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I GIOVANI NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE O GLI IM-PRENDITORI SONO DEI BANDITI? SUI SOCIAL, I RAGAZZI DELLA GEN-Z SPUTTANANO I LORO DATORI DI LAVORO CHE OFFRONO PAGHE DA FAME E NON ACCETTANO DOMANDE SUGLI ORARI DEI TURNI: “LO STIPENDIO È DI 800 EURO AL MESE PER 7 ORE AL GIORNO, SABATO COMPRESO. NO, GRAZIE”

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOCIOLOGA FRANCESCA COIN: “LA GENERAZIONE Z È DESCRITTA COME PIÙ ATTENTA AI SALARI E ALLE CONDIZIONI DI LAVORO. LA REALTÀ E CHE PRIMA QUESTI ASPETTI ERANO SCONTATI E LE PAGHE, IN TERMINI DI POTERE D’ACQUISTO, ERANO PIÙ ALTE. CON 1.200 EURO AL MESE IN CITTÀ COME MILANO SI E’ AL LIMITE DELLA SOPRAVVIVENZA”

No a straordinari non retribuiti, no a paghe indegne. No a turni di lavoro massacranti. Basta compromessi che “normali” non lo sono mai stati. Lo slogan scorre da giorni su pagine Instagram e gruppi TikTok, sulle note dei britannici The
Smith: «I was looking for a job…». Il manifesto della Generazione Z – quella che raggruppa i nati tra il 1997 e il 2012 – è una sequenza di screenshot.
Messaggi scambiati su WhatApp con i datori di lavoro che tutti insieme fotografano la realtà precaria della popolazione più giovane. Miriam chiede se il proprio turno finisca effettivamente alle 2 di notte o se quella è soltanto l’ora di chiusura al pubblico del locale. Domanda anche se sono previste maggiorazioni per i notturni e per le domeniche.
La risposta: «Penso che non possiamo andare avanti se già mi sindacalizzi tutte queste cose». A un’offerta di 800 euro mensili per sette ore al giorno, sabato compreso, un altro candidato risponde «grazie, no».
La replica: «Ecco perché in Italia va male!». Intorno agli Anni 90 la permanenza media di un giovane nella stessa azienda era otto anni, oggi le statistiche raccontano che difficilmente di superano i 13 mesi. E malgrado questa sia la generazione di neoassunti più scolarizzata di sempre – quasi uno su due ha una laurea – il 45% lascia l’impiego perché non si adatta al proprio stile di vita. E l’86% mette la vita privata al primo posto, invertendo la gerarchia dei valori tanto cari a genitori e nonni
La “gavetta” è uscita di scena? «È un concetto che sta sparendo: noi vedevamo l’accesso al lavoro come una fase di passaggio, per entrare nel sistema e crescere. Oggi questo patto è venuto meno, e vale anche per i neolaureati».
Daniele Manni, professore di informatica ed educazione all’imprenditorialità, è stato il primo docente italiano a vincere il Global Teacher Award nel 2020. «Ha preso piede il modello americano, dove cambiare spesso impiego è assolutamente normale. Con una differenza: negli Usa si cerca di migliorare, qui si cerca di sopravvivere».
Francesca Coin, sociologa dell’Università di Parma, parla di un grande fraintendimento: «La Generazione Z è descritta come la più attenta ai salari e alle condizioni di lavoro. La realtà e che prima questi aspetti erano scontati e le paghe, in termini di potere d’acquisto, erano più alte. Il mercato del lavoro è deteriorato e chi oggi ha 20 anni viene impiegato in settori a scarso valore aggiunto. Anche chi è istruito è costretto ad accettare lavori con qualifiche inferiori.
Capisco la frustrazione di chi rinuncia anche a 1.200 euro al mese: in città come Milano siamo al limite della soglia di sopravvivenza». La conferma arriva dall’ultimo rapporto AlmaLaurea: a un anno dal titolo, tra i laureati di primo e di secondo livello non occupati e in cerca di lavoro, la quota di chi accetterebbe una retribuzione sotto 1.250 euro è scesa al 33% e al 26%.
Eppure, proprio sull’attitudine dei giovani al lavoro, i luoghi comuni si sprecano: svogliati, incapaci di sopportare la fatica fatta di turni intensi e di orari prolungati. Francesca Biancone, classe 2005, li smonta uno per uno: «Troppo spesso si tende a confondere la richiesta di flessibilità con la svogliatezza. Il nostro invece è dinamismo, è desiderio di autonomia. NVogliamo essere valutati per i risultati, per il profitto. Non per il numero delle ore che trascorriamo seduti dietro a una scrivania». Lei è al secondo anno di Economia all’Università di Torino e allieva dell’Honors Program del Collegio Carlo Alberto, un percorso di studio parallelo incentrato su materie quantitative. Cosa chiede a chi ha in mano anche il suo futuro?
«Che invece di trattenerci in Italia a tutti i costi, potenzino la mobilità anche verso l’estero: devono investire sugli studenti perché possano decidere dove specializzarsi, per poter magari tornare con le competenze che servono. E vogliamo poter sviluppare un pensiero critico invece che imparare semplici formule, per non essere superati dall’evoluzione tecnologica: la voglia di cogliere nuove sfide non ci manca».

(da La Stampa)

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IN ITALIA SERVE UNA LEGGE PER STACCARE GLI ANZIANI DAI SOCIAL, NON SOLO GLI ADOLESCENTI

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

OCCORRE ANCHE TUTELARE UNA PARTE FRAGILE DELLA POPOLAZIONE

l Regno Unito è solo l’ultimo arrivato. La mattina del 15 giugno il primo ministro Keir Starmer ha annunciato la messa al bando dei social network per i minori di 16 anni. Nessuno escluso: Facebook, Instagram, TikTok, X e YouTube. Da quello che leggiamo solo WhatsApp si salva. E forse con un po’ di confusione. YouTube ormai è una piattaforma, più che un social. Tanto vale togliere anche Netflix. Dice
Starmer: “I social rendono i ragazzi infelici”. E dopo i 16 anni non scatta l’accesso libero: fino ai 18 c’è comunque un blocco dalle 20:30 e la limitazione dello scrolling infinito, quel sistema per cui con un piccolo gesto possiamo semplicemente scorrere da un video all’altro. Potenzialmente per sempre.
Il ban imposto da Starmer non è immediato. La legge deve ancora arrivare in Parlamento. Il Regno Unito però si è messo in una corrente che sta portando molti Paesi a prendere decisioni simili. La prima è stata l’Australia, lo scorso dicembre. Anche qui l’età minima per avere un account social è stata spostata a 16 anni. Tra poco anche l’Italia entrerà in una fase di discussione, almeno pubblica. Ci sono già diverse proposte di legge.
Tutto molto interessante, la letteratura scientifica che mostra cosa può succedere a un ragazzo lasciato da solo con uno smartphone è ormai molto vasta. E così la rassegna dei casi di cronaca. Giusto a marzo abbiamo raccontato la storia di Kaley, una ragazza che è arrivata a passare 16 ore al giorno su Instagram. Ma forse stiamo affrontando solo una parte del problema, quella più controllabile. Perché i ragazzi non sono gli unici che sembrano avere qualche problema con l’uso smodato dei social.
Negli ultimi anni ci siamo occupati decine di volte di truffe organizzate sui social. E forse decine è anche una stima bonaria. Lo schema era sempre lo stesso. Una persona famosa diceva di aver scoperto uno schema perfetto per guadagnare migliaia di euro. Chiedeva di compilare un modulo, fare un piccolo investimento e poi semplicemente aspettare. Ovviamente era tutto finto, il volto e la voce della celebrity venivano modificati con l’intelligenza artificiale. L’investimento sarebbe cresciuto, così come le chiamate per investire di nuovo. Un piccolo sogno che si realizza, almeno fino a quando non si chiedeva semplicemente di ritirare il patrimonio accumulato. In quel caso auguri.
Nessuna delle persone famose ritratte era nota alla Gen Z. Non c’era Anna Pepe a sponsorizzare l’investimento, ma neanche Arti 5ive, Blanco o i Pinguini Tattici Nucleari. Le persone scelte per sponsorizzare la truffa arrivavano spesso dalla televisione, anni di militanza nello star system e soprattutto avevano un pubblico con un’età media abbastanza alta. Insomma. Il target non è mai stato la Gen Z, non
sono mai stati i millennial, sono sempre stati gli anziani. Vittime che hanno accumulato qualche risparmio e che non hanno tanta dimestichezza con il digitale. Magari hanno sentito al telegiornale che con Bitcoin c’è chi è diventato miliardario ed ecco: perché non investire due soldi in questo annuncio trovato su Facebook. Oltretutto non è difficile beccarli.
Nel novembre 2025 l’agenzia stampa Reuters ha pubblicato un’inchiesta dal titolo: Meta sta guadagnando una fortuna da una valanga di annunci fraudolenti. Secondo il giornalista Jeff Horwitz il peso dei guadagni provenienti da questi annunci poteva coprire anche il 10% del fatturato. La facilità nel confondere il vero e il falso online è confermata anche da uno studio pubblicato nel 2022 su Science Advanced: un monitoraggio sulle attività Facebook di 1.300 profili durante l’ultima campagna presidenziale ha dimostrato che solo il 3% degli utenti tra i 18 e i 29 anni ha diffuso link riconducibili a siti di fake news. Nella fascia over 65 la percentuale è salita all’11%.
Fuori dai social uno smartphone in mano può diventare una porta d’accesso per molti altri tentativi di truffa. Finti sms, finti parenti, nipoti che hanno bisogno di soldi per un intervento, per un incidente, perché hanno perso il telefono o perché hanno il conto bloccato. Notai che notificano facoltose eredità da ottenere compilando giusto qualche dato. Secondo la Polizia Postale, solo nel 2024 il numero delle truffe online denunciate in Italia ha sfiorato quota 19.000.
L’algoritmo che entra nel silenzio
Forse vi è già capitato. Pranzo di famiglia. Il consueto caos in tavola, aggiornamenti di rito, litigate sulla politica. Poi vi distraete un attimo e qualcuno ha lo sguardo immerso nello schermo dello smartphone. Scorre un video dopo l’altro. Magari con l’audio ancora alto. Non è un ragazzo, assorbito dentro qualche chat di WhatsApp. È uno zio, una madre o un nonno. È qualcuno che ha scoperto da qualche tempo i Reel su Facebook o che ha appena scaricato TikTok, giusto per provarla. Secondo un report Istat diffuso nel 2023, l’uso di internet continua a crescere, anche se ha raggiunto livelli vicini alla saturazione. I dati più alti riguardano gli anziani. Tra il 2022 e il 2023 la percentuale di persone che si sono connesse a internet è aumentata del 3,7% nelle fasce 55-59 anni e over 75. Contro una media del 2%.
Partire dallo scrolling infinito
Una buona porzione dei punti che abbiamo elencato non sono legati solo ai social. Parlano anche di solitudini, di un deserto di relazione che spinge persone anziane a immergersi in un mondo lontano da quello in cui hanno vissuto. Eppure è difficile non vedere che una regolamentazione più stretta sui social potrebbe evitare alle persone più fragili di farsi travolgere dagli algoritmi. Questa consapevolezza negli ultimi anni sta maturando per i minori. Certo, è difficile che si possa pensare a una legge che imponga blocchi solo agli anziani. Forse qualche misura, a partire dal blocco dello scrolling infinito, si potrebbe estendere direttamente a tutti.
(da Fanpage)

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ARRIVA IN SENATO LA NUOVA LEGGE SULLA CACCIA, VOLUTA DA QUEI PISTOLERI DEI FRATELLI D’ITALIA, CHE STRAVOLGE LA NORMATIVA DEL 1992 SULLA PROTEZIONE DELLA FAUNA SELVATICA

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

CON LA RIFORMA “SPARA TUTTO” SARANNO CONTENTI CACCIATORI, ARMIERI, AGRICOLTORI E LOBBY VARIE – I DUBBI DELL’UNIONE EUROPEA

A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato.
Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la
bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri.
Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare.
Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue.
In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.
Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri.
È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.
Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale.
La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di
rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.
Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto.
Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). […]
E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo. scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale.

(da Il Fatto Quotidiano)

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“FOSSA COMUNE PER TE E LA TUA FAMIGLIA. SPARATI. SCIMMIA REMIGRA CON LORO”: SONO GLI INSULTI (13.500) CHE SI E’ VISTA RECAPITARE, SOTTO AI SUOI POST SUI SOCIAL, LA DEPUTATA DEL PD OUIDAD BAKKALI, REA DI AVER PARTECIPATO ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO LA REMIGRAZIONE, DEFINENDO VANNACCI UN LEADER “ACCECATO DAL TESTOSTERONE”

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

LA PARLAMENTARE PIDDINA NATA IN MAROCCO HA SCIORINATO LE OFFESE, UNA PER UNA, INTERVENENDO ALLA CAMERA: “CHI È AL GOVERNO DOVREBBE FARE UN APPELLO AD ABBASSARE I TONI E A NON ISTIGARE ALL’ODIO”… RIBADIAMO LA SOLUZIONE E’ UNA: ANDARLI A PRELEVARE A CASA

“Sappiamo dove abiti”, “fossa comune per te e la tua famiglia”, “una che riproduce maranza”, “disinfestazione”, “scimmia remigra con loro”, “a casa zingara”, “topo di fogna”, “la beduina ha parlato”, “gli piace proprio farsi stuprare”, “farete una brutta fine”, “sparati”. Tredicimila e cinquecento tutti di questo tenore.
La deputata dem Ouidad Bakkali se li è visti recapitare sui suoi profili social. Uno dopo l’altro. In venti ore. E ieri, rivolgendosi ai sostenitori di Vannacci, definiti come «soldati di pezza» di un leader «accecato dal testosterone» li ha letti ad alta voce alla Camera dei deputati, una litania di insulti a sfondo razzista e sessista.
Cosa ha scatenato la violenza social?
«La mia partecipazione sabato scorso alla manifestazione contro la Remigrazione, ho postato sui miei social la foto».
Perché ha deciso di leggerli nell’aula di Montecitorio?
«Perché non ci stiamo rendendo conto, ormai è tutto sdoganato. Durante la conferenza stampa di Remigrazione, che volevamo impedire, ci hanno minacciati di “assaltare il Parlamento”. E ieri alla Camera ha ottenuto il via libera definitivo il decreto legge Rimpatri, quello che prevede un premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri dei migranti».
Laura Ravetto le ha replicato che anche lei è stata insultata quando è passata dalla Lega a Futuro Nazionale di Vannacci.
«Dimostrando di non capire che finché non rinnega il suo generale la situazione non potrà che peggiorare».
Come si risponde?
Serve un patto repubblicano, con tutti coloro che hanno a cuore la democrazia. Un patto che difenda le nostre istituzioni e il modo di fare politica. Chi è al governo dovrebbe fare un appello ad abbassare i toni e a non istigare all’odio nelle piazze e nei comizi politici. Serve anche un ragionamento serio sulle piattaforme, capire come gira l’algoritmo».
Lei è nata in Marocco ed è arrivata in Italia a 2 anni. Come è cambiato il clima?
«Sta cambiando di intensità. Io sono diventata assessora a Ravenna nel 2011 e alla prima uscita pubblica ci fu qualche commento razzista. Oggi per un post ne ricevo 13.500 e non fanno piacere. [Meloni sta valutando cosa fare con Vannacci ma dovrebbe prendere le distanze da Fn. Converrebbe anche a lei»
(da Repubblica)

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TRUMP VUOLE FAR ROTOLARE NUOVE TESTE NELLA SUA AMMINISTRAZIONE: IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA DIFENDE IL VAGO MEMORANDUM D’INTESA RAGGIUNTO CON L’IRAN E STA PENSANDO DI LICENZIARE IL CAPO DEL PENTAGONO, PETE HEGSETH, E IL NUMERO UNO DELLA CIA, JOHN RATCLIFFE, PERCHE’ SI SAREBBERO OPPOSTI ALL’ACCORDO CON TEHERAN

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I SENATORI REPUBBLICANI CRESCE IL MALUMORE PER UN’INTESA CHE APPARE COME UNA RESA AGLI AYATOLLAH E NON PREVEDE MISURE PRECISE PER COSTRINGERE L’IRAN A RINUNCIARE AL NUCLEARE

Donald Trump promette di leggere «parola per parola» il Memorandum d’intesa con l’Iran prima della firma di venerdì a Ginevra e di consegnare l’accordo al Congresso affinché lo voti: «Mi piace l’idea, credo che passerà rapidamente».
Ma 48 ore dopo l’annuncio e con il presidente che interagisce con i leader del Golfo al vertice del G7, a Washington i silenzi e lo scetticismo prevalgono.
Pure il Wall Street Journal -che ha sostenuto l’intervento militare – in un editoriale evidenzia la “ritirata” del presidente più che la vittoria e analizza le tante incertezze contenute in un Memorandum vago segreto.
Il quotidiano parla di un presidente «in ritirata dai suoi grandi obiettivi mentre la pressione politica interna è cresciuta e finire il lavoro avrebbe richiesto rischi militari maggiori».
Trump nonostante i proclami non ha mai autorizzato una missione per recuperare l’uranio arricchito e mai ha provato a riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza. La conclusione è che con il prezzo del greggio salito sino ad arrivare in aprile a 125 dollari, Trump «semplicemente non voleva sopportare i prezzi alti per più a lungo. Questa è stata una sua scelta, non un imperativo strategico».
Ad ammettere che il Memorandum si muove su linee generali e servirà poi scendere nei dettagli tecnici, è stato il vicepresidente JD Vance, dapprima scettico sull’apertura del fronte contro la Repubblica islamica poi incaricato di negoziare con gli iraniani e infine cucitore dietro le quinte con il Senato.
Con qualche senatore ha già avuto dei contatti, il capo repubblicano John Thune ha parlato di “briefing” con il vicepresidente per sapere dipiù di questa misteriosa intesa che, benché non vincolata a un voto, verrà votata a Capitol Hill. Il senatore James Lankford dell’Oklahoma ha detto che se «si vuole un accordo duraturo, non può avvenire a livello di un’intesa esecutiva. Dobbiamo avere un voto del Congresso per dargli una solidità a lungo termine».
Si fa notare che il Memorandum è lungo appena una pagina e mezzo (lo ha detto pure JD Vance alla Cnn), ma l’accordo Jcpoa è di 159 pagine.
I senatori non si accontenteranno di espressioni vaghe: non è chiaro, ritengono alcuni, in che modo all’Iran sarà chiesto di rinunciare al nucleare.
I punti chiave che la Casa Bianca ha fatto circolare lunedì sera a Capitol Hill hanno avuto l’effetto di irrigidire ulteriormente i repubblicani. Nelle note si legge che «l’Iran non avrà l’arma nucleare», che «il prezzo dell’energia scenderà».
«Se l’accordo è segreto, come possiamo prenderlo seriamente», ha tuonato Thom Tillis dando voce a un timore anche fra i suoi compagni di partiti: ovvero che alla fine dei negoziati – quelli veri, i sessanta e oltre giorni che scatteranno dopo la sigla – l’accordo che il Congresso avrà in mano sarà molto simile a quello di Obama che Trump stracciò nel 2018 con l’accusa di aver tolto tutte le sanzioni e versato miliardi di dollari in cambio di una frenata alle ambizioni nucleari.
Eppure, il Wall Street Journal ieri scriveva che l’Iran potrà «immediatamente vendere greggio e carburante». Per Trump è un incentivo a collaborare, ma Capitol Hill ci sono senatori con una lunga esperienza sul dossier iraniano che hanno assunto posizioni di sfiducia nei confronti della capacità del regime di mantenere le promesse.
«Se gli iraniani possono arricchire l’uranio da qualsiasi parte, allora è la stessa cosa del Jcpoa, altrimenti è un buon accordo», ha detto Lindsey Graham.
Fonti di intelligence, tra l’altro, hanno consegnato nei giorni scorsi un report che sottolinea i dubbi che la leadership iraniana e l’apparato della Repubblica islamica possano rimanere fedeli nell’applicazione dell’accordo e a rinunciare al nucleare.
Trump non arretra, non mostra dubbi sulla bontà dell’intesa. Tanto che, secondo quanto riferisce solo Israel Hayom, citando funzionari Usa, il presidente starebbe persino considerando il licenziamento di alcuni membri del Gabinetto che si sono opposti all’intesa. Fra questi ci sarebbero il segretario della Guerra Pete Hegseth e il capo della Cia John Ratcliffe.
(da La Stampa)

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L’INVASIONE DELL’UCRAINA E’ UN SALASSO PER I CONTI PUBBLICI DI MOSCA. “MAD VLAD” PERO’ NON INDIETREGGIA E ALZA LA POSTA CON INVESTIMENTI IN CARRI ARMATI, SOLDATI E BOMBE

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCOMPARSA DEL VERTICE DELLA BANCA CENTRALE RUSSA ELVIRA NABIULLINA CHE AVEVA AMMONITO PUTIN: LA RUSSIA VIVE AL DI SOPRA DEI PROPRI MEZZI E SPENDE UN PAIO DI MILIARDI DI EURO A NOTTE PER I BOMBARDAMENTI SULL’UCRAINA”

Sessantacinque miliardi di rubli al giorno. È il costo dell’invasione dell’Ucraina per i russi: 774 milioni di euro circa, tutti i giorni, l’equivalente del bilancio annuale di una regione russa di medio calibro come quella di Novgorod, per esempio. Il contatore continua a girare, al ritmo di 2,7 miliardi di rubli l’ora, 32 milioni di euro, mezzo milione al minuto.
La spesa militare russa continua a subire una impennata vertiginosa: soltanto nei primi sei mesi del 2026 i soldi per i carri armati, i soldati e le bombe hanno costituito il 46 per cento della spesa pubblica russa. Un aumento di sei punti rispetto alle stime di inizio anno, e un traguardo senza precedenti: praticamente un
rublo su due viene speso dal Cremlino per la sua guerra, costata in quattro anni e mezzo l’astronomica somma di 53 trilioni di rubli, più di 630 miliardi di euro.
Numeri che promettono escalation e spiegano cosa farà Vladimir Putin nei prossimi mesi: come un giocatore incallito, dal 2022, il dittatore russo ha continuato ad alzare la posta, scommettendo somme sempre più elevate sullo stesso obiettivo.
Le spese militari sono salite del 69% rispetto al 2024, il 129% in più dal 2023 e 4,6 volte dal 2022. Putin aveva promesso l’anno scorso una riduzione delle spese belliche per calmare i suoi industriali, ma i numeri testimoniano una tendenza inversa: invece di scendere da 7,8 al 6,2% del Pil come annunciato, le voci legate alla difesa sono già passate al 12% del Pil russo, e anche se Kluge non esclude un aggiustamento, è convinto che non scenderanno sotto il 9-10%.
Numeri che spiegano anche alcuni misteri degli ultimi giorni, come la sparizione della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina. Non è apparsa né al recente Forum economico di Pietroburgo, la vetrina dell’economia russa, né alla riunione del presidente con parte del suo governo, dove oltretutto non era presente nessun dirigente della Banca centrale.
Ma la sua diagnosi potrebbe anche essere definita da un altro numero: 6 trilioni di rubli, più di 71 miliardi di euro, le dimensioni del “buco” nel bilancio russo nei primi cinque mesi del 2026
Un deficit quasi doppio di quello previsto per l’intero anno, e che non accenna a diminuire, rendendo la missione di una Banca centrale – mantenere stabile la moneta nazionale e combattere l’inflazione – praticamente impossibile.
Indiscrezioni raccolte dal Moscow Times sostengono infatti che l’inflessibile governatrice sia tornata a chiedere a Putin di esonerarla dall’incarico. Una teoria popolare a Mosca sostiene che ci avesse già provato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e che, alla fine, fosse stata costretta o convinta a rimanere in nome della salvezza dell’economia. In effetti, se la Russia non è ancora collassata nell’iperinflazione è merito in parte del rigore di Nabiullina, e Forbes Russia nota come dopo il 2022 la governatrice vesta quasi sempre di nero, rinunciando anche alle sue famose spille che un tempo facevano da commento ironico alle sue politiche monetarie.
Che d’ora in poi saranno difficilmente praticabili: una settimana fa la Duma ha approvato, in tutta fretta, in tre letture nello stesso giorno, un emendamento legislativo che permette al governo di aumentare le spese e il debito oltre i limiti previsti dalla finanziaria, senza consultare il parlamento.
In altre parole, il bilancio russo sarà d’ora in poi carta straccia. È la risposta del Cremlino alla diagnosi che Nabiullina e i ministri responsabili per l’economia avrebbero osato rivelare a Putin qualche giorno fa: la Russia vive ben sopra i mezzi e non può più permettersi bombardamenti di Kyiv che costano un paio di miliardi di euro a notte, meno che mai ora che lo sblocco di Hormuz promette di far scendere il prezzo del petrolio. Il risultato è stato che il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha annunciato, come rivelato dal Financial Times, tagli di bilancio per 180 miliardi di euro nei prossimi due anni e mezzo, lasciando però invariate tutte le voci di spesa militare.
(da La Stampa)

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“VANNACCI DICE CAZZATE, NON CONTA UN PIFFERO DI NIENTE. LA SMETTA DI FARGLI PROPAGANDA”. MASSIMO CACCIARI A “OTTO E MEZZO” ATTACCA LILLI GRUBER

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LA GRUBER RICORDA DI AVER INVITATO VANNACCI PERCHÉ HA FONDATO UN PARTITO, CACCIARI IRONIZZA: “SPERIAMO CHE SIA LA PRIMA E L’ULTIMA VOLTA”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.
La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può
essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.
Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.§
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IN CISGIORDANIA UN GRUPPO DI COLONI CRIMINALI ISRAELIANI HA DATO FUOCO ALL’INGRESSO DI DUE MOSCHEE, VICINO A RAMALLAH, E HA IMBRATTATO I MURI CON SLOGAN RAZZISTI E INCITANTI ALL’ODIO

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

QUATTRO PALESTINESI SONO RIMASTI FERITI DURANTE UN ATTACCO DI ESTREMISTI DELLO STATO EBRAICO A UNA CITTÀ A SUD DI NABLUS, DOPO ESSERE STATI AGGREDITI

Durante la notte coloni israeliani avrebbero incendiato l’ingresso di una moschea nel villaggio di Jaljilya, vicino a Ramallah in Cisgiordania. Lo riportano i media palestinesi. Non sono stati segnalati feriti.
Sono state pubblicate anche alcuni immagini dove si vede del fumo che fuoriesce dall’ingresso della moschea e. Inoltre i muri sono stati imbrattati con alcune frasi come “Ragazzi, svegliatevi”, “Notte delle moschee” e “Vendetta”.
I coloni israeliani hanno intensificato gli attacchi in Cisgiordania, incendiando due moschee a nord di Ramallah e imbrattandole con “graffiti razzisti”, secondo quanto riferito da testimoni locali.
I coloni hanno dato alle fiamme una moschea a Jaljilya e un’altra nella vicina città di Mazare Al-Nubani, causando danni materiali a entrambe le strutture. Il Ministero palestinese degli Affari Religiosi ha condannato gli attacchi, definendoli una grave violazione dei luoghi di culto e una violazione delle leggi internazionali a tutela dei siti religiosi, costituendo una pericolosa escalation e una provocazione in quanto prendono di mira luoghi sacri e simboli religiosi sia islamici che cristiani.
Il ministero ha ritenuto le autorità israeliane pienamente responsabili degli attacchi e delle loro ripercussioni, esortando la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani ad agire per proteggere i luoghi di culto e assicurare i responsabili alla giustizia. In un altro episodio, quattro palestinesi sono rimasti feriti durante un attacco dei coloni a una città a sud di Nablus, dopo essere stati aggrediti, e diversi veicoli sono stati danneggiati.
(da agenzie)

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FENOMENOLOGIA DI UNA DISFATTA CHIAMATA PNRR

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL DIVARIO TRA OBIETTIVI RAGGIUNTI E SPESA EFFETTIVA E’ IMMENSO

A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale. Il de profundis è stato suonato nientemeno che dal Financial Times che ha definito «un fallimento la gestione italiana del Pnrr». Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove.
A maggio la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, ha evidenziato un avanzamento complessivo del Piano. Sono stati, infatti, raggiunti i 50 obiettivi Ue previsti per il 2025 con un aumento complessivo del 72%. Dati rivendicati dal governo come un successo ma, come ricorda Pagella Politica, «l’analisi si concentra solo su alcuni progetti specifici, che rappresentano il 42 per cento delle risorse che si sarebbero dovute spendere durante tutto lo scorso anno». Così se ad esempio la digitalizzazione nella Pa corre e, anzi, è in anticipo sui tempi di completamento, resta il complessivo divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva, considerando anche lo slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026.
Il fallimento più eclatante è la gestione dei fondi destinati al superamento dei ghetti dei braccianti agricoli. Il governo Draghi aveva stanziato 200 milioni di euro per smantellare le baraccopoli, restituendo dignità a migliaia di lavoratori invisibili realizzando circa 11mila alloggi. Di quei fondi verranno spesi appena 24 milioni. I grandi insediamenti pugliesi, come Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono ancora senza acqua né luce. La Corte dei conti per la Puglia, a febbraio 2026, ha bocciato i piani per il superamento dei ghetti, dichiarando «del tutto
insufficiente» la gestione dei fondi Pnrr a causa delle inefficienze e dei ritardi accumulati.
Non meno critica è la situazione della sanità. I dati della Fondazione Gimbe fotografati al 31 dicembre 2025 raccontano una realtà impietosa: su 1.083 case di comunità finanziate solo 66 erano pienamente attive, vale a dire il 3,9% del totale, mentre 781 avevano almeno un servizio operativo. Non va meglio agli ospedali di comunità. Sui 594 progetti programmati solo 163 risultano avere almeno un servizio attivo (il 27,4% del totale previsto). Il rischio concreto è quello di lasciare in eredità alle future generazioni scatole vuote e mancanza di servizi territoriali. La riforma sui medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, e per ora saltata, prevedeva la presenza dei sanitari nelle case e negli ospedali di comunità. Ma se al momento la riforma resta ferma al palo il ministro ha ribadito che «si troverà la quadra perché è una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro».
Sulle infrastrutture, il divario territoriale è netto: il centro-nord ha rendicontato il 52,7% delle spese, il Mezzogiorno soltanto il 39,5%. E mentre si tagliano i fondi per collegare il Sud al resto d’Europa, si continuano a privilegiare grandi opere come il Ponte sullo Stretto, rimandando o rimodulando interventi sulla rete ferroviaria o autostradale. Secondo i dati di Banca d’Italia, il 40% dei cantieri è in ritardo mentre solo il 2% è completato e per le opere che superano i cinque milioni di euro, al 28 febbraio scorso il 48% non era ancora stato avviato. L’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, ad esempio, opera strategica per il Mezzogiorno ha subito un drastico definanziamento di 9,4 miliardi di euro dirottati verso «diversi capitoli di bilancio» mentre il completamento di altre grandi opere, spostate su diverse linee di finanziamento, è previsto per il 2032.
Come già scritto da Domani, i ritardi su edilizia scolastica rischiano di vanificare i fondi stanziati dal piano. Molti istituti fanno i conti con problemi di amianto, efficientamento energetico e danni strutturali con i quali si dovranno fare i conti a settembre fondi non spesi o, in alcuni casi, mai arrivati. Stessa sorte per gli asili nido, passati con l’ultima rimodulazione dagli oltre 254mila nuovi posti a 150mila, obiettivo difficilmente raggiungibile come certificato dall’Ufficio parlamentare di
bilancio. A farne le spese soprattutto i piccoli Comuni e le aree del Sud. E l’università? Dimezzato l’obiettivo dei 60mila posti letto per i fuori sede passati a 30mila, e tagliato il finanziamento da 1,1 miliardi di euro a 599 milioni per completare i progetti già avviati entro la rendicontazione del 31 agosto.
L’orologio corre e il percorso resta ancora in salita. Così se Openpolis dà per spesi 104,6 dei 194 miliardi stanziati, oggi restano da completare più di 100 progetti, mentre si deve riscuotere ancora la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. Nodo cruciale la trasparenza, il vero scoglio che dovrà superare il governo Meloni. Non basterà sbandierare le milestone per evitare di restituire i fondi, ma presentare progetti concreti anche perché il vicepresidente europeo Raffaele Fitto ha detto più volte che non ci saranno proroghe: solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni.
(da editoraledomani.it)

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