuga a Mosca), almeno dieci navi russe hanno spento o manipolato l’Ais mentre si avvicinavano al porto siriano di Tartus. E lo hanno riacceso dopo essere tornate in alto mare. Oltre a disattivarlo, alcune ne hanno manipolato i dati, facendo così figurare di essere altrove. A provarlo sono le foto satellitari, allegate in particolare ai rapporti della marina tedesca (che partecipa a Irini), che identificano le navi cargo di Mosca mentre sono ormeggiate nella base militare di Tartus. Si vedono anche tre bastimenti, chiamati Sparta, Sparta II e Ivan Skobelev, segnalati dai servizi di sicurezza ucraini proprio per traffici clandestini di armi russe.
Solo in uno dei dieci casi, che riguarda il cargo libanese Majid B, non è chiaro quale fazione libica abbia ricevuto i container. Di certo nel giugno 2024 anche quella nave ha spento l’Ais, è entrata a Tartus e ha imbarcato un carico segreto. Dopo una tappa in Turchia, ma con l’Ais riacceso, il suo viaggio si è concluso a Misurata, la città libica controllata da milizie alleate del governo di Tripoli, che è nemico di Haftar. Tutte le altre navi fotografate a Tartus sono russe e hanno scaricato i loro carichi-ombra nei porti di Tobruk e Bengasi.
Nel corso del 2024, secondo le carte disponibili, le forze militari europee hanno effettuato almeno un tentativo di bloccare questi sospetti traffici marittimi di armi russe, ma senza riuscire a sequestrare nulla. Il caso riguarda la nave Barbaros, che un anno fa ha spento l’Ais (e ne ha poi truccato i dati) mentre era in viaggio verso Tobruk con un grosso carico imbarcato in un porto russo, come risulta da un rapporto dell’Interpol. I militari europei hanno fermato e abbordato il Barbaros, scoprendo che trasportava 115 veicoli militari con colori mimetici: non si trattava però di carri
armati o altri mezzi adatti solo a scopi bellici, ma di camion blindati, jeep e fuoristrada in teoria adattabili anche per funzioni civili. La nave è quindi potuta ripartire per Tobruk. La polizia europea ha allegato al rapporto le foto dei blindati e ha comunque avvertito gli ufficiali di Irini che l’arrivo in Libia di quel carico russo «è una conferma del trend di militarizzazione».
A circostanziare l’allarme sull’avanzata russa in Libia e in tutta l’Africa sub-sahariana sono le relazioni trasmesse ai comandi militari per preparare gli incontri con rappresentanti dei governi europei. Nelle bozze preparatorie di un vertice con il ministro lituano della Difesa, ad esempio, il comandante di Eunavfor viene avvisato che «la presenza militare russa in Libia è in continua espansione», che «i mercenari dell’ex Gruppo Wagner vengono riassunti o rimpiazzati da un altro esercito privato chiamato Africa Corps», che «negli ultimi sei mesi i voli russi in Libia sono raddoppiati ed è in aumento anche il traffico marittimo».
I rapporti avvertono che la Cirenaica di Haftar è una testa di ponte per conquistare l’Africa centrale: «La maggior parte delle dotazioni militari russe che arrivano in Libia, in realtà sono in transito verso i Paesi del Sahel», si legge nel documento. «La presenza navale russa nel Mediterraneo è un dato di fatto», concludono i militari: «Noi vediamo regolarmente le loro navi approdare in Libia».
In questa situazione, l’ambasciatore della Ue in Libia, che è il diplomatico italiano Nicola Orlando, invita le autorità politiche, con una nota scritta, a valutare l’opportunità di rafforzare la presenza europea in Cirenaica, per compensare l’appoggio russo al governo di Haftar: «Quello che non facciamo noi nell’Est della Libia, lo farà la Russia», è la sintesi del suo messaggio. Di fianco, nel documento ricevuto dai militari, c’è la parola «yes», sì, scritta con la penna rossa da uno dei destinatari, che è sicuramente un graduato di alto rango.
Le attività di Mosca nella Libia Orientale vengono monitorate con dettagliate relazioni militari che ogni settimana, per tutto il 2024, segnalano e documentano l’arrivo di navi russe, i movimenti dei convogli bellici, la partecipazione di istruttori e il supporto di Mosca alle esercitazioni delle forze armate di Haftar. Un controllo continuo, ma finora risultato inutile. Un caso eclatante riguarda la nave cargo Med Sea Eagle, che tra aprile e luglio 2024 compie un misterioso viaggio dagli Emirati arabi fino a Bengasi, in Cirenaica. Il 12 luglio il suo armatore, un uomo d’affari turco, denuncia alla missione europea Eunavfor di aver fatto ispezionare la propria nave, scoprendo che trasportava carri armati, in violazione dell’embargo deciso dall’Onu che dal 2011 vieta di armare la Libia. L’armatore precisa di aver dato in noleggio la barca a una compagnia anonima degli Emirati e di aver ordinato al suo comandante di fermarsi, dopo l’ispezione, mentre era ormeggiata nel porto di Safaga, prima del canale di Suez. La compagnia invece ha pagato un bonus all’equipaggio, che nella denuncia viene definito tangente, per continuare il viaggio. Quindi l’armatore turco
ha chiesto alle autorità egiziane di controllare la nave, che ha potuto invece proseguire indisturbata la sua rotta. Il regime militare del Cairo è uno dei maggiori alleati di Haftar, con la Russia e gli Emirati.
Per poter abbordare una nave, le forze europee devono chiedere l’autorizzazione allo Stato dove è immatricolata, anche se operano in zone di guerra. Dunque, il 15 luglio, tre giorni dopo aver ricevuto la denuncia, i militari dell’Eunavfor chiedono il permesso a Panama, dove è registrata la Med Sea Eagle. La risposta arriva in quattro ore. Ma nel frattempo la nave dei misteri è entrata nelle acque territoriali libiche. E la missione europea deve fermarsi: può operare solo in acque internazionali. Nell’unico caso in cui avrebbe avuto serie probabilità di sequestrare una grossa fornitura bellica all’esercito di Haftar, insomma, la forza navale della Ue è entrata in azione troppo tardi. Missione fallita.
Nei documenti si parla anche di forniture segrete al governo di Tripoli. Dai rapporti militari si ricava che uno dei maggiori oppositori ai controlli internazionali sulla Libia è la Turchia, che fa parte della Nato ed è una nazione alleata della Ue. Gli atti però mostrano che, in pratica, la Russia fa tutto di nascosto, armando l’esercito di Haftar con una flotta di navi-fantasma, mentre la presidenza turca si oppone apertamente a qualsiasi verifica sulle proprie forniture al governo di Tripoli. Nel settembre 2024 un consulente legale del governo francese elenca undici casi accertati di «rifiuto di ispezioni» nei due anni precedenti, dove è sempre la Turchia a dire no ai controlli chiesti dai militari europei. Alla fine del mese, con la richiesta di Eunavfor di ispezionare la nave Matilde A, arriva il dodicesimo rifiuto opposto dall’ambasciatore di Ankara.
I successivi incontri tra i militari e i diplomatici della Ue e dell’Onu si chiudono con la constatazione che «la Turchia sta continuando a inviare veicoli aerei e sistemi di difesa al governo di Tripoli». In un memorandum di Eunafvor resta annotato che i militari europei hanno tentato di coinvolgere la Nato, ma «il comandante della marina alleata ha disdetto l’incontro» per evitare problemi con la Turchia.
Lo stesso governo di Tripoli, come si legge nei documenti dell’Eeas, ha opposto «un rifiuto ufficiale, esplicito» ai controlli di Eunavfor. Una linea che i militari europei collegano al «recente accordo con la Turchia per nuove forniture militari». Per tutto il 2024 si moltiplicano gli sforzi diplomatici per convincere Tripoli a non boicottare la missione navale europea. In ottobre l’ambasciatore Orlando prepara una lettera indirizzata al ministro degli esteri libico con la richiesta di «aprire la porta al dialogo» con Eunavfor. Il testo è in inglese, come di regola, tranne un’espressione scritta in italiano: «A parte», rivela una nota accompagnatoria intestata a Eunavfor, «stiamo mandando una lista di quello che Irini può offrire in addestramento e materiale, come le uniformi, ma questo non deve essere materia della lettera ufficiale».
Nonostante il doppio sforzo di rilanciare i rapporti con Tripoli e aprire una trattativa con Haftar, almeno fino a quattro mesi fa, come riassumono gli ultimi documenti consultabili dai giornalisti, «l’Unione europea sembra non avere nessun vero alleato in Libia».
(da L’Espresso)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
LO SPOSTAMENTO SOVRANISTA DELLE BIG TECH DELLA SILICON VALLEY NON E’ STATO UN COLPO DI SCENA MA L’EVOLUZIONE IDEOLOGICA CALIFORNIANA CHE MISCHIA ULTRA LIBERISMO, CONTROCULTURA E DETERMINISMO TECNOLOGICO
Dopo la vittoria di Donald Trump i miliardari della Silicon Valley si sono messi in fila davanti a Mar a Lago. Quella che potrebbe sembrare una corte opportunista basata sugli interessi aziendali per ingraziarsi il neo presidente, nasconde in realtà un’unione ben più inquietante.
Il flirt con il potere dura da secoli, gli stessi Ceo della Valley avevano marciato come pecorelle verso la Trump Tower nel 2016. Eppure otto anni dopo succede qualcosa di molto diverso. Perché il mondo digitale non basta più. I Titan vogliono governare anche quello reale, il prezzo da pagare è riportare Trump al potere ma non è un sacrificio troppo amaro per la Silicon Valley, anzi.
Sotto la sua patina progressista fermentano infatti da decenni atteggiamenti misogini, razzisti e reazionari. Il marcio è alla radice. E proprio su questo terreno fertile che si incontra la visione politica di Trump (e di tutta la frangia estremista) con le aspirazioni dei pionieri tech. Perché la Silicon Valley ha una sua ideologia politica in ascesa ed è il momento di chiamarla con il suo nome: tecnofascismo.
Le origini del tecnofascismo
La reputazione progressista della Silicon Valley è immeritata. D’altronde la Valle di Santa Clara è stata l’ultima frontiera della vecchia corsa all’oro. Lì uomini bianchi nel XX secolo si sono arricchiti scavando nella terra, lì sempre uomini bianchi, hanno costruito la culla dell’impero tech occidentale. I primi avvertimenti sul tecnofascismo sono stati lanciati già negli anni ‘90, come ha sottolineato la ricercatrice Becca Lewis. Lo scrittore Michael S. Malone infatti descriveva la Silicon Valley come una “una rivoluzione digitale che butta fuori i deboli e i feriti” in un articolo intitolato “Dimentica l’utopia digitale…potremmo dirigerci verso il tecnofascismo”.
E a ragione. Sempre negli anni ‘90 infatti George Gilder, conservatore e provocatore anti-femminsita pubblicava un articolo intitolato: “La femminuccia della Silicon Valley”. Con un testo infuocato accusava l’industria hi-tech di essere caduta vittima della femminilizzazione e del politicamente corretto. La soluzione al problema, si legge, è la riaffermazione di un vecchio e glorificato approccio “anti-pussy” al business.
Le filosofie pericolose della Silicon Valley
Gilder non è stato il primo né a celebrare la figura culturale dell’imprenditore, né a collegarla al culto della mascolinità. Come dimostrato dal sociologo Michael Kimmel, il mito del “self-made man” è legato saldamente alla virilità da quasi 200 anni. Come il concetto di superuomo e la tesi del dominio delle élite.
La Silicon Valley non fa altro che scavare e recuperare. I Titan sono affascinati dalle tesi dei pensatori reazionari del passato. Marc Andreessen (l’uomo che guadagnò 58 milioni di dollari in una notte) è un fan dichiarato del futurismo più estremo. Peter
Thiel, presidente di Palantir Technologies, ha consumato i testi di Julius Evola, filosofo italiano ultrareazionario, vicino al nazismo e al fascismo.
Tra le principali tesi di Evola c’è la creazione di una società guidata da uomini superiori. Il suo libro, Cavalcare la tigre, secondo Thiel, è “una cartina tornasole per un mondo senza compromessi con i valori democratici”. Anche Steve Bannon, ex stratega di Trump, ha ammesso di aver fatto leggere Evola a tutto il suo team.
Geni, parassiti e democrazia
Evola non è un caso isolato. La maggior parte dei testi sacri della Valley insistono sulla dicotomia geni-parassiti, tra questi The Sovereign Individual di James Dale Davidson e William Rees-Mogg e La Rivolta di Atlante di Ayn Rand (citato più volte da Musk, Thiel e Travis Kalanick). Gli autori immaginano una società divisa tra “creatori” – uomini straordinari che trainano il progresso – e “parassiti” – la massa che vive sfruttando il loro genio. I miliardari vengono paragonati persino agli dei dell’antica Grecia. Una filosofia che giustifica la disuguaglianza come conseguenza naturale e inevitabile.
E se da un lato si esalta la tecnocrazia, dall’altro si demolisce la democrazia. Per farlo si legge Oswald Spengler, Carl Schmitt, ovviamente Nick Land. È considerato il padre dell’accelerazionismo di destra e profetizza il collasso della società moderna a favore di un nuovo ordine. Viene letto e riletto nei circoli neo reazionari della Silicon Valley, per esempio quelli vicini al movimento NRX, Neoreactionary Movement, di Curtis Yarvin (movimento finanziato da Thiel). L’ultima versione dell’accelerazionismo di Land promuove tesi razziste, che a partire dal 2016 sono state rivendicate dai movimenti alt-right e dai suprematisti bianchi.
Merita infine di essere citato anche Imperium di Francis Parker Yockey (testo del 1948, semi-sconosciuto al grande pubblico) è considerato uno dei manifesti del neofascismo intellettuale. Yockey propone infatti un’élite tecnocratica al potere, lontana dal liberalismo e dalla democrazia. La lista è lunga, ma ci fermiamo qui.
Un copione già scritto
I titani tech sono cresciuti in questo calderone ideologico. Non c’è da stupirsi quindi se Zuckerberg sponsorizza nel podcast di Joe Rogan l’“energia mascolina” nella cultura aziendale della Silicon Valley, o se Google taglia i programmi di inclusione e diversità. Questo slittamento reazionario della Silicon Valley non è un’anomalia, piuttosto l’evoluzione naturale di quella ideologia californiana (come l’hanno battezzata i teorici dei media britannici Richard Barbrook e Andy Cameron) che mischia neo-liberalismo di destra, contro-cultura radicale e determinismo tecnologico.
L’appoggio della Silicon Valley a Trump è mosso da un lato dalla convenienza (sono uomini che vogliono essere liberi di arricchirsi il più possibile, i principi democratici sono di intralcio) dall’altro da un’ideologia condivisa.
Verso il tecnonazismo
“Muoviti velocemente e rompi le cose”, è uno dei mantra della Silicon Valley. Un aforisma sinistro che applicato all’interno del nostro sistema democratico diventa terrificante. L’influenza di Silicon Valley sta riprogettando la società in profondità, più di qualsiasi altro centro di potere in qualsiasi altra epoca. Eppure è un cambiamento che passa in sordina, silenziato dalla convinzione che la tecnologia sia neutra. È l’assunto base dei tecnocrati, quello che ha permesso di considerare il progresso la chiave per migliorare il mondo.
La tecnologia però non è mai neutra. È plasmata a immagine e somiglianza dei suoi creatori, dei contemporanei che hanno occupato la Silicon Valley. Quelli che parlano di costruire città stato indipendenti con governance a prova di legge. Ed è qui che il tecnonazismo prende forma.
(da Fanpage)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA GERMANIA: “TELEFONATA CON TRUMP? PUTIN SI PRENDE GIOCO DI TUTTI”
Ci sono volute poche ore dalla telefonata tra il presidente americano Donald Trump e
quello russo Vladimir Putin, perché i droni del Cremlino ricominciassero a cadere su Kiev e sull’intera Ucraina. Nel mirino il sistema elettrico che alimenta le ferrovie della regione Dnipropetrovsk, nell’est del Paese. Cioè proprio una di quelle infrastrutture energetiche che Mosca aveva rinunciato ad attaccare per 30 giorni, accettando solo parzialmente la proposta di cessate il fuoco totale avanzata dal leader ucraino Volodymyr Zelensky. Alcune parti della rete ferroviaria sono state completamente tagliate fuori dall’approvvigionamento elettrico e il traffico è stato interrotto.
Lo scambio di droni
Non appena è stata diramata la notizia, il ministero della Difesa russo si è affrettato a parlare di cinque offensive «tentate da Kiev» nella regione di Belgorod, in cui sono presenti depositi di carburanti. La posizione del Cremlino è dunque chiara. Si tratta di attacchi di rappresaglia che, almeno formalmente, non costituirebbero una violazione dell’accordo stretto con la Casa Bianca. Prima i droni sulla ferrovia, poi – all’arrivo dei soccorsi – una seconda ondata che non avrebbe fatto vittime. Nel frattempo, secondo quanto riferisce Mosca, una pioggia di droni ucraini si sarebbe abbattuta sulla regione di Belgorod proprio mentre Putin e Trump stavano discutendo al telefono. Un attacco che per il Cremlino aveva lo scopo di creare «uno sfondo negativo attorno ai colloqui» tra Washington e Mosca. Al contempo avrebbe preso di mira «un impianto di trasbordo di petrolio nella regione di Krasnodar», nel villaggio di Kavkazskaya. Il sistema permetterebbe il trasbordo del petrolio dai serbatoi ferroviari al sistema di condotte della compagnia internazionale di trasporto petrolifero Caspian Pipeline Consortium.
La condanna di Berlino: «Putin sta giocando, vuole solo indebolire Kiev»
Da Berlino il ministro della difesa, Bori Pistorius, ha condannato duramente il presunto tradimento dei patti da parte dei russi. Senza rinunciare a dare una spallata a Washington: «Abbiamo visto che gli attacchi alle infrastrutture civili non sono affatto diminuiti durante la prima notte successiva a questa presunta rivoluzionaria e formidabile telefonata», ha detto durante una intervista tv. «Putin sta giocando, il suo impegno per porre fine a quel tipo di attacchi è fondamentalmente nullo», ha ribadito. La stessa posizione su cui ha insistito anche il presidente ucraino Zelensky: «Mosca non è pronta alla pace». Non è tutto. Secondo Pistorius, farebbe tutto parte di un ampio piano tramite cui Putin vorrebbe privare Kiev del sostegno militare dei suoi alleati. Impedendo così che sia «in grado di difendersi in caso di un altro attacco». La Germania, con il suo maxi piano da 500 miliardi, sembra andare nella direzione opposta.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
MA IL DIVARIO EUROPA-USA E’ SEMPRE PIU’ AMPIO
«Anche stavolta è andata», sorridono i senatori in sciame verso il bar dopo l’intervento della premier. Sì, è andata. Anche stavolta Matteo Salvini consentirà, sottoscriverà, voterà. Elogerà, persino, dettando alle agenzie una dichiarazione in cui la Lega si attribuisce il merito della presunta conversione meloniana verso il no a alle armi, ai piani Von der Leyen, a una forza comune europea, insomma a ogni proposta collegata al Libro Bianco sulla Difesa prodotto dall’Unione. Ma, soprattutto, anche stavolta gli osservatori americani potranno leggere lo stenografico della premier e dirsi: resta un’amica, va chiamata.
Ricucire con il Capitano e tenersi le mani libere in vista dell’assai desiderato incontro alla Casa Bianca erano i due obbiettivi di Palazzo Chigi per la giornata di ieri. Sono stati entrambi raggiunti con un certo sforzo, tanto che nella replica finale – quella che solitamente riserva scintille –. Giorgia Meloni ha scelto la strada di risposte rapide, a basso tasso polemico e senza fuochi artificiali. Pure lei, probabilmente, non vedeva l’ora di chiudere la partita.
«Anche stavolta è andata», sospirano i senatori persi nel bicchier d’acqua del nostro contorto dibattito nazionale mentre nella telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin frana l’idea di una tregua immediata, si concorda appena la fine dei bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e Mosca fissa un prezzo altissimo a un più ampio cessate il fuoco: la fine delle forniture di armi all’Ucraina e il congelamento sine die dell’assetto dei territori contesi. L’appeasement tra Mosca e Washington, peraltro, è già oltre la crisi, oltre Kiev, oltre Zelensky: si parla di investimenti, di spazio, di un prossimo incontro con Elon Musk per volare insieme su Marte, e figuriamoci se possono avere un rilievo le considerazioni etiche su pace giusta o ingiusta, o i timori europei su una nuova Yalta che riconsegni al Cremlino le antiche zone di influenza ad est dell’Unione.
Anche stavolta è andata, e non è stato facile. Si sono dovuti cancellare, riga per riga, nomi e parole che ieri erano il mantra dell’Occidente e oggi risulterebbero altamente divisivi o pericolosi per le relazioni con l’altra parte dell’Atlantico.
Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, Ursula von der Leyen, Rearm Eu, sostegno militare all’Ucraina, riarmo, sono le citazioni sparite sia dall’intervento di Meloni sia dalla risoluzione della maggioranza. Tutto il resto va di conseguenza. La fuga in avanti degli inglesi e dei francesi è «complessa, rischiosa, poco efficace». Le rappresaglie contro i dazi americani sulle merci europee «non sono un buon affare». La difesa comune dell’Unione è un’utopia da sostituire con la creazione di un «pilastro europeo della Nato».
Meloni ha rivendicato la scelta di tre anni fa, quando da posizioni di opposizione, a poche ore dall’invasione dell’Ucraina, telefonò a Mario Draghi per garantire il suo sostegno. Ma è un fatto che, dopo nove o dieci voti parlamentari su documenti che citavano esplicitamente l’aiuto militare a Kiev, ora si manda all’approvazione una formula assai più generica: «Continuare a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario, fermo restando l’auspicio di una rapida conclusione dei negoziati di pace».
Leggere questa nuova fase solamente col filtro della rincorsa a Salvini e alle posizioni sovraniste della Lega sarebbe un errore di superficialità. La destra italiana si trova davanti a un problema assai più grande. Fin dalla fondazione, il suo rapporto con l’America è stato indiscutibile: un tabù che ha orientato tutta la sua storia politica, dall’inossidabile anticomunismo alle simpatie per ogni capopopolo civile o militare sostenuto dagli americani, ovunque nel mondo. Sono state anche le scelte della precedente amministrazione Usa a spingere Meloni dalla parte dell’Ucraina, senza se e senza ma, a costo di imboccare la via dell’unità nazionale con un «governo mai eletto da nessuno» che non aveva votato.
Ma ora? La nuova America che preferisce i russi agli europei, bullizza Zelensky, dichiara una guerra commerciale contro i suoi storici alleati è qualcosa di inimmaginabile, uno choc. E stavolta il bivio davanti al quale si trova la premier è assai più divergente di ogni altro affrontato in precedenza nelle grandi partite internazionali: da una parte c’è l’intera vicenda della forza politica che guida, dall’altra il salto nel buio della scommessa europeista. Sarà difficile tenersi a lungo in equilibrio tra queste due sponde, ma intanto: anche stavolta è andata, un po’ di tempo è stato conquistato, poi si vedrà.
(da La Stampa)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
DA MEDIOCRE AMMINISTRATORE DI UNA IDEA FALLIMENTARE A GUIDA DI UN POPOLO DI POVERI DIAVOLI
La vera vittoria di Putin dopo tre anni di guerra? È lì, nel momento in cui alza il
telefono e dall’altra parte l’uomo più potente del mondo, Trump, gli parla. È questo che cercava, bigotto, cocciuto, da venticinque anni con sanguigna devozione; prima accettando di essere considerato un invitato per cortesia, perché innocuo e profittevole, nel salotto a otto posti di quelli che contano, poi rampando, ammonendo e minacciando sempre più ad alta voce, infine, storpiando il disprezzato continente della pace, quando straripa con l’annessione della Crimea e l’invasione dell’Ucraina. Adesso lo ha tagliato l’aculeo che lo tormentava, essere soltanto il mediocre amministratore di una idea che ha fallito e la guida suprema di un popolo di poveri diavoli seppure con cinquemila (inutili) bombe atomiche.
Grazie a Trump, che fabula miracoli e lo vuole arruolare chissà, a nuovi cimenti in comune, ha la patente, il certificato di Grande. Tutto il resto son chiacchiere. Il Grande Gioco a due sospeso nell’ottantanove riparte da qui. Scommettiamo che i realpolitiker che ora storcono il naso non se lo faranno dire due volte?
L’aveva promesso ai russi che solo per questo lo hanno accettato per un quarto di secolo con le sue polizie segrete, gli illegalismi, il poco burro e i molti cannoni: vi farò tornare rispettati e temuti come al tempo della Unione Sovietica.
Una condizione incapace di alternative ma solo di esistere o finire. Ebbene: ieri ha ottenuto il suo scopo. L’unico Paese, l’America, che nella sua biografia di sovietico passato attraverso la catastrofe gorbacioviana considera una vera potenza, rinnegando maledizioni e definizioni di soperchiatore fraudolento, ha accettato di discutere con lui non solo i “dettagli” nel centro Europa ma analisi prognostiche e benevole sul mondo. La pace con Zelensky beh! quella è ancora tutta da definire. E in fondo a questo punto diventa perfino un dettaglio. È arrivato. Chi lo sloggia più? La passione egomaniaca è soddisfatta. Questo era il passo che bisognava compiere già nel 2022, o
ancor prima, a meno di non esser decisi a diventare asceti della guerra in prima persona: una telefonata, un summit come si diceva nel Novecento, una consacrazione spettacolare di reciproca grandezza. La Storia non è finita, anzi riparte da qui. Verrebbe da dire: ci voleva tanto a capirlo?
C’è del simile tra i due interlocutori di ieri quando elaborano messinscene recitando sé stessi, mossi dall’io gonfio, abili comunicatori, maestri del plagio. La similitudine si ferma qui. Il miliardario del crudo business la potenza la indossa nel momento in cui è diventato presidente. Accumula soldi, istupidisce a decreti l’audience stupefatta, affattura le norme con l’automatismo delle ruote dentate. Essere un Grande a prescindere: che risorsa!
Putin ha imparato di persona che ridiventare potente come pretende ha i suoi onerosi sfinimenti, richiede applicazione, un metodo da formica. È paziente. Contrariamente a quanto assicurano alcuni leader europei che devono giustificare il riarmo sono certo che in questi venticinque anni ha desiderato la guerra mondiale allo stesso modo in cui Sant’Agostino aveva desiderato la castità, vale a dire riservandosela sempre per il futuro. La sua ossessione è qualcosa che ha mosso le nazioni del novecento: lo status, la considerazione internazionale, il posto a tavola quando si riuniscono congressi e aeropagi di quelli che contano. Anche l’Italia liberale ha vissuto di questa angoscia identitaria prima che il fascismo la facesse scivolare nel disastro.
Sì, ciarpame retorico, questioni di etichetta e di precedenze. Non c’è nulla in Putin che lo faccia assomigliare a uno di quei tiranni che sarebbero capaci di distruggere nove decimi della umanità per la supposta (da loro) felicità dell’ultimo decimo. Non assomiglia per la mediocrità delle sue possibilità concrete a Pietro il Grande o a Stalin. Nessuna adesione a ideali astratti o assoluti come la rivoluzione mondiale o la conquista dell’Europa. L’unico criterio di valore che connota le sue fobie è un istrionico successo. Ai suoi sudditi, rassegnati alla lesina e al duro compito quotidiano di sopravvivere a un potere da secoli autocratico, implacabile e cattivo, ha promesso non il paradiso sulla terra ma una modesta scenografica revanche: Ecco vedete, dopo trentacinque anni parlano di nuovo con noi alla pari e non come comunisti spretati. Missione compiuta. Il resto si vedrà. Forse.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI PATRIOTI AL SERVIZIO DELLO STRANIERO
Per mantenere la pace in maggioranza la premier Giorgia Meloni ha deciso di lavorare di sottrazioni. Era da qualche mese che la presidente del Consiglio non si presentava in parlamento. E martedì, parlando ai senatori in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì (mercoledì mattina si replica alla Camera), ha tirato le somme del suo posizionamento internazionale, ben attenta a rimanere in equilibrio sui precari puntelli a cui non intende rinunciare e senza infastidire troppo l’alleato leghista.
L’intervento di Meloni è apparso diviso in due parti: da un lato la questione della competitività europea, che sarà al centro del Consiglio e su cui la linea è quella di «non condannarci al ruolo di gregari», con l’Italia che chiede un «cambio di paradigma» a cui la Commissione «sta lavorando» ma che «va trasformato in atti concreti».
Dalla decarbonizzazione sostenibile per ridurre le dipendenze strategiche «coniugando obiettivi ambientali e competitività, ma rinunciando a derive ideologiche», al piano industriale per l’automotive; fino alla semplificazione degli adempimenti amministrativi perché «la politica deve tracciare la rotta, non la burocrazia» e al piano con misure urgenti per ridurre i prezzi dell’energia con citazione del Piano Mattei.
In queste riflessioni, nelle parole di Meloni hanno rieccheggiato almeno due dei punti elencati da Mario Draghi qualche ora prima, sempre a palazzo Madama, durante l’audizione informale sul Rapporto sul futuro della competitività europea: meno regolamentazione e riduzione dei costi delle bollette.
Il rapporto con gli Usa
Se la ricetta economica appare in linea con quella di Ursula von der Leyen, a mettere in crisi la maggioranza sono invece il piano di ReArmEu – contro cui la Lega si è espressa in modo netto e che Fratelli d’Italia invece ha votato – e i rapporti con l’America di Donald Trump.
«Il quadro è complesso», ha ripetuto più volte Meloni, come a mettere le mani avanti. Tuttavia la premier non ha cambiato di un millimetro la sua posizione internazionale, rimanendo convinta che sia possibile tenersi in equilibrio tra l’Unione europea (che Draghi ha descritto come «sempre più sola») e gli Stati Uniti. «Sono convinta che si debba lavorare con pragmatismo per un’intesa» e «scongiurare guerre commerciali che non avvantaggiano nessuno» ha detto.
«Non è saggio cadere nel circolo vizioso delle rappresaglie. Non rispondiamo ai dazi con altri dazi, no a reazioni di istinto ma usiamo la logica» è stato l’appello.
Insomma, Meloni è ancora convinta che i dazi annunciati da Trump contro l’Ue, che penalizzerebbero in modo significativo l’Italia, possano ancora essere evitati e continua a muoversi per spegnere gli incendi accesi dal presidente americano con le sue dichiarazioni.
Di più, Meloni ha sintetizzato la sua linea: chiederle di «scegliere tra Ue e Usa» è solo «strumentale a livello di politica interna» e «chi alimenta questa narrazione indebolisce l’occidente a beneficio di altri attori», ha detto rivolta alle opposizioni. «Non seguiamo acriticamente né i partner europei né quelli americani, anche dimostrando il dissenso perché la posta in gioco è troppo alta» è stata la conclusione.
Sempre in bilico tra i vari “non solo” e “ma anche”, anche sull’Ucraina Meloni ha ribadito il suo «totale sostegno» a Kiev e condanna dell’aggressione, anche se «l’invio di truppe italiane non è all’ordine del giorno e quello di truppe europee è una opzione rischiosa e poco efficace». Che fare allora? La proposta italiana è quella di dare garanzie di sicurezza all’Ucraina sul modello del trattato Nato, ma senza farla formalmente aderire. Diplomazia, insomma, che però per ora vede solo Russia e Stati Uniti seduti al tavolo.
Il nodo ReArm
Il nodo veramente difficile da sciogliere, però, è quello della difesa. Su questo gli interventi d’aula dei senatori leghisti sono stati più minacciosi che concilianti, nonostante Meloni abbia lavorato per sottrazione, ribadendo che parlare di riarmo «è fuorviante» perché «non si tratta di acquistare armamenti ma, nel caso, di produrli, e occuparsi di molte più cose rispetto al solo potenziamento degli arsenali». Inoltre, «aumentare la sicurezza non vuol dire toccare il welfare».
A picchiare più duro è stato Gian Marco Centinaio, che ha chiesto a Meloni di impedire a von der Leyen di «giocare ai soldatini, solo per avere un esercito che le dia quell’autorevolezza internazionale che finora non ha mai avuto», perché «se facciamo 800 miliardi di debito, saranno i nostri figli a pagarli».
Poi ha affondato il colpo contro gli equilibrismi della premier, che «ha spiegato quanto sia autorevole il governo italiano in Europa. Ma finora l’Unione europea ha danneggiato le imprese italiane». A rincarare la dose è intervenuto Claudio Borghi, che ha definito «follia» l’esercito comune europeo e «mi auguro che lei dirà dei no».
Remissiva la risposta della premier in corso di replica: «I soldi non ci sono, parliamo di una ipotetica possibilità che gli stati possano fare maggiore deficit. È un annuncio molto roboante rispetto alla realtà». Unica diplomatica puntualizzazione è stata che «l’esercito unico europeo non è all’ordine del giorno» ma «nel centrodestra c’è accordo sul fatto di rafforzare la sicurezza, perché è scritto nel programma». Un auspicio più che una certezza, visti i toni d’aula e il fatto che nella risoluzione comune del centrodestra non ci sia alcun accenno a una «difesa comune» ma contenga solo i 12 punti del vertice europeo.
La strategia, per Meloni, è quella di continuare a lavorare su più fronti. A livello interno, la necessità è quella di guadagnare tempo sulla questione del riarmo, gestendo il rapporto con la Lega ma senza rimangiarsi il sì al Libro bianco sulla difesa Ue di von der Leyen, con cui sono in corso trattative in materia migratoria. Sul fronte internazionale, invece, la scommessa rimane quella di uno scenario globale che veda un Donald Trump progressivamente meno ostile all’Ue, che riveda il suo piano di dazi in funzione di un nuovo equilibrio diplomatico. Due vie, però, sempre più strette.
(da Editoriale Domani)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI ATTACCATI ALLA POLTRONA SULLA PELLE DEL POPOLO UCRAINO
Deve tenere tutti insieme. Soprattutto l’alleato Matteo Salvini, riottoso e che minaccia
di sostenere le risoluzioni dell’opposizione. Anche se non è presente – è a Varsavia per un consiglio informale dei ministri dei Trasporti – è il leghista il convitato di pietra delle comunicazioni di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo.
La risoluzione approvata a fine giornata con 109 sì, 64 contrari e 4 astenuti è annacquata e vaga su tutto. Il discorso della premier è equilibrista, ma serve per non scontentare l’alleato leghista: dice no al piano di Ursula von der Leyen, elogia il lavoro diplomatico di Donald Trump sull’Ucraina e spiega che sui dazi “non servono vendette o rappresaglie”. Comunicazioni che la avvicinano sempre di più alle posizioni della Casa Bianca.
Alle 14.30 a Palazzo Madama i banchi sono pieni. Si temeva qualche assenza così il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha scritto a tutti i componenti del governo un messaggio chiaro: “È necessaria la presenza”. Il risultato è straniante. Vogliono esserci tutti, anche solo per farsi la foto mentre Meloni parla. Ci sono ministri e sottosegretari, tant’è vero che alla fine alcuni ministri importanti restano in piedi e devono sedersi insieme ai colleghi senatori, come il titolare degli Affari europei, Tommaso Foti. Ciriani riscrive un altro messaggio ai colleghi sottosegretari: “Fate spazio ai ministri”. Il discorso di Meloni fila via liscio senza particolari sussulti. La premier sostiene gli “sforzi” di Trump sulla pace in Ucraina, anche se il sostegno al “popolo ucraino non è mai stato in discussione”.
In serata, dopo la telefonata tra Trump e Putin in cui il presidente russo ha chiesto di smettere di inviare aiuti, il ministro della Difesa Guido Crosetto conferma che l’Italia continuerà a fare la sua parte per sostenere militarmente Kiev: “Ad oggi nulla mi risulta cambiato sulla necessità di continuare ad aiutare l’Ucraina a difendersi”, dice il ministro della Difesa al Fatto. Stessa posizione del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del presidente francese Emmanuel Macron. Fonti qualificate fanno sapere che la linea del governo non la detta Putin, ma il Parlamento.
La premier poi fa alcune concessioni all’alleato leghista: ribadisce il “no” all’invio di truppe a Kiev e critica il piano di Ursula von der Leyen per riarmare l’Europa per 800 miliardi. Meloni lo definisce “roboante rispetto alla realtà”, dice rispondendo in replica al senatore leghista Claudio Borghi.
Sicuramente spiega che l’Italia non utilizzerà i fondi di coesione e sicuramente non taglierà le spese “sociali, servizi, scuola, Sanità e del welfare”. Ricordando la proposta del ministro Giorgetti di un piano con garanzie per 200 miliardi di fondi privati. Nonostante i dubbi, Von der Leyen propone una sorta di centrale di acquisti per far convergere domanda e acquisti.
Il rapporto con la Lega però non è facile. La premier quando arriva al Senato incrocia il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. Di prima mattina Meloni e Salvini si sentono al telefono ed entrambi gli staff parlano di telefonata cordiale provando a smentire le tensioni degli ultimi giorni. In realtà le tensioni restano. Durante il suo discorso Meloni dedica una stoccata a Salvini, oltre che al M5S di Conte: “Lascio volentieri ad altri, in quest’aula e fuori, quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare” sul welfare. “Non è, ovviamente, così – continua la premier – e chi lo sostiene è perfettamente consapevole che sta ingannando i cittadini, perché maggiori risorse per la sanità, la scuola o il welfare non ci sono, attualmente, non perché spendiamo i soldi sulla difesa, ma perché centinaia di miliardi sono stati bruciati in provvedimenti che servivano solo a creare consenso facile. La demagogia non mi interessa”, conclude. Un riferimento sia a Conte (attaccato anche per aver preso l’impegno del 2% per le spese militari) sia a Salvini, tant’è che i leghisti sono gli unici che non applaudono durante il suo discorso. Quando solidarizza con il presidente Mattarella per gli attacchi russi, Claudio Borghi è l’unico che non si alza per applaudire nonostante il richiamo dei colleghi. Alla fine la Lega vota la risoluzione della maggioranza, ma Meloni sa che Salvini continuerà a creare tensioni almeno fino a inizio aprile, giorno del Congresso.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
ORDINE DI DETENZIONE NEI CONFRONTI DI DECINE DI POLITICI, GIORNALISTI E UOMINI D’AFFARI, VIETATE LE MANIFESTAZIONI… LE OPPOSIZIONI: “E’ UN COLPO DI STATO”
Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, è stato arrestato. I provvedimenti di detenzione sono stati emessi nei confronti di un altro centinaio di persone, tra cui politici locali, giornalisti e uomini di affari. Le accuse spaziano dalla corruzione al terrorismo. Imamoglu rimarrà in carcere almeno 4 giorni.
L’arresto di Imamoglu
In un video pubblicato su X, Imamoglu ha raccontato che centinaia di agenti di polizia si sono presentati davanti casa sua e ha detto che non si sarebbe arreso. Ma successivamente, secondo la Cnn turca, il sindaco sarebbe stato portato via mentre la sua abitazione veniva perquisita da decine di agenti. Le immagini delle tv mostrano un grande dispiegamento di forze in tenuta antisommossa fuori dalla residenza del sindaco. Le manifestazioni sono state vietate per quattro giorni e molti social network sono stati oscurati in tutto il Paese.
“Mi dispiace dire che un pugno di menti sta cercando di usurpare la volontà della nostra nazione”, dice Imamoglu nel video postato dalla sua abitazione. “Miei amati agenti di polizia, le forze di sicurezza del Paese vi stanno usando come strumenti del male. Questa è tirannia. Ma voglio che sappiate che non mi arrenderò. Vi amo tutti molto, mi affido alla nazione. Fate sapere a tutta la mia nazione che non mi piegherò”.
Le reazioni dell’opposizione
I principali partiti di opposizione in Turchia hanno contestato l’arresto di Imamoglu. “In questo momento è in atto un’imposizione per impedire alla nazione di determinare il suo prossimo presidente”, ha affermato Ozgur Ozel, segretario del maggior partito di opposizione, il Chp, con cui Imamoglu è stato eletto per due volte come sindaco di Istanbul.
“Stiamo subendo un colpo di Stato contro il nostro prossimo presidente”, ha aggiunto Ozel, riferendosi al fatto che Imamoglu, ritenuto il principale avversario del capo di Stato Recep Tayyip Erdogan, aveva recentemente annunciato l’intenzione di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali, in programma nel 2028.
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L’arresto di Imamoglu “è un chiaro attacco alla democrazia e alla volontà popolare”, ha affermato Tuncer Bakirhan, il presidente del partito filo-curdo Dem, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco, chiedendo il rilascio immediato del primo cittadino.
Le proteste
Più di centro persone si sono radunate nei pressi della stazione di polizia dove è stato portato il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, per contestare il suo arresto. Lo riporta il quotidiano Cumhuriyet, pubblicando un video dove si vede un gruppo di contestatori che gridano slogan nella strada che porta alla stazione di polizia, il cui accesso è transennato.
Il maggior partito di opposizione Chp, con cui Imamoglu è stato eletto, ha convocato manifestazioni per protestare contro l’arresto del sindaco nelle sedi di tutta la Turchia alle 14 ora locale, le 12 in Italia.
Chi è Ekrem Imamoglu
Ekrem Imamoglu, 53 anni, è sindaco di Istanbul dal 2019, quando strappò la metropoli sul Bosforo all’Akp dopo 20 anni di potere, vincendo anche dopo il riconteggio chiesto allora dagli erdoganiani. Un anno fa ha prevalso una seconda volta correndo da solo contro il candidato dell’Akp. Vittorie che lo hanno reso tra i candidati più credibili a sfidare il dominio del presidente Recep Erdogan, e uno dei suoi principali nemici.
La Prefettura di Istanbul ha vietato fino al 23 marzo le manifestazioni politiche e letture pubbliche di comunicati stampa.
(da agenzie)
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