“SE NON STIAMO TUTTI UNITI, SIAMO DESTINATI A PERDERE”: DARIO FRANCESCHINI SALE SUL PALCO DELLA FESTA DELL’UNITÀ DI REGGIO EMILIA CON RENZI E MANDA UN PIZZINO A CONTE CHE MAL SOPPORTA LA PRESENZA DI MATTEONZO IN COALIZIONE (TIRANDO LA VOLATA CON IL DEM BETTINI AL “CIVICO” ONORATO)
“I VETI DEL M5S SU RENZI? SPARIRANNO. ORA CI SONO TANTE SIGLE AL CENTRO, NON POSSONO ANDARE DIVISE E NON POSSONO PRESCINDERE DA RENZI, INSIEME A LUI DEVONO RAGIONARE” … POI L’EX MINISTRO FISSA LE REGOLE SULLE PRIMARIE: “SE DIVENTANO DILANIANTI, CI MERITIAMO DI PERDERE. STABILIAMO REGOLE SERIE E UN PROGRAMMA CONDIVISO, SOPRATTUTTO SULLA POLITICA ESTERA” (UN’ALTRA STILETTATA A CONTE E ALLA LINEA CRITICA DEL M5S SULL’UCRAINA)
«Se non stiamo tutti insieme siamo destinati a perdere. Questo rischio ci spinge a stare uniti.
Altri cinque anni di destra sarebbero allucinanti. Non sono solo delle schiappe: non hanno fatto nemmeno le riforme di destra, solo fumo».
Non è un comizio come gli altri. E non è soltanto un ritorno tra la gente del Pd. Dario Franceschini sale sul palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia per la prima volta, dieci giorni dopo aver raccontato al Corriere la malattia con cui convive da sei anni: il Parkinson, e il parkinsonismo atipico che ha reso più precario l’equilibrio e più faticosa la parola.
Una confessione personale, misurata e insieme politica: «Non isolatevi, continuate a vivere», aveva detto rivolgendosi agli altri malati. Era questo l’obiettivo del suo messaggio. Il suo popolo lo ha compreso benissimo. E quando sale sul palco gli tributa un’accoglienza commovente.
Quando arriva alla Festa dell’Unità, fuori dall’auto ad accoglierlo c’è Matteo Renzi, che torna tra gli applausi a una Festa nazionale dem dopo undici anni.
Abbracci e battute taglienti. Una è poco riferibile. Dietro il palco spunta anche un altro ex democristiano doc: Pierluigi Castagnetti, che completa una triade genealogica popolare con «Dario» e «Matteo». Arriva Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd, già in Rifondazione comunista, che da padrone di casa se ne esce così: «Basta, devo uscire da questa stanza: c’è il rischio democristianizzazione».
Sorride. Inizia così un dibattito che, a tratti, è da manuale di strategia politica. Diversi in tutto: Franceschini, uomo delle mediazioni silenziose ma spesso decisive; Renzi, indole più rottamatoria e innamorato della ribalta. Per vent’anni: dal Ppi, alla Margherita e al Pd, hanno condiviso partito, guerre e ricomposizioni. Come Red e Toby , la volpe e il cane «nemici-amici» della Disney. Si sono combattuti, guardati con diffidenza, per poi ritrovarsi nei momenti chiave.
Come quando si inventarono il Conte II, poi fatto saltare proprio dal leader di Iv.
Renzi ribadisce che Franceschini è da sempre una «bussola politica quasi infallibile». E allora l’ex ministro della Cultura sale in cattedra.
E prova a dirimere così i conflitti nel Campo largo: «Le primarie sono la soluzione migliore. Dilanianti? Non è così, se sono gestite intelligentemente, all’interno di una coalizione che ha delle difficoltà ma che ha anche un perimetro tracciato. È il modo più democratico. Se diventano dilanianti, ci meritiamo di perdere. Dipende tutto da noi».
Poi il nodo chiave: «Stabiliamo regole serie: io vorrei un patto tra i candidati su un programma condiviso, soprattutto sulla politica estera». Un chiaro riferimento alla linea critica del M5S sull’Ucraina. Con l’aggiunta: «Bisognerebbe infine stabilire che chi vince le primarie non userà poi il suo nome sul simbolo di partito». Ancora applausi.
Franceschini affronta poi il nodo del centro: «I veti del M5S su Renzi? Spariranno. A Giuseppe Conte dobbiamo riconoscere il merito di aver condotto il partito nel campo progressista: mi ricordo quando in Parlamento nemmeno ci salutavano».
Renzi aggiunge: «Per il centro, al tavolo del Campo largo, non ci sarò io. Ma un sindaco come Silvia Salis o Gaetano Manfredi. Se saranno primarie a due, è chiaro che voterò Elly».
Il tempo sta per scadere. È il momento della standing ovation per Franceschini, chiamata appunto dal suo «nemico-amico»: «Dobbiamo essere grati a Dario. La lucidità con cui legge la politica nazionale e internazionale fa scopa con il coraggio con cui porta avanti la sua battaglia». Infine dieci minuti d’auto, verso un’ottima trattoria emiliana. Per una rimpatriata tra popolari.
(da Corriere della Sera)
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