LE EEZIONI QUI LE VINCO A TAVOLINO
L’OSSESSIONE DI CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE E INTRODURRE UN PREMIO PER BLIDARSI ACCOMPAGNA DA SEMPRE CHI GOVERNA IL PAESE, FIN DALLA LEGGE ACERBO, VOLUTA DA MUSSOLINI
Maurizio Lupi fa capire che per pentirsi c’è sempre tempo. In questo caso, 21 anni. Mentre la
legge elettorale monca delle preferenze infilzate dai franchi tiratori esce dalla Camera il capo di Noi Moderati, microscopica quarta gamba del centrodestra, invoca: «Dobbiamo ridare ai cittadini la scelta dei rappresentanti». Buono a sapersi. Lupi è in Parlamento dal 2001, e in quella legislatura fa parte della maggioranza berlusconiana che confeziona il “Porcellum”, copyright del leghista Roberto Calderoli. È la legge che priva gli elettori di qualunque possibilità di scegliere i propri rappresentanti, trasformando il Parlamento italiano in una succursale delle segreterie dei partiti. I ras dei partiti e i boss delle correnti: loro e soltanto loro decidono con le liste bloccate chi avrà diritto a un seggio alla Camera o al Senato. Un arbitrio mai più sanato che provoca anche un pericoloso effetto collaterale: la fuga degli italiani dalle urne.
Nessun Paese democratico da vent’anni a questa parte registra un crollo della partecipazione al voto paragonabile al nostro. Nell’aprile del 2006, prima elezione generale del Parlamento con il Porcellum, l’affluenza in Italia è ancora superiore all’83 per cento. Due anni più tardi scende all’80. Poi nel 2013 cala al 75. Altri cinque anni e siamo al 73. E nel 2022 ecco il crollo. L’affluenza scende al 63,9. Ma se si calcola anche il voto all’estero, la partecipazione cala ancora al 60. E i voti validi, cioè senza calcolare schede bianche e nulle, non superano il 58 per cento. Un disastro, ma che non sembra affatto preoccupare i partiti. Che seguono esattamente il medesimo deprecabile copione dei loro predecessori. Con la stessa ossessione centenaria. Ereditata senza particolari turbamenti, pensate un po’, addirittura dal Ventennio: il premio di maggioranza.
Qui va fatta una premessa. Le leggi elettorali, a differenza delle altre leggi, hanno una caratteristica: non si dovrebbero cambiare mai. Per la semplice ragione che non si modellano sugli interessi di questa o quella parte politica, ma per quanto ognuno con proprie caratteristiche, hanno il solo scopo di far funzionare al meglio il sistema rappresentativo, assicurando il rispetto della volontà popolare. È la ragione per cui il sistema proporzionale è in vigore in Germania dal 1949 senza che nessuno abbia mai pensato di stravolgerlo. Così come il sistema britannico introdotto nel 1885, oppure il doppio turno francese, che sta per compiere settant’anni.
Solo in Italia le regole elettorali vengono modificate in continuazione da chi ha il potere, nella speranza di battere l’opposizione alle successive Politiche. Nell’ultimo secolo è successo già cinque volte: questa è la sesta.Il 13 dicembre 1923 mancano meno di quattro mesi alla nascita elettorale della dittatura fascista. Quel giorno il Parlamento monarchico approva la legge che porta il nome del sottosegretario Giacomo Acerbo, voluta da Benito Mussolini. Attribuisce al partito più votato alle elezioni del successivo 6 aprile 1924, purché con un consenso superiore al 25 per cento, la maggioranza assoluta dei seggi. Ma il consenso andrà oltre il 60 per cento.
Trascorrono 29 anni. Il 31 marzo 1953 mancano due mesi e poco più alle elezioni politiche. Quattro giorni dopo il presidente della Repubblica Luigi Einaudi scioglie le Camere, ma intanto la legge targata Democrazia cristiana è passata sul filo di lana. La sinistra la chiama “legge truffa”. Riconosce il 65 per cento dei seggi a chi prende almeno il 50 per cento dei voti.
Ma la Dc si ferma al 49,2 per cento e quell’abnorme premio di maggioranza non scatta. Passata la buriana l’abrogano.L’ossessione del premio di maggioranza però cova sotto la cenere del proporzionale con preferenze, che dura quarant’anni, e del Mattarellum (dal nome del suo relatore Sergio Mattarella) introdotto nel 1993. E puntualmente rispunta. Il Porcellum targato Calderoli prevede un premio di maggioranza alla coalizione vittoriosa ma senza un tetto: 340 seggi garantiti su 630 alla Camera. Con la pillola avvelenata del Senato, perché il premio di maggioranza è regionale e il pareggio è costantemente in agguato.
La legge salta fuori quando i sondaggi danno il centrodestra al governo in caduta libera. E l’approvano il 21 dicembre 2005, tre mesi e mezzo prima delle elezioni del 2006. Dicono che serve a garantire la stabilità. Ma è una bufala. Infatti soppianta un sistema elettorale, il Mattarellum, che l’ha già garantita per dieci anni. E al debutto, nel 2006, c’è subito la fine anticipata della legislatura.Questa schifezza passa sopra le teste degli elettori, supera indenne anche un referendum abrogativo ma viene bocciata dalla Corte costituzionale. La lezione però non serve, perché il governo di Matteo Renzi partorisce una legge elettorale, l’Italicum, quasi fotocopia. La Corte costituzionale la boccia ancor prima che venga messa alla prova. Il motivo? Sempre lo stesso: anche qui il premio di maggioranza, 340 seggi su 630 a chi vince.
Il bello è che per una curiosa alchimia potrebbe vincere pure chi prende meno voti.Non si può fare, sentenzia la Consulta. Allora si ripiega su un altro sistema, misto proporzionale-maggioritario, ancora più complicato. Dove il premio di maggioranza non appare, ma c’è: ben nascosto nelle pieghe della legge dove è scritto che più di un terzo dei seggi si conquista ai collegi uninominali. Il trucco è il divieto del voto disgiunto. Se voti un certo partito per il proporzionale, non puoi votare il candidato di una coalizione avversa per l’uninominale. Il risultato è che la coalizione vincente al proporzionale in una certa circoscrizione conquista automaticamente anche i seggi del maggioritario. Un premio che vale il 36-37 per cento. Mica male, no?
Dato che il copione si rispetta sempre, anche questa legge elettorale, battezzata Rosatellum dal nome del suo ideatore Ettore Rosato che sarà premiato con la vicepresidenza della Camera, è approvata il 3 novembre 2017, quattro mesi esatti prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. E come tutte le volte precedenti, anche in questo caso l’esito è rispettato. Nel senso che chi cambia le regole elettorali prima del voto perde le elezioni. Quello che sta accadendo dimostra che neppure questa lezione è servita. La nuova legge elettorale Melonellum, dal nome della premier Giorgia Meloni che se l’è intestata, è un proporzionale con liste bloccate, esattamente come il Porcellum, l’Italicum e parte del Rosatellum. Stabilisce anch’essa un premio di maggioranza, spettante alla coalizione che vincer superando il 42,2 per cento, valore (guarda caso) appena inferiore a quello che i sondaggi riconoscono all’attuale maggioranza di governo. E ha perso la spolverata di preferenze, che invece volevano il partito della premier e Lupi insieme al guastatore Roberto Vannacci, clamorosamente bocciata alla Camera. Perché se c’è una differenza in questo copione rispetto ai precedenti, eccolo. Non le preferenze in quanto tali, ma lo scontro che ha portato a galla le differenze profonde nella maggioranza, finora sono ben coperte.
I «badogliani», come Vannacci ha spregevolmente definito i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze, sono accerchiati nelle rispettive ridotte. La Lega contraria alle preferenze è ormai surclassata nei sondaggi da Futuro Nazionale, invece tatticamente favorevole. Con una situazione a dir poco grottesca generata dall’indicazione del candidato premier prevista dalla legge elettorale sfiorando l’incostituzionalità (l’articolo 92 assegna il potere esclusivo di nominare il presidente del Consiglio al capo dello Stato). La candidatura spetta di diritto a Meloni, e quindi non potrà certamente toccare a un Salvini mai in difficoltà come adesso. Il quale pure si presenterebbe alle elezioni alla testa di un partito da lui voluto rinominare per statuto il 14 dicembre 2017, in uno slancio di ottimismo, «Lega per Salvini premier».
Non meno grottesca, tale situazione, per l’altro vicepremier Antonio Tajani, coordinatore di quella Forza Italia che nel 2022 ha messo nel simbolo la scritta a caratteri cubitali «Berlusconi presidente» affinché fosse chiaro chi è il padrone. Ora non più il Cavaliere, ma sempre una Berlusconi: la sua primogenita Marina che non stravede per Giorgia Meloni, né per Salvini e tanto meno per Vannacci. E fa sentire eccome la propria enorme influenza sul partito fondato dal padre (nemico giurato delle preferenze) che di fatto lei ora mantiene. Una variabile probabilmente decisiva nella battaglia sulle preferenze che potrebbe riprendere al Senato, al solo scopo di misurare i rapporti di forza e far guadagnare altro spazio di manovra al partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ora impegnato in un duello pre-elettorale con Salvini sulla disavventura giudiziaria del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori.Comunque vada, la partita è già chiusa. Non per i contendenti, che si trascineranno le scorie «badogliane» fino al giorno delle elezioni. Che dalla primavera ogni giorno sarebbe buono, a meno di soprese. Ma è chiusa per gli italiani. Preferenze o no, questa legge non riporterà i disertori alle urne. Perché serve solo agli equilibri di potere, non a migliorare la politica né la reputazione dei partiti. Che non a caso le indagini Istat sulla fiducia nelle istituzioni piazzano sempre all’ultimo posto. Viene quasi da pensare: e se fosse proprio questo il disegno, far votare sempre meno elettori?
Sergio Rizzo
(da lespresso.it)
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