Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I SONDAGGI BY PAGNONCELLI: FDI AL 27,6%, LEGA AL 5,7% (LIVELLO PIU’ BASSO. DAL 2022), FORZA ITALIA 8,2% – IL PD E’ AL 20,1%, M5S 14,5%, AVS 6,8% – ITALIA VIVA 2,0%, +EUROPA 1,5%, AZIONE AL 3,1% – IL PARTITO DI VANNACCI E’ AL 4,8%
La politica interna ha visto innanzitutto il tema della crisi energetica, con costi sempre più pesanti per imprese e famiglie. Dopo la mancata uscita dalla procedura di infrazione europea per eccesso di deficit, altri elementi hanno segnalato difficoltà consistenti per il governo sotto il profilo economico: il rapporto Istat segnala un Paese in difficoltà, poco dinamico, invecchiato; si prevede che quest’anno il debito sarà il più alto d’Europa, superando anche la Grecia; da ultimo, la crescita prevista per l’Italia è molto bassa, di nuovo agli ultimi posti in Europa.
Un insieme di dati preoccupanti per le forze di governo che hanno anche manifestato su diversi temi, come sempre più spesso succede, posizioni distanti e a volte confliggenti.
Una boccata di ossigeno, per la compagine di governo, è però arrivata dai risultati delle recenti elezioni amministrative, che tutto sommato segnalano una buona tenuta del centrodestra, con qualche vittoria di rilievo come a Venezia e Reggio Calabria.
E le intenzioni di voto segnalano con evidenza come l’ipotizzata onda lunga a favore del centrosinistra dopo la vittoria referendaria non ci sia stata. Anzi: Fratelli d’Italia si rafforza rispetto al mese scorso, collocandosi al 27,6% con una crescita
dell’1,4%; crescita che compensa le perdite in particolare di Forza Italia (oggi all’8,2%, in calo dello 0,8%), mentre la Lega si colloca al 5,7%, sostanzialmente stabile al livello più basso dalle Politiche. Cresce dello 0,7%, invece, Futuro nazionale di Vannacci, oggi stimato al 4,8%. Tra le forze di opposizione il Pd perde il 2,2% e viene stimato al 20,1%, il dato più basso degli ultimi anni.
Sembra pagare la «non vittoria» delle amministrative (ma il conto di vincitori e perdenti si dovrà fare dopo i ballottaggi), in particolare a Venezia, su cui aveva molto investito. Stabili le altre forze, dai pentastellati stimati al 14,5% su cui non sembrano pesare i risultati non entusiasmanti delle elezioni locali, fino ad Avs (6,8%), Italia viva (2,0%) e +Europa (1,5%). Altrettanto stabile Azione, forza stimata al 3,1%.
Oggi incerti e astensionisti sono al 39,8%, due punti in meno rispetto ad aprile. Che l’onda del referendum non abbia avuto effetti si evidenzia non solo dai dati appena illustrati ma anche dai flussi di voto: tra gli elettori del No quasi un quarto è tornato ad astenersi, dato che invece scende al 16% tra chi votò Sì.
I risultati variano in funzione della presenza o meno di Futuro nazionale nella coalizione di centrodestra. Senza Vannacci (che, come vediamo dai flussi, ottiene voti principalmente dalla Lega, quindi da Fratelli d’Italia e in misura minore ma apprezzabile anche da chi alle Europee si è astenuto), il campo progressista otterrebbe il 44,9% contro il 42,3% del centrodestra e si aggiudicherebbe il premio di maggioranza con 220 deputati, il centrodestra ne avrebbe 148, Futuro nazionale 17, Azione 11, le altre forze 4.
Se invece Futuro nazionale fosse organico al centrodestra, questa coalizione otterrebbe il premio di maggioranza di 220 seggi, il centrosinistra ne avrebbe 165, Azione 11, gli altri 4. Naturalmente si tratta di stime che ipotizzano che, nelle diverse alleanze, tutti gli elettori dei singoli partiti convergano sulle coalizioni di riferimento.
Sappiamo però che non sempre la somma fa il totale: la presenza di Vannacci è esclusa da Forza Italia, mentre nel centrosinistra abbiamo visto gli elettori pentastellati scegliere in misura rilevante il candidato del centrodestra a Venezia. Insomma, non è detto che questa convergenza sia assicurata.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO “YOUTREND” IN OCCASIONE DEGLI 80 ANNI DEL REFERENDUM DEL 2 GIUGNO 1946: TRA CHI VOTA PARTITI DEL CAMPO LARGO, IL 65% E’ CONTRARIO A UNA NUOVA ASSEMBLEA COSTITUENTE – INCREDIBILMENTE C’E’ UN 14.6% DI ITALIANI CHE IN ITALIA VORREBBE LA MONARCHIA
In vista dell’80° anniversario della Repubblica, nel sondaggio Youtrend per Sky TG24
diffuso oggi è stato chiesto agli italiani cosa avrebbero votato al referendum del 2 giugno 1946, se avessero potuto partecipare. L’85,4% indica la Repubblica, mentre il 14,6% sceglierebbe la Monarchia: un divario molto più ampio rispetto al risultato reale di 80 anni fa, quando la Repubblica vinse con il 54,3% contro il 45,7% della Monarchia.
Dal sondaggio emerge inoltre come l’antifascismo venga considerato l’elemento che ha maggiormente unito gli italiani in questi 80 anni dal 59% degli elettori del campo largo, quota che scende al 18% tra chi vota il centrodestra.
Per quanto riguarda la Costituzione, il 69% degli italiani la considera ancora attuale – percentuale che sale al 92% tra gli elettori del campo largo – mentre il 22% la ritiene superata, dato che raggiunge il 32% nell’elettorato di centrodestra.
Nonostante ciò, il 45% degli italiani – e il dato sale al 64% tra chi vota per il centrodestra – si dice favorevole all’elezione di una nuova Assemblea Costituente, composta dai partiti attuali e incaricata di scrivere una nuova Costituzione. Di opinione opposta il 42% degli intervistati, contrari a una nuova Costituente – e tra gli elettori del campo largo sono il 65%.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
ARIA DI ELEZIONI PER EVITARE CHE VANNACCI AUMENTI I CONSENSI, NELLA LEGA SI PREPARANO ALTRE USCITE
La differenza: Meloni prepara le elezioni e il Pd i gettoni (per le primarie). O si va in guerra contro la Russia, che lancia droni in Romania, o alle urne. Ascoltate Angelo Bonelli: “Ho questa idea: Meloni vuole andare al voto ora, presto, a
novembre”. Si sta deteriorando lo scenario. Si ragiona al nord, all’interno della Lega, di dare un “segnale potente”, che può essere la richiesta di istituzionalizzare la doppia Lega, fino all’impensabile: un congresso straordinario per una svolta. Vannacci fa organizzare cene a Roma e continua il suo ratto Lega. All’ultima ha partecipato Angelo Bof mentre Domenico Furgiuele, altro leghista, dice ora al Foglio: “Io non voglio morire né da partigiano, né da democristiano. Tra Calenda e Vannacci sceglierò sempre Vannacci. Matteotti? La Camera è diventata un museo, si scoperchiano solo targhe”.
Questo è Furgiuele, il Ferragamo della Lega, il deputato che ha portato la Remigrazione alla Camera, un altro puntato da Vannacci: “Io non voglio morire da partigiano. A me tutte queste targhe che si scoperchiano, come quella di Matteotti, non piacciono. A me scoperchiare targhe non appassiona. Sento che a Vigevano è stato nominato Centinaio come commissario Lega, ebbene, perché questa nomina di Centinaio?”. Vannacci ha promesso che prima della sua San Sepolcro, a Roma, la prima assemblea nazionale di Futuro Nazionale, il numero dei parlamentari raddoppierà. Edoardo Ziello, il vice generale, sta dicendo che dopo il 2 giugno ci “sarà il botto e altri leghisti faranno il loro ingresso in FN”. Sono attesi per questa settimana almeno tre nuovi ingressi: Bof e i due ex leghisti passati in Forza Italia, Pierro e Bergamini. Sono deputati agganciati da Ziello. Li invita a cena, a via dei Coronari, e i leghisti camminano rasente i muri per non farsi vedere. Quando gli viene chiesto, rispondono come Pietro: “Tradire, io? Mai farei questo a Matteo”. Salvini è consapevole che serve accelerare prima che Vannacci eroda consenso. I leghisti hanno delle proiezioni da brividi. Se passa la nuova legge elettorale, si potrebbero avere venti deputati Lega alla Camera. C’è qualcosa di strano anche nella richiesta di Vannacci, uno che è digiuno di legge elettorale (a una riunione avrebbe chiesto come funzionasse con il premio). Sta dicendo di concentrarsi solo sulla Camera e di lasciare perdere il Senato perché il Btp di Vannacci è il tempo. La sua scommessa è che fra un anno il consenso non potrà che aumentare. Strappare senatori potrebbe mettere a rischio il governo e Vannacci non lo vuole: è il primo ad augurare lunga salute al governo Meloni. Dice Bonelli: “Sono arcisicuro che la Corte costituzionale boccerà la nuova legge elettorale, ma Meloni sta accelerando
per aggirare la bocciatura. Mi sto convincendo, lo ripeto, che Meloni voglia portarci al voto, ora”. Bonelli pensa addirittura novembre, in maggioranza ritengono aprile, maggio. E’ la destra che fa l’agenda della sinistra. Il Pd si augura che la Lega possa alla fine provocare l’incidente sulle preferenze e mandare a monte tutto mentre Salvini vuole, e lo chiede, che la legge passi senza scherzi. Perché? Il partito di Salvini è vulnerabile. Tra Milano, Venezia, Trieste corre l’idea che è necessario intervenire subito, pensare a un’operazione decorosa per contenere questo declino, un’operazione che permetta a Salvini di restare il nome nobile del partito ma con una formula nuova. Da anni si discute di questi tentativi, ma ora c’è Vannacci fuori dalla Lega che fa campagna contro la Lega. Sia Zaia, Fedriga sia Attilio Fontana sono convinti che Vannacci sia “un fenomeno” e difficilmente si esaurirà. Nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare la parola anche perché sembra aberrante, ma si sussurra: si teme il “sorpasso” di Vannacci sulla Lega. Se restasse la vecchia legge elettorale, la Lega potrebbe ottenere un numero maggiore di parlamentari ma sembra quasi che Salvini si accontenti di un reparto scelto di leali. Bonelli, ancora: “Meloni avrà il problema della legge di Bilancio, del Safe. Se la legge verrà approvata una cosa è certa: la sinistra sarà pronta”. Le priamrie le chiede ufficialmente Giuseppe Conte, che ora dichiara: “Ormai da tempo si parla di primarie, a questo punto possono essere una soluzione”. Sono necessarie anche per Elly Schlein che teme il tavolo fra leader, la trappola. La contesa riguarda il numero dei candidati alle primarie, il voto online, il doppio turno e, attenzione, l’obolo, il gettone. Le primarie vengono costruite dalla macchina organizzativa del Pd. C’è un aspetto di cui si è parlato pochissimo ma che non è gradito a Conte. Alle ultime primarie chi ha votato, ha versato due euro. E’ più facile che versi un elettore del Pd che uno del M5s. E’ un’idea avvalorata dal M5s, che fa sapere di “non gradire elementi che ostacolano la partecipazione”. L’obolo è un ostacolo. Il doppio turno dipende invece dal numero dei candidati. Secondo Calenda, i candidati, alla fine, saranno quattro (occhio a Gori e Renzi), e Calenda, che usa malizia, si chiede: il candidato di Renzi appoggerà al secondo turno Schlein o Conte? Calenda propende per il secondo. La Russia minaccia i nostri sonni, quelli della destra li minaccia Vannacci. Furgiuele è contro le targhe ma i vannacciani sono per le lapidi. A
Modena, il suo Futuro Nazionale ha fatto un post con la tomba della Lega e la frase: “Lega Modena, 1991-2026. Si è spenta oggi dopo aver scelto la moderazione, la distanza dalla sua gente e l’irrilevanza politica”. Salvini lo chiamava “generale”, ma era il cassamortaro.
(da ilfoglio.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER LEI LA COLPA E’SEMPRE DI BRUXELLES, DEI GIUDICI, DEL DESTINO, MAI DI CHI GOVERNA DA 4 ANNI
Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione
europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.
I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.
Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.
L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.
I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.
Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.
I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.
La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.
Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.
(da lanotiziagiornale.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA BIPOLARISMO MELONI PERDEREBBE LA LEADERSHIP DEL CENTRODESTRA E IL RITORNO A PALAZZO CHIGI
Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.
A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.
La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.
Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.
In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.
Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la
battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.
Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?
(da lespresso.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO 4 ANNI FA ATTACCO’ DRAGHI AFFERMANDO CHE L’UCRAINA NON POTEVA ENTRARE NELLA UE
È empiricamente provato: non esiste materia dello scibile politico su
cuiCalenda non si sia contraddetto. Il suo problema però è che è sempre molto severo con chi non la pensa come lui, esponendosi agli sberleffi di chi gli ricorda le sue posizioni passate (o future). L’ultimo caso è l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Calenda ha preso a dare dei putiniani a tutti, soprattutto Lega e M5S (Conte è “l’avvocato del popolo russo”), annunciando senza timore di smentita che “l’Ucraina deve entrare nella Ue con corsia preferenziale perché ha difeso l’Europa”.
Peccato che 4 anni fa, a guerra già scoppiata, Calenda fosse pure lui putiniano, arrivando persino a contraddire Mario Draghi: “Ha sbagliato, l’Ucraina non ha nessuna delle condizioni che le consentono di entrare nel processo di ammissione nell’Ue. E poi se continuiamo ad allargare non costruiremo mai un’Europa forte, l’abbiamo visto col clamoroso errore dell’allargamento a Est”. Diceva Roberto Ruffilli: ormai siamo tutti troppo vecchi per essere coerenti. Ma in questo Calenda è un enfant prodige.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ INTENTI A FARE LA GUERRA A SILVIA SALIS CHE A DEFINIRE PROGRAMMI E PERCORSO
I sondaggi politici che misurano, quasi giorno dopo giorno, il divario tra centrodestra e campo largo, hanno qualcosa di surreale. Uno dei duellanti, il campo largo, molto semplicemente non esiste. È una supposizione alla quale non ha fatto seguito niente di chiaro e di significativo, se non qualche generoso tentativo di alleanza locale.
Come è composto il campo largo? Ha un programma, un percorso, è stata fissata una data nella quale, salvo altri impegni impellenti, i leader possono incontrarsi e cominciare a scambiarsi un po’ di idee sul da farsi? Al di là di lodevoli quanto fantomatiche intenzioni di “ascoltare cosa dicono i giovani attivisti e il mondo associativo” (è mai esistito un partito di sinistra, nella storia, che abbia annunciato di non avere la benché minima intenzione di ascoltare cosa dicono i giovani e il mondo associativo?), qualcuno sta lavorando concretamente a quel programma, sta prendendo appunti, sta leggendo documenti, sta scambiando opinioni con i pari grado degli altri partiti? Se questo sta accadendo, sarebbe bene comunicarlo agli elettori potenziali: che per il momento non hanno notizie, e magari gradirebbero sapere come diavolo si presenteranno al voto politico, le opposizioni. Si sa solo, per adesso, che intendono partecipare.
Si fa notare che il centrodestra non ha alcun programma comune e che i suoi componenti sono divisi su molte cose, per esempio la politica estera. Ma sono molto differenti i due corpi elettorali, quello di centrosinistra più critico, più esigente. Meno facile da accontentare. A desta basta un “no all’immigrazione” che a sinistra deve diventare, necessariamente, “come governare l’immigrazione e lavorare per l’integrazione”. È più difficile. Dunque ci vuole più tempo per capire il da farsi: e il tempo stringe.
(da Repubblica)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’ORGANIZZAZIONE IDSF, COSTITUITA DA EX MEMBRI DELLE FORZE DI SICUREZZA ISRAELIANE, PUO’ ENTRARE LIBERAMENTE AL PARLAMENTO EUROPEO E TUTELARE GLI INTERESSI MILITARI DI NETANYAHU
Ci sono anche loro al “Mickey Mouse”, il bar del Parlamento europeo.
Lochiamano così perché lo schienale e i braccioli tondeggianti delle sedie ricordano la testa del personaggio di Walt Disney. È anche noto per essere il bar preferito da eurodeputati e lobbisti per un caffè informale. È per questo che qui può capitare di imbattersi in loro: i rappresentanti dell’Idsf, l’Israel defense and security forum. Gran parte dell’organizzazione è costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, provenienti da Idf, Mossad, Shin Bet e polizia. Il loro obiettivo, come esplicitato sul loro sito, è di promuovere un’agenda politica che tuteli gli interessi militari di Tel Aviv. L’Idsf risulta iscritto nel registro di trasparenza dell’Ue. Tuttavia, l’anno scorso, un’inchiesta di Follow the Money aveva rivelato come le attività di lobby dell’organizzazione fossero iniziate prima della loro registrazione e come alcuni degli incontri tra i rappresentanti dell’Idsf e membri del Parlamento europeo si fossero svolti in violazione dei criteri di trasparenza. Ne è un esempio l’incontro, non dichiarato, tra l’eurodeputata del Pd, Pina Picierno, e il presidente e fondatore dell’Idsf, Amir Avivi, un ex generale di alto rango dell’Idf oggi in pensione
Nei suoi interventi Avivi si dichiara contrario all’esistenza di uno Stato palestinese§
e a favore degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. «La creazione di uno Stato palestinese in Giudea e Samaria (ovvero in Cisgiordania) costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele», si legge a chiare lettere sul sito dell’Idsf. «Soprattutto, la Giudea e la Samaria, e in particolare Gerusalemme, sono il cuore del motivo per cui il popolo ebraico è tornato nella propria patria, come sancito dal diritto internazionale. Senza di esse, il popolo ebraico non può sopravvivere». I loro interessi a Bruxelles vengono portati avanti anche con l’aiuto di una società di consulenza con sede a Milano, la B&K Agency, guidata dall’italiano Luca Bertoletti e l’ucraina Julia Kril.
A gennaio di quest’anno il massacro di manifestanti compiuto dal regime iraniano ha sconvolto il mondo. Davanti a tali atrocità, il 12 gennaio, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha reagito vietando l’accesso ai locali dell’Eurocamera ai rappresentanti della Repubblica islamica. La decisione di Metsola, per quanto condivisibile, fa cadere la maschera dietro cui le istituzioni europee si nascondono. Quando interrogate sulla loro inazione nei confronti di Israele, molto spesso la risposta è che per poter agire serve il consenso degli Stati membri. In molti casi ciò è vero, ma non in tutti, come mostra questa vicenda. Un funzionario molto vicino alla presidente ha confermato a L’Espresso che Metsola ha effettivamente il potere di decidere a chi impedire l’accesso. Tuttavia, la fonte, che ha tutto l’interesse a proteggere l’immagine della numero uno del Parlamento, afferma che a livello pratico la decisione viene presa previa consultazione informale con i presidenti dei gruppi politici. La sostanza però non cambia: il potere di decidere lo ha Metsola. Le forze di sicurezza israeliane sono state inserite dall’Onu nella cosiddetta lista della vergogna, ovvero un elenco degli attori statali e non statali che hanno commesso gravi crimini contro i minori. Nella prima categoria, insieme al braccio armato di Tel Aviv, ci sono gli eserciti di Russia, Myanmar, Sudan, Sud Sudan, Congo, Siria e Somalia. In particolare, le forze israeliane vengono accusate di uccidere e mutilare bambini e di attacchi contro scuole e ospedali. Che sia per mancanza di coraggio politico o per assenza di volontà, rimane il fatto che ancora oggi rappresentanti di forze armate accusate di crimini così atroci possono entrare nel Parlamento per portare avanti i propri interessi.
(da lespresso.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
A COMPROMETTERE DEFINITIVAMENTE LA POSIZIONE DI TRUMP È STATA LA GUERRA IN IRAN, MA A PENALIZZARLO È SOPRATTUTTO LA GESTIONE DELL’ECONOMIA. AGLI AMERICANI NON INTERESSANO I CONFLITTI, MA SOLO IL LORO PORTAFOGLIO: IL 63% RITIENE CHE LA SUA SITUAZIONE FINANZIARIA STIA PEGGIORANDO
Donald Trump è il presidente più “impopolare da quando abbiamo avviato i nostri sondaggi nel 2009. Il suo indice di gradimento netto è -24. Il 34 lo approva, il 58% non lo approva e il 6% non è sicuro”.
Lo afferma The Economist, sottolineando che la guerra in Iran ha compromesso la posizione di Trump ma è la sua gestione dell’economia a penalizzarlo davvero.
Tre quarti degli americani ritengono infatti le condizioni economiche ‘discrete’ o ‘scarse’ e un 63% ritiene che la situazione stia peggiorando. I modelli di previsione usati da The Economist indicano che i democratici hanno nove chance su dieci di conquistare il controllo della Camera mentre il Senato è in bilico.
(da agenzie)
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