IL CAMPO LARGO DEGLI AMERICANI
MENO PERSONALISMI E FAR CONVIVERE MOLTE ANIME
Pare di capire, al netto del profluvio di analisi e commenti post-elettorali, che negli Stati Uniti ciò
che noi chiamiamo “campo largo” non è un’ipotesi, non un’ardita costruzione politica. È un dato di fatto.
Si scrive “Partito democratico” e si legge una galassia di persone anche molto differenti, il musulmano e l’evangelico, la nativa americana e l’ispanico, il socialista, la femminista, il moderato, la radicale. L’attore di Hollywood e l’operaio che paga il prezzo della guerra (ennesima).
Se si cerca di individuare il solo tratto comune, però decisivo, e alla fine vincente: la fiducia nel potere di rappresentanza e di cambiamento della democrazia. L’idea che la politica appartenga a tutti, e il concetto stesso di oligarchia, fondata sui quattrini e sul disprezzo delle regole, vada appassionatamente contrastato. Per questo — non per altro — ha perso Trump. Perché l’idea del capo che decide lui non è democratica. E per contrastarla, si vota democratico.
Alla luce di questa macro-ragione, diventano un poco meno rilevanti le ragioni, tutte rispettabili ma da sole insufficienti, dei singoli interpreti. Comprese le ragioni economiche (l’economia è molto, ma non è tutto). La scelta non è tra liberismo e socialismo, tra moderazione e radicalità, tra campo dei diritti e campo della giustizia sociale.
La scelta è tra democrazia e oligarchia, tra partecipazione e autoritarismo. Convivono, dentro questa scelta, molte anime. Ciò che le unisce è più importante di ciò che le divide.
E in Italia?
(da Repubblica)
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