UNA LEGGE ELETTORALE A MISURA DI GIORGIA_ FDI SMONTA E RIMONTA IL TESTO DI RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE CON UN UNICO OBIETTIVO: IMBRIGLIARE GLI ALLEATI RILUTTANTI E L’OPPOSIZIONE
IL NOME DEL CANDIDATO A PALAZZO CHIGI NON SARÀ SULLA SCHEDA MA ANDRÀ INDICATO ALLA CONSEGNA DELLE LISTE. E LA COALIZIONE DOVRÀ PRESENTARE UN PROGRAMMA COMUNE… RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE, AL MOMENTO ESCLUSE: LA BASE DI FDI VUOLE INSERIRLE, FORZA ITALIA SI OPPONE
Come andremo a votare alle prossime elezioni, se passerà la legge elettorale così com’è nell’ultima versione, in discussione alla Camera dal 26 giugno e al Senato a settembre? Per coalizioni, con un candidato premier e un programma condiviso, con il proporzionale, senza i collegi.
Qualora una coalizione superasse il 42% dei consensi, avrebbe un consistente premio “di governabilità” che la porterebbe sopra al 55% dei seggi.
Si voterà dunque per coalizioni o anche per singoli partiti (con soglia di sbarramento al 3%) che presenteranno liste di candidati in ogni circoscrizione senza possibilità di indicare le preferenze. Verrà presentata dalle coalizioni anche una seconda lista di nomi (70 per la Camera, 35 per il Senato) che entreranno in Parlamento nel caso in cui superino il 42% dei consensi. Di nuovo nessuna preferenza.
È stato posto un tetto massimo di 220 deputati e di 113 senatori, per fermarsi al 55% dei seggi. Se però una coalizione raggiungesse il 42% solo in un ramo del
Parlamento, oppure se ci fossero maggioranze diverse tra Camera e Senato, il premio non scatterebbe.
Diventa obbligatoria l’indicazione di un programma comune di coalizione e di un candidato premier già al momento della presentazione delle liste. Il nome non comparirà sulla scheda perché spetta al Capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio, ma sarà comunque un vincolo politico per i partiti che si coalizzano
L’indicazione del nome del premier è abbastanza facile per l’attuale centrodestra, sarà invece un passaggio doloroso per il Campo Largo dove non c’è accordo su questo.
C’è uno strano metodo di calcolo per determinare il 42% dei voti: si raggiunge su base nazionale, ma escludendo il voto degli Italiani all’Estero e quello degli elettori della Valle d’Aosta e del Trentino Alto-Adige. Sono ben 27 seggi fuori quota.
Formalmente ciò avviene per garantire la rappresentanza delle minoranze. Si può avere però un effetto perverso, come segnalato dal costituzionalista Stefano Ceccanti: «L’esclusione dal computo di due regioni incide non soltanto per il tetto in seggi, perché così la coalizione che ottiene il premio supera la linea rossa del 55%, ma anche per una discriminazione di quegli elettori che non pesano sul risultato complessivo del premio. Si nega il principio del voto eguale».
Inoltre si potrebbe determinare un paradosso: il voto delle due regioni a statuto speciale potrebbe premiare la coalizione che è arrivata seconda nel computo nazionale, facendole perfino superare l’altra coalizione, lasciando però il premio alla prima perché comunque ha raggiunto il 42% nel computo nazionale.
La fretta di Meloni di arrivare alla completa approvazione della nuova legge elettorale prima della pausa estiva ha varie ragioni: la prima è legata alle riserve, che permangono, all’interno della maggioranza, anche sulla nuova versione del testo.
Con una differenza, rispetto al 2022, quando Meloni, correndo in pratica senza avversari – dato che il centrosinistra non aveva trovato l’accordo al suo interno ed era sconfitto in partenza , poteva essere generosa con Tajani e Salvini.
E lo fu, soprattutto con la Lega, che infatti si ritrovò con un numero di deputati e senatori superiore a quello di Forza Italia, sebbene alla fine i consensi raccolti fossero quasi uguali
Stavolta invece, in una gara proporzionale, in cui ognuno corre per sé, la premier ha interesse a difendere i propri seggi alla Camera e al Senato da una campagna elettorale che potrebbe diventare aggressiva anche da parte degli alleati, come dimostra l’attacco del Carroccio sull’Ucraina alla vigilia del possibile primo passo di Kiev verso l’ingresso in Europa.
Il secondo motivo per cui Meloni vuole chiudere al più presto è che, imponendo per legge alle coalizioni di indicare il candidato premier […] vuol mettere subito in difficoltà il centrosinistra, che stenta a scegliere tra Conte e Schlein e potrebbe inaugurare in Parlamento un’opposizione ai limiti dell’ostruzionismo.
Adesso ha capito che il centrosinistra potrebbe contestare la scelta per legge del candidato premier e premerà sul tasto dei problemi economici del Paese. Sottolineando che di fronte a inflazione, cioè prezzi di carburanti e spesa in crescita, e famiglie e imprese che non ce la fanno, la risposta del governo è la legge elettorale, che non cambia certo la vita della gente.
Se questo sarà il martellamento dell’opposizione, tanto vale almeno, per il governo, che finisca presto, in modo da poter entrare a settembre, se la legge verrà approvata entro agosto, in una seconda fase della campagna elettorale.Ci sono poi le obiezioni di esperti, giuristi e costituzionalisti, come, tra gli altri, il professor Ceccanti, che avendo due legislature alle spalle è più pratico del funzionamento reale dei sistemi elettorali.
Riguardano i tetti imposti ai premi elettorali per la Camera (220 deputati, nella versione precedente erano 230) e il Senato (113 senatori, prima erano 115, ma in questa versione si tiene conto dei senatori a vita) e l’esclusione dagli stessi premi degli eletti in Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, cosa che potrebbe percentualmente riportare la coalizione vincitrice oltre il 55 per cento, anche se ha conseguito solo il 42 per cento dei voti (prima era il 40).
Insomma c’è materia su cui potrebbe pronunciarsi la Corte Costituzionale, né più né meno come fece ai tempi di Renzi, cassando l’Italicum, che poi venne sostituito con l’attuale Rosatellum, dal nome del parlamentare, allora militante del partito dell’ex-premier, che fu incaricato di scriverlo.
Infine, da questa seconda versione è stato escluso il ballottaggio tra le due
coalizioni, se nessuna delle due dovesse raggiungere la soglia richiesta per ottenere il premio di maggioranza. In quel caso, remoto quanto si vuole ma non escludibile a priori (vedi exploit di Vannacci e Calenda), si tornerebbe a un proporzionale quasi puro, con l’unico limite della soglia di sbarramento del 3 per cento per l’ingresso in Parlamento dei partiti non coalizzati.
E con una conseguente crescita di potere degli stessi, dovendosi formare delle maggioranze senza premio, e se questo si rivelasse impossibile, tentare di nuovo la strada dei governi tecnici o di unità nazionale che tutti escludono, o andare a uno scioglimento delle Camere subito dopo le elezioni. Il secondo turno, che viene cancellato, sarebbe servito proprio a evitare questo.
(da agenzie)
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