Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“PER LA PRIMA VOLTA DALL’UNITÀ D’ITALIA, IL PAESE CONTA PIÙ CITTADINI ALL’ESTERO (6,4 MILIONI) CHE STRANIERI REGOLARMENTE RESIDENTI SUL PROPRIO TERRITORIO”… “L’ITALIA FORMA TALENTI GRAZIE ALLE IMPOSTE DEI CONTRIBUENTI PER POI CEDERNE LA PRODUTTIVITÀ E IL GETTITO FISCALE AD ALTRI PAESI”
Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4
milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso,
avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica né con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere.
Il vecchio paradigma «povertà/emigrazione» è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio capitale umano altamente qualificato/opportunità globali.
Questo storico sorpasso non è una semplice statistica: chi lascia l’Italia appartiene spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale.
Ogni anno il Paese perde una popolazione equivalente a quella di città come Avignone o La Rochelle. Tra il 2011 e il 2024, 486.000 giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.
Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente.
Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale.
L’Italia forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi. Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo. Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una situazione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.
L’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine
La prima asimmetria è il divario con i partner europei. Mentre la Germania attira 400.000 lavoratori qualificati all’anno e la Francia ne accoglie 80.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 annualmente — un rapporto di 1 a 100 rispetto a Berlino, di 1 a 20 rispetto a Parigi. Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo.
I Paesi dell’Europa del Nord attraggono i talenti globali trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non attira i loro equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno. Questa asimmetria non riflette un deficit di competitività salariale — le differenze con Francia o Spagna sono minime — ma un deficit di fiducia nel futuro del Paese.
La seconda asimmetria è la sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza sostituirli: opera una sostituzione qualitativa inversa.
Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori complessivamente meno istruiti e concentrati in settori a bassa e media qualificazione. Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco o Londra vengono sostituiti da manodopera impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi alla persona. Questa dinamica non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma una constatazione economica ineludibile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.
Queste due asimmetrie — geografica e qualitativa — si rafforzano reciprocamente. Non segnalano una crisi passeggera, bensì una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia di servizi di base e di subfornitura industriale, mentre i suoi vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.
L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è una fuga dalla povertà, ma una scelta consapevole. Le nuove generazioni si spostano con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.
L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, la cui età media è di 64 anni, blocca di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa la risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare i loro anni più preziosi aspettando un’opportunità che spesso non arriva mai, in un sistema che seleziona in base all’anzianità e protegge per appartenenza, non per merito. Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.
Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. Precarietà del lavoro, salari insufficienti e assenza di prospettive rendono la costituzione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.
Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore a quello degli uomini. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.
Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno
Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori affermati in hub come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.
Le stime convergono: il loro ritorno massiccio genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accoglierebbero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali. Ma questi benefici si materializzeranno a una sola condizione: che l’Italia si doti di politiche serie […]e che sia pronta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti a partire. Senza quest
rottura, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: proiezioni prive di radicamento nella realtà.
Trasformare questa perdita in un attivo strategico è possibile — gli strumenti esistono, gli esempi stranieri abbondano. Ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo. Una classe dirigente la cui età media supera i 64 anni, che riduce gli incentivi al rientro dei talenti, invia un messaggio inequivocabile ai giovani: andatevene, qui non siete attesi. L’Italia non soffre di una carenza di giovani. Soffre di una carenza di visione strategica per il proprio futuro.
(da lefigaro)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IN QUESTO SCENARIO, LE POTENZE AGISCONO COME LE FLOTTE PIRATESCHE, CHE CERCANO DI CONTROLLARE LE MATERIE PRIME, LE ROTTE COMMERCIALI E LE TECNOLOGIE CRITICHE PRIMA CHE LO FACCIANO GLI ALTRI – NON SI TRATTA PIÙ DI CREARE VALORE BENSÌ DI SOTTRARLO AGLI ALTRI
Ve ne sarete accorti: il capitalismo non è più quello di una volta, quando tutto girava attorno al libero mercato. Oggi le grandi potenze sono tornate a competere per accaparrarsi e monopolizzare le risorse scarse in un mondo finito. «The world is not enough», diceva James Bond; lo sostiene anche lo storico dell’economia Arnaud Orain in un saggio appena uscito per Einaudi, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine.
Per approdare alla comprensione di questo nuovo capitalismo, ci sono due rotte. La prima, più lunga e impegnativa, consiste banalmente nel leggere il libro in questione. La seconda è più originale e prevede di seguirmi nell’universo di One Piece.
È uno dei franchise giapponesi più redditizi e iconici della storia, un record assoluto nel mondo dell’editoria con più di seicento milioni di copie del manga in circolazione; ma è anche una potente allegoria della contemporaneità. Non a caso, nelle manifestazioni di tutto il pianeta sventola la sua bandiera: un teschio col cappello di paglia.
One Piece è un manga di Eiichiro Oda lanciato nel 1997, ma anche un anime che dura da un quarto di secolo nonché una serie Netflix giunta in questi mesi alla seconda stagione.
Il primo episodio si apriva parlandoci di un mondo «brulicante di misteri e traboccante di pericoli, con centinaia di isole sparpagliate su vasti mari; e su questi mari c’è chi vive secondo le proprie regole, chi brama una vita di libertà e di avventure: questo è un mondo di pirati». E se fosse anche il nostro mondo?
Le ragioni del successo di One Piece, oramai transgenerazionale, sono varie e stratificate
Innanzitutto c’è l’originalità del suo world-building cartoonesco – un po’ western, un po’ steampunk, un po’ parco d’attrazioni L’epopea offre una galleria di personaggi variopinta
La serie intercetta le ansie dell’opinione pubblica globale introducendo i “Draghi celesti” e il loro “governo mondiale”, un’organizzazione corrotta che protegge i privilegi dei potenti. Inevitabili le letture politiche, sfortunatamente anche quelle antisemite. Ma One Piece vola molto più alto perché riesce a rappresentare in modo semplice il concetto economico al quale Arnaud Orain dedica centinaia di pagine, quello di capitalismo della finitudine.
In effetti il titolo della serie fa riferimento al tesoro nascosto dal vecchio re dei pirati, Gold Roger, prima di morire. Chi metterà la mano sul One Piece diventerà automaticamente il nuovo re.
Ma questa promessa è soprattutto una maledizione lanciata al mondo intero, come si evince ancor più chiaramente dalla prima scena della serie Netflix. La sfida di Gold Roger apre di fatto una grande epoca di pirateria, nella quale appare più allettante concentrare le energie nell’accaparramento piuttosto che nella creazione di nuova ricchezza. Inizia così una guerra di tutti contro tutti: improduttiva, disperata, distruttiva.
La nostra situazione geopolitica non è poi tanto dissimile: un’arena globale dove la prospettiva della crescita economica ha ceduto il passo a una competizione per mettere mano sui fattori di produzione, come racconta Orain. Se il neoliberismo prometteva di allargare la torta attraverso il libero commercio e l’innovazione – beata illusione, durata poco! – il capitalismo della finitudine presuppone che la torta sia di dimensioni fisse e che l’unica strategia razionale sia sottrarne una fetta ai propri concorrenti.
In questo scenario, le potenze agiscono come le grandi flotte piratesche, cercando di assicurarsi il controllo delle materie prime, delle rotte commerciali e delle tecnologie critiche prima che lo facciano gli altri. Non si tratta più di creare valore bensì di estrarlo in un gioco a somma zero dove il guadagno dell’uno coincide con la perdita dell’altro. Un capitalismo, dunque, sempre meno pacifico.
Siamo entrati anche noi in una nuova era dei pirati? Scrive Orain che il capitalismo della finitudine è «sospeso tra la guerra e la pace, poiché istituisce il rapporto di forza armato come proprio orizzonte naturale e non come spiacevole eccezione
Nella trilogia di romanzi Tortuga, Veracruz e Cartagena (2008-2012) Valerio Evangelisti suggeriva che la violenza piratesca del Seicento fosse una prefigurazione del capitalismo. Al contrario, secondo il sociologo Max Weber, il capitalismo moderno nasceva dal superamento di quel vecchio capitalismo “di rapina”.
Chi ha ragione? Forse entrambi. Il capitalismo moderno ha sicuramente un approccio più razionale, ma la violenza non è scomparsa: è stata concentrata nelle mani di pochi attori legittimi, che furono prima le Compagnie e poi gli Stati.
Questa è anche l’ambizione del Governo Mondiale e della sua Marina nell’universo di One Piece: imporre il proprio monopolio sui mari per mettere fine all’era dei pirati. Ma Eiichiro Oda non smette di mostrarci quanto sono simili i metodi dei “buoni” e quelli dei “cattivi”.
Il trionfo del capitalismo ha richiesto la “securizzazione” del commercio marittimo attraverso – lo ricorda Orain nel suo libro – la militarizzazione delle rotte. Quindi, a partire dall’Ottocento la scomparsa dei pirati è effettivamente connessa alle trasformazioni della catena del valore internazionale, all’aumento dell’output produttivo globale e alle emissioni di anidride carbonica.
La pirateria, però, non è mai del tutto scomparsa. Negli ultimi anni è riapparsa lungo le grandi rotte strategiche, come il Corno d’Africa. Gli attacchi obbligano le compagnie a deviare le rotte, aumentando i costi di assicurazione e il tempo di trasporto, spezzando in più punti la catena del valore internazionale. Questo revival del capitalismo di rapina coincide con il trionfo del capitalismo della finitudine, poiché dietro ognuna di queste ciurme di bucanieri c’è un potere politico che muove le sue pedine nel grande gioco della geopolitica.
È in questo quadro generale che devono essere lette le ambizioni militari di Donald Trump, dall’Artico allo stretto di Hormuz: come una rapina più grande per assicurare la sicurezza dei flussi del capitale americano.
Il vero protagonista di One Piece è un pirata particolare: non ruba, non tortura, non uccide. Monkey D. Luffy ha un’idea tutta sua della pirateria come ricerca della libertà. Sognando di diventare re dei pirati, intende emancipare sé stesso e tutti gli
altri. Per farlo deve innanzitutto costituire una ciurma […] attraverso il suo ottimismo contagioso. Luffy è un […] un apologeta della cooperazione in un mondo di concorrenza spietata.
È proprio attraverso questa solidarietà orizzontale che i protagonisti propongono un’alternativa alla simmetrica violenza dei pirati e del governo mondiale: la ricchezza non è un tesoro da sottrarre agli altri, ma risiede nella libertà di costruire un destino comune in un mondo che resta aperto alla speranza del cambiamento.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
BUCAREST HA CHIESTO L’ATTIVAZIONE DELL’ART 4 DELLA NATO
Un drone proveniente dalla Russia ha colpito nella notte di ieri un edificio
residenziale a Galați, città romena situata sulle rive del Danubio e a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina. L’incidente ha provocato un incendio e il ferimento lieve di due persone, alimentando forti preoccupazioni sul fronte della sicurezza regionale. Secondo il ministero della Difesa della Romania, il velivolo ha violato lo spazio aereo nazionale per circa «quattro minuti» prima di schiantarsi sul territorio romeno. Il drone faceva parte di uno sciame di 43 velivoli senza pilota «diretti contro obiettivi in Ucraina».
Un Geran-2 di fabbricazione russa
Le autorità di Bucarest hanno identificato il velivolo come un Geran-2, la versione russa del drone iraniano Shahed-136. Il ministro della Difesa ad interim, Radu-Dinel Miruță, ha dichiarato che il drone era stato individuato dai radar e che i caccia romeni avevano ricevuto l’autorizzazione ad aprire il fuoco. Tuttavia, l’abbattimento non è stato effettuato per evitare conseguenze più gravi nelle aree abitate. Il generale di brigata Gheorghe Maxim ha spiegato che le forze armate romene «non hanno avuto il tempo necessario per completare le procedure di identificazione, classificazione e ingaggio del bersaglio». Inoltre, ha sottolineato l’esistenza di vincoli legali che impediscono di aprire il fuoco qualora vi sia il rischio di colpire lo spazio aereo di un Paese vicino. Maxim ha precisato che l’episodio «non viene considerato un attacco deliberato della Russia contro la Romania», pur ribadendo che Mosca rappresenta una minaccia per la sicurezza dei Paesi dell’area.
Bucarest valuta l’attivazione dell’articolo 4 della Nato
La ministra degli Esteri ad interim, Oana Toiu, ha dichiarato che l’incidente rientra tra i casi che possono giustificare l’attivazione dell’Articolo 4 del Trattato Nato. La disposizione consente agli Stati membri di avviare consultazioni quando ritengono minacciate la propria integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza nazionale. L’eventuale attivazione non comporterebbe automaticamente una risposta militare, ma aprirebbe un confronto formale tra gli alleati sulle misure da adottare. A poche ore dall’accaduto, il governo romeno ha dichiarato «persona non gradita» il console generale della Russia a Costanza, disponendone l’espulsione. Mentre la Nato ha annunciato il trasferimento di ulteriori sistemi di difesa aerea sul territorio romeno per rafforzare la protezione del fianco orientale dell’Alleanza.
Sprezzanti le parole di Dmitry Medvedev, ormai avvezzo a provocazioni, insulti e minacce via social, che ha avvertito i cittadini europei: «Sono finiti i vostri sonni tranquilli. L’Ue è entrata unilateralmente in guerra con la Russia, chiedete conto» ai vostri leader, ha ammonito.
La condanna dei leader europei
L’episodio ha provocato una dura reazione da parte dei partner occidentali. La Nato lo ha definito un «gesto irresponsabile» da parte di Mosca. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accusato la Russia di alimentare ulteriormente le tensioni nella regione, l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha denunciato quella che ha definito una «chiara violazione della sovranità della Romania». Mentre la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha condannato con fermezza l’accaduto, sottolineando come la «guerra di aggressione» russa rappresenti una minaccia per la sicurezza dell’Europa.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL ROMANZIERE TIZIANO SCARPA: “A VENEZIA ORMAI CI SIAMO RASSEGNATI. NON CONTIAMO NIENTE, SIAMO TROPPO POCHI, IL NOSTRO SINDACO SI ELEGGE A MESTRE E MARGHERA”
Non dovrebbe cantare vittoria con toni troppo trionfali Simone Venturini, il nuovo sindaco di Venezia. Le urne hanno dimostrato che la città non è dalla sua parte e non è soddisfatta della gestione della giunta precedente, di cui era assessore. Venturini è un sindaco eletto a Mestre e Marghera (dove è nato e cresciuto) che, grazie allo schiacciante squilibrio demografico fra i vari centri del comune, si troverà a governare anche Venezia.
E lasciamo perdere che anche lui, come assessore al Turismo, abbia fatto parte fino a oggi di un’amministrazione in cui un suo collega ha patteggiato condanne giudiziarie per complessivi quattro anni e otto mesi: in qualunque altra città una giunta comunale sarebbe caduta per molto meno
Quanto ai risultati elettorali reali, basta guardare la mappa grafica del voto: la parte del territorio del comune situata in terraferma (Mestre e Marghera) è ricoperta di giallo, il colore scelto dalla lista civica di Venturini; ma Venezia è di tutt’altro colore, perché qui ha vinto di gran lunga l’alleanza del campo largo. A Venezia (il cosiddetto centro storico) il concorrente Andrea Martella del Pd ha prevalso su Venturini con il 51,4 per cento contro il 34,8 per cento.
È sempre così, a Venezia ormai ci siamo rassegnati: non contiamo niente, siamo troppo pochi, il nostro sindaco si elegge a Mestre e Marghera, che comprensibilmente scelgono chi risulta più propizio ai loro interessi.
Simone Venturini non è il nostro sindaco, non volevamo lui: la mia non è una sensazione, è il dato delle urne. Il perché lo si può intuire anche dalle sue dichiarazioni del giorno dopo l’elezione, in cui dimostra di non capire che cosa sia Venezia, se a una domanda sui recenti casi di controversie alla Biennale e alla Fenice ha risposto con la solita retorica populista: «Temi cari al ristretto circolo dell’intellighenzia mediatica di sinistra. La gente pensa alla casa, al lavoro, ai trasporti e alla sicurezza».
Peccato che Venezia sia un’entità storico-culturale vivente, che produce economia e lavoro a partire proprio dalla sua potenza simbolica concreta, di cui fanno parte anche le sue istituzioni culturali, Biennale e Fenice comprese; compito di un sindaco non è denigrare le sue componenti sociali, semmai battersi per preservare con ogni mezzo il prestigio e la credibilità delle produzioni culturali di una città speciale come questa.
Altro che «intellighenzia»: la realtà è che proprio «la gente», a Venezia, Venturini l’ha bocciato; in centro storico il nuovo sindaco ha perso sonoramente; il che significa che abbiamo bocciato lui, il suo ticket di accesso e il suo programma, ma ci toccherà tenercelo, perché gli elettori e le elettrici di Mestre e Marghera hanno deciso per noi.
In verità ciò che mi preoccupa più di tutto è l’intenzione di Venturini, che tra l’altro si dichiara cattolico, di portare da queste parti l’industria bellica, sfruttando il potenziamento dell’economia di guerra, che a quanto pare è la via che questa affranta Europa sta imboccando per rivitalizzare le proprie industri
In passato Venezia ci ha provato varie volte a separarsi da Mestre e Marghera (1979, 1989, 1994, 2003, 2019: gli ultimi due referendum non hanno nemmeno raggiunto il quorum, perché evidentemente è una questione che interessa solo agli abitanti di Venezia, che sono minoranza: dunque non se ne esce). Io ai referendum votai per mantenere l’unità del territorio comunale,
Venezia è un’eccezione, e come tale va riconosciuta
Dobbiamo ottenere dalla nostra Repubblica una rifondazione delle strutture istituzionali che governano Venezia, a partire dalla separazione del centro storico dall’attuale comune, con, in più, leggi ancora più specifiche che riconoscano, davvero e fattivamente, la sua eccezionalità.
(da “Domani”)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOME DEL CANDIDATO A PALAZZO CHIGI NON SARÀ SULLA SCHEDA MA ANDRÀ INDICATO ALLA CONSEGNA DELLE LISTE. E LA COALIZIONE DOVRÀ PRESENTARE UN PROGRAMMA COMUNE… RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE, AL MOMENTO ESCLUSE: LA BASE DI FDI VUOLE INSERIRLE, FORZA ITALIA SI OPPONE
Come andremo a votare alle prossime elezioni, se passerà la legge elettorale così com’è nell’ultima versione, in discussione alla Camera dal 26 giugno e al Senato a settembre? Per coalizioni, con un candidato premier e un programma condiviso, con il proporzionale, senza i collegi.
Qualora una coalizione superasse il 42% dei consensi, avrebbe un consistente premio “di governabilità” che la porterebbe sopra al 55% dei seggi.
Si voterà dunque per coalizioni o anche per singoli partiti (con soglia di sbarramento al 3%) che presenteranno liste di candidati in ogni circoscrizione senza possibilità di indicare le preferenze. Verrà presentata dalle coalizioni anche una seconda lista di nomi (70 per la Camera, 35 per il Senato) che entreranno in Parlamento nel caso in cui superino il 42% dei consensi. Di nuovo nessuna preferenza.
È stato posto un tetto massimo di 220 deputati e di 113 senatori, per fermarsi al 55% dei seggi. Se però una coalizione raggiungesse il 42% solo in un ramo del
Parlamento, oppure se ci fossero maggioranze diverse tra Camera e Senato, il premio non scatterebbe.
Diventa obbligatoria l’indicazione di un programma comune di coalizione e di un candidato premier già al momento della presentazione delle liste. Il nome non comparirà sulla scheda perché spetta al Capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio, ma sarà comunque un vincolo politico per i partiti che si coalizzano
L’indicazione del nome del premier è abbastanza facile per l’attuale centrodestra, sarà invece un passaggio doloroso per il Campo Largo dove non c’è accordo su questo.
C’è uno strano metodo di calcolo per determinare il 42% dei voti: si raggiunge su base nazionale, ma escludendo il voto degli Italiani all’Estero e quello degli elettori della Valle d’Aosta e del Trentino Alto-Adige. Sono ben 27 seggi fuori quota.
Formalmente ciò avviene per garantire la rappresentanza delle minoranze. Si può avere però un effetto perverso, come segnalato dal costituzionalista Stefano Ceccanti: «L’esclusione dal computo di due regioni incide non soltanto per il tetto in seggi, perché così la coalizione che ottiene il premio supera la linea rossa del 55%, ma anche per una discriminazione di quegli elettori che non pesano sul risultato complessivo del premio. Si nega il principio del voto eguale».
Inoltre si potrebbe determinare un paradosso: il voto delle due regioni a statuto speciale potrebbe premiare la coalizione che è arrivata seconda nel computo nazionale, facendole perfino superare l’altra coalizione, lasciando però il premio alla prima perché comunque ha raggiunto il 42% nel computo nazionale.
La fretta di Meloni di arrivare alla completa approvazione della nuova legge elettorale prima della pausa estiva ha varie ragioni: la prima è legata alle riserve, che permangono, all’interno della maggioranza, anche sulla nuova versione del testo.
Con una differenza, rispetto al 2022, quando Meloni, correndo in pratica senza avversari – dato che il centrosinistra non aveva trovato l’accordo al suo interno ed era sconfitto in partenza , poteva essere generosa con Tajani e Salvini.
E lo fu, soprattutto con la Lega, che infatti si ritrovò con un numero di deputati e senatori superiore a quello di Forza Italia, sebbene alla fine i consensi raccolti fossero quasi uguali
Stavolta invece, in una gara proporzionale, in cui ognuno corre per sé, la premier ha interesse a difendere i propri seggi alla Camera e al Senato da una campagna elettorale che potrebbe diventare aggressiva anche da parte degli alleati, come dimostra l’attacco del Carroccio sull’Ucraina alla vigilia del possibile primo passo di Kiev verso l’ingresso in Europa.
Il secondo motivo per cui Meloni vuole chiudere al più presto è che, imponendo per legge alle coalizioni di indicare il candidato premier […] vuol mettere subito in difficoltà il centrosinistra, che stenta a scegliere tra Conte e Schlein e potrebbe inaugurare in Parlamento un’opposizione ai limiti dell’ostruzionismo.
Adesso ha capito che il centrosinistra potrebbe contestare la scelta per legge del candidato premier e premerà sul tasto dei problemi economici del Paese. Sottolineando che di fronte a inflazione, cioè prezzi di carburanti e spesa in crescita, e famiglie e imprese che non ce la fanno, la risposta del governo è la legge elettorale, che non cambia certo la vita della gente.
Se questo sarà il martellamento dell’opposizione, tanto vale almeno, per il governo, che finisca presto, in modo da poter entrare a settembre, se la legge verrà approvata entro agosto, in una seconda fase della campagna elettorale.Ci sono poi le obiezioni di esperti, giuristi e costituzionalisti, come, tra gli altri, il professor Ceccanti, che avendo due legislature alle spalle è più pratico del funzionamento reale dei sistemi elettorali.
Riguardano i tetti imposti ai premi elettorali per la Camera (220 deputati, nella versione precedente erano 230) e il Senato (113 senatori, prima erano 115, ma in questa versione si tiene conto dei senatori a vita) e l’esclusione dagli stessi premi degli eletti in Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, cosa che potrebbe percentualmente riportare la coalizione vincitrice oltre il 55 per cento, anche se ha conseguito solo il 42 per cento dei voti (prima era il 40).
Insomma c’è materia su cui potrebbe pronunciarsi la Corte Costituzionale, né più né meno come fece ai tempi di Renzi, cassando l’Italicum, che poi venne sostituito con l’attuale Rosatellum, dal nome del parlamentare, allora militante del partito dell’ex-premier, che fu incaricato di scriverlo.
Infine, da questa seconda versione è stato escluso il ballottaggio tra le due
coalizioni, se nessuna delle due dovesse raggiungere la soglia richiesta per ottenere il premio di maggioranza. In quel caso, remoto quanto si vuole ma non escludibile a priori (vedi exploit di Vannacci e Calenda), si tornerebbe a un proporzionale quasi puro, con l’unico limite della soglia di sbarramento del 3 per cento per l’ingresso in Parlamento dei partiti non coalizzati.
E con una conseguente crescita di potere degli stessi, dovendosi formare delle maggioranze senza premio, e se questo si rivelasse impossibile, tentare di nuovo la strada dei governi tecnici o di unità nazionale che tutti escludono, o andare a uno scioglimento delle Camere subito dopo le elezioni. Il secondo turno, che viene cancellato, sarebbe servito proprio a evitare questo.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI SI STA MANGIANDO PEZZO DOPO PEZZO IL CARROCCIO CAVALCANDO I TEMI SPOSATI DALLA LEGA IN QUESTI ANNI, IN PRIMIS LA REMIGRAZIONE MA CON IL VANTAGGIO DI ESSERE ALL’OPPOSIZIONE
L’indiscrezione girava da giorni a via Bellerio, come nel più classico dei passaparola, e purtroppo per la Lega la notizia è vera: il boom di iscrizioni di Futuro nazionale, il partito fondato dallo scissionista Roberto Vannacci, è focalizzato in due regioni. “Quelle” regioni: la Lombardia e il Veneto. Gli storici bacini elettorali e militanti del Carroccio.
A guardare i dati suddivisi per regioni che Repubblica ha potuto visionare, Fn ad oggi ha superato quota 10 mila iscritti in Lombardia, dove tra le altre cose h
appena creato la componente in Regione con due consiglieri (ma si parla di nuovi arrivi a breve, uno da Fi e un altro da FdI).
Ed è vero che un iscritto “futurista” non è paragonabile al socio militante della Lega, a livello di impegno quotidiano per così dire, ma sono numeri che stanno impressionando, se si pensa che Fn è stata fondata da un paio di mesi.
La Lega Lombarda nel 2024 ha dichiarato 193 mila euro di introiti dalle quote associative, cioè dalle tessere: se si fa un calcolo medio del costo annuale dell’iscrizione, cioè 25 euro, parliamo di 7.700 persone. Possibile? Sì, possibile.
“Si stanno iscrivendo persone fuori dai circuiti classici e creando comitati dappertutto – racconta Max Bastoni, storico leghista milanese ora entrato in Fn – e non parliamo di estremisti ma gente normalissima:professionisti, commercianti, e anche tanti giovani. La tipica composizione sociale una volta della Lega”.
Fn si sta mangiando pezzo dopo pezzo il bacino elettorale del Carroccio. Cavalcando i temi sposati dalla Lega in questi anni, in primis remigrazione e “battaglia di civiltà”, con la differenza che oggi Fn sta all’opposizione e può predicare coerenza.
(da Repubblica)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
I TIMORI AL NAZARENO CHE GLI STRASCICHI DELLE PRIMARIE POSSANO PESARE NELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE E ALLONTANARE UN PEZZO DI ELETTORATO
Il problema non è tanto restare uniti nella battaglia parlamentare sulla legge
elettorale, quanto non dilaniarsi dopo che sarà approvata. In Parlamento Pd, M5s, Avs, ma anche Italia Viva e +Europa, hanno intenzione di tenere una linea comune, anche in vista degli emendamenti da presentare.
«Per noi collaborare a questo testo, che loro si sono acconciati e confezionati secondo le loro esigenze, lo vedo assolutamente improbabile», avverte il presidente M5s Giuseppe Conte.
Per Stefano Bonaccini «la legge è da rigettare completamente», anche se il presidente Pd sarebbe pronto a battersi «solo per introdurre le preferenze, visto che Meloni un tempo le voleva». Ma la linea di chi vorrebbe provare a migliorare il testo appare minoritaria, se pure Dario Franceschini, uscito allo scoperto di recente per suggerire il confronto, ora frena, perché è «evidente la volontà della
maggioranza di approvarsi da sola e in fretta una legge fatta su misura» e questo «chiude ogni spazio di intesa tra avversari», spiega il senatore dem ed ex ministro.
Dunque, l’attenzione si sposta già a quando le nuove regole del gioco, così come sono state riviste dal centrodestra, saranno approvate a colpi di maggioranza. A cominciare dall’obbligo di designare il candidato premier al momento di depositare il programma e le liste della coalizione. Reso più stringente dalla minaccia di rendere inammissibili le liste «che non abbiano dichiarato il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio».
Una pura formalità per il centrodestra, visto che nessuno si sogna di mettere in discussione la ricandidatura di Giorgia Meloni. Non è così nel centrosinistra, dove un leader riconosciuto non c’è.
Al Nazareno questo vincolo non piaceva nella versione originaria, quando era più sfumato, e piace ancora meno adesso. Elly Schlein, se potesse, eviterebbe volentieri il passaggio delle primarie, preferendo adottare il criterio già in voga a destra: dopo le elezioni, il leader del partito più votato all’interno della coalizione viene proposto come premier. Ma la segretaria Pd sa bene che, a prescindere dalla legge elettorale, questa strada è sbarrata.
Perché Giuseppe Conte non accetterebbe mai di incoronarla senza coinvolgere i cittadini e perché, fanno notare fonti dem, «sarebbe impensabile andare alle elezioni senza avere un leader da contrapporre a Meloni». Insomma, se gli avversari «hanno inserito questo obbligo per metterci in difficoltà, non si facciano illusioni: per noi non cambia nulla, le primarie sono comunque necessarie».
Lo pensano, a maggior ragione, dalle parti del Movimento, dove tutti sanno che l’unico modo per sperare di rivedere Conte a Palazzo Chigi è portare Schlein alla sfida dei gazebo e del voto online. Per «allargare il più possibile la partecipazione», spiegano fonti M5s, anche oltre il perimetro del centrosinistra
Il leader 5 stelle si prepara alla contesa, ma si guarda bene dal dire che l’obbligo di indicazione del candidato premier, tutto sommato, gli fa comodo. Anzi, sostiene che «rappresenta una criticità, perché «prefigurare già un’indicazione vincolante per il capo dello Stato è anche un problema costituzionale», avverte Conte. Il possibile conflitto con l’articolo 92, evidenziato da diversi giuristi, non inciderà
nell’immediato, visto che un eventuale ricorso alla Consulta avrebbe tempi lunghi, oltre l’appuntamento elettorale.
Dunque, se la legge viene approvata a colpi di maggioranza, «saremo obbligati a scegliere prima e lo faremo nel solo modo possibile, allo stato attuale: le primarie – conferma Goffredo Bettini –. In questo caso, saranno decisivi la lealtà e il clima fraterno che sono necessari per affrontare questa prova». E qui si annidano le preoccupazioni di quanti, dentro al Pd, preferirebbero tenere chiusi i gazebo. Nel timore che gli strascichi della competizione interna possano pesare nella successiva campagna elettorale per le Politiche e allontanare un pezzo di elettorato. Del Pd o del M5s, a seconda di chi perderà le primarie.
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
SARANNO PORTATI AVANTI I PROGETTI LEGATI A CONTRATTI GIÀ ESISTENTI, SENZA ATTIVARNE DI NUOVI … IN EFFETTI CHE SIGNIFICATO HA ARMARSI, I SOVRANISTI SI ARRENDEREBBERO AL NEMICO AL PRIMO SCOPPIO DI UN PETARDO
Una sforbiciata di 10 miliardi agli investimenti in difesa. E un segnale a Bruxelles, che sull’energia non vuole fare sconti all’Italia, non almeno nella direzione chiesta da Giorgia Meloni, anche pubblicamente, via lettera a Ursula von der Leyen.
Dopodomani, il 31 maggio, scade il termine per presentare i progetti per accedere ai fondi Safe (Security Action for Europe): il meccanismo di prestiti tirato su dalla Commissione europea per rafforzare gli investimenti dei 27 stati membri in armamenti e sicurezza
Il governo italiano aveva prenotato quasi 15 miliardi di euro — 14,9 per la precisione — sui 150 messi a disposizione dalla commissione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Meloni ha cambiato strategia.
Ha provato a prendere tempo, cercando di sfruttare la frenata su Safe come arma di pressione nei confronti di Bruxelles, per avere concessioni sul fronte energetico. Finora, la premier ha ottenuto molto poco: nessuna deroga al patto di stabilità per mitigare il caro prezzi, niente per tagliare ancora le accise di gasolio e benzina, solo una rimodulazione (complicata) dei fondi di coesione e del Pnrr
Ecco allora la mossa: secondo più fonti governative, l’esecutivo è intenzionato a ridurre in modo consistente l’utilizzo dei prestiti Safe. Verrebbero portati avanti solo i progetti che risalgono a contratti già esistenti, senza attivarne di nuovi.
Le ricognizioni tra i dicasteri sono ancora in corso, ma ambienti di governo a diretta conoscenza della questione quantificano in «4-5 miliardi di euro» il valore effettivo dei prestiti che verranno chiesti all’Unione. Un terzo di quanto previsto.
Non farà piacere (eufemismo) al ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha sempre rimarcato l’importanza d’investire nella sicurezza nazionale, senza mettere in contrapposizione le spese militari e quelle per benzina e bollette.
La richiesta su Safe non avverrà da qui al weekend: l’intenzione del governo — altro segnale di malumore verso Bruxelles — è di lasciar correre la scadenza di domenica. Per attendere che la presidente della Commissione risponda alla lettera spedita dalla premier il 18 maggio, in cui veniva chiesto all’Europa di rendere le risposte alla crisi energetica prioritarie al pari degli investimenti in difesa.
Meloni ne fa una questione politica, che tiene naturalmente in conto anche i riflessi sul consenso elettorale. Lo ha ripetuto ieri, ospite di Mattino Cinque su Mediaset, dopo una riunione mercoledì a palazzo Chigi con vari ministri: i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (collegato), Giancarlo Giorgetti, Guido Crosetto e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa — le parole di Meloni sulla rete ammiraglia del Biscione — E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità di fare di più per difenderci da soli». Però, per la premier, «è evidente che se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini rischiamo che non ci sia più niente da difendere».
Non è l’unica spina internazionale, per Meloni. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz intende convocare un vertice E5 (Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia e Italia) per il 2 giugno. All’ordine del giorno, Nato e Ucraina: dovrebbero esserci anche il capo negoziatore di Kiev, Rustem Umerov, e il capo dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.
Il problema per Meloni è la data: è stato chiesto a Berlino di spostare il summit, che coincide con la festa della Repubblica, al 3-4 giugno. «Noi non avremmo mai chiesto ai francesi di venire a Roma il 14 luglio», la tesi che trapela da fonti di governo. Berlino per ora resiste sul 2, ma si tratta. In caso, potrebbe andare al vertice il vicepremier Tajani.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO IL NO PREVEDIBILE DI SALVINI È ARRIVATA A RUOTA FRATELLI D’ITALIA CON IL NASO BIFORCUTO DI GIOVANNI DONZELLI: “SIGNIFICHEREBBE ESTENDERE LA GUERRA A TUTTA L’EUROPA”. E INFINE TAJANI, CHE SI È GIUSTIFICATO CON LA NECESSITÀ DI FAR ENTRARE PRIMA I PAESI BALCANICI (ANNAMO BENE)
Sullo sfondo resta poi la questione del processo di adesione dell’Ucraina, che
dovrebbe portare l’Ue a dare il via all’apertura dei capitoli negoziali a metà giugno. Il nuovo premier ungherese, Peter Magyar, ha aperto a questa possibilità, ma «a patto che ci sia un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi in Transcarpazia». In Italia, intanto, la destra viene allo scoperto e ammette la propria contrarietà.
Il silenzio con cui Fratelli d’Italia mercoledì aveva accolto le parole, nette, di Matteo Salvini contro l’ingresso di Kiev in Ue era in realtà già abbastanza rivelatore di cosa pensasse Giorgia Meloni. Ieri Giovanni Donzelli ha confermato i dubbi della premier: «In questo momento di non raggiunta pace con la Russia, significherebbe estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme internazionali
Non c’è una reale spaccatura nel governo. Sono posizionamenti tattici e politici. Nessuno dei tre partiti di maggioranza è favorevole all’ingresso immediato dell’Ucraina. Ma lo sostengono con toni e sfumature diverse.
Da Cipro, il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha ribadito a nome del governo che bisogna aspettare: quando l’Ucraina avrà «abbattuto» la corruzione e senza «mettere in un angolo l’adesione dei Balcani, che per noi è una priorità».
Il che impone tempi, appunto, più lunghi. Un orizzonte che avvicina alle tesi della maggioranza anche il M5S. Il presidente Giuseppe Conte ha usato parole simili a Donzelli: «Non ci sono adesso le condizioni, saremmo in guerra. Più plausibile ipotesi di partner strategico per l’Ue».
Meloni guarda alla proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di offrire a Kiev lo status di “associato” senza diritto di voto. Una mossa che a Palazzo Chigi interpretano come un modo per rallentare l’adesione.
I leader potrebbero parlarne a Berlino, al vertice con Francia, Regno Unito e Polonia previsto nella seconda metà della prossima settimana. Di certo, a un anno dal voto è evidente quanto nelle scelte di Meloni pesi il calcolo elettorale. La competizione a destra con Roberto Vannacci, schierato più con la Russia che con l’Ucraina, rendono il tema dell’allargamento più insidioso e non più così urgente per Meloni. Tra l’altro, secondo il partito della premier, l’ingresso di un Paese come l’Ucraina, potentemente agricolo e uscito a pezzi dalla guerra, renderebbe più esigua la fetta che spetta all’Italia dei fondi di coesione e per l’agricoltura.
(da “La Stampa”)
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