Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
“LO VEDO CRESCERE DAVANTI AI MIEI OCCHI COME CONSEGUENZA DIRETTA DEI BOMBARDAMENTI SU GAZA. L’ATTACCO ALLA SINAGOGA DI MANCHESTER È STATO UNA CHIARA AVVISAGLIA. VOI ITALIANI NON NE SARETE AFFATTO IMMUNI CON LA CRESCITA DI UN POLO CHE UNISCE SINISTRE RADICALI E ISLAMICI” … “L’OSTACOLO PIÙ IMPORTANTE ALLA PACE È LA MANCATA LIBERAZIONE DI BARGHOUTI. ARABI ED EUROPEI NON POTRANNO ACCETTARE QUESTA LIMITAZIONE VOLUTA DAL GOVERNO NETANYAHU
«Sono pessottimista», esordisce Gilles Kepel. Il noto studioso francese esperto di Medio Oriente registra le grandi speranze suscitate dal piano Trump, ma anche le enormi difficoltà per la sua attuazione.
Negativo o positivo sugli accordi tra Israele e Hamas?
«Vedo i festeggiamenti nelle piazze israeliane e tra le famiglie degli ostaggi. Ma osservo anche con interesse le manifestazioni a Gaza, che non sono solo per la fine della guerra, ma anche contro la repressione di Hamas. I gazawi non ne possono più del controllo militare oppressivo imposto dagli islamici».
Ostacoli più importanti sulla via della pace?
«Tanti. Per esempio, la scelta israeliana di non liberare Marwan Barghouti, che è il prigioniero più noto in grado di costruire un futuro politico per uno Stato palestinese parallelo a Israele. Credo che arabi ed europei non potranno accettare questa limitazione voluta dal governo Netanyahu».C’è un ruolo europeo?
«Nonostante tutta l’ironia emersa negli ultimi giorni contro l’iniziativa di pace franco-saudita, in verità Trump ne ha mutuato gli elementi principali per lanciare il suo piano. E ciò è avvenuto dopo l’attacco israeliano del 9 settembre per colpire Hamas in
Qatar. Trump lo ha detto chiaro a Netanyahu: Israele non può fare la guerra al mondo intero. Da allora lo ha obbligato ad accettare il processo di pace».
Cosa c’è dietro?
«Gli enormi interessi americani nel Golfo. Gli uomini del presidente, dal suo genero Jared Kushner al consigliere e mediatore Steve Witkoff, assieme ai figli di quest’ultimo, tutti hanno stretto giri d’affari miliardari con il Qatar. In realtà questi ultimi negoziati sono decollati quando loro si sono aggiunti; tra l’altro sono tutti coinvolti nei progetti di ricostruzione di Gaza».
E Hamas è pronta a disarmarsi e sparire?
«Non credo che i suoi militanti siano disposti ad andare in massa in esilio. I vecchi capi sono morti. C’è una nuova generazione di miliziani più duri e violenti che mai. Anzi, di più: io vedo tutti i segnali di una ripresa del terrorismo jihadista in nome della causa palestinese sia in Medio Oriente che in Europa».
Terrorismo sulle piazze europee firmato Palestina?
«Indubbiamente, lo studio da anni e lo vedo crescere davanti ai miei occhi come conseguenza diretta dei bombardamenti su Gaza. L’attacco alla sinagoga di Manchester è stato una chiara avvisaglia. Voi italiani non ne sarete affatto immuni con la crescita di un polo che unisce sinistre radicali e islamici. E purtroppo il nuovo terrorismo crescerà, sia che il piano di Trump fallisca sia che abbia successo: sarà visto dagli estremisti come una vittoria di Israele».
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
FONDAMENTALE PER L’ARABIA SAUDITA, CHE DOPO L’ATTACCO A DOHA HA SIGLATO UN ACCORDO COL PAKISTAN, PER IL QATAR CHE PUNTA A UN’INTESA CON GLI USA, PER GLI EMIRATI CHE AVRANNO UN RUOLO CENTRALE NELLA FORZA DI STABILIZZAZIONE, E PER LA TURCHIA CHE RIENTRA ALLA GRANDE NEL GIOCO, SI PONE COME INTERLOCUTORE PRIVILEGIATO E QUESTO LE PORTERÀ DIVIDENDI IN SIRIA”
“Il piano Trump è una via di mezzo tra un metodo e un’architettura di fine del
conflitto.b a tecnica è sequenziare i nodi: si parte dal primo e una volta risolto si passa agli altri sempre più complessi”.
Lo afferma in un’intervista a Il Messaggero l’ambasciatore ed ex segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi.
“La prima questione, la più urgente – aggiunge – e quella simbolicamente più forte, è la liberazione degli ostaggi, il cessate il fuoco e la ripresa degli aiuti umanitari. Questo primo passo crea l’abbrivio per affrontare gli altri”.
Quali risultati concreti possiamo attenderci?
“È come un videogioco – prosegue -: sali di livello e diventa sempre più difficile. Sicuramente diminuirà la violenza, perché è nell’interesse di tutti. Ma la prima fase serve a porre le basi per negoziati successivi sul disarmo di Hamas, il ritiro completo dell’Idf e la governance di Gaza.
Hamas deve garantire sollievo umanitario e riorganizzare i combattenti rimasti, Israele deve rispondere a pressioni interne ed esterne.
Man mano che i negoziati si sposteranno su questioni di prospettiva, lo slancio tenderà a esaurirsi. Questa non è una tregua, né una pace, ma una finestra di opportunità”.
Chi ha vinto e chi ha perso con questo accordo?
“Certamente ha vinto Trump, almeno in questa prima fase. Ha vinto anche l’aspetto umanitario, da entrambe le parti: ostaggi israeliani e gazawi.
Hanno pareggiato Netanyahu e Hamas, che erano sotto forte pressione.
E hanno vinto i Paesi della regione, che escono con una prospettiva di stabilità fondamentale per l’Arabia Saudita, che dopo l’attacco a Doha ha siglato un accordo col Pakistan, per il Qatar che punta a un’intesa con gli Usa, per gli Emirati che avranno un ruolo centrale nella forza di stabilizzazione, e per la Turchia che rientra alla grande nel gioco, si pone come interlocutore privilegiato e questo le porterà dividendi in Siria. Ibrahim Kalin, capo dei servizi e alter ego di Erdogan, era a New York, ha seguito i negoziati sull’Ucraina a Istanbul ed è ora dentro questa partita”.
E l’Anp di Abu Mazen?
“Perde, così come la prospettiva dei due Stati. Hamas è oggi controparte negoziale, anche se indiretta, al di là dell’obiettivo di smantellarla” conclude Sequi.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
SE PURE BEN GVIR E SMOTRICH NON USCIRANNO SUBITO DALLA MAGGIORANZA, LA SOPRAVVIVENZA DELL’ESECUTIVO E’ APPESA A UN FILO … FRA UN PAIO SENZA LA GRAZIA, NETANYAHU POTREBBE ESSERE CHIAMATO A RISPONDERE DI QUELLO CHE È SUCCESSO IL 7 OTTOBRE 2023
Di fronte alla residenza di Benjamin Netanyahu c’è ancora un assedio: ma non è nulla rispetto a quello dei giorni scorsi. […] sono rimasti quelli che, oltre che per il ritorno dei rapiti, si battono perché il primo ministro esca di scena. Una volta per tutte. L’accordo che Donald Trump gli ha imposto per la liberazione degli ostaggi è l’atto finale della carriera del primo ministro più longevo della storia di Israele?
Il diretto interessato anche ieri ha fatto capire che la risposta è no: «Questa è una vittoria – ha detto– l’ho promesso dall’inizio: non ci fermeremo finché tutti gli ostaggi non saranno tornati e tutti i nostri obiettivi raggiunti. Grazie alla nostra determinazione, a una potente azione militare e agli sforzi del presidente Trump, abbiamo raggiunto la svolta cruciale».
Ma in realtà, anche per uno come Netanyahu che da trent’anni attraversa indenne l’attacco congiunto degli avversari, l’ostracismo di buona parte della comunità internazionale, gli scandali e diversi processi per corruzione, la strada da qui in avanti si presenta tutta in salita.
Il suo governo si regge sui voti di un’estrema destra che a questo accordo è contraria per dna: se pure Itamar ben Gvir e Bezolel Smotrich non usciranno subito, la sopravvivenza dell’esecutivo sarà appesa a un filo. E se l’opposizione è disposta a fare da ciambella di salvataggio pur di riportare a casa gli ostaggi, il sostegno non sarà infinito. Fra un paio di settimane, quando la Knesset riaprirà dopo la lunghissima pausa estiva, le lancett
cominceranno a ticchettare in vista delle elezioni del 2026: che erano previste in autunno, ma potrebbero essere anticipate.
Comunque vada, un obiettivo fondamentale Netanyahu lo ha già raggiunto. Nessuno, nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, pensava che sarebbe potuto restare in sella fino all’anno di fine legislatura dopo che la peggiore strage nella storia del Paese si era consumata sotto ai suoi occhi. Lui lo ha fatto: riunendo attorno a sé gli avversari in nome dell’emergenza, liberandosi di chi gli faceva ombra non appena la tensione si è allentata, presentandosi come la vittima di antisemitismo quando la comunità internazionale lo ha chiamato a rendere conto di quello che, ai suoi ordini, l’esercito sta facendo a Gaza.
Ma adesso, il clima di emergenza in cui questo Paese vive da due anni finirà, Netanyahu potrebbe essere chiamato a rispondere di quello che è successo il 7 ottobre 2023. Il 66% degli elettori– rivela un sondaggio – pretende che si dimetta. Il premier lo sa benissimo. E proprio per questo da giorni ripete di aver guidato il Paese alla vittoria. Una storia che molti, da queste parti, non sono più disposti a credere.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DI TRUMP: FORZA, MINACCIA E PAURA
Micheal Hardt è uno dei più importanti filosofi statunitensi al mondo. Da sempre
ispiratore dei movimenti sociali globali, insieme a Toni Negri, ha pubblicato pietre miliari come “Impero”, “Comune” e “Moltitudine” tradotti in decine e decine di lingue. In Italia per una serie di convegni è stato intervistato da Fanpage.it per descrivere uno spaccato degli Usa di Donald Trump e dell’irruenza con cui il tycoon americano sta imponendo una logica di guerra sullo scenario mondiale. Dalla “guerra globale permanente” definita nel volume “Impero” sono passati più di 20 anni, ma quegli scenari di cui Hardt e Negri vedevano
già la tendenza sembrano essersi materializzati di colpo, in un mondo in cui la diplomazia e la pace sono pratiche ormai desuete ed hanno fatto spazio alla logica della guerra e della sopraffazione. Con Hardt abbiamo analizzato anche gli scenari dei conflitti in corso, dal genocidio in Palestina con il futuro della Striscia di Gaza che sembrerebbe delinearsi nelle mani del presidente degli Stati Uniti fino alla guerra tra Russia e Ucraina.
Con Trump stiamo vedendo uno scenario diverso negli Stati Uniti, restringimento della democrazia, più violenza politica, meno diritti, che America è quella di oggi?
E’ ancora difficile saperlo, però è chiaro che siamo entrati in un regime di guerra, all’interno ed all’esterno. Quando parlo di un regime di guerra non voglio semplicemente dire le guerre belliche che stiamo vedendo, in Ucraina e in Palestina, ma anche all’interno c’è una trasformazione dei rapporti sociali, dei rapporti politici, c’è, per dirlo in termini teorici, un dominio senza egemonia. Non si può neanche parlare di democrazia, c’è qualche dinamica sociale, però non è che stanno cercando come politica interna una egemonia, è piuttosto la forza, la paura. Ma anche i militari nelle grandi metropoli, non avrei mai immaginato di avere i militari nelle grandi città come controllo sociale, questo per noi, ma anche qui in Europa, era una cosa fuori dall’immaginazione. C’è un grande sentimento di centro sinistra davanti a tutto questo, ma che dice che dobbiamo tornare alla normalità, però sappiamo tutti che la normalità era già un
problema. E’ un voler tornare allo status quo, ma questo a parte che non si realizzerà, ma non sarebbe un grande risultato.
Con Trump come è cambiato il ruolo della diplomazia americana, che ruolo si sono dati gli Stati Uniti nel mondo?
Io vedo una continuità, quando parlo di dominio senza egemonia, mi riferisco alla politica interna ma anche alla politica estera. Non c’è una vera diplomazia, o almeno non è mai prioritaria, prima viene la forza, la forza militare ma anche la forza dei dazi, della minaccia, della paura che genera. Questo è, non la chiamerei veramente diplomazia.
Pochi mesi fa Trump pubblicò un video fatto con l’intelligenza artificiale in cui si vedeva Gaza con i casinò, le piscine ed i dollari che piovevano dal cielo, il futuro di Gaza può essere davvero molto simile a quella speculazione, a quella visione assurda di quel video?
C’è sempre un interesse capitalistico, anche in questa guerra. Ad esempio la creazione di un nuovo corridoio della logistica, una operazione che coinvolge anche il mondo arabo per favorire il capitale americano. Anche il capitale personale dello stesso Trump, siamo in questa epoca, sembra starno dirlo. Non è un caso che si cerca la fantasia di una Gaza riviera, piena di soldi, ma senza palestinesi ovviamente. Non può funzionare nel lungo termine, ma quello adesso non conta, dobbiamo vedere all’immediato a questa finta pace che vogliono fare adesso che è semplicemente orribile.
Ti chiedo un punto di vista anche sull’altro conflitto, ad est dell’Europa, tra Russia e Ucraina, come racconta al mondo il modo in cui si sta sviluppando quel conflitto?
Ci dice che l’annessione, l’espansione territoriale è diventata una cosa normale in politica estera. Con la prima espansione in Crimea pensavamo che fosse una eccezione e che Putin fosse matto. Poi c’è stata l’invasione dell’Ucraina, ed abbiamo pensato ancora ad una eccezione, poi Israele che si espande in Palestina, ed ancora abbiamo pensato all’eccezione, e poi ancora in Libano in Siria. Ma quando Trump inizia a sognare sul Canada, su Panama, sulla Groenlandia, vediamo che questa è una novità proprio dell’immaginazione politica, l’espansione territoriale pensavamo che fosse una cosa della prima guerra mondiale. Questo nega non solo il diritto internazionale, ma quello è certo, ma anche quell’idea di diplomazia di cui mi chiedevi, questa immagine egemonica degli Stati Uniti o di altri grandi poteri, non è più necessaria. C’è la forza, le forze armate, l’espansione territoriale.
Negli Stati Uniti il movimento MAGA ha trascinato alla vittoria Trump, ma c’è anche l’operazione MEGA, Make Europe Great Again, oggi questi movimenti si pongono come modello per la destra globale?
In generale vedo questa operazione MEGA come parte dell’ideologia di un regime di guerra, quando dico questo non voglio dire che ci saranno guerre dappertutto, ma c’è una logica
di guerra nella società e c’è un collegamento con le guerre reali un po’ ovunque. Negli Stati Uniti il tema della guerra civile è entrato nell’immaginario collettivo proprio a partire dal movimento MAGA, loro parlano di guerra civile, parlano spesso di guerra civile in maniera metaforica però altre volte in maniera non tanto metaforica.
Sparano…
Eh sì si sparano. Stanno evocando continuamente un nemico, ma non si tratta di un nemico come in altre epoche, in cui si parlava di un nemico elettorale, qui parlano di un nemico da uccidere.
Come ci si contrappone a tutto questo?
Io devo spiegare innanzitutto a me stesso perché gli americani non sono nelle piazze tutte le settimane. Io credo che una delle ragioni sia stata la velocità dell’applicazione dell’agenda Trump, ma un’altra ragione è che non vogliamo entrare anche noi in una logica di guerra civile e di uso della forza
Sarebbe un diventare come loro?
Sarebbe diventare come loro e credo che sia una scelta suicidaria e darebbe anche a loro il pretesto per usare la forza che loro hanno. Siamo in una fase in cui veramente è difficile che le proteste possano cambiare le politiche di Trump, e quindi dobbiamo inventare un nuovo modo di fare politica, che sia capace di contrapporsi a tutto questo. Solo che non ne siamo ancora all’altezza. Invece vedo in Italia in queste settimane una situazione diversa, le proteste hanno costretto i sindacati a
seguire le manifestazioni, è stata fatta una pressione notevole sul governo. Ecco credo che in questo momento se gli americani fossero capaci di seguire l’esempio degli italiani sarebbe una bella cosa.
(da Fanpage)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
AFFIDARE IL DESTINO DI UN POPOLO A UNA CABALA DI TECNOCRATI INTERNAZIONALI VICINI A TRUMP E A ISRAELE NON E’ PACE, E’ CONTROLLO… LA MACCHINA DEL FANGO CONTRO FRANCESCA ALBANESE
Un pessimo accordo per un cessate il fuoco è sempre meglio di una guerra, soprattutto se in corso c’è un genocidio e la popolazione che lo sta subendo è allo stremo.
Non per questo il pessimo accordo può diventare buono, soprattutto se le sue criticità minano la pace nel medio e lungo periodo e se le condizioni imposte calpestano l’autodeterminazione del popolo che ha subito il genocidio, al quale si chiede una resa totale.
Per fare la pace a volte bisogna fare anche la guerra, questo nella storia lo abbiamo capito, ma abbiamo capito anche che quando un popolo lo sovradetermini, lo calpesti e annulli la sua possibilità di autodeterminarsi, prima o poi quel popolo farà riemergere le proprie aspettative.
Gaza: Il Pericolo di una Pace Senza Sovranità
Il punto fondamentale in questo momento è capire come sarà amministrata davvero la Striscia di Gaza, se questo “Board of
Peace”—un organismo fatto da tecnocrati e miliardari vicini a Donald Trump e a Israele, oltre che alle monarchie del Golfo—possa garantire pace, stabilità, ma soprattutto possa essere percepito come un organismo che sia davvero di pace. Affidare il
destino di un popolo a una cabala di tecnocrati internazionali, scelti sulla carta lontani dal popolo, non è pace: è controllo.
Mentre si cerca di chiudere l’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza, che sta causando il genocidio del Popolo palestinese, non si può silenziare l’altro fronte del dramma.
Cisgiordania e Gerusalemme Est: L’Annessione De Facto Silenziosa
L’altro aspetto centrale è la Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est. Due temi cruciali per l’autodeterminazione palestinese. Le mire espansionistiche, ovvero di annessione da parte del governo israeliano, sono una realtà innegabile.
Nonostante le garanzie della Casa Bianca Trump che la Cisgiordania non sarebbe stata annessa ad Israele, quello che sta accadendo con l’estensione delle colonie e soprattutto il grande progetto della colonia E1—che parte da Gerusalemme e che dovrebbe tagliare in due la Cisgiordania—evidenzia che le ambizioni israeliane sono oltre il concreto: sono un qualcosa che avvicina il tutto ad una annessione de facto.
La questione che resta aperta è brutale: come si può costruire oggi uno stato palestinese? Come si può autodeterminare un popolo che non ha più una terra? Un pezzo è sottB un’amministrazione internazionale imposta, e l’altro è completamente a macchia di leopardo, occupato da uno Stato che lo assedia dal 1967 e che porta avanti la segregazione, l’apartheid di quel popolo. Questo avviene attraverso la legge militare imposta, i checkpoint ovunque, l’utilizzo esclusivo delle strade migliori per gli ebrei e i possessori di macchine israeliane. Gli autoctoni, i palestinesi, sono costretti a vivere e a percorrere strade secondarie, a non avere fonti di acqua, a non avere la possibilità di una vita.
L’Urgenza del Sospiro di Sollievo e i Nostri Crimini
Oggi è il momento sicuramente di tirare un sospiro di sollievo, perché la cosa più importante era un accordo per un cessate il fuoco. Anche un pessimo cessate il fuoco è migliore del genocidio in corso a Gaza. Eppure, nelle ultime ore si continua a bombardare e l’operazione militare israeliana sembra non fermarsi, nonostante l’approvazione dell’accordo da parte del governo israeliano.
Ora si apre la strada verso un vero percorso di pace, che però non può prescindere da una leadership palestinese legittimata. I due prigionieri palestinesi più importanti nelle carceri israeliane, Marwan Barghouti e Sadat, due leader politici laici che non c’entrano nulla con Hamas, avrebbero potuto guidare il proprio popolo verso la creazione di uno Stato. Ma ad oggi, questo non è possibile.
Tutto questo, come dicevo, sembra molto sospetto, soprattutto le tempistiche legate al sogno neanche troppo velato di Trump di un Nobel.
Ma la verità è che c’è stato un movimento globale che ha fatto pressione, che è passato dalla flottiglia ed è arrivato nelle strade. E la pressione deve continuare, non solo sul governo israeliano, ma anche sui nostri governi locali che continuano ad avere rapporti con il premier israeliano Netanyahu, un ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Di fatto, noi abbiamo rapporti con un criminale. I nostri investimenti del governo italiano, ma anche delle regioni e dei comuni, non si fermano e continuano a fare accordi con aziende che sono complici del genocidio, secondo l’ultimo rapporto della Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese.
La Delegittimazione Ad Personam
È proprio su Francesca Albanese che dobbiamo concludere. Negli ultimi giorni sta subendo una serie di attacchi sulla stampa italiana. Ieri sul Corriere della Sera è uscito un articolo dove non la si contesta nel merito, non si mettono al centro le idee, ma soprattutto i dati che la giurista porta a riprova del genocidio e dell’apartheid in Palestina. La si attacca per essere donna, per il colore dei suoi capelli, per avere degli occhiali alla moda e per essere sempre elegante, ma soprattutto per essere un simbolo a quel movimento che chiedeva la fine del genocidio.
L’attacco non è nel merito, ma alla persona. Ed è l’ennesima riprova di come le forze che hanno sostenuto il governo
israeliano preferiscano la delegittimazione personale al confronto con una realtà che ci accusa tutti di complicità. Il cessate il fuoco è solo un primo passo. La vera battaglia è far sì che non sia un definitivo, pessimo, patto di resa.
(da Fanpage)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
PREMIATA L’ATTIVISTA PER I DIRITTI CIVILI
Il Premio Nobel per la Pace 2025 è stato conferito a María Corina Machado. Il
prestigioso riconoscimento è stato consegnato alla politica, ingegnere e attivista venezuelana per i diritti umani.
La motivazione è la seguente: “Per il suo infaticabile lavoro nel promuovere i diritti democratici per le persone del Venezuela e per il suo impegno nel raggiungimento di una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”.
“Il premio Nobel per la Pace per il 2025 va a una coraggiosa e impegnata paladina della pace, a una donna che mantiene viva la fiamma della democrazia in mezzo a un’oscurità crescente”, si legge nelle motivazioni ufficiali del Nobel.
“Come leader del movimento democratico in Venezuela, Maria Corina Machado è uno dei più straordinari esempi di coraggio civile in America Latina negli ultimi tempi”, si legge ancora.
“La signora Machado è stata una figura chiave e unificante in un’opposizione politica che un tempo era profondamente divisa – un’opposizione che ha trovato un terreno comune nella richiesta di elezioni libere e di governo rappresentativo”, ha ricordato ancora il Comitato dei Nobel.
Nei mesi scorsi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva detto di volere il Premio come riconoscimento per i suoi presunti successi nell’aver posto fine a “otto guerre” (prima di lui lo hanno ricevuto quattro presidenti degli Usa: Roosevelt, Wilson, Carter e Obama).
La nuova candidatura al Premio Nobel per la Pace di Trump quest’anno è stata sostenuta sia da Israele che da Mosca. Il tycoon era già stato candidato nel 2020 e nel 2021. Alcuni mesi fa lo stesso Trump aveva pubblicato un post sul suo social Thruth dove elogiava Machado, la donna che ha vinto al suo posto il Premio tanto desiderato.
Tuttavia, in un’intervista pubblicata questa mattina da Repubblica, il segretario ufficiale della Commissione del premio, il norvegese Kristian Berg Harpviken, aveva chiarito: “Abbiamo avuto il nostro ultimo incontro lunedì 6 ottobre e non ce ne sono altri in programma”.
L’ulteriore sforzo diplomatico del presidente americano per la tregua a Gaza non è quindi riuscito a cambiare una decisione che sarebbe stata presa da tempo. Lo scorso anno la scelta del vincitore era ricaduta sull’organizzazione Nihon Hidankyo, che rappresenta i sopravvissuti ai bombardamenti atomici.
Tra i nomi dei possibili vincitori quest’anno c’erano l’attivista Greta Thunberg, appena tornata da Israele dopo l’imbarco sulla Flotilla per Gaza e l’arresto, e la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.
Anche Yulia Navalnaya, economista e vedova del leader dell’opposizione russa Alexey Navalny, o il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella lista c’erano anche organizzazioni come le Camere di risposta alle emergenze del Sudan, la Corte Internazionale di Giustizia e gli osservatori dell’Ocse sulla regolarità delle elezioni.
Quest’anno i candidati per il Premio, che consiste in una medaglia d’oro, un diploma e un assegno di 11 milioni di corone svedesi (circa 930mila euro), erano 338, di cui 244 individui e 94 organizzazioni. Rispetto allo scorso anno, si legge sul sito del Nobel, c’è stato un aumento significativo, dato che nel 2024 i candidati erano “solo” 286.
Il numero più alto è stato registrato nel 2016, con 376 candidati. Il premio sarà consegnato tra un mese, il 10 dicembre, nel giorno dell’anniversario della morte dell‘inventore del Premio, Alfred Nobel.
Il Comitato non annuncia direttamente i nomi dei possibili vincitori, né ai media né ai candidati stessi. Nelle settimane precedenti la consegna del Premio viene spesso lanciato il toto nomi ma le informazioni contenute nel database delle candidature del Comitato non vengono rese pubbliche prima di 50 anni.
Nei giorni scorsi sono stati consegnati anche i Nobel per per la Medicina, la Chimica, la Fisica e per la Letteratura. Quello per l’Economia sarà assegnato lunedì 13 ottobre.
(da Fanpage)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
INDAGATI DIECI MEDICI DALLA PROCURA DI TRAPANI: “LA DISUMANITA’ UCCIDE PIU’ DEL CANCRO”
È morta all’alba di oggi, venerdì 10 ottobre, a 56 anni, Maria Cristina Gallo, la professoressa di Mazara del Vallo che aveva avuto il coraggio di denunciare i ritardi nella consegna dei referti istologici dell’Asp di Trapani. La vicenda inizia nel dicembre del 2023, quando Gallo si sottopone a un intervento di isterectomia per un fibroma. Come previsto, il tessuto viene inviato al laboratorio di anatomia patologica di Castelvetrano.
Da quel momento, però, si apre un vuoto: otto mesi di silenzi, rimpalli e attese prima che arrivi il risultato. Solo nell’agosto 2024, quando ormai il tumore è in fase metastatica, le viene consegnato il referto.
La denuncia della professoressa: «la disumanità uccide più del cancro»
Di fronte a quel ritardo inspiegabile, la professoressa non si limita a subire. Scrive quattro lettere e diffide formali, chiede risposte, e quando non ne ottiene, racconta tutto pubblicamente. La sua denuncia, rilanciata dai media locali e nazionali, ha fatto emergere centinaia di casi analoghi, rivelando tempi di attesa inaccettabili. «La disumanità uccide più del cancro», aveva detto in un’intervista, come riporta la testata locale Tp24. Dopo aver scoperto la gravità della malattia, si era trasferita a Milano per curarsi all’Istituto Nazionale dei Tumori, dove aveva iniziato un lungo percorso di chemioterapia.
L’inchiesta della Procura di Trapani
Nel frattempo, la sua testimonianza aveva spinto la Procura di Trapani ad aprire un’inchiesta: dieci medici risultano indagati per presunte responsabilità legate ai ritardi nei referti. L’indagine è tuttora in corso. La città di Mazara del Vallo oggi la piange. «Una giornata funesta per tutta la comunità», ha commentato il sindaco Salvatore Quinci, ricordando la professoressa come «una donna coraggiosa, che ha combattuto contro la malattia e contro l’ingiustizia». «Dalle sue denunce — ha aggiunto — è emerso uno scandalo che ha probabilmente salvato altre vite».
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
I MILIONI AI PROGETTI DI RICERCA GUIDATI DALLA FIGLIA
Dallo scambio “rubato” con Xi Jinping ai maxi finanziamenti statali: in Russia cresce
l’interesse per la scienza della longevità. Al centro, l’endocrinologa figlia del presidente, a capo di progetti e cliniche sostenute dal Cremlino
Nella Russia di Vladimir Putin la ricerca sull’immortalità è un settore strategico — e sempre più di famiglia. A riaccendere i riflettori sul tema è stato lo stesso presidente, lo scorso 3 settembre a Pechino, durante un incontro con Xi Jinping. Un microfono rimasto acceso ha catturato la conversazione tra i due leader quasi coetanei: «Una volta la gente raramente viveva oltre
i 70 anni, ora a quell’età si è ancora bambini», ha osservato il presidente cinese. «Gli organi umani possono essere trapiantati in permanenza — ha replicato Putin — al punto che le persone possono ringiovanire e perfino diventare immortali». Ad oggi, il Cremlino sembra sempre più voler fare il possibile per raggiungere quello che, fino a poco tempo fa, sembrava solo un mito da fantascienza, tramite investimenti da milioni di dollari.
La battuta tra Xi Jingping e Putin
La battuta tra i due leader mondiali, come riporta il Corriere, è stata censurata dai media cinesi, ma non è rimasta senza seguito. Poche ore dopo, in conferenza stampa, Putin è tornato sull’argomento, sostenendo che entro la fine del secolo la vita umana potrebbe arrivare a 150 anni, grazie ai progressi della medicina e dei trapianti. Una prospettiva che, in Russia, risuona particolarmente ambiziosa: l’aspettativa di vita maschile si ferma a 68 anni, tra le più basse d’Europa.
Gli investimenti aumentati di sei volte dal 2020 a oggi
Ma al di là delle dichiarazioni, il Cremlino ha già messo in moto una importante macchina di investimenti. Secondo un’inchiesta di Novaja Gazeta Europa, pubblicata proprio pochi giorni prima del compleanno del 73esimo presidente, il 7 ottobre scorso, negli ultimi cinque anni i fondi pubblici destinati alla ricerca sull’allungamento della vita sono aumentati di sei volte. Dai sette progetti finanziati tra il 2016 e il 2022 (per 20 milioni di rubli, circa 200 mila euro), si è passati a 43 progetti in tre anni,
con stanziamenti complessivi di 172 milioni di rubli, pari a oltre 2 milioni di euro. A questi si aggiungono generose donazioni provenienti dagli oligarchi vicini al presidente. Il più importante di questi programmi è diretto da Maria Vorontsova, 40 anni, endocrinologa e cofondatrice del gruppo farmaceutico Nomeko, nonché figlia del presidente russo.
Chi è Maria Vorontsova
A lei fa capo il progetto Regolazione dei processi di rinnovamento delle cellule del corpo, che mira a studiare le basi del ringiovanimento cellulare e del mantenimento delle funzioni vitali nel tempo. Nomeko ha recentemente rilevato le cliniche e i centri di ricerca del fondo pensioni di Gazprom, consolidando un impero sanitario in espansione. Vorontsova è anche membro del consiglio d’amministrazione del programma nazionale per lo sviluppo della genetica, un piano da 127 miliardi di rubli (oltre un miliardo di euro), presieduto da Michail Kovalchuk, amico di lunga data di Putin. La sua ascesa, insieme a quella della sorella Katerina Tikhonova, è diventata pubblica durante il Forum di San Pietroburgo del 2024, dove entrambe hanno avuto ruoli di primo piano. Secondo la Costituzione riformata nel 2020, Putin potrà restare al Cremlino fino al 2036, quando compirà 83 anni. È evidente che l’obiettivo sia arrivarci in splendida forma.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2025 Riccardo Fucile
SCUOLE, CHIESE E ARENE TRASFORMATE IN RIFUGI
Estonia, Lettonia e Lituania coordinano per la prima volta i piani di difesa civile in caso di crisi. Previsti percorsi di fuga, punti di raccolta e alloggi per centinaia di migliaia di persone. Mosca smentisce ogni intenzione di attacco alla Nato
Allarmati dall’aumento vertiginoso della spesa militare russa dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, i tre Paesi baltici — Estonia, Lettonia e Lituania — stanno elaborando piani di emergenza per gestire un possibile esodo di massa in caso di escalation militare ai confini orientali. Le tre ex repubbliche sovietiche, oggi membri della Nato, da tempo mettono in guardia gli alleati sull’aggressività di Mosca, denunciando attacchi informatici, campagne di disinformazione e recenti incursioni di droni e caccia russi nello spazio aereo della regione. La Russia nega ogni intenzione di attaccare l’Alleanza Atlantica, ma la memoria storica e il contesto attuale spingono i governi baltici a non farsi trovare impreparati.
«I piani includono scenari di evacuazione di massa»
«Le minacce possono essere di natura diversa», ha spiegato a Reuters Renatas Požėla, capo del servizio antincendio lituano e responsabile della pianificazione civile, sottolineando che i preparativi si sono intensificati dopo l’accordo trilaterale di cooperazione siglato a maggio. Per la prima volta, funzionari dei tre Paesi hanno confermato che i piani includono scenari di evacuazione su larga scala. Secondo Požėla, si prende in considerazione anche l’ipotesi di un dispiegamento massiccio dell’esercito russo lungo i confini baltici. L’obiettivo sarebbe occupare l’area in pochi giorni. Altri scenari riguardano sabotaggi alle reti di comunicazione o ai trasporti, crisi migratorie artificialmente create, disordini nelle comunità russofone e ondate di panico alimentate da notizie false.
L’esercitazione a Vilnius e la preparazione delle altre città ad accogliere gli sfollati
Durante un’esercitazione questa settimana a Vilnius, un centinaio di volontari ha simulato l’evacuazione di civili dalla capitale. Ma dietro la prova simbolica, i piani reali riguardano numeri ben più consistenti. Solo in Lituania si stima che metà della popolazione residente entro 40 chilometri dal confine con Russia e Bielorussia — circa 400.000 persone — possa essere coinvolta. La città di Kaunas, nell’ovest del Paese, ha già predisposto l’accoglienza per 300.000 sfollati in scuole, università, chiese cattoliche e persino nell’arena che ha ospitato concerti di Robbie Williams e Roger Waters. Simili misure sono
in preparazione anche in altre città baltiche.
Le scorti di beni di prima necessità e i percorsi per la fuga: «Stiamo rassicurando la popolazione»
Sono stati selezionati punti di raccolta a Vilnius e altrove, identificati treni e autobus per le operazioni di trasferimento e accumulati materiali di prima necessità — dai letti da campo alla carta igienica — in magazzini riservati. Per chi si muoverà in auto, sono già state tracciate mappe con percorsi alternativi, mentre le arterie principali resteranno libere per l’ingresso delle forze alleate. «È un messaggio rassicurante per la nostra società: siamo pronti e stiamo pianificando», ha dichiarato il consigliere per la sicurezza nazionale lituano Kęstutis Budrys.
Il corridoio di Suwałki verso la Polonia
Nessuno dei tre Paesi, al momento, prevede evacuazioni oltre confine. L’unico corridoio terrestre verso un Paese Nato è il cosiddetto “corridoio di Suwałki”. Si tratta di una stretta fascia boschiva in territorio polacco tra Russia e Bielorussia, che in caso di crisi verrebbe riservata ai movimenti militari. In Estonia, le autorità stanno preparando piani per ospitare fino a un decimo della popolazione — circa 140.000 persone — in rifugi temporanei. Gli altri, invece, verrebbero accolti da parenti o amici. Particolare attenzione è rivolta alla città di Narva, a maggioranza russofona: dei suoi 50.000 abitanti, due terzi potrebbero essere costretti a spostarsi, con il governo pronto a sostenere almeno la metà di loro.
Mosca nega qualsiasi intenzione offensiva
In Lettonia, secondo Ivars Nakurts, vicecapo del Servizio statale di soccorso, un terzo dei 1,9 milioni di cittadini potrebbe dover lasciare la propria abitazione in caso di emergenza. Nakurts ha sottolineato come, in questo momento storico, sia necessario «pianificare tutto». Intanto, Mosca continua a negare qualsiasi intenzione offensiva.
(da Open)
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