Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
UN DUELLO A DISTANZA CON SALVINI CHE, NELL’OTTICA DEL FONDATORE DI FUTURO NAZIONALE DEVE MANIFESTARE ANCHE SIMBOLICAMENTE L’ASSALTO “ALLA FINTA DESTRA”, COME LA DEFINISCE, INCARNATA ANCHE DALLA LEGA SALVINIANA CHE LO CANDIDÒ E LO VOLLE VICESEGRETARIO
L’avversario più fragile rimane l’uomo che lo candidò e che lo volle vicesegretario, Matteo Salvini. Così Roberto Vannacci punta ancora alla gola del leghista. Innanzitutto programmando il suo intervento alla tre giorni di Orvieto con Gianni Alemanno proprio in contemporanea con quello del ministro al raduno del Carroccio a Pontida.
Poi con l’attacco del futurista Rossano Sasso, che accusa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara – tecnico di rito salviniano – di aver tradito la linea del suo ddl, avverso “alla introduzione della cultura gender nelle scuole” come spiega lo stesso Sasso al Fatto.
Ma si parte da Vannacci, che domenica interverrà al Forum dell’indipendenza italiana a Orvieto, appuntamento che quest’anno vivrà la sua quarta edizione, nel segno dell’alleanza tra l’ex sindaco di Roma, che ne è l’ideatore, e l’ex generale. Un sodalizio che da FdI stanno provando a sabotare anche con un emendamento apposito sulla raccolta firme (vedi pezzo a fianco). Nell’attesa, Vannacci domenica parlerà in tarda mattinata dal Palazzo del Capitano del Popolo orvietano: più o meno mentre Salvini arringherà i suoi dal palco del pratone di Pontida.
Un duello a distanza che, nell’ottica del fondatore di Fn, deve manifestare anche simbolicamente l’assalto “alla finta destra”, come la definisce, incarnata anche dalla Lega. Perché la strategia resta quella, assaltare innanzitutto le destre di governo.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
FABRIZIO RONCONE: “COSÌ VANNACCI INTENDE MULTARE 3 MILIONI DI ROMANI, PERCHÉ, A ROMA, L’ESPRESSIONE ‘MORTACCI TUA’ HA UN VALORE SPECIALE, UNICO, PRIMORDIALE. I ROMANI NE FANNO, FIN DALLE SCUOLE ELEMENTARI, UN USO DIFFUSO, QUOTIDIANO, RANDOMICO E, QUASI MAI, MALEVOLO. ESEMPIO: INCONTRANDO PER CASO UN VECCHIO AMICO (CON SLANCIO DI AFFETTO): ‘MORTACCI TUA, MA CHE FINE HAI FATTO?’” – “E POI, GENERALE, MI CREDA: QUI CI DICIAMO “MORTACCI” ANCHE QUANDO LEGGIAMO CERTI PROGRAMMI ELETTORALI FASCISTOIDI E CI VIENE DA RIDERE, MA TANTO, E PROPRIO RIDIAMO A CREPAPELLE COME MATTI, MORTACCI NOSTRI”
La notizia è questa: il generale Roberto Vannacci intende multare 3 milioni di romani, intesi
come abitanti di Roma e dintorni.
A pagina 83, capitolo 13, del fantasmagorico programma elettorale di Futuro Nazionale, il suo nuovo partito d’estrema destra, sotto la voce “Valori non negoziabili” è infatti scritto che, nella grande caserma in cui immagina di poter trasformare presto il nostro Paese, dovrà essere applicato senza indugi anche l’articolo 724 del Codice penale: il quale prevede, per la bestemmia e le manifestazioni oltraggiose verso i defunti, una sanzione amministrativa pecuniaria che va da 51 a 309 euro.
Sulla bestemmia, siamo d’accordo. Il problema è l’oltraggio ai defunti. Perché, a Roma, l’espressione “mortacci tua” ha un valore speciale, unico, primordiale. I romani ne fanno, fin dalle scuole elementari, un uso diffuso, quotidiano, randomico e, quasi mai, malevolo.
Esempi. Incontrando per caso un vecchio amico (con slancio di affetto): “Mortacci tua, ma che fine hai fatto?”. Scendendo da un’auto elettrica prodotta in Cina (tra stupore e ammirazione): “Mortacci loro, questi stanno avanti…”.
A cena, da amici, assaggiando gli spaghetti aglio eolio: “Mortacci, oh! Ma quanto peperoncino c’avete messo?”. Rivolgendosi ai calciatori della Roma quando segnano un gol (con un senso di liberazione epura felicità): “Mortacci vostra, mortacci!”.
Spiegando il proprio stato influenzale a un amico (con riferimento alla gola): “Mortacci sua, nun riesco a deglutì…”. Alla moglie che programma le vacanze (in tono amorevole): “Mortacci tua, nun c’hai pace…”. Lei, voltandosi: “Mortacci quanto sei pesante…”. Parlando del figlio che va male a scuola (tra tenerezza e rassegnazione): “Mortacci sua, a questo nun je va proprio de studià”.
Rivedendo le immagini di Adriano Panatta che vince la Davis (con nostalgia): “Mortacci quant’era forte…”. E poi, generale, mi creda: qui ci diciamo “mortacci” anche quando leggiamo certi programmi elettorali fascistoidi e ci viene da ridere, ma tanto, e proprio ridiamo a crepapelle come matti, mortacci nostri.
Fabrizio Roncone
per “Sette – Corriere della Sera”
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
PEPPINIELLO CHIEDE L’INTERVENTO DEL COLLE E DENUNCIA OSCURE MANOVRE DEL GOVERNO CON “LE ALTRE FORZE DI OPPOSIZIONE ANCHE SE NON TUTTE”. NEL MIRINO MATTEO RENZI, CHE LUI SOSPETTA ABBIA BRIGATO PER NEUTRALIZZARE IL CENTRISTA ALESSANDRO ONORATO E OSTACOLARNE L’INGRESSO IN COALIZIONE
Le opposizioni parlano di «ennesima porcata». Una norma «da regime sudamericano, inaccettabile e discriminatoria». L’aumento esponenziale del numero delle firme richieste alle forze politiche non presenti in Parlamento per correre alle politiche — alzate inizialmente a 9mila e poi ridotte a 6mila per collegio — scatena la protesta del centrosinistra. Che prima dà battaglia in Senato dove si votano le modifiche alla legge elettorale. Quindi annuncia ricorso alla Consulta.
La misura “anti-frammentazione” proposta da FdI e riformulata dal governo quadruplica le sottoscrizioni e obbliga le nuove formazioni a raccoglierne la bellezza di 300mila (distribuite su 49 collegi) nell’arco di un solo mese, il tempo che solitamente passa dalla convocazione delle elezioni al deposito delle liste. «Una vergogna» per Giuseppe Conte, che ieri ha invitato il presidente Mattarella «a bloccare una soglia manifestamente incostituzionale».
È furibondo il presidente 5S. «Se questa schifezza fosse stata in vigore, Emma Bonino, Marco Pannella e i radicali non sarebbero mai entrati in Parlamento», tuona alla festa dell’Avanti in corso a Campobasso. Quel che ora rischiano, insiste, due possibili alleati del campo largo: il Progetto Civico Italia e il Partito socialista.
«Questo fanno gli illiberali e gli antidemocratici che sono al governo», taglia corto l’ex premier, raccontando «la battaglia condotta nella notte» con «le altre forze di opposizione», anche se «non tutte», precisa. Chiaro a chi si riferisca. Il nome non lo fa, ma si capisce bene: a Matteo Renzi, che lui sospetta abbia brigato per neutralizzare il centrista Alessandro Onorato e ostacolarne l’ingresso in coalizione. Probabilmente con l’appoggio del Pd. Si racconta infatti in Transatlantico che all’inizio il capogruppo dem Francesco Boccia era orientato ad astenersi sull’emendamento anti-frammentazione.
Tuttavia Conte non si fida. E, rivolto agli alleati, dal palco molisano insiste: «Dobbiamo fare una riflessione al nostro interno: se l’obiettivo è arricchire il nostro progetto politico con l’apporto dei socialisti, o includendo formazioni nuove come quella di Onorato, allora dobbiamo allargare a tutti e non fermarci a chi già c’è e ha dimostrato la capacità espansiva di cui è capace». Pressoché nulla, il sottinteso. «Se si vuole perimetrare il campo progressista, il M5S non è disponibile», sibila. Garantendo ai due piccoli partiti a rischio il supporto necessario a raccogliere le firme. Con tanto di appello agli altri partner a fare lo stesso.
Non è l’unica mossa per cercare di ridimensionare Iv. Insieme a Goffredo Bettini ha intenzione di chiedere al Pd e ad Avs di “prestare” un deputato al Progetto Civico per consentirgli di creare una componente nel gruppo misto della Camera. Bastano tre parlamentari. E così le sottoscrizioni da 6mila scenderebbero a 1.500. E la corsa alle elezioni diverrebbe l’arma finale della campagna anti-renziana.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“È UNA SCELTA MATURATA NEL TEMPO, CHE NASCE DALLA VOGLIA DI ALLARGARE IL MIO CAMPO E DARE SPAZIO ANCHE A IDEE E PROGETTI RIMASTI FIN QUI SULLO SFONDO” (QUALI?). MA CONTINUERÒ AD AFFIANCARE GIORGIA SULLA STRATEGIA E SULLA COMUNICAZIONE DIGITALE” (PREPARERA’ LA RETE SOCIAL PER LE ELEZIONI?)
«È una scelta maturata nel tempo, che nasce dalla voglia di allargare il mio campo e dare spazio
anche a idee e progetti rimasti fin qui sullo sfondo. Continuerò ad affiancare Giorgia sulla strategia e sulla comunicazione digitale». Tommaso Longobardi lascia la squadra che cura la comunicazione digitale di Giorgia Meloni, per occuparsi, forse, della campagna elettorale.
A comunicarlo attraverso Instagram è lo stesso Longobardi, che annuncia di chiudere una collaborazione iniziata nel 2018 e diventata negli anni uno dei punti centrali della strategia comunicativa della leader di Fratelli d’Italia, prima all’opposizione e poi alla guida del governo.
Trentaduenne, laureato in Scienze psicologiche, Longobardi è considerato uno degli uomini che hanno contribuito maggiormente a costruire la presenza della oggi premier sui social. Dal 2018 è stato responsabile della sua comunicazione digitale e ha accompagnato l’evoluzione dei suoi profili, puntando su una comunicazione diretta, personale e capace di parlare a un pubblico molto ampio: video, messaggi brevi, contenuti personali e un rapporto diretto con gli utenti sono diventati una componente essenziale dello stile comunicativo della premier.
Nel suo post Longobardi ha inoltre ringraziato Giorgia Meloni «per la fiducia che mi ha dato quando tutto era molto diverso da oggi» e per avergli permesso di accompagnarla anche nell’esperienza alla Presidenza del Consiglio. E aggiunge: «Da Palazzo Chigi esco con molto più di quanto avessi quando sono entrato. E con parecchie idee su cosa farne. La strada continua».
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRAZIONE CHIEDE UN RISARCIMENTO DI UN MILIONE DI EURO PER DANNO DI IMMAGINE
Lo scontro tra il Comune di Riccione e la Lega per il video pubblicato sul profilo ufficiale TikTok del partito di Matteo Salvini ad agosto si sposta sul fronte legale. Il mandato è stato conferito: sarà l’avvocato Moreno Maresi a rappresentare l’amministrazione cittadina, che adesso punta al risarcimento di 1.000.000 di euro per danno di immagine. Cifra che, come dichiarato dal comune, sarebbe eventualmente destinata a sostenere gli affitti delle famiglie in maggiore difficoltà economica.
Le dichiarazioni della sindaca di Riccione
«Riccione è da sempre una città dell’accoglienza e non permetterà mai che il colore della pelle delle persone venga strumentalizzato per fare becera propaganda, infangando nel contempo il nostro nome». Con queste parole la sindaca Daniela Angelini ha annunciato il conferimento dell’incarico a Maresi, che ha ringraziato nel «difendere la nostra città».
Il caso
Era il 5 agosto quando un video, pubblicato sul profilo TikTok della Lega, faceva il giro del web, superando le 700mila visualizzazioni in poco tempo e generando una serie di commenti offensivi. Nel video, immagini dei migranti sulla spiaggia di Ceuta associate alla città romagnola e in sovrimpressione la frase: «POV: È il 2030, sei in spiaggia a Riccione e Matteo Salvini non è ministro dell’Interno». La sindaca di Riccione aveva sin da subito chiesto la rimozione del video e le scuse di Matteo Salvini e sul caso era intervenuto anche il deputato riminese del Partito Democratico Andrea Gnassi, annunciando un’interrogazione parlamentare sul tema della propaganda razzista. La Lega aveva invece rivendicato la paternità del video, definendolo «un meme» sulla gestione dei flussi migratori.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
188.000 SONO SCOMPARSI DAI RADAR DELL’INPS
Quando il governo Meloni, nel 2023, ha mandato in soffitta una volta per tutte il reddito di
cittadinanza, il centrodestra prometteva di eliminare definitivamente quella che considerava una «paghetta di Stato». Mentre il Movimento 5 stelle, primo e principale promotore della misura, ventilava il rischio che scoppiasse una «bomba sociale». Ma a distanza di tre anni dalla fine del sussidio, che fine hanno fatto gli ex percettori del reddito di cittadinanza? Una risposta, almeno parziale, arriva dall’ultimo rapporto annuale dell’Inps: una parte consistente ha trovato un lavoro, altri sono passati alle nuove misure introdotte dal governo Meloni (l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro). Ma c’è anche un’altra parte, un esercito di circa 188mila persone, che sfugge completamente alle statistiche.
L’esercito dei 188mila scomparsi dai radar dell’Inps
Prima di tutto, qualche numero. Nel corso del 2023, erano circa 2,9 milioni le persone che avevano ricevuto almeno una mensilità del reddito di cittadinanza. Di loro, circa 2,3 milioni avevano caratteristiche compatibili con l’Assegno di inclusione (Adi), una misura di contrasto alla povertà destinata soprattutto ad anziani, minorenni e invalidi. Altri 582mila avevano invece caratteristiche compatibili con il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), l’altro strumento che insieme all’Adi ha sostituito il reddito di cittadinanza e che offre 350 euro al mese per gli occupabili con Isee non superiore a 6mila euro. È proprio questo secondo gruppo a raccontare meglio la situazione.
Di quei 582 mila ex percettori del reddito di cittadinanza, soltanto 90 mila (il 15%) hanno ricevuto il nuovo sussidio, 48 mila sono risultati beneficiari dell’Adi, 206 mila hanno trovato un’occupazione e 49 mila hanno avuto una domanda non accolta. Poi ce ne sono 188 mila, ossia uno su tre, che sono scomparsi dai radar amministrativi. Se si restringe il campo solamente a chi ha percepito tutte e 7 le ultime mensilità del reddito di cittadinanza tra gennaio e luglio del 2023, il dato dei “dispersi” scende a 61mila, ma riguarda comunque un terzo del totale. Tra le possibili spiegazioni avanzate dall’Inps per spiegare questo “buco” nei dati c’è la durata limitata del Sfl, il vincolo della partecipazione a percorsi di formazione o l’importo del sussidio (350 euro al mese) decisamente meno generoso del reddito di cittadinanza. Ma tra le ipotesi viene citata anche «l’incidenza di attività lavorative non dichiarate», ossia il lavoro nero.
Tridico: «Dal governo una riforma crudele». E lancia una proposta ai leader del campo largo
Per Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e “padre” del reddito di cittadinanza, quelle 188mila persone scomparse dai radar dell’Inps rappresentano un campanello d’allarme. «Sono i più poveri tra i poveri, gente che vive nella marginalità e che è stata cancellata in modo crudele dalla riforma del governo», osserva l’attuale capodelegazione del M5s al Parlamento europeo. Secondo Tridico, potrebbe trattarsi di persone che non hanno più accesso a nessuno strumento di sostegno e che sopravvivono attraverso lavoretti occasionali o non dichiarati. «La grande crudeltà è che se oggi prendi 300 euro al mese con un lavoretto, non c’è la possibilità di ricevere un aiuto per integrare il reddito. Con il reddito di cittadinanza, invece, avevamo fissato la soglia di 780 euro al mese, anche per chi un lavoro ce l’aveva», spiega l’ex presidente Inps.
Un altro problema su cui Tridico insiste è la trasparenza. Durante il suo mandato alla guida dell’Inps, l’istituto aveva istituito un monitoraggio sistematico dei flussi di spesa e dei beneficiari delle misure di contrasto alla povertà, mentre oggi i flussi relativi all’Assegno di inclusione sono inclusi solo nel rapporto annuale dell’Inps. Ma ci sono due dati che, secondo l’esponente del M5s, spiegano più di ogni altro il fallimento della riforma del governo Meloni: la crescita del lavoro nero e il fatto che, secondo l’Istat, ci sono quasi 6 milioni di italiani in condizioni di povertà assoluta. Una situazione di cui Tridico invita il fronte progressista a farsi carico. «Se il reddito di cittadinanza andrebbe inserito nel programma del campo largo? Assolutamente sì. Dobbiamo pensare a lavoratori poveri e occupabili che sono rimasti senza strumento di sostegno», insiste l’eurodeputato del M5s.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL SENATO CANCELLA LA SOGLIA DEL 3% MA ALZA IL NUMERO DELLE FIRME NECESSARIE
La norma “anti-cespugli” non c’è più. Ma per i cespugli che devono ancora nascere, la strada verso il Parlamento rischia di diventare molto più complicata. Il Senato ha cancellato il vincolo introdotto alla Camera dalla nuova legge elettorale, su spinta di Forza Italia, che impediva alle liste sotto il 3% di far pesare i propri voti nel raggiungimento del 42% di coalizione, necessario per ottenere il premio di maggioranza. In cambio, però, ha alzato drasticamente il prezzo d’ingresso per chi oggi è completamente fuori dalle Camere: dalle attuali 1.500-2.000 a un minimo di 6mila e un massimo di 7mila firme per collegio.
Numeri alla mano, per una forza politica intenzionata a correre in tutti i collegi il conto è presto fatto. I collegi plurinominali sono complessivamente 75, 49 alla Camera e 26 al Senato. Con 6mila firme per ciascuno servirebbero 450mila sottoscrizioni. Al tetto delle 7mila si arriverebbe a 525mila. Una cifra che, al limite superiore, supera anche le 500mila firme necessarie per chiedere agli italiani un referendum abrogativo.
Non si tratta, attenzione, del numero minimo indispensabile per poter partecipare alle elezioni. Ma è il numero necessario per una forza che scelga di presentare le proprie liste in tutti i collegi. E le maglie non si stringono solo sulle firme. Aumenta infatti da un terzo alla metà il numero minimo delle circoscrizioni nelle quali una lista deve essere presente per correre alle elezioni.
Da 9-10mila a 6-7mila firme: la stretta resta ma viene ridimensionata
Quella approvata oggi è una versione ammorbidita della stretta immaginata inizialmente da Fratelli d’Italia. L’emendamento a prima firma della senatrice Antonella Zedda prevedeva infatti di innalzare il numero delle sottoscrizioni da 1.500 a un minimo di 9mila e un massimo di 10mila per collegio. Per una presenza in tutti i 75 collegi plurinominali il conto sarebbe oscillato tra 675mila e 750mila firme.
Dopo le proteste delle opposizioni e un ulteriore approfondimento nella maggioranza, l’emendamento è rimasto accantonato per alcune ore ed è poi tornato in Aula riformulato. Rispetto alla disciplina attuale, dunque, il minimo passa da 1.500 a 6mila firme per collegio, mentre il massimo sale da 2mila a 7mila. La modifica è stata approvata con 87 voti favorevoli.
Nel botta e risposta in Aula è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, ricordando che «nell’eventualità di elezioni anticipate viene abbattuto del 50%» il numero di firme. Una precisazione che lo stesso presidente di Palazzo Madama ha subito accompagnato con un chiarimento: «Non ho detto che ci sono elezioni anticipate». In caso di scioglimento anticipato nei termini previsti dalla legge, dunque, anche la nuova soglia delle sottoscrizioni verrebbe dimezzata.
Come è cambiata la norma rispetto alla Camera
Il punto politicamente più interessante è però il cambio di filosofia rispetto al testo licenziato dalla Camera a luglio. A Montecitorio la maggioranza, in testa gli azzurri, aveva scelto di intervenire sul peso dei piccoli partiti dopo il voto. Le liste coalizzate rimaste sotto il 3%, con l’eccezione prevista per la migliore sotto soglia (il cosiddetto miglior perdente), non avrebbero fatto confluire i propri voti nella cifra elettorale della coalizione utilizzata per verificare il raggiungimento del 42% necessario a far scattare il premio di maggioranza. Era la norma ribattezzata “anti-cespugli”, a firma del forzista Paolo Emilio Russo.
Al Senato il meccanismo è stato rovesciato. L’emendamento Zedda cancella completamente quel vincolo: anche i voti delle piccole liste sotto il 3% potranno contribuire a portare la coalizione verso il 42%. Una misura che aveva sollevato dubbi di incostituzionalità anche all’interno della maggioranza. Il risultato è che le piccole formazioni tornano a essere preziose, perché anche pochi decimali possono fare la differenza nella conquista del bonus. Ma per chi nasce fuori dal Palazzo, la strada diventa decisamente in salita.
I partiti “dentro” e quelli “fuori”
È qui che la nuova norma traccia una gerarchia tra le forze politiche. Restano le esenzioni previste per i partiti che soddisfano i requisiti di presenza parlamentare. Italia Viva e Azione, per esempio, non dovranno affrontare il nuovo muro. C’è poi una fascia intermedia: quella delle formazioni che possono già contare su una componente nel gruppo Misto in almeno uno dei due rami del Parlamento. Per loro il numero delle sottoscrizioni resta compreso tra 1.500 e 2mila per collegio. È il caso di +Europa, ma soprattutto di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Proprio il nuovo partito dell’ex generale poteva sembrare a prima vista una delle principali vittime della stretta.
Onorato e le nuove formazioni fuori dal Parlamento
Diverso il discorso per chi prova a costruire un’offerta politica ex novo. È il caso, per esempio, di Progetto Civico Italia, la formazione dell’assessore romano Alessandro Onorato. Se deciderà di presentare autonomamente il proprio simbolo alle Politiche ricadrà nella nuova fascia delle 6-7mila sottoscrizioni. Lo stesso vale per Rifondazione Comunista: pur essendo un partito storico, oggi non dispone di un gruppo o di una componente parlamentare propria.
Lo stesso problema si porrebbe per le altre formazioni extraparlamentari o per qualsiasi nuovo movimento intenzionato a trasformarsi in una lista nazionale, compresa eventualmente Schierarsi se Alessandro Di Battista, superati gli attuali gravi problemi di salute, decidesse di tentare la strada elettorale. «I numeri per le firme da raccogliere che hanno approvato sono troppo alti e rischiano di penalizzare, non le liste civetta, ma le esperienze dal basso, le esperienze civiche e di movimento», accusa il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro, che parla di «una norma antidemocratica e anticostituzionale».
L’ira delle opposizioni, Craxi difende la norma
Ancora più duro il Pd. Per Dario Parrini e Alessandro Alfieri è «una macroscopica violazione dei principi democratici aumentare d’improvviso di quattro volte il numero di firme da raccogliere per presentare una lista alle elezioni». Secondo i due senatori dem, la nuova soglia equivale a chiedere sottoscrizioni «pari all’1% dei voti validi espressi dagli elettori»: «È una cosa fuori dal mondo. Non è una norma contro la frammentazione». Anche il M5s parla di una «barriera spropositata»: «significa sbarrare la strada alle nuove forze politiche», ha attaccato in Aula il capogruppo al Senato Luca Pirondini. Dalla maggioranza, invece, Stefania Craxi difende la stretta come «una norma di buonsenso, volta a evitare il proliferare di “liste civetta”, senza radicamento e senza storia».
Le prossime tappe della riforma
Intanto l’iter della riforma prosegue. Lunedì 14 settembre Palazzo Madama proseguirà l’esame del Melonellum, il via libera sull’intero provvedimento è atteso per martedì. Poi, essendo stato modificato rispetto al testo approvato a luglio, il disegno di legge dovrà tornare alla Camera per la terza lettura. Sul voto finale potrà essere nuovamente chiesto lo scrutinio segreto.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
SU 600 PARLAMENTARI SOLO POCHE DECINE VERRANNO SCELTI DAGLI ELETTORI
Il Regno Unito ha la stessa legge elettorale dal 1832, gli Usa dal 1845, la Germania dal 1956, la
Francia dal 1958. Noi, furbi, ne abbiamo cambiate 9 in 80 anni di Repubblica: 3 nella Prima e 6 nella Seconda. E continuiamo. Nel 1993 si passa dal proporzionale con preferenza unica al sistema misto Mattarellum: 75% di seggi maggioritari (vince il più votato nel collegio) e 25% proporzionali (ogni partito ha tot seggi in proporzione ai voti, ma con liste bloccate, senza più preferenze). Nel 2006 B. impone il Porcellum: tutto proporzionale, ma con liste bloccate senza preferenze e premio di maggioranza del 55% al partito o coalizione che ha preso più voti. Nel 2013, dopo tre elezioni, la porcata viene bocciata dalla Consulta, che cancella il premio senza soglia e le liste bloccate. Ne esce una legge perfetta (Consultellum): proporzionale a preferenza unica. Ma così gli elettori tornano a scegliere: non sia mai. Renzi si accorda con B. sulla peggior legge elettorale di tutti i tempi, l’Italicum: proporzionale con premio di maggioranza del 54% al partito che supera il 40% (le coalizioni sono vietate). Se nessuno ci arriva, i due più votati si sfidano in un ballottaggio nazionale e chi prende un voto in più si pappa il premio, si sceglie gli organi di garanzia (Quirinale, Consulta, Csm, Authority, Rai) e si cambia la Costituzione a colpi di maggioranza. Le liste dei partiti hanno i capilista bloccati, eletti per primi in automatico, per giunta candidabili fino a 10 collegi; gli altri sono eletti con le preferenze. Ma solo il primo partito ha abbastanza parlamentari da poterne far eleggere qualcuno con le preferenze: per tutti gli altri, solo capilista bloccati scelti dai capi-partito.
La boiata viene bocciata dalla Consulta su ballottaggio senza soglia e capilista bloccati con pluricandidature. Ma, anziché rassegnarsi e tornare al Consultellum, Renzi s’inventa il Rosatellum. È un sistema misto: 37% uninominale con pluricandidature fino a 5 collegi; e 63% proporzionale con liste bloccate senza preferenze. Ma ora, a grande richiesta, ecco il Melonellum, la sesta legge elettorale in 33 anni: proporzionale con premio del 55% alla coalizione che supera il 42% dei votanti e preferenze finte tipo Italicum. Il capolista bloccato viene eletto per primo, in automatico. Poi l’elettore può dare fino a 3 preferenze, ma affinché almeno una vada a segno il partito deve eleggere nella circoscrizione più di un parlamentare: una fortuna che tocca solo ai primi due o tre. In tutti gli altri, solo capilista bloccati. Così, su 600 parlamentari, solo poche decine saranno scelti dai cittadini. Ma allora perché quasi tutti i media raccontano che la Meloni ha ripristinato le preferenze e intervistano Renzi, cioè l’inventore della truffa? Perché siamo un Paese di imbroglioni e di boccaloni.
Marco Travaglio
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
I SOSPETTI SU FORZA ITALIA DOPO LE PAROLE DI CRAXI IN AULA
Trionfalismi di facciata: «Gli italiani potranno scegliere premier, coalizione e parlamentari grazie alla destra, la sinistra non è credibile», dice Giorgia Meloni da Vercelli, al festival del riso. In realtà a Palazzo Chigi continuano a volteggiare fantasmi sul destino della legge elettorale. E una consapevolezza: il percorso resta accidentato. Nessuno si attende altre bizze a Palazzo Madama, il voto finale è previsto martedì. Ma a Montecitorio le opposizioni chiederanno di nuovo il voto segreto, sulla terza e ultima lettura. A luglio si sa com’è andata: il governo è finito sotto. L’esecutivo stavolta metterà la fiducia, sicuramente, come ripete da giorni ai colleghi il ministro Luca Ciriani. Fallisse quel passaggio – o anche quello immediatamente successivo, sul merito del provvedimento – Meloni salirebbe al Colle, per il voto a gennaio.
Ma è una minaccia spuntata, per i parlamentari che non vogliono rischiare il seggio con le preferenze, introdotte seppur parzialmente con l’emendamento votato in Senato l’altro ieri. Pure il rischio di perdere il vitalizio, che scatta ad aprile, non cruccia quasi nessuno: per chi ha solo una legislatura, ammonta a meno di mille euro netti. Dentro FdI i timori sono confessati sottovoce. I ministri stavolta saranno tutti precettati. E dovranno votare (Giorgetti a luglio era in aula, ma non fece in tempo a pigiare il bottone). Per i deputati, missioni azzerate: tocca essere presenti, altrimenti niente ricandidatura. Il nervosismo di via della Scrofa investe però soprattutto gli alleati, mai convinti del tutto dalle crocette sulla scheda, dopo i capolista bloccati. Con questo spirito sospettoso, nelle chat dei Fratelli ieri rimbalzava l’intervento della capogruppo di FI in Senato, Stefania Craxi, vicina ai Berlusconi: «I partiti – ha rivendicato in aula – hanno anche la responsabilità di formare e selezionare la classe dirigente». Una rivendicazione contro le preferenze tout court. Quanto alla Lega, alla Camera il gruppo è molto meno controllato da Salvini rispetto al Senato. E poi ci sono le donne, scontente trasversalmente, visto che è saltata l’alternanza di genere per i capilista bloccati. La calendiana Elena Bonetti già promette: «Sono pronta a mobilitarle». Il lancio d’agenzia è stato inoltrato in un gruppo Whatsapp ufficioso di forzisti. E di certo non solo lì.
I tormenti non finiranno a ottobre, con il voto nel pallottoliere impazzito di Montecitorio. Nella cerchia di Meloni sono quasi certi che si metterà di traverso la Corte costituzionale, con una «solerzia» sospetta. Il timore è che una sentenza arrivi «in un paio di mesi». Prima delle urne. Altri, intorno alla premier, confidano nel lavorio sottotraccia di Ignazio La Russa. Più fonti di FdI raccontano che il presidente del Senato l’altro ieri, dopo una telefonata con Meloni, sia salito al Colle per le ultime limature: lo stop alla norma “anti-cespugli” e la riduzione delle firme per i partiti non presenti in Parlamento, prima aumentate a 9mila e ieri portate a quota 6mila.
I rapporti tra la seconda carica dello Stato e Meloni restano tesi, anche se La Russa ieri negava: «Ira della premier su di me? Ma perché? I giornali dicono che potevo bocciare i sub emendamenti» dell’opposizione sulle preferenze libere, risparmiando un voltafaccia a FdI. Così aveva fatto la commissione. «Ma avrei fatto una violazione del regolamento, si sarebbe bloccato il percorso», la tesi del presidente del Senato, che poi descrive FdI come un «antidoto» alle avanzate a destra, modello Afd. Si parla di Sassonia, ma si guarda sempre a Vannacci. Pure Meloni scaccia scenari simili nello Stivale: «La democrazia va rispettata, ma nessun parallelismo: in Germania governa una Grosse Koalition».
(da Repubblica)
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