SVEGLIA EUROPA! I LEADER DEL VECCHIO CONTINENTE DIMOSTRANO DI NON AVERE CAPITO UNA MAZZA DEL PERCHÉ AFD HA VINTO IN SASSONIA-ANHALT E AVANZA IN GERMANIA
ALESSANDRO DE ANGELIS: “LEADER INCAPACI DI UNO SCATTO, NELLA DIREZIONE DI UN’EUROPA PIÙ FORTE E INTEGRATA CAPACE DI RISPONDERE AL DISAGIO E AL BISOGNO DI SICUREZZA DEI CITTADINI, PERCHÉ INCHIODATI, OGNUNO, ALLE VICENDE DEL PROPRIO PAESE”
. NON BASTERÀ SVENTOLARE LE NOBILI BANDIERE DELL’UNIONE O CITARE SPINELLI CONTRO I ‘BARBARI’ SE LE FORZE EUROPEISTE NON SI MISURERANNO CON SENSO COMUNE DEL RIFIUTO E CON LA PAURA
C’è un libro, in questi tempi inquieti, che merita di essere preso dallo scaffale. Il titolo è
Il tradimento dei chierici. Lo scrisse, sollecitato dagli sconvolgimenti europei in atto, il filosofo francese Julien Benda alla fine degli anni Venti del secolo scorso.
I chierici sono gli intellettuali, che dovrebbero avere una visione disinteressata della realtà e l’attitudine a elevarsi al di sopra dell’interesse particolare e del potere. Il tradimento è nella rinuncia a questo orizzonte. Arrivò il nazismo.
Purtroppo, un secolo dopo, il paradigma è applicabile alle classi dirigenti europee in senso ampio. In fondo, non ci voleva una Cassandra per prevedere cosa sarebbe successo in Sassonia.
L’economista Vladimiro Giacché, già in un lucido volume del 2013, parlò provocatoriamente di Anschluss, ragionando di unificazione della Germania. Come caso di scuola dei costi sociali dell’annessione citava quello della Treuhandanstalt, l’agenzia incaricata di liquidare in blocco l’apparato produttivo della Germania Est: migliaia di aziende vendute o chiuse in pochi anni, milioni di posti di lavoro cancellati.
A distanza di una generazione, il risentimento sedimentato ha preso forma politica nelle urne della Sassonia. Desertificazione industriale, disuguaglianze, perdita di reddito e status.
L’insicurezza determina paura, il populismo lo trasforma in odio e in cultura del nemico, promettendo protezione come chiusura nazionalista.
Ebbene, peggio del voto tedesco, c’è solo il dopovoto. Non solo nella Germania del confuso cancelliere Merz, ma in Europa. Racconta di chierici incapaci di uno scatto, nella direzione di un’Europa più forte e integrata capace di rispondere al disagio e al bisogno di sicurezza dei cittadini, perché inchiodati, ognuno, alle vicende del proprio Paese. Vedono con spavento la puntata che li riguarda e non la legano al film generale.
In definitiva, sono caduti nella trappola sovranista della logica nazionale. Guardate l’immigrazione: ognuno si fa il suo modello Albania, invece di ragionare europeo, scimmiotta la destra estrema e perde le elezioni.
La verità è che la crisi non è solo tedesca. È una crisi europea. Della sua democrazia. E riguarda, innanzitutto, il declino del compromesso sociale su cui si è retta per lungo tempo. È questo che stressa anche la questione migratoria. Jacques Delors lo aveva intuito con straordinario anticipo quando osservò: «Non ci si innamora del mercato unico». Giusto.
Nessuna comunità politica costruisce il proprio futuro soltanto sulle regole economiche senza una missione politica. Quel modello, più o meno, ha retto finché ha tirato l’economia, sia pur stretto nella contraddizione tra il cosmopolitismo dei mercati e il nazionalismo della politica.
Con la crisi finanziaria – dei subprime prima, dei debiti sovrani poi – viene alla luce la fragilità dell’impianto: un deficit di sovranità popolare. Di qui un doppio movimento: il potere reale si sposta verso il mercato e la finanza internazionale; la politica, percepita come establishment, allarga il suo divario coi cittadini lasciando spazio alla rabbia ideologica.E oggi la crisi europea è resa più acuta dall’età dell’incertezza, segnata dalla fine di un ordine mondiale, geopolitico ed economico, cui l’Europa è arrivata, con ogni evidenza, impreparata. Non è un’onda che si addomestica.
Compiere uno scatto significa misurarsi con quel nucleo di verità che il populismo declina in chiave regressiva. Col senso di impotenza dei cittadini verso scelte che sentono di non poter influenzare.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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