CON UN PARTITO IN DISCESA LIBERA E SEMPRE PIU’ SPAPPOLATO DAI “LEGHISTI DEL NORD”, NESSUNO, NEMMENO IL SUO “IDEOLOGO” E FUTURO SUOCERO DENIS VERDINI, RIESCE A FAR RAGIONARE MATTEO SALVINI. L’ULTIMA DELLE TANTE USCITE FUORI DI SINAPSI DEL “BOLLITO LOMBARDO” SAREBBE AVVENUTA NEI GIORNI SCORSI, L’IPOTESI DI FDI DI VOTO CON BALLOTTAGGIO, L’AVREBBE TALMENTE “ALTERATO” DA CHIAMARE GIORGIA MELONI, SBRAITANDO: “TOLGO LA FIDUCIA AL GOVERNO!”
ALLA LEGA DEL CAOS, LA ”PREMIER DURACELL” DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI”, ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ
Che cosa si prova a diventare una gallina lessa, una lingua in salmì, uno zampetto con mostarda?
Dopo fiori e onori, salamelecchi e aggettivi lecca-lecca, dopo fiumi di inchiostro versati, dopo infuocati entusiasmi, si riesce davvero a scendere nell’inferno del potere perduto, sbattuti in un “carrello di bolliti misti”, provare a poggiare le chiappe sulla poltrona e ritrovarsi col culo per terra?
Nemmeno il suo “ideologo” e futuro suocero Denis Verdini, colui che suggerì la malsana idea di una Lega nazionale, riesce più a far ragionare Matteo Salvini.
Si racconta che alla presenza di un parlamentare di punta della Lega, il leader del partito fondato da Umberto Bossi, nonché vice-premier e ministro delle Infrastrutture, si sia talmente imbufalito all’ipotesi di disinnescare la questione Vannacci infilando nella nuova legge elettorale il ballottaggio (idea partorita dai capoccioni di Fratelli d’Italia), da digitare il numero di Giorgia Meloni e sbraitare: “Tolgo la fiducia al governo!”.
E questa è solo una delle tante “uscite” fuori di sinapsi del “gran bollito lombardo” che si sussurrano nei palazzi romani del potere.
Del resto, davanti allo spappolamento del Carroccio, diventato un cartoccio che raccatta a mala pena il 6 per cento, sconquassato da una linea politica sovranista e populista in salsa trumputiniana, a cui si è sommato l’infausto arruolamento di Vannacci, tale condizione di alterazione psicologica va pure capita.
E diventa sempre più difficile per Salvini superare l’assedio dei governatori e dei dirigenti del Nord, capeggiati da Attilio Fontana e da Massimiliano Romeo, che hanno in mano il bacino elettorale lombardo-veneto.
Tra dieci giorni, occhi puntati sul pratone di Pontida, dove domenica 20 settembre potrebbe succedere di tutto, dato che di solito la kermesse vede in maggioranza la presenza dei leghisti del nord-est, i più incazzati con Salvini.
Tutto è appeso a un fattore: il fidanzato di Francesca Verdini riuscirà a trovare un accordo con Fontana e Romeo?
Una situazione da allarme rosso che sta mandando in fibrillazione gli otoliti della fu “Giorgia del Due Mondi”. Sarebbero avvenute interlocuzioni fra la premier e quello che resta del gotha salviniano, Durigon e Calderoli: “Parlate voi con i governatori, trovate un accordo o davvero rischia di cadere il governo…”.
Le angosce della Fiamma Magica di Palazzo Chigi hanno più di una ragione: subito dopo Pontida sbarcherà alla Camera la legge elettorale (l’inizio della discussione è calendarizzato per il 28 settembre) e la votazione si svolgerà a scrutinio segreto.
E come è già successo, con i tanti parlamentari che ormai sono certi che non verranno ricandidati, il rischio di andare sotto a causa dei franchi tiratori non è per niente da escludere.
Anche perché, allo stato di casino totale della Lega, si accompagna lo stato di guerriglia dell’altro alleato della maggioranza, Forza Italia.
Fatti fuori i suoi bracci esecutivi Barelli e Gasparri, il primo “maggiordomo di Giorgia”, Antonio Tajani, è finito nel tritacarne degli Occhiuto, Zangrillo, Mulè che, coltello fra i denti, stanno vivendo ore di tensione in attesa del voto dell’elezione supplettiva in Calabria, prevista per il weekend successivo a quello di Pontida, il 27-28 settembre. Se il candidato azzurro viene fatto nero, anche qui, potrebbe succedere la qualsiasi.
I prossimi giorni saranno duri per l’Armata Branca-Meloni ma se, come al solito in Italia, tutto si arrangia e si risolve nel nome del santo potere (“‘A Fra’ che te serve?”), poi arriverà la discesa e quindi la pacchia.
Grazie a un forte gettito fiscale, l’Italia ha ottime probabilità di uscire dallo stato di infrazione del 3%. A quel punto, apportando nella finanziaria un opportuno spostamento di bilancio, Giorgia Meloni si travestirà da Befana e ci inonderà di balocchi e profumi
(da Dagoreport)
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