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ADDIO A EMMA BONINO: TUTTE LE SUE BATTAGLIE, DAI REFERENDUM SU DIVORZIO E ABORTO A + EUROPA

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

AVEVA 78 ANNI. PARLAMENTARE, COMMISARIA UE, MINISTRA E SENATRICE: SI E’ BATTUTA PER I DIRITTI CIVILI E POLITICI, PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE E CONTRO LA FAME NEL MONDO

È morta Emma Bonino. Lo riferisce Più Europa all’agenzia di stampa Ansa. Aveva 78 anni. Parlamentare sia in Italia che al Parlamento europeo, commissaria Ue, ministra in vari governi e senatrice, Bonino è stata una delle figure più importanti del radicalismo liberale. Prima di assumere cariche politiche di spicco e il ruolo di presidente di +Europa è stata, però, un’attivista in varie campagne civili e umanitarie. La sua carriera è, infatti, iniziata verso la metà degli anni ’70 con la lotta per la legalizzazione dell’aborto in Italia e successivamente per l’affermazione del divorzio e la legalizzazione delle droghe leggere. Sul piano internazionale, si è impegnata nella difesa dei diritti civili e politici, per l’abolizione della pena di morte e contro la fame nel mondo.
I primi anni e il referendum sul divorzio
Nata a Bra, provincia di Cuneo, nel 1948, Bonino si laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’università Luigi Bocconi ed entra in politica nel 1975. Vanta nel suo curriculum due battaglie cruciali per la storia della Repubblica: quella per il divorzio e per la legalizzazione dell’aborto. Nel primo caso, il 12 e il 13 maggio 1974, interrogati sulla possibilità di abrogare la legge che nel 1970 aveva disciplinato il diritto al divorzio, i cittadini italiani si espressero in modo netto: la prevalenza del no al 59% rispetto al quasi 41% del sì (sostenuti da diversi partiti tra cui i Radicali), impedì la cancellazione della norma già votata a maggioranza dal parlamento.
Ed è anche sulla scia di questa vittoria che Bonino nel 1976, all’età di 28 anni, viene eletta nelle file del partito Radicale insieme a Marco Pannella, Mauro Mellini e Adele Faccio (circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone). Dopo la rielezione alla Camera alle elezioni politiche del 1979, Bonino arriva al Parlamento europeo nella circoscrizione Italia Nord-Occidentale.
La battaglia per l’aborto
La storia politica di Bonino comincia dalla lotta per la legalizzazione dell’aborto. A metà degli anni ’70, quando ancora l’aborto era illegale, la politica radicale e Adele Faccio dirigevano il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto (Cisa): una sorta di consultorio auto-gestito, con diverse cliniche in Italia, che forniva informazioni su contraccezione, sterilizzazione e interruzione di gravidanza. «Cominciammo un percorso di aiuto pubblico ad abortire alle donne che ne avevano bisogno, e quindi di autodenuncia», aveva raccontato a l’Unità.
Insieme a Faccio e Gianfranco Spadaccia si autoaccusarono di «procurato aborto» e si consegnarono alle autorità giudiziarie per portare riscontro mediatico al problema degli aborti clandestini, tanto da ottenere nel 1976 oltre 700 mila firme utili per avviare un referendum abrogativo riguardante i reati d’aborto, quello che poi, nel 1978, avrebbe portato all’approvazione della legge che ha riconosciuto il diritto della donna a interrompere la gravidanza gratuitamente e in maniera sicura presso le strutture pubbliche.
Nel 1981 milioni di persone si recarono, inoltre, a votare ribadendo il loro appoggio alla legge 194. Tra i cinque quesiti referendari proposti, uno – voluto dal Movimento per la vita – indicava di abrogare quasi completamente la legge sull’Ivg, concedendo solo la possibilità di praticare l’aborto terapeutico. Ma il 68% dei votanti bocciò la proposta, salvando, così, il diritto all’aborto.
L’istituzione del Tribunale penale internazionale
Negli anni ’80, dopo vari rielezioni alla Camera, Bonino diventa presidente del “Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito”, riconosciuto quale organizzazione non governativa con status consultivo generale di prima categoria presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.
Il 1993 è l’anno in cui la politica promuove la campagna a favore dell’istituzione del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia, consegnando, inoltre, al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali, un appello firmato da 25mila persone in tutto il mondo. Ed è nello stesso anno che fonda “Non c’è pace senza giustizia”, associazione si dà l’obiettivo di sostenere l’attività del Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia e di promuovere la creazione di una Corte penale internazionale permanente, competente ad accertare e giudicare nel mondo intero «i crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio».
L’ascesa in Europa
Dopo l’elezione del 1994, sostenuta dalla coalizione di centrodestra, Bonino entra a far parte del gruppo parlamentare di Forza Italia. Un anno dopo viene, inoltre, indicata dal primo governo Berlusconi come Commissaria Europea e le e le vengono assegnati i portafogli della politica dei consumatori, della politica della pesca e dell’Ufficio Europeo per l’Aiuto Umanitario d’Urgenza (European Community Humanitarian Office, noto anche come Echo), con i quali promuove e guida diverse missioni umanitarie.
Tra cui il viaggio in Bosnia ed Erzegovina all’inizio della guerra con l’intento di denunciare l’impotenza dell’Europa e dell’Onu dinanzi al protrarsi del conflitto e dell’allargarsi della pulizia etnica; in Ruanda all’indomani del genocidio (1996) e in Afghanistan per denunciare il regime dei Talebani (1997). Risalgono al 1999 le sue dimissioni, assieme al resto della Commissione Santer (in carica dal ’95-’99), per le accuse di frode e malagestione nei confronti del commissario Cresson, che, rifiutandosi di dimettersi, costringe l’intera Commissione a una dimissione collettiva. Nello stesso anno partecipa alle elezioni europee con la lista Emma Bonino, ottenendo uno storico risultato e risultando la quarta forza politica nazionale.
La candidatura al Senato e il ticket presidente della Repubblica
Emma Bonino ha trascorso molto tempo tra l’Europa e il Cairo, in Egitto, dove si trasferisce nel 2001 dopo l’insuccesso della sua lista alle elezioni politiche di quell’anno. Nel 2006 si presenta alle politiche con la lista “Rosa nel Pugno”, ovvero una forza politica nata dall’unione di Radicali italiani e Socialisti democratici italiani di Enrico Boselli. Nonostante il risultato deludente, il partito riesce a far eleggere 18 parlamentari tra cui la stessa Bonino. L’esponente radicale entra poi a far parte del secondo esecutivo guidato da Prodi come ministro del commercio internazionale e delle politiche europee. È la prima volta che un radicale assume la carica ministeriale. Nel 2008 viene candidata ed eletta al Senato della Repubblica, il 6 maggio dello stesso anno diventa vicepresidente del Senato. In questi anni Bonino promuove la campagna per l’equiparazione e l’innalzamento dell’età minima pensionabile delle donne a quella degli uomini che verrà recepita nella riforma Fornero del 2012.
Nel 2013 in vista della scadenza del mandato di Giorgio Napolitano si fa strada l’ipotesi di una candidatura Bonino al Quirinale, sostenuta dal premier uscente Mario Monti. Il partito socialista propone ufficialmente il suo nome con una lettera del segretaria Riccardo Nencini ai grandi elettori, mentre il M5s include la politica tra le sue candidature alle consultazioni cosiddette “quirinarie”. Nello stesso anno arriva la nomina di ministra degli Affari Esteri nel governo di larghe intese guidato da Enrico Letta, diventando la seconda donna a ricoprire questo ruolo, dopo Susanna Agnelli. Matteo Renzi non la conferma e, anzi, sostituisce la politica con Federica Mogherini.
Nasce la lista +Europa
Il 23 novembre 2017, insieme ai radicali Riccardo Magi e Antonella Soldo, presenta la lista “+Europa con Emma Bonino”, formazione europeista nata dalla sinergia con la lista “Forza Europa” di Della Vedova. Nel 2019 è capolista alle elezioni europee, raccogliendo 48.539 preferenze, ma il suo partito non supera la soglia del 3,1%. Nello stesso anno, esprime voto contrario alla fiducia nel governo Conte II, mantenendo, però, un’apertura per eventuali sviluppi. E insieme ad Azione annunciano l’unione delle loro rappresentanze parlamentari in un’unica componente nel gruppo misto al Senato e alla Camera per rafforzare l’opposizione all’esecutivo. Nel marzo 2021, Bonino annuncia la sua uscita da +Europa per dissidi interni, ma torna nel partito a luglio. Alle elezioni politiche anticipate del 2022, Emma Bonino si ricandida al Senato, sostenuta dal centro-sinistra in quota +Europa, dopo la rottura con Carlo Calenda. Ma non viene eletta. Nel aprile 2024 annuncia, invece, la sua candidatura per le elezioni europee con la lista “Stati Uniti d’Europa”, ma anche in questo caso la lista non supera il 4% necessario per l’elezione, nonostante le circa 30.000 preferenze nella circoscrizione centrale e quasi 46.000 in quella nord-occidentale.
Il tumore al polmone
Dai microfoni di Radio Radicale, il 12 gennaio 2015, Bonino annuncia di avere un tumore al polmone che l’avrebbe costretta alla chemioterapia senza, però, lasciare l’attività politica. Il 21 maggio dello stesso anno ha annunciato dalla stessa emittente il buon andamento della terapia e la scomparsa di ogni evidenza di cancro, sottolineando poi che non si è trattato di guarigione definitiva e sicura, ma di remissione. Un anno fa a Belve di Francesca Fagnani ha annunciato di essere guarita dopo 8 anni.

(da Open)

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PER UN PUGNO DI DOLLARI

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

NEMMENO IL COMANDANTE LAURO AVEVA OSATO TANTO… NEGLI USA HANNO PERSO ANCHE LA DIGNITA’

Wow! Cinquemila dollari “ad ogni americano adulto” se i repubblicani vinceranno midterm! Nemmeno il comandante Lauro nella Napoli del dopoguerra aveva osato tanto. È solo una domanda retorica (nel senso che la risposta è già nota), ma che concetto deve avere Trump, delle elezioni e della democrazia, per farsi uscire di bocca una porcheria del genere? E che considerazione deve avere dei suoi concittadini, in teoria membri di una comunità politicamente evoluta (la Costituzione americana è entrata in vigore nel 1789) per credere di poterli comperare con una mancia?
L’orribile proposta rischia di perdersi nell’orribile casistica messa insieme da questo tizio in soli due anni di presidenza: che sembrano un’eternità, perché ogni giorno di presidenza di Trump ne vale, quanto a stress e a imbarazzo, almeno dieci di chiunque altro. Ma la vera domanda (non retorica) è: quanto vale, quanto pesa, quanto funziona la democrazia (americana e non solo) se dopo due secoli e mezzo un presidente, non importa se il peggiore mai visto, si rivolge ai suoi concittadini come a una plebe corruttibile e ignorante?
Lauro prometteva a chi lo votava un paio di scarpe, ma parlava a una comunità povera, in parte analfabeta, piegata dalla guerra e dalla miseria. Quale America, quali americani possono giustificare una così miserabile proposta? Quanti sono, nel paese più ricco del mondo, i derelitti, i non scolarizzati, i vinti, quelli disposti a inginocchiarsi all’imperatore per un tozzo di pane? E tra chi lo ha votato, quanti hanno coscienza del tragico errore commesso, che c’entra assai poco con destra e sinistra, c’entra moltissimo con la dignità perduta di una Nazione?

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SILVIA SALIS E’ PRONTA: A OTTOBRE IL LANCIO DEL SUO LIBRO “E’ GIA’ DOMANI”, UN CONTRIBUTO DI IDEE AL CAMPO LARGO

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

PER LE PRIMARIE IL CENTRO PENSA A GABRIELLI

Sta limando i dettagli Silvia Salis. Per il lancio del suo libro il battage mediatico sarà imponente. È già domani, edito da Feltrinelli, arriva nelle librerie martedì 13 ottobre. Prima presentazione, un evento in piazza a Genova. Poi, nella stessa settimana, in un’altra grande città. Previste anticipazioni su tutti i quotidiani e una grande intervista su carta stampata. Poi, soprattutto, la prima uscita tv a Che tempo che fa da Fabio Fazio, la domenica 18.
Insomma, un inizio sprint che ancora una volta rivela lo stile della sindaca di Genova, che di certo non si accontenta di qualche comparsata spot o di palchi minori. “Parleremo di primarie dopo la legge elettorale”, ha detto Elly Schlein martedì sera durante il dibattito con i leader alla festa di Avs. La segretaria del Pd ha ripetuto spesso in questi giorni – in pubblico e in privato – che il Melonellum non si farà. Forse un auspicio, più che una vera previsione: ieri FdI poteva scegliere in un solo colpo di votare le preferenze e affossare la legge. Non l’ha fatto, dunque la riforma elettorale appare più vicina. Con buona pace di chi vuole evitare i gazebo. Tentazione accarezzata a tratti anche da Schlein, a favore della tesi che il premier lo deve fare il leader del partito che prende più voti. Ma a questo punto a Reggio Emilia dovrebbe annunciare la sua candidatura. Condizionale d’obbligo: il discorso non l’ha ancora scritto.
D’altra parte, l’imponente discesa in campo di Salis racconta che senza i gazebo la segretaria dem non potrà arrivare a Palazzo Chigi. Basterebbe il veto di Giuseppe Conte per fermare un eventuale incarico da parte del Colle. Salis resta in pole position come premier alternativo. Ma non è l’unica.
Raccontano che dietro il no di Roberto Speranza alle primarie ci sarebbe la voglia di Massimo D’Alema e degli ex Articolo 1 che rispondono a lui di puntare sul sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Una suggestione che va avanti da mesi. Sta di fatto che proprio lui martedì sarà in prima fila a presentare l’ultimo numero della rivista dalemiana, Italianieuropei. Domenica sarà un giorno importante per il campo progressista: Conte interverrà alla Festa del Fatto, Schlein chiuderà la Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, appuntamento a cui sta lavorando da mesi, con tanto di mobilitazione di tutte le federazioni. E a Roma, in chiusura della festa di Avs, sul palco salirà l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Uno che viene considerato una garanzia da Mattarella. Ultimamente si è avvicinato a Ernesto Maria Ruffini, pure lui ben visto dal Quirinale, che aspira a rappresentare il centro meglio di Matteo Renzi. In questo contesto, per chi cerca premier alternativi, appaiono indicative alcune convergenze tra Nicola Fratoianni (il più esplicitamente contrario alle primarie) e lo stesso Gabrielli: alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia il leader di Avs ha rilanciato la patrimoniale e Gabrielli ha approvato. Ma intanto Salis è lanciatissima. Da Fazio ad aprile disse che alle primarie – strumento che non condivide – non avrebbe votato né Conte, né Schlein. Si aspettano aggiornamenti.

(da il Fatto Quotidiano)

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LEGA, LA PAX SALVINIANA E’ GIA’ A RISCHIO: FONTANA TIRA DRITTO SULL’ASSOCIAZIONE DEL NORD E SI PREPARA A TORNARE SUL PALCO CON ROMEO

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PROGETTO RESTA IN PIEDI”

La tregua c’è, ma il problema del Nord resta. E soprattutto resta da capire quanto sia davvero compatto il fronte che nelle ultime settimane ha messo Matteo Salvini sotto pressione. Ventiquattr’ore dopo il vertice romano tra il segretario e i governatori settentrionali, Attilio Fontana mette subito un punto fermo: l’idea di creare un’associazione per dare voce alle istanze del Nord «resta in piedi».
Non solo. Della questione si è parlato anche nell’incontro con Salvini e ora, assicura il presidente della Lombardia, «ci stiamo lavorando per presentare il progetto definitivo». Il faccia a faccia di Roma è stato «sicuramente un passo avanti importante», anche se non ha archiviato una delle richieste attorno alle quali si è coagulato il malessere nordista.
L’associazione resta. E Fontana torna sul palco con Romeo
Il calendario, del resto, offre già una prima prova. Mercoledì 16 settembre, appena quattro giorni prima del tradizionale raduno di Pontida, Fontana tornerà sul palco insieme a Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e segretario della Lega Lombarda, per la presentazione a Lazzate di “Fare la Lega”, il libro con cui Romeo prova a mettere nero su bianco la sua idea di partito.
Un appuntamento alla vigilia della festa leghista da cui potrebbero arrivare nuove bordate nei confronti del segretario. Nella presentazione del volume si parla di un ritorno alle radici fondato su «libertà, autonomia, federalismo, comunità e buona amministrazione» e di una Lega capace di contrastare «personalismi, centralismo e politica degli annunci». Temi che ricalcano buona parte delle critiche emerse negli ultimi mesi dall’area settentrionale del Carroccio.
Fontana e Romeo, del resto, sono stati finora i due volti più esposti della richiesta di un cambio di passo. Una nuova uscita pubblica dopo il vertice in cui Salvini ha aperto a una maggiore condivisione con governatori e territori, sbarrando però la strada a formule di gestione collegiale che possano mettere mano alla sua leadership.
I dubbi sui governatori
Ancora è da capire però, quanto dietro ai due ci sia davvero un fronte unitario e organizzato, con la volontà di mettere alle strette il segretario. «C’è stato lo slancio di Max e Fontana, ma gli altri governatori sono rimasti silenti. Non ho sentito Zaia, Fedriga, Fugatti o altri del Nord dire niente pubblicamente», sottolinea un big del Nord parlando con Open, «quindi bisogna vedere quanto ci sia davvero questo fronte comune».
Ed è proprio questa una delle incognite rimaste aperte dopo l’incontro e le parole del segretario, che ieri, chiudendo l’evento leghista a Roma, è tornato sulla vicenda gettando acqua sul fuoco: «Ci siamo dati appuntamento tutti insieme, alla faccia di qualche uccello del malaugurio, sul palco di Pontida».
La questione Nord c’è, ma Pontida «è sacra»
La questione del Nord in ogni caso resta. Anzi. «Il fatto di non svoltare a destra, di fare una certa politica territoriale, sono cose di cui abbiamo discusso più volte internamente. E’ un tema che c’è e nessuno può negarlo», spiega ancora l’esponente leghista. Il dissenso sulla linea politica, insomma, organizzato o meno, esiste e non nasce certo nelle ultime settimane.
Un nodo che inevitabilmente accompagnerà la Lega verso l’evento bergamasco. È la prossima scadenza, il 20 settembre. Ma nonostante le tensioni, difficilmente il pratone verrà trasformato nel luogo della resa dei conti. «Pontida è sacra, quindi penso che nessuno voglia usarla per questioni interne», spiega.
Salvini e la leadership blindata
Dentro questo malessere c’è però anche chi, pur condividendo le istanze di Romeo e Fontana, non ha apprezzato il modo in cui lo scontro è stato portato avanti nell’ultimo mese. È la premessa affidata a Open, previo anonimato, prima di una critica netta al metodo: «Il tema è che in un partito come il nostro di queste cose si discute dentro, non si dà da scrivere per tutto un mese ai giornali, cosa che sicuramente non ci fa prendere voti».

(da agenzie)

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“MARIO DRAGHI, LA SFINGE DELL’EUROPA”. “LE MONDE” DEDICA UNA PAGINATA ALL’EX PREMIER PER RIBADIRE LA CENTRALITÀ DELLA SUA VISIONE NEL DIBATTITO EUROPEO: “A 79 ANNI, L’EX PRESIDENTE DELLA BCE NON HA PIÙ ALCUN MANDATO UFFICIALE MA È SEMPRE NEL CUORE DEL MOTORE POLITICO DELL’UE”

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO FRANCESE RICORDA CHE “IL SUO RAPPORTO SULLA COMPETITIVITÀ DELL’UE HA TRACCIATO UNA DIAGNOSI SEVERA: L’EUROPA RISCHIA UNA ‘LENTA AGONIA’ SE NON FA LE RIFORME. URSULA VON DER LEYEN NE HA FATTO LA SUA ROAD MAP” … EPPURE A DUE ANNI DALLA PUBBLICAZIONE DEL “PIANO DRAGHI”, È STATO ATTUATO APPENA IL 15,7% DELLE SUE 383 RACCOMANDAZIONI – A PROCEDERE PIÙ LENTAMENTE SONO GLI INTERVENTI DECISIVI: L’INTEGRAZIONE DEI MERCATI DEI CAPITALI, LA RIMOZIONE DELLE BARRIERE NEL MERCATO UNICO

“A 79 anni, l’ex presidente della Banca centrale europea, è sempre nel cuore del motore politico dell’UE” scrive oggi Le Monde, in un’intera pagina dedicata – secondo il titolo – a “Mario Draghi, la ‘sfinge’ dell’Europa”.
“A 79 anni – scrive il quotidiano francese del pomeriggio – l’italiano non ha più alcun mandato ufficiale. E’, tuttavia, più che mai nel cuore della costruzione europea.
Il suo rapporto sulla competitività dell’Ue, pubblicato due anni fa, ha tracciato una diagnosi severa: l’Europa rischia una ‘lenta agonia’ economica se non fa le riforme. Una diagnosi che raccoglie quasi l’unanimità fra i dirigenti europei; Ursula von der Leyen ne ha fatto la sua road map”.
A due anni dal rapporto sulla competitività dell’Unione Europea, con cui Mario Draghi richiamava Bruxelles e gli Stati Membri alla necessità di intervenire per evitare una «lenta agonia» dell’economia europea, poco è stato fatto.
Delle 383 raccomandazioni contenute nel documento dell’ex premier italiano, appena il 15,7% era stato pienamente attuato a luglio, secondo il monitoraggio dell’European Policy Innovation Council. […]
Un altro studio, realizzato dall’Institut Montaigne con una metodologia diversa, porta la quota al 30%. Ma la conclusione non cambia: le riforme più difficili sono ancora da fare. Il rapporto Draghi-Letta era stato indicato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen come la guida per il suo secondo mandato.
Ma guerra in Ucraina, migranti e negoziato sul prossimo bilancio europeo hanno progressivamente spostato il dossier competitività sullo sfondo.
Sia il monitoraggio «Draghi watch» (che ha rilevato che il 41,3% delle proposte dell’ex premier italiano è stato parzialmente attuato) sia quello dell’Institut Montaigne, indicano lo stesso problema: le riforme politicamente più difficili devono ancora essere affrontate. Molte inciderebbero infatti su competenze oggi nelle mani dei governi nazionali, rendendo più difficile raggiungere un accordo.
A procedere più lentamente sono proprio gli interventi considerati decisivi: l’integrazione dei mercati dei capitali, la rimozione delle barriere nel mercato unico e la riduzione delle dipendenze strategiche. Tutte misure che richiedono agli Stati membri di rinunciare a parte delle proprie competenze.
Anche l’integrazione dei mercati dell’energia e l’armonizzazione delle regole per gli appalti della difesa e le telecomunicazioni avanzano a rilento. Il problema è ancora più visibile quando si apre il confronto con Stati Uniti e Cina, che stanno aumentando il vantaggio sull’Europa nella corsa all’intelligenza artificiale.
Gli investimenti americani in AI, data center e semiconduttori hanno sostenuto la crescita degli Usa, che dal luglio 2024 ha costantemente superato quella europea. Secondo il report, Bruxelles ha ottenuto i risultati più concreti nei settori in cui è riuscita a intervenire direttamente, dalla riduzione degli oneri burocratici all’accesso ai finanziamenti per le imprese e all’accelerazione delle autorizzazioni per le tecnologie pulite.

(da agenzie)

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DOPO LA MORTE, LA BEFFA. LA VEDOVA DI UNO DEI 18 MILITARI USA CHE HANNO PERSO LA VITA IN IRAN RIVELA DI NON AVER RICEVUTO I BENEFICI PREVISTI PER LA MORTE DI SUO MARITO. DAL PENTAGONO LE HANNO RISPOSTO COSÌ: “FORMALMENTE NON C’E’ UN CONFLITTO”

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

INFATTI, TRUMP NON HA PRESENTATO UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA PER EVITARE DI DOVER CHIEDERE L’AUTORIZZAZIONE AL CONGRESSO, L’ESCAMOTAGE GLI HA PERMESSO DI SCAVALCARE CAMERA E SENATO

Il maggiore John Alex Klinner, 33 anni, era un ufficiale dell’Air Force originario dell’Alabama. Il 12 marzo era a bordo di un’aereo-cisterna KC-135 che è precipitato in Iraq durante le operazioni militari americane contro l’Iran. Morirono tutti e sei i militari a bordo (in totale dall’inizio delle ostilità tra i due Paesi ne sono morti 18).
La sua vedova, Libby Klinner, con cui aveva tre figli, aveva espresso la sua frustrazione sui social raccontando che un ufficiale del Pentagono le aveva comunicato che la sua famiglia avrebbe ricevuto alcuni benefici economici ma non altri, perché formalmente «non siamo in guerra» (non c’era stata una dichiarazione formale di guerra).
Quel post era diventato virale e il caso era stato descritto da un giornalista al vicepresidente JD Vance venerdì scorso durante il briefing alla Casa Bianca. Vance aveva promesso di esaminarlo e infatti l’Air Force ha chiamato nei giorni scorsi la donna per risolverlo.
«Vogliamo essere d’aiuto e assicurarci che riceva tutto quello che le spetta», aveva detto Vance. Successivamente l’Air Force ha ammesso che le informazioni date inizialmente alla donna erano inesatte e ha confermato che nella ultima busta paga del maggiore Klinner erano già stati inclusi, seppure indicati erroneamente, tutti i benefici spettanti (tra cui la «combat/hazard pay» e le relative agevolazioni fiscali). […]
La guerra è impopolare tra gli americani e tra due mesi si vota per il Congresso. A fine luglio, l’amministrazione Trump ha creato una nuova categoria per il conteggio delle vittime uccise e ferite durante i combattimenti tra Stati Uniti e Iran.
Il Pentagono dice che è necessario perché l’operazione «Furia epica» è finita. Questo non si applica al caso del maggiore Klinner ma dal 7 luglio le vittime in Medio Oriente vengono classificate sotto «Operazioni all’estero».

(da “Corriere della Sera”)

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“IL RINASCIMENTO FU L’UNICO TEMPO DELLA STORIA, DOPO L’IMPERO ROMANO, IN CUI L’ITALIA FU AL CENTRO DEL MONDO” – ALDO CAZZULLO RACCONTA IN UN LIBRO (“QUANDO L’ITALIA RINACQUE”) L’EPOCA CHE HA RESO IL NOSTRO PAESE IL MOTORE DELLA CULTURA UNIVERSALE

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

“NEL MONDO POST-UMANO CHE STIAMO COSTRUENDO, L’UMANESIMO SARÀ LA NOSTRA UNICA SALVEZZA” … “L’ELOGIO DELLA FOLLIA” DI ERASMO BEST-SELLER DELL’EPOCA, IL MOSE’ DI MICHELANGELO E LA FRASE DI ORSON WELLES, NEL FILM “IL TERZO UOMO”: “IN ITALIA PER TRENT’ANNI SOTTO I BORGIA CI FURONO GUERRE E MASSACRI, MA VENNERO FUORI MICHELANGELO, LEONARDO E IL RINASCIMENTO. IN SVIZZERA 500 ANNI DI PACE, E CHE COSA NE È VENUTO FUORI? L’OROLOGIO A CUCÙ”

Estratto da “Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento”, di Aldo Cazzullo (ed. HarperCollins), pubblicato dal “Corriere della Sera”
Il Mosè era là. Poteva essere stato scolpito cinquecento anni prima, o il giorno prima. Era una statua senza tempo, quindi eterna. E mi fissava con quegli occhi che parevano soggiogare il mondo.
Avevo sei anni, mio papà e mia mamma mi avevano portato a Roma per la prima volta. Papà e mamma non avevano una cultura accademica, erano molto orgogliosi del loro diploma di ragioneria che — «ai nostri tempi», dicevano — era come una laurea. I loro padri a dodici anni erano già uno garzone in macelleria, l’altro nei campi. Però papà e mamma mi hanno trasmesso un’idea: il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità. E mi hanno comunicato il senso di ammirazione per la grandezza e per la bellezza.
Il Mosè di Michelangelo era entrambe le cose. Era grande, forte, imponente. Ed era straordinariamente bello.
Quella notte non chiusi occhio. Per molte altre notti, il Mosè di Michelangelo divenne una visione ricorrente. Non un vero e proprio sogno; un’immagine che mi si presentava davanti in quei momenti di dormiveglia che moltiplicano i pensieri e le voci di dentro. Mi turbava quella forza che sembrava venire da un altro tempo. Quello sguardo che aveva visto cose negate a noi uomini comuni.
Quella fronte luminosa — non erano corna, come sembrava, erano raggi di luce — che aveva affrontato il mistero. Quel volto che aveva visto Dio, e in Dio aveva riconosciuto sé stesso: perché siamo fatti tutti a immagine e somiglianza di Dio.
Ecco l’intuizione dell’uomo rinascimentale. La vera, grande conquista del Rinascimento. Ogni uomo è unico e irripetibile.
Ogni uomo è al centro dell’universo, come l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo dentro un cerchio perfetto. Ogni essere umano ha una dignità che va sempre rispettata.
Davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, e ogni uomo ha un rapporto diretto con Dio.
Non solo. Il Rinascimento fu l’unico tempo della storia, dopo l’impero romano, in cui l’Italia fu al centro del mondo.
L’unica epoca in cui la cultura italiana ebbe un respiro universale. Parlò a tutti gli esseri umani, a quelli del presente e a quelli del futuro. Contribuì a forgiare l’arte e il pensiero dell’umanità.
L’Italia rinacque proprio recuperando e rivendicando la cultura dell’antica Roma.
Certo, il Rinascimento non fu l’età dell’oro.
Non lo fu per l’umanità, devastata da guerre e pestilenze, e non lo fu per l’Italia. Al contrario; fu l’età in cui l’Italia divenne un campo di battaglia. Francesi, spagnoli, tedeschi si contendevano il nostro Paese. Lo insanguinavano i soldati del re di Francia, dell’imperatore e degli altri sovrani d’Italia, compreso il Papa. Infuriarono scontri, complotti, intrighi.
Si uccise con il veleno, con la spada, e con nuove, terribili armi, i cannoni. I crimini commessi furono orrendi. Nel 1527, cinque secoli fa, i lanzichenecchi di Carlo V — quello sul cui impero non tramontava mai il sole — devastarono la capitale della cristianità, costringendo un papa Medici, Clemente VII, a rinchiudersi in Castel Sant’Angelo, e massacrando un terzo della popolazione, forse più; una strage che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari.
L’Italia politicamente non esisteva.
Quelle guerre, quelle devastazioni, quei crimini ispirarono a Orson Welles, nel film Il terzo uomo , una celebre frase: «In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, massacri, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù».
Forse l’unico dettaglio sbagliato (a parte il fatto che papa Borgia regnò solo undici anni) è che l’orologio a cucù l’hanno inventato i tedeschi.
Leonardo. Antonello da Messina. I più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto. E il più grande: Michelangelo. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Sistina con il dito di Dio che tocca il dito dell’uomo… Negli anni che vanno tra l’inizio del Quattrocento e la fine del Cinquecento, gli italiani hanno dipinto, scolpito, eretto le opere più straordinarie che l’uomo abbia mai sognato, pensato, realizzato. Capolavori di commovente bellezza.
Ma il Rinascimento non è soltanto una rivoluzione artistica. È una straordinaria fioritura di musica, letteratura, matematica, architettura, ceramica, decorazioni: quello che oggi si chiamerebbe design. Vennero gettate le basi della scienza moderna. Della medicina. Del metodo sperimentale.
La filosofia vi fiorì, e accanto al pensiero di Aristotele, che aveva dominato il Medioevo, veniva riscoperto il pensiero di Platone. Per alcuni la realtà è qui, sotto i nostri occhi, conoscibile con la logica per cui se A è uguale a B, e B è uguale a C, A è uguale a C. Per altri la realtà è solo il pallido riflesso di un ideale eterno e inconoscibile, di cui ci è dato percepire soltanto l’ombra. Due idee del mondo e dell’uomo che nel suo meraviglioso affresco sulla Scuola di Atene, in Vaticano, Raffaello riuscì mirabilmente a sintetizzare nella figura di Aristotele, che indica la terra, e di Platone — il ritratto di Leonardo da Vinci —, che indica il cielo.
Ma non soltanto l’arte e la bellezza; neppure la cultura e la scienza sono il vero centro del Rinascimento. Ne sono uno splendido, meraviglioso corollario.
Il Rinascimento è la rivoluzione dell’uomo. L’uomo che ha fiducia in sé stesso. L’uomo che come Socrate sa di non sapere, e quindi si mette alla ricerca. L’uomo che vuole conoscere l’immensità del mondo e le profondità del proprio animo. Così salpa verso occidente per arrivare a oriente, come Cristoforo Colombo. Realizza di aver scoperto un Nuovo Mondo e gli dà il nome, come Amerigo Vespucci. Fa il giro del globo, come Magellano. Concepisce macchine che saranno realizzate secoli dopo, come Leonardo.
Immagina di poter volare fin sulla Luna su un cavallo alato, come Astolfo, il personaggio dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
Il Rinascimento è un fenomeno mondiale.
Arriva in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Inghilterra, in Olanda. Fa sentire la sua influenza ai confini del mondo conosciuto, dalla Russia all’impero spagnolo nelle Americhe. E il Rinascimento sarà riscoperto a distanza di secoli, quando all’inizio dell’Ottocento si costruiranno in tutto l’Occidente case e palazzi in stile neorinascimentale. Ancora oggi le idee e il gusto del Rinascimento influenzano la cultura mondiale.
Ma tutto questo ha una patria. La nostra.
L’Italia.
L’umanesimo e il Rinascimento nascono tra Firenze, l’Umbria, Roma. Si affermano a Venezia, a Milano, a Bologna, a Napoli, in Sicilia. Lasciano un gioiello quasi in ogni città: la piazza disegnata da Leonardo a Vigevano, il mausoleo del Colleoni a Bergamo, la Loggia di Brescia, la basilica del Palladio a Vicenza, il Palazzo Ducale di Urbino, Schifanoia a Ferrara, Palazzo Te a Mantova, Casa Cavassa a Saluzzo, la basilica Malatestiana a Rimini…
E poi la prima grande statua equestre dai tempi dell’antica Roma: il Gattamelata di Donatello, che ancora si erge a Padova davanti alla basilica di Sant’Antonio. Se una sola di queste meraviglie fosse in qualsiasi altro Paese, sarebbe conosciuta in tutto il mondo. Invece quasi nessuno tra i milioni di turisti stranieri sballottati tra la torre di Pisa, le Cinque Terre e il lago di Como, più una monetina gettata nella Fontana di Trevi e un po’ di shopping in via Montenapoleone a Milano, le vede.
L’umanesimo e il Rinascimento sono il vero dono che noi italiani abbiamo dato all’umanità. Il nostro grande contributo alla civiltà universale, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile. Il tempo in cui l’Italia rinacque è quello in cui l’Italia si dà una missione: gettare un ponte tra l’era classica e l’era cristiana, tra la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi.
Certo, l’Italia non era uno Stato unitario, e non lo sarebbe divenuto ancora a lungo. Ma quando Raffaello scrive al Papa per implorarlo di salvare le vestigia dell’antica Roma, la definisce «madre della gloria e della grandezza italiana».
È un’Italia che ritrova sé stessa. Non nasce dal nulla e non muore nel nulla. La riscoperta dell’antica Roma, dell’arte imperiale, dei valori repubblicani restituisce un ruolo al nostro Paese. Gli dà un posto nel mondo, valido ancora adesso. Perché se l’Italia è importante nel mondo non è solo perché la mozzarella è buona, la Ferrari veloce, la moda elegante; è perché l’Italia è la patria dell’umanesimo. E nel mondo post-umano che stiamo costruendo, l’umanesimo sarà la nostra unica salvezza.
L’umanità non è mai stata così vicina all’autodistruzione. Le cause sono sette. Come le piaghe d’Egitto, come i cavalieri dell’Apocalisse.
1 Le guerre e la proliferazione nucleare.
2 La denatalità: appena un popolo diventa ricco, smette di fare figli; e noi siamo tra quelli che ne facciamo meno al mondo.
3 Il cambio climatico, che ormai è considerato irreversibile, per cui non si discute come frenarlo, ma come adeguarvisi.
4 La distruzione del lavoro intellettuale — architetti, ingegneri, avvocati, medici, giornalisti, impiegati di banche e assicurazioni — da parte dell’intelligenza artificiale.
5 L’impunità fiscale delle immense ricchezze così create. E l’irresponsabilità sociale dei padroni della Rete e della tecnofinanza, che sanno tutto di noi ma si disinteressano al nostro destino: se potranno ottenere un guadagno anche piccolo distruggendo un’azienda e una comunità, lo faranno; non resterà nessuno a sostenere ospedali, scuola, sicurezza, insomma lo Stato sociale.
6 La crisi della democrazia, che si accompagna alla crisi del ceto medio, di quella che un tempo si chiamava borghesia.
7 La nascita di creature post-umane, nate dall’incrocio tra l’intelligenza artificiale e le biotecnologie: creature metà uomo metà macchina, che avranno come cervello il computer e come memoria la Rete, saranno molto più intelligenti di noi e sapranno molte più cose di noi, e non si capisce perché dovrebbero obbedirci anziché comandarci.
Stanley Kubrick collocava nel 2001 — 2001: Odissea nello spazio era il titolo del suo film — il momento in cui il computer si sarebbe ribellato all’uomo; forse dovremo attendere solo qualche anno in più.
Ma la causa che rende possibile tutte le altre è il culto dell’ignoranza.
Il bestseller del Rinascimento fu l’ Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, un’opera che oggi viene presa sul serio ma che il grande umanista scrisse per scherzo, per gioco, per farsi burla dei saggi, dei potenti, del clero corrotto, e di figure che l’autore considera patetiche: le persone anziane che si tingono i capelli per sembrare giovani, i vecchi che sposano le ragazze e le vecchie che si divertono con i ragazzi.
Oggi il grande elogio che viene quotidianamente intessuto è quello dell’ignoranza. Il punto non è ignorare le cose; è non volerle conoscere. Il problema non è essere ignoranti; è compiacersi di essere ignoranti. E la tecnofinanza che progetta il mondo post-umano ha bisogno di un popolo ignorante, che considera la scuola, i libri, i teatri, la ricerca, le arti una perdita di tempo e di denaro; e considera chi ancora si ostina a insegnare, a studiare, a scrivere, a recitare, a ricercare, a suonare, a dipingere, a pensare come un perditempo da irridere, insultare e soprattutto pagare poco o, se possibile, niente.
Ecco, il Rinascimento è l’antidoto a tutto questo. È lo spirito di avventura, di ricerca, di conquista. Di curiosità. È l’ottimismo di chi crede in sé stesso, nel futuro, nella vita. Per questo il primo uomo rinascimentale è forse Dante, o meglio l’Ulisse di Dante, che rifiuta di tornare a Itaca e si mette in viaggio oltre le colonne d’Ercole, oltre i confini del mondo conosciuto, oltre l’orizzonte, «di retro al sol, del mondo sanza gente».
Non è un caso che il Rinascimento sia nato in Italia. Perché la storia non si può dividere a pezzi. Non fa salti; procede per evoluzione, sia pure rischiarata da grandi figure.
L’umanesimo come affermazione della dignità umana e come rapporto diretto tra l’uomo e Dio nasce con san Francesco, e arriva al Rinascimento attraverso Dante e Giotto.
Dante trova in Francesco la lingua — l’italiano —, il disprezzo per il denaro male guadagnato (infatti manda gli usurai all’Inferno), e il rispetto per la dignità della donna. È grazie alla donna se la specie umana si eleva al di sopra di tutte le altre. È la donna che salva l’uomo. Tre donne salvano Francesco: la madre che lo sottrae all’ira del padre, Jacopa dei Settesoli che lo raccomanda al Papa e gli evita il rogo, Chiara che viene accolta da pari a pari. Tre donne salvano Dante, smarrito nella selva oscura: la Madonna, che avvisa santa Lucia — Dante era molto devoto a santa Lucia protettrice della vista, cui attribuiva la guarigione da una malattia agli occhi — la quale a sua volta affida Dante a Beatrice.
Il Rinascimento, come il Medioevo, è ancora un’età intrisa di misoginia. È una società in cui la donna è sempre di proprietà di un uomo: prima del padre, poi del marito. Eppure il Rinascimento non sarebbe tale senza le donne italiane. Non soltanto nel ruolo di madri e spose, di amanti e muse ispiratrici.
Nel Rinascimento ci sono donne eccezionali, che dialogano con gli uomini da pari a pari, che prendono decisioni con loro o talvolta al posto loro. Donne come Vittoria Colonna, le cui lettere a Michelangelo sono fondamentali per capire l’arte e il pensiero del tempo. Come Eleonora e Giulia Gonzaga, raffinate umaniste. E come Lucrezia Borgia, condannata da una leggenda nera in quanto avvelenatrice, in realtà persona buona, terziaria francescana, vittima delle brame di potere del padre e del fratello, che le assassinò il marito sotto gli occhi.
Per questo le donne, anziché essere confinate in una sezione del libro, compaiono in ogni capitolo, con il loro ruolo decisivo in un mondo in cui il potere, almeno nominalmente, restava monopolio maschile. Comprese le donne di Ludovico Ariosto, che combattono contro gli uomini, e li sconfiggono.
Poi, come ogni storia, anche quella del Rinascimento finì, o meglio cambiò. Proprio la scoperta dell’America, la conquista più simbolica del genio rinascimentale, allargò l’orizzonte, spalancò il mondo, rimpicciolì il Mediterraneo e il Paese che del Mediterraneo era il centro, l’Italia. Mentre Colombo e Vespucci scoprivano un nuovo mondo, Copernico e Keplero aprivano le porte dell’universo. E rivelavano che la Terra non era al centro del cosmo, ma un granello di sabbia in un meccanismo immenso, anzi infinito.
L’uomo da centro di ogni cosa diventava un puntino sperduto. E non cercava più il nitore, la grazia, la levità, l’essenzialità. Cercava di riempire quell’immenso vuoto con l’orpello, la decorazione, il ghirigoro, la sovrabbondanza: insomma, il barocco.
Certo, l’Italia avrebbe continuato a dare all’umanità grandi scultori come Bernini, grandi pittori come Guido Reni, grandi architetti come Borromini, grandi pensatori come Vico, grandi scrittori come Tasso. Ma la fiducia, l’ottimismo, l’esaltazione dell’uomo erano finite. Perdute, o almeno ridimensionate.
Tre figure rappresentano la crisi del Rinascimento. Tre giganti, accomunati da una fine tragica. Giordano Bruno, arso vivo per aver intuito l’esistenza di «infiniti mondi».
Galileo Galilei, costretto a rinnegare le proprie idee, pur sapendole giuste, per non fare la stessa fine. E Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, assassino, condannato a morte, scomparso prematuramente nel tentativo di sottrarsi al proprio destino.
Con il rogo di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, con l’abiura di Galileo davanti all’Inquisizione, con il delirio di Caravaggio sulla spiaggia dell’Argentario finisce un’epoca di luce e se ne apre un’altra, segnata dal chiaroscuro.
Resta valido, allora e per sempre, quello che scrive Giovanni Pico della Mirandola — il sapiente che ha ispirato Pico de Paperis, il personaggio della Disney — nel suo De dignitate hominis . Pico quasi riscrive la Genesi. Immagina Dio che crea l’uomo assolutamente libero, e infatti dice ad Adamo: «Ti posi nel mezzo del mondo, perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo… Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine» .

(da Dagoreport)

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LA NUOVA CROCIATA DI VINCENT BOLLORÉ: LIBERARE LA FRANCIA DALL’ISLAM: “FARO’ TUTTO IL POSSIBILE PER SALVARLA”. IL MULTIMILIARDARIO BRETONE DI DESTRA HA COSTRUITO UN IMPERO MEDIATICO CHE STA GIRANDO A PIENO REGIME IN VISTA DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DEL PROSSIMO ANNO. SARÀ LA FINE DEL DOPPIO MANDATO DI MACRON (CHE BOLLORE’ CONSIDERA UN “PICCOLO STUPIDO ARRIVISTA”)

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

UN LIBRO INCHIESTA DI DUE GIORNALISTI DEL “NOUVEL OBSERVATEUR” RICOSTRUISCE NEL DETTAGLIO IL MANIFESTO DI RICRISTIANIZZAZIONE DELLA FRANCIA BY BOLLORE’ CHE SI DEFINISCE UN “DEMOCRATICO CRISTIANO” … PECCATO CHE IL PROGRAMMA SEMBRI QUELLO DI AFD: DISCRIMINAZIONE DEGLI STRANIERI E RIDUZIONE DELL’IMMIGRAZIONE, USCITA DAL MERCATO COMUNE EUROPEO

Non sappiamo per chi voterà Dio il 18 aprile 2027 alle elezioni presidenziali francesi, ma intanto c’è qualcuno che combatte nel suo nome.
Vincent Bolloré, 74 anni, multi miliardario bretone, una vita da raider spietato e di successo nella finanza europea (in Italia Mediobanca e Generali) si è dato la missione di salvare la Francia dall’islam: «Farò tutto il possibile per evitarlo». Il 21 maggio scorso ha riunito un centinaio di amici per il primo incontro del think tank Institut de l’Espérance e senza giri di parole ha dato il senso dell’iniziativa: «Ciò che ci unisce è la battaglia per Cristo».
Ritiratosi dagli affari nel mondo, Bolloré ha costruito un impero mediatico (radio, tv, giornali, case editrici, cinema) che sta girando a pieno regime in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Sarà la fine del doppio mandato di Emmanuel Macron (che lui considera un “petit con arriviste”, piccolo stupido arrivista) e un appuntamento con la storia perché per la prima volta favorita nei sondaggi è la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen, battuta nel 2017 e nel 2022.
Se le elezioni tedesche di un modesto land della Germania Est stanno mettendo in crisi il governo di Berlino e seminando il panico a Bruxelles, il voto francese potrebbe davvero segnare la fine dell’Unione europea. Dallo choc tedesco, al possibile choc francese.
Un libro inchiesta di due giornalisti del Nouvel Observateur, storico settimanale della sinistra riformista parigina, oggi chiamato semplicemente l'”Obs”, Clément Lacombe e Camille Vigogne Le Coat, ricostruisce nel dettaglio la strategia operativa di Bolloré. Il programma è stato presentato nella riunione del 21 maggio: un libretto di 36 pagine intitolato semplicemente “Manifeste”. Un vero manifesto di ricristianizzazione della Francia.
Che Bolloré fosse uomo di destra non sorprende nessuno. I suoi media agiscono come un sistema: le tv CNews e Canal+, radio Europe1, il Journal du Dimanche, col magazine e il sito internet, l’editore Hachette, le librerie ed edicole Relay in stazioni e aeroporti dove tutto viene rilanciato in un battage inarrestabile. Però l’attitudine da crociata quasi mistica di Bolloré, è un po’ una sorpresa.
Il libro pubblicato dall’editore parigino Les Arènes si intitola “La Droite de dieux” (La destra di dio) e rivela retroscena inediti come l’intimo legame con un anziano ecclesiastico finito nella gigantesca inchiesta promossa dalla chiesa francese sugli abusi sessuali che ha accertato oltre duecentomila casi tra il 1950 e il 2020. Le accuse e le testimonianze contro Grimaud risalivano agli Anni 70-80 e non hanno avuto seguito penale perché prescritte.
L’abbé che oggi ha 77 anni, è il responsabile del Foyer Jean Bosco (nel nome del santo piemontese Giovanni Bosco) è stato istituito nel vecchio ospizio delle Piccole suore dei poveri acquistato e restaurato da Bolloré con oltre cento milioni: un edificio dell’Ottocento con un giardino segreto di 7 mila metri quadrati a due passi dal Parco dei Principi. Nella cappella del foyer, si legge nel libro dei due giornalisti, Bolloré si reca più volte la settimana a pregare. Padre Grimaud ha sempre tenuto il suo posto (nonostante l’intervento dell’arcivescovo di Parigi monsignor Aupetit) ed è considerato il consigliere spirituale di Bolloré il quale, quando gli han chiesto dell’imbarazzante passato, ha usato per lui la parola «misericordia».
Il libro dei due giornalisti è come un sasso lanciato nello stagno di una monotona campagna elettorale partita con grande anticipo e segnata di quattro-cinque candidati che si battono sul ring di un centro politico che in Francia non è mai stato riconosciuto, data la tradizione dello scontro elettorale destra-sinistra.
L’obbiettivo di Bolloré è rompere questo tabù è formare un’alleanza tra l’estrema destra e la destra repubblicana (ex gollista) che finora ha sempre rifiutato l’incontro con il mondo di Le Pen.
Le rivelazioni hanno però spinto Bolloré a reagire, lui solitamente impermeabile agli attacchi. Con una lunga nota su X ha definito i contenuti del libro «spazzatura velenosa, costruita per screditare chi osa resistere alla piccola casta che dirige il nostro Paese». Bolloré si definisce un «democratico cristiano», bersaglio di «detrattori e calunniatori». Quanto al suo manifesto, precisa che è stato elaborato da una quindicina di personalità cattoliche e annuncia che sarà presto pubblicato integralmente.
ui lo definisce un progetto capace di restituire ai francesi «potere d’acquisto, sicurezza e libertà», prendendo cura dei «più vulnerabili».
Preferenza nazionale (quindi discriminazione degli stranieri) e riduzione dell’immigrazione, uscita dal mercato comune europeo, stop al Green Deal, moratoria sulle energie rinnovabili e cento per cento di nucleare. Ci sono poi dei punti che rispondono alle attese del mondo cattolico tradizionalista francese: soppressione della procreazione medicalmente assistita che dal 2021 è coperta dal servizio pubblico anche per single e coppie di donne e della legge sul fine vita.

(da Fanpage)

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COME FINIRA’ LA GUERRA IN UCRAINA? IL POLITOLOGO RUSSO VICINO AL CREMLINO: “PUTIN AVRA’ IL DONBASS, MA PAGHEREMO PER GENERAZIONI”

Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A VASILY KASHIN: “I COSTI DEL CONFLITTO SONO TROPPO ALTI E GLI OBIETTIVI STRATREGOCO IRRAGGIUNGIBILI, LA NOSTRA POLITICA ESTERA NE RISENTIRA’ PER DECENNI”

Anche se Mosca conquisterà tutto il Donbass o lo otterrà a un tavolo negoziale, non potrà mai contare su un’Ucraina debole e sottomessa. Gli obiettivi di guerra erano irrealistici, il conflitto costa troppo e la Russia pagherà anche in futuro. La sua politica estera è compromessa per generazioni, le conviene la pace con concessioni reciproche e alla svelta. È quanto sostiene Vasily Kashin, politologo della Higher School of Economics di Mosca, considerato vicino agli ambienti del Cremlino.
Non è un oppositore. Difende l’invasione e considera il Donbass irrinunciabile. Proprio per questo le sue parole pesano: segnalano una rottura con i falchi che vogliono la capitolazione dell’Ucraina e l’annientamento dell’autonomia di Kyiv.
Le posizioni di Kashin indicano che una parte dell’establishment considera la guerra un disastro da archiviare appena si può, rinunciando a obiettivi fuori portata. Il politologo aveva già esposto alcune di queste tesi su Russia in Global Affairs, tribuna dell’élite diplomatica russa.
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Se il direttore della rivista, Fyodor Lukyanov, gli ha dato luce verde per quell’articolo, significa che voleva che si aprisse un dibattito. E che il Cremlino era d’accordo di aprirlo. Kashin dice di aver avuto anche critiche favorevoli. La vittoria totale, sostiene, appartiene ai “sogni e alle fantasie” dei più guerrafondai, non a tutta la leadership russa.
È una crepa nella linea massimalista del Cremlino, è l’ammissione che combattere ancora offre pochi vantaggi e che Mosca ha fallito nel tentativo di riportare Kyiv nella propria sfera definitivamente e con ripercussioni economiche e strategiche gravi che persisteranno a lungo.Vasily Kashin ritiene che la recente missione diplomatica degli inviati USA Steve Witkoff e Jared Kushner abbia inaugurato “un processo negoziale organizzato” e che la pace sia possibile sulla base di quanto discusso un anno fa ad Anchorage: ritiro ucraino dal Donbass e rinuncia alla NATO prima di un cessate il fuoco. Il resto dopo. Il Cremlino potrebbe accettare compromessi su alcuni dei territori ucraini occupati e garanzie occidentali per Kyiv, purché senza truppe straniere.
Professor Kashin, quel suo articolo su Russia in Global Affairs esprimeva una posizione personale o dava voce a un dibattito già presente nella élite russa?
Ho reso esplicita una posizione diversa dalla retorica radicale sulla guerra. Molti sostengono che si debba combattere fino alla completa distruzione dell’Ucraina. Io non credo che questa sia la vera politica del governo. Se così fosse, non sarebbe realistica. Qualcuno doveva dirlo. Troppi parlano di sogni e fantasie, non della situazione reale.
Il Cremlino ha lasciato circolare queste idee per misurare la reazione a eventuali compromessi negoziali?
L’iniziativa è stata mia. Ha creato un confronto tra una corrente favorevole a una linea massimalista e una più prudente. Un esponente del primo gruppo ha pubblicato un articolo su Russia in Global Affairs. Ho chiesto al direttore di poter rispondere. Mi ha detto sì.
Non cercavo di influenzare decisioni, volevo spiegare la politica russa. A volte il governo non comunica con chiarezza ciò che sta facendo e questo alimenta interpretazioni sbagliate, da noi e all’estero.
Quali reazioni ha avuto nell’establishment?
Ho rapporti con diverse strutture dello Stato, compreso il ministero degli Esteri. Alcuni hanno reagito positivamente, altri sono rimasti neutrali. Non ho ricevuto commenti negativi.
Dopo, però, Mosca ha intensificato i barrage missilistici sull’Ucraina. Hanno vinto i falchi?
Mosca ha risposto agli attacchi a lungo raggio sul territorio russo, alle nuove sanzioni contro le compagnie petrolifere e alla decisione americana di negare che ad Anchorage fosse stata raggiunta un’intesa.
Washington è tornata a chiedere un cessate il fuoco sulla linea del fronte senza che prima siano state stabilite precise condizioni politiche. La Russia ha concluso che non ci fossero più le basi per trattare. Ha reagito con attacchi più forti e una retorica più dura per non apparire debole.
La posizione russa resta quella di Anchorage?
Non è cambiata, Mosca vuole negoziare sulle condizioni discusse in Alaska.
Gli attacchi ucraini sulle raffinerie sono un motivo in più per ritenere insostenibili i costi del conflitto?
Non cambiano l’equilibrio. Il mio argomento è un altro: una soluzione negoziata in tempi brevi conviene alla Russia perché, anche in caso di pieno successo militare, non ci sono più grandi obiettivi politici o strategici raggiungibili.
Che cosa chiede Mosca per fermare i combattimenti?
Un processo in due fasi. Prima, gli ucraini dovrebbero ritirarsi dal Donbass e accettare di non entrare nella NATO. Poi inizierebbe il cessate il fuoco. Le questioni politiche più ampie verrebbero discusse dopo.
Putin può dunque accettare una tregua prima di un trattato completo?
Certamente sì. Ma insiste sul ritiro dal Donbass perché vuole una prova concreta che Kyiv intenda davvero negoziare e non solo ricostruire le proprie forze.
Mosca accetterebbe garanzie occidentali per la sicurezza ucraina?
Un veto russo su qualsiasi garanzia non è realistico. L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza, la condizione decisiva per Mosca è che non ci siano truppe straniere sul territorio.
Cosa basterebbe a Putin per presentare la pace come una vittoria?
Il controllo del Donbass, l’Ucraina fuori dalla NATO, nessuna forza straniera al suo interno e l’impegno a proseguire negoziati politici. Con questi elementi potrebbe dichiarare vittoria e fermare la guerra.
Mosca può rinunciare ai territori occupati fuori dal Donbass?
Finché continueranno gli attacchi contro il territorio russo, Mosca amplierà quella che definisce una zona di sicurezza nelle regioni ucraine di Sumy e Kharkiv.
Se prenderà tutto il Donbass con la forza, non avrà ragione di scambiarlo con altri territori. Se invece si arrivasse prima a un negoziato, la questione potrebbe essere trattata.
Che cosa hanno portato di nuovo Witkoff e Kushner lo scorso fine settimana a Mosca e Kyiv?
Il metodo. Questa volta è arrivata una vera delegazione americana, con rappresentanti di diverse agenzie governative. In passato Witkoff si presentava da solo o quasi, con poco coordinamento con il resto dell’amministrazione. Ora sembra esserci un processo ben organizzato.
Putin potrebbe incontrare Zelensky?
È possibile solo alla fine del processo, con l’accordo pronto. I leader non possono negoziare i dettagli, devono formalizzare ciò che le delegazioni hanno già concordato.
L’invasione dell’Ucraina è stata una buona idea? Ha portato alla NATO nuovi membri, ha aumentato la spesa militare dell’Occidente, spinge sempre più l’Ucraina verso l’Europa…
All’inizio del 2022 ritenevo che la guerra fosse diventata inevitabile. Ha prodotto profonde trasformazioni politiche ed economiche in Russia, non tutte positive. E l’80% dell’Ucraina resta sotto il controllo di Kyiv.
L’Ucraina del dopoguerra sarà indipendente, strettamente legata all’Europa e fuori dall’influenza russa. La nostra politica estera avrà parecchi problemi e per un tempo lungo, intere generazioni
La Russia vuole ancora ricostruire la propria sfera di controllo nei confini dell’Unione Sovietica?
No, gran parte dell’ex impero sovietico viene considerata un peso. La Russia non vuole assumersene di nuovo la responsabilità. La Bielorussia e l’Ucraina orientale però sono speciali. Mantenervi un certo grado di controllo è vitale per ragioni strategiche e di politica interna.
Quanto è alto il rischio di una guerra vera e propria tra Russia ed Europa?
Né la Russia, né l’Europa intendono iniziarla. Ma finché il conflitto ucraino continua, esiste il rischio costante di un’escalation, anche involontaria.
Dobbiamo far tacere le armi quanto prima e fissare regole di comportamento. Russia e Paesi europei resteranno a lungo ostili. Ma possono almeno porsi l’obiettivo di creare una situazione simile all’ultima fase della Guerra fredda: riarmo e deterrenza reciproca. Senza combattimenti diretti.

(da Fanpage)

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