Novembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
ALCUNI TITOLI: “PASSA IL RENDICONTO FINANZIARIO, MA LA MAGGIORANZA NON C’E’ PIU’”… “IL SUO MIGLIOR ALLEATO ORA NE CHIEDE LE DIMISSIONI”
“Berlusconi perde la maggioranza dopo la richiesta dell’alleato di dimettersi” si legge sulla
hompepage del New York Times che riporta l’approvazione del rendiconto finanziario e riprende l’invito rivolto da Umberto Bossi al premier affinchè faccia un “passo di lato”.
La conta, però, ha dimostrato che “non ha più il supporto della maggioranza” e questo “aumenta la pressione per richiederne le dimissioni”.
La CNN si domanda se sia arrivata “la fine di un’epoca” e pubblica un’immagine tratta da una manifestazione dove compare la foto di Berlusconi con la scritta: “Il playboy al di sopra di ogni sospetto”.
Duro il Wall Street Journal che titola: “Berlusconi perde la maggioranza di governo”. Il primo ministro, riporta il quotidiano finanziario, “non è riuscito a radunare la maggioranza in un voto chiave al Parlamento”.
Un fatto che sfocerà in “una catena di eventi che potrebbe portare alle sue dimissioni e la possibile formazione di un governo di unità nazionale”.
Occhi puntati sui numeri mancanti anche per il Guardian e per la BBC, che sottolinea le richieste di dimissioni del premier.
The Independent parla invece di un “voto umiliante” per il Cavaliere mentre il Times riconosce la vittoria sul rendiconto ma la sconfitta della maggioranza.
Dalla Germania, la Bild apre con un titolo shock e parla di un sonoro “schiaffone” nei confronti del Presidente del Consiglio.
Homepage sulla crisi di governo italiana anche per Der Spiegel perchè “Berlusconi ha perso la maggioranza in Parlamento”.
Il sito della tv tedesca N-Tv parla di “Berlusconis Gà¶tterdà¤mmerung”, che riprende l’opera wagneriana “Il crepuscolo degli dei” in un pezzo dal titolo: “State lasciando la nave che affonda” e per il Financial Times Deutschland “Berlusconi è la crisi in persona”.
Su Le Monde “un nuovo voto indebolisce Silvio Berlusconi”, El Mundo si concentra sui numeri mancanti e su “El Pais”
E trovano spazio numerosi editoriali sul Cavaliere tra cui “La atroce agonia dei Caimano”, “L’errore di Berlusconi” e “Dibattito: conviene all’Italia un governo di unità nazionale?”.
Il quotidiano spagnolo sottolinea infine che la “permanenza di Berlusconi aumenta la pressione sul debito pubblico”.
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER (FORSE) SI FARA’ DA PARTE DOPO IL VIA LIBERA DEL PARLAMENTO ALLE MISURE ANTICRISI… LE OPPOSIZIONI: “VIGILEREMO SUI CONTENUTI”
Silvio Berlusconi è un premier a scadenza: si dimetterà dopo l’approvazione della legge di
Stabilità , ma in realtà si è dimesso oggi.
Lo ha promesso al capo dello Stato, ma sulle dimissioni pesa il dubbio legato alla bocciatura da parte della Ue della lettera anti-crisi portata al G20 di Cannes.
Il maxi-emendamento alla legge di Stabilità , infatti, è stato scritto prima del parere negativo espresso il 4 novembre dall’Europa: il Parlamento, a questo punto, cosa dovrà votare?
Un documento nuovo (in cui magari inserire di tutto) o un provvedimento nato già morto?
E quale sarà la strategia dell’opposizione ?
Votare qualsiasi misura pur di ratificare l’uscita di scena promessa da Berlusconi o stoppare tutto, con gravi ripercussioni sui mercati?
Pier Luigi Bersani ha già fiutato l’ipotetica trappola: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxiemendamento alla legge di stabilità — ha detto il segretario del Pd — per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà , una rapida approvazione”.
In attesa di comprendere ciò che sarà , il punto di partenza è il comunicato emesso dall’ufficio stampa di Giorgio Napolitano da cui si è andato in seguito al voto sul Rendiconto dello Stato alla Camera.
Qui, il Cavaliere ha dovuto incassare una verità incontrovertibile: non ha più una maggioranza che lo sostiene.
Il passo indietro è stato certificato direttamente dal Quirinale, con un comunicato che non lascia spazio a ulteriori interpretazioni.
Dopo il voto sul maxi-emendamento — che dovrebbe rappresentare la risposta alle richieste dell’Europa (condizionale d’obbligo dopo le parole di Olli Rehn) — , “il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato al Capo dello Stato, che procederà alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione”: dal Colle parole chiare, nette, che non ammettono interpretazioni e che tracciano l’uscita di scena di Silvio Berlusconi.
Non un addio definitivo, però.
Il premier, infatti, ha già pronta la sua personale road map, che punta ad un obiettivo ben preciso: cercare di ricompattare ciò che resta della sua maggioranza per cercare di vincere le prossime elezioni, anticipate o meno.
Prima, tuttavia, c’è da rispondere all’Unione europea e per farlo il parlamento dovrà approvare il maxi emendamento alla legge di Stabilità .
In tal senso, il programma sarebbe pronto: martedì 15 novembre il voto al Senato, entro fine mese alla Camera e poi la ratifica del passo indietro di Berlusconi.
L’iter, tuttavia, potrebbe subire un’accelerata decisiva, con un anticipo sulle date del voto.
Da non dimenticare, in tal senso, quanto detto oggi dal commissario europeo agli affari economici Olli Rehn, che dopo la riunione Ecofin di oggi ha certificato la pochezza della lettera del governo italiano all’Ue.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER AGGRAPPATO ALLA TAVOLETTA DEL NAUFRAGO INSISTE A NEGARE CHE LA NAVE STIA AFFONDANDO… ANCHE GABRIELLA CARLUCCI PASSA ALL’UDC: “NEL 1994 HO CAMBIATO LA MIA VITA PERCHE’ CREDEVO IN FORZA ITALIA, ORA IL PDL E’ TROPPO DISTANTE DAI PROBLEMI REALI DEL PAESE”
Il voto sul Rendiconto, in programma martedì a Montecitorio, assume sempre di più i contorni di un appuntamento cruciale per il governo. Non solo.
L’esecutivo potrebbe trovarsi a fare i conti anche con una mozione di sfiducia delle opposizioni. Silvio Berlusconi, però, non mostra tentennamenti.
«Abbiamo verificato in queste ore, con numeri certi, che la maggioranza c’è», ha assicurato collegato telefonicamente con la convention di Azione Popolare.
Ma intanto il Pdl perde un altro pezzo, importante, perchè si tratta di una delle fedelissime della prima ora, l’ex-showgirl Gabriella Carlucci.
La deputata passa all’Udc: «Aderisco a questo partito che fa parte del Ppe, perchè spero che i moderati possano trovare nuove strade».
Così la parlamentare in una nota in cui annuncia l’addio al Pdl e afferma:« Ho con passione contribuito alla crescita di Forza Italia dal 1994 nel campo delle attività culturali e dal 2001 in Puglia dove con spirito di servizio mi dedico, tra l’altro, alla cura dei problemi amministrativi del Comune di Margherita di Savoia dove sono Sindaco. Ho cambiato la mia vita, con grandi sacrifici familiari, perchè ho creduto nella politica, ma non in quella che da qualche tempo non riesce a preoccuparsi di quanto drammaticamente sta accadendo e ritengo che un Governo di larghe intese possa essere l’unica soluzione per salvare il Paese».
E dire che il Premier aveva detto: «Nonostante le defezioni che mi auguro possano rientrare, siamo ancora maggioranza», aggiunge il presidente del Consiglio, mentre da più parti e anche da alcuni dei suoi gli arrivano inviti a fare un passo indietro, a «non arroccarsi» alla fortezza del Pdl, a fare attenzione ai numeri «troppo risicati».
Se il governo dunque sembra appeso al pallottoliere, il Cavaliere è comunque convinto di avere ancora la maggioranza.
Per questo insiste sul fatto che non esiste alcuna alternativa a questo esecutivo se non il voto, ribadendo il suo «no» a governi tecnici o di larghe intese.
Se l’opposizione votasse contro o facesse ostruzionismo sulle misure chieste dall’Ue, è l’avvertimento di Berlusconi, «si assumerebbe una chiara responsabilità ».
Al contrario di quanto afferma il premier, per il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, l’esecutivo non ha più i numeri: «Il problema non è il voto di martedì sul Rendiconto nè quello che avverrà nelle prossime ore – spiega il deputato -. Berlusconi non ha più la maggioranza alla Camera, o si dimette o presto i parlamentari che vogliono un governo di emergenza per salvare il Paese voteranno la sfiducia per poterlo far nascere».
Lo stesso Pier Luigi Bersani conferma a In mezz’ora che l’opposizione presenterà una mozione di sfiducia anche e soprattutto se dovesse essere approvato il Rendiconto.
Il leader Pd chiude poi all’ipotesi di un governo tecnico guidato da Gianni Letta o da Renato Schifani: «Sarebbe un governo di centrodestra e non si vede come potrebbe fare quello che non ha fatto il governo Berlusconi», spiega Bersani.
Frena sulla mozione di sfiducia il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. «Prima dobbiamo avere i numeri e poi presentare la mozione di sfiducia. In questo momento non è tanto in discussione la mozione di sfiducia del centrosinistra ma la presa d’atto dello sfaldamento del centrodestra», chiarisce l’ex pm.
Un invito alla cautela arriva a Berlusconi da Claudio Scajola. «I numeri in Parlamento sono diventati molto risicati – avverte l’ex ministro intervistato da Maria Latella -, siamo riusciti ad andare avanti un anno in un momento difficilissimo per la crisi economica, oggi questi numeri, con le ulteriori uscite, sembrano non esserci più, allora il mio invito a Berlusconi è che o riesce a mantenere le redini del governo oppure deve farsi lui stesso protagonista di un cambiamento».
Critiche al nostro Paese arrivano intanto dalla Francia.
L’Italia ha un «problema di credibilità , è vero. Bisogna lottare contro questa sfiducia», ha detto il ministro degli Esteri francese, Alain Juppè, affermando a Radio Europe 1 che è necessario vigilare sull’impegno del governo italiano sulle riforme.
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Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
VOTI A RISCHIO, IPOTESI MONTI E TOTOMINISTRI DEL NUOVO ESECUTIVO
A questo punto, gli scenari per un eventuale governo dopo Berlusconi sono due.
Il primo, anche dal punto di vista cronologico, riguarda la scadenza del prossimo 8 novembre alla Camera, di martedì.
In aula torna il rendiconto di bilancio già bocciato e la slavina dei frondisti manda sotto il centrodestra.
Per la seconda volta sulla stessa questione. Il Cavaliere, secondo le previsioni dei più ottimisti, prende atto che la maggioranza non c’è più e sale al Quirinale per dimettersi.
È il fatidico passo indietro invocato da settimane.
Al suo posto va Gianni Letta, emblema dell’andreottismo alla corte di B. nella Seconda Repubblica.
In teoria sarebbero possibili le “larghe intese”, ma in pratica l’esecutivo Letta si trasformerebbe quasi sicuramente in un centrodestra allargato al Terzo Polo di Casini e Fini e con un Pdl al riparo di un’implosione mortale, almeno per il momento.
Questa ipotesi però non è molto gettonata nei Palazzi del potere.
Per un semplice motivo: il premier non mollerà fino all’ultimo. Resisterà nel bunker come il dittatore libico Gheddafi, per usare il paragone di Antonio Di Pietro (che in passato ha accostato B. anche a Hitler, Mussolini e Saddam).
Così, anche se la maggioranza dovesse essere battuta l’8 novembre, si arriva alla fiducia sui provvedimenti per la crisi, imposti dall’Unione europea.
Dalla presidenza di Montecitorio precisano che ancora non c’è alcuna data in calendario e che sarà la conferenza dei capigruppo a stabilirla.
Ma un’opzione già circola: il 15 novembre, sempre di martedì.
Come spiega un autorevole esponente dell’opposizione a microfoni spenti, “Berlusconi sceglie di andare a schiantarsi in aula”.
È lo scenario più rovinoso e cruento per il Cavaliere. Il secondo e ultimo.
La maggioranza va a casa e stavolta B. sale al Quirinale da dimissionario e sfiduciato.
“Il primo tentativo”, raccontano dal Pd, “spetta a loro”. Il solito Letta. Adesso, però, con scarse probabilità di successo.
La vera carta da giocare si chiama Mario Monti, il tecnico bocconiano già eurocommissario. Indicato per anni alla guida di un governo tecnico, per lui sarebbe finalmente la volta buona. Se non altro perchè è il cavallo vincente su cui punta Giorgio Napolitano, che vorrebbe scongiurare a tutti i costi le elezioni anticipate nella primavera del 2012.
Ma a Monti, il Quirinale, non vorrebbe affidare un incarico al buio, basato su una manciata di voti di vantaggio. In quel caso, allora, tutto passa per la tenuta del Pdl. Se implode e si spacca, verrebbe meno la condizione istituzionale posta dallo stesso Napolitano: mai un governo senza il principale partito di maggioranza.
Si calcola che potrebbero essere una cinquantina i deputati in fuga dal Pdl. Sempre che il segretario Angelino Alfano non converta B. e tutto il partito al “senso ineluttabile” di un governo Monti.
Un’ipotesi molto irrealistica, ma che c’è.
In queste ore, l’idea di un governo Monti non affascina tutti nell’opposizione.
Chi l’appoggia lo fa in nome “della linea di responsabilità filo-Napolitano”. Per molti sarebbe “un cerino in mano da far passare per non scottarsi”.
L’allusione è alle misure draconiane, da lacrime e sangue, che dovrà prendere il nuovo esecutivo.
Dice l’ex ministro dc Paolo Cirino Pomicino, oggi nell’Udc di Casini e indicato ieri da Sallusti sul Giornale come uno dei registi delle trame contro la maggioranza: “In verità anche quello di Letta sarebbe un governo tecnico perchè lui non è parlamentare e non è stato mai iscritto al Pdl. Monti invece è stato nel mio staff quando ero ministro del Bilancio. C’erano lui e Paolo Savona. Qualcuno mi ha chiamato l’anti-Verdini. Ma io non ho soldi e posti di sottogoverno da offrire. Posso offrire solo la politica”. Pomicino dixit.
In ogni caso, la composizione del governo tecnico presieduto da Monti non sarebbe facile. Due le strade.
La prima è patrocinata da Casini: dentro leader e prime file di tutti i partiti.
A fare i ministri, quindi, andrebbero il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, il presidente del Pd Rosy Bindi, il vice di Bersani Enrico Letta. Questi alcuni nomi.
Ma la sorpresa potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi all’Economia.
Le voci sul suo conto sono insistenti, anche perchè questo potrebbe convincerlo a lasciare la poltrona del board della Bce come chiesto dalla Francia. Non solo.
Bini Smaghi sarebbe spendibile come ministro anche in caso di profilo meno politico e più tecnico del governo Monti.
È la seconda strada, che nel Pd viene indicata con questo criterio: “Al governo, per quanto ci riguarda, andrebbero personalità della sinistra non parlamentari”.
I nomi sono i soliti: gli ex socialisti Giuliano Amato e Franco Bassanini.
Per il primo, Amato, si parla già della Farnesina.
Questi gli scenari per il post-Berlusconi in alternativa alle elezioni anticipate.
Il nodo sarà sciolto la prossima settimana, come fa capire il pessimismo di Napolitano ieri a Bari: “Gli obiettivi sottoscritti dall’Italia vanno attuati tempestivamente puntualizzandoli nei loro termini rimasti generici o controversi”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
COME UN POKERISTA FALLITO BERLUSCONI COSTRETTO ALL’ULTIMO BLUFF… IL PREMIER E’ RIMASTO SENZA DECRETO LEGGE E SENZA MAGGIORANZA
Di fronte a un’Europa sospesa fra la tragedia greca e la farsa italiana, Berlusconi riesce a sprecare anche la sua ultima carta.
Come un pokerista fallito, che non ha punti in mano e vive solo di bluff, butta via in un colpo solo la borsa e la vita.
Si gioca il Paese (con un ridicolo “piano anti-crisi” che i partner della Ue potrebbero bocciare) e il governo (con una penosa retromarcia che i frondisti del Pdl hanno già bocciato).
Atteso al varco dai Grandi del mondo, il presidente del Consiglio si presenta a mani nude al G-20 di questa mattina.
Senza decreto legge, e ormai senza maggioranza.
Siamo all’atto finale del berlusconismo. La lunga “notte della Repubblica” non è bastata al Cavaliere per ricostruire le macerie della sua coalizione.
Il Consiglio dei ministri non è stato in grado di varare il provvedimento urgente con le misure più severe per il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della crescita.
È riuscito a malapena a raffazzonare un maxiemendamento alla legge di stabilità con le misure più indolori dal punto di vista sociale e più incolori dal punto di vista economico.
Un po’ di privatizzazione del patrimonio pubblico, un po’ di liberalizzazione degli ordini professionali, qualche pasticcio “ad aziendam” nella giustizia civile e la solita bufala propagandistica sulla sburocratizzazione dello Stato.
Tutto qui.
Nessun intervento sulla previdenza, con un ritocco sull’anzianità .
Nessun ridisegno del prelievo fiscale, con una patrimoniale o una reintroduzione dell’Ici.
Nessuna riforma del mercato del lavoro e del Welfare.
Tutto rinviato a un decreto futuro e ad un futuro disegno di legge. Già questo dà la misura dello scarto drammatico che esiste nella percezione della crisi.
Da una parte la battaglia furiosa che si combatte sulle piazze finanziarie internazionali, dall’altra la palude stagnante che si registra nel teatrino berlusconiano. Il tempo del mercato globale, luogo del verdetto giornaliero sui debiti sovrani, non coincide con il tempo di Palazzo Grazioli, “tempio” della trattativa estenuante, del rinvio sistematico, del compromesso levantino.
Il “libro dei sogni”, dunque, si è trasformato nel peggiore degli incubi.
La pomposa e pretenziosa lettera che il Cavaliere aveva illustrato al vertice europeo del 26 ottobre, com’era prevedibile, è già carta straccia.
Era una truffa, mendace e velleitaria.
Alla Ue il premier l’ha rivenduta come fosse un “Contratto con gli europei”, simulando impegni inverificabili e scadenze improbabili.
Peccato che i mercati non l’hanno bevuta: il palazzo Justus Lipsius di Bruxelles non è lo studio di Bruno Vespa.
Agli italiani il premier l’ha smerciata come fosse la sua nuova “rivoluzione liberale”, evocando addirittura lo “spirito del ’94” nelle sedute ormai fantasmatiche del cerchio magico forzaleghista.
Da allora sono passati otto giorni e bruciati oltre 100 miliardi, tra crolli in Piazza Affari e picchi dello spread tra Btp e Bund: la “frode” berlusconiana è drammaticamente manifesta in Europa, e puntualmente svelata in Italia.
Quella del Cavaliere non è una scelta. È piuttosto una resa.
Il premier si arrende all’ordalia dei mercati e all’eutanasia della maggioranza. La politica, in questo centrodestra mutilato da oltre un anno della componente finiana, non esiste più già da un pezzo.
Ma con la lettera finalmente autografa degli scontenti del Pdl (che gli chiedono un passo indietro e un allargamento della coalizione) viene forse meno anche l’aritmetica. Si vedrà presto, nei prossimi appuntamenti parlamentari.
Il maxiemendamento alla legge di stabilità potrà anche passare al Senato, la prossima settimana. Ma quando approderà alla Camera, tra il 13 e il 20 novembre, sarà una terribile roulette russa.
Molto più di quanto non lo siano state le rocambolesche fiducie votate dal 14 dicembre 2010 al 14 ottobre 2011.
Una mossa così impudente rispetto agli impegni sottoscritti nell’Eurozona, e così inconcludente rispetto ai bisogni del Paese, si spiega solo in un modo: Il Cavaliere non può e non vuole combattere la grande guerra per la modernizzazione, da uomo di una destra thatcheriana dura e pura che in Italia non è mai esistita e che lui (a dispetto della grancassa bugiarda del Foglio e di “Radio Londra”) non ha mai incarnato.
Vuole invece sopravvivere almeno fino alla fine dell’anno.
Per impedire che nasca subito un altro governo di salute pubblica al posto del suo.
Per aprire la crisi a gennaio (evitando lo spettro del referendum sulla “porcata” di Calderoli) e pilotarla fino alle elezioni anticipate della prossima primavera.
Ma questa “strategia della sopravvivenza”, che nasce dal puro interesse personale e fa strame del bene comune, ha ormai il fiato cortissimo.
L’opposizione politica è coesa, quanto meno nell’immediata disponibilità ad approvare anche le misure di risanamento più severe, purchè Berlusconi esca di scena un minuto dopo.
L’opposizione sociale è compatta, quanto meno nella richiesta di un’immediata “discontinuità ” di governo. Soprattutto, è in campo il presidente della Repubblica, che ha di fatto avviato un ciclo di consultazioni informali, come se una crisi di governo fosse già virtualmente in atto. Il comunicato diffuso due giorni fa dal Quirinale, alla luce di quanto sta accadendo, assume un significato sempre più chiaro.
L'”assunzione di decisioni efficaci”, nel solco degli impegni assunti in sede europea, è ormai “improrogabile”.
I gruppi di opposizione “hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi”.
Il Paese “può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte” che tutti si attendono dall’Italia.
Nessuno può permettersi di snaturare il pensiero o di forzare l’azione di Giorgio Napolitano.
Ma ogni ora che passa, si fa sempre più forte la sensazione che il Cavaliere non è più “salvabile”.
E che un altro governo, finalmente, è davvero possibile.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE BOCCIA IL DECRETO LEGGE, IL CONSIGLIO DEI MINISTRI PARTORISCE SOLO UN EMENDAMENTO ALLA LEGGE DI STABILITA’ CHE RICALCA LA LETTERA ALLA UE
La giornata si alterna tra ambizioni modeste: decreto o maxi-emendamento, maxi-emendamento o decreto.
Una cosa qualunque da portare al G20, al vertice di questa mattina a Cannes.
Alla fine, nel vertice notturno, che si è concluso alle 22.30, prevale la linea più minimalista: niente decreto, soltanto un emendamento alla legge di Stabilità che si discuterà in Parlamento entro il 15 novembre.
Le misure anticirisi, stando a quello che risultava ieri sera, saranno rinviate a un disegno di legge, dalle scadenze imprevedibili.
Durante la giornata il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha lasciato trasparire con chiarezza la sua preferenza: meglio che le riforme passino in Parlamento, possibilmente con le “larghe intese” auspicate dal Colle martedì.
Troppo alto il rischio che in un decreto legge notturno qualche ministro bellicoso come Maurizio Sacconi infilasse per esempio la cancellazione dell’articolo 18 sui licenziamenti. L’unica cosa peggiore della situazione attuale è quella del Quirinale che deve respingere un decreto impresentabile.
Anche il ministro del Tesoro Giulio Tremonti è salito al Quirinale, “per parlare del G20 e della situazione economica”, dicono fonti vicine al Tesoro.
Per discutere il ruolo di freno a mano dentro il governo del superministro, malignano tutti gli altri.
A cominciare da Giuliano Ferrara. Il direttore del Foglio, in un editoriale, oggi ricostruisce: “Berlusconi aveva deciso il decreto-Europa, dopo incertezze superate ieri mattina. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini ci aveva spiegato all’una del pomeriggio il dettaglio della decisione riformatrice e liberalizzatrice, Berlusconi ce l’aveva confermata”.
Peccato che “il suo ministro dell’Economia è contro il decreto. Il capo dello Stato è contro il decreto. Le motivazioni di Tremonti sono ciniche e politiciste. Quelle di Napolitano risentono del suo ruolo arbitrale”.
Chi vuole l’emendamento, sostiene Ferrara, punta in realtà a prendere tempo per smontare quel che resta del blocco berlusconiano in defatiganti negoziati, così da trovarsi piazzato al meglio per un cambio a Palazzo Chigi che quasi tutti danno per scontato.
Tremonti ieri ha fatto di tutto per dimostrare che lui, e solo lui, la sua parte l’ha fatta: prima ha riunito il Comitato per la stabilità finanziaria, con Consob, Isvap e Bankitalia.
E il Comitato ha sancito che “La tendenza all’equilibrio dei conti pubblici prosegue”. Ministro promosso.
Poi la Banca d’Italia, con il nuovo governatore Ignazio Visco, spiega che finchè il rendimento dei Btp, i titoli di Stato a 10 anni, non arriva all’8 per cento sul mercato possiamo sperare di sopravvivere, e oggi siamo al 6,24.
Il terzo applauso Tremonti se lo fa da solo, comunicando i dati sul fabbisogno, cioè sui soldi che al ministero serve avere in cassa da qui a fine anno, con un miglioramento di 12 miliardi .
Ma le posizioni di Tremonti, che al vertice del Pdl arriva in ritardo, complicano lo stallo.
Il governo non sembra in grado di trovare il colpo a effetto per bloccare la crisi. Un conto è lo scadenzario concordato con l’Europa, altro le misure per reagire al panico sui mercati che ha fatto sprofondare del 7 per cento la Borsa martedì.
“Non ci saranno interventi sui patrimoni”, dice il sottosegretario al Tesoro Luigi Casero, escludendo in un colpo solo la patrimoniale, il ritorno dell’Ici chiesto dalla Banca d’Italia con Mario Draghi e il prelievo sui conti correnti.
Quanto a un nuovo intervento sulle pensioni, non previsto neppure dalla lettera alla Ue, manco a parlarne, con il leader leghista Umberto Bossi che minaccia: “Facciamo scoppiare la rivoluzione”.
L’unica altra leva a disposizione è l’ennesimo aumento dell’Iva, che potrebbe portare circa 6 miliardi molto in fretta, se poi si volesse tappare il buco di 20 miliardi circa nella manovra di agosto l’aumento potrebbe essere anche di più punti.
Non restano molte alternative e comunque la via rapida dei decreti legge sembra ormai preclusa, vista la posizione del Quirinale.
E venerdì, al ritorno dal G20, Berlusconi potrebbe trovare i mercati delusi dal summit di Cannes, preoccupati per i pessimi numeri sull’economia Usa diffusi ieri, logorati dall’incertezza sulla Grecia.
Pronti a sfogare le loro frustrazioni sull’Italia e su Berlusconi.
Sempre che sia ancora a Palazzo Chigi.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA SLAVINA DEI FRONDISTI SPARSI, NON SOLO SCAJOLIANI…. IL PREMIER: “ME LO DICANO IN FACCIA!
Li chiamano, nel Pdl, “frondisti sparsi”, non solo scajoliani. 
È l’ultima frontiera antiberlusconiana (che comprende anche le manovre di Luca di Montezemolo) per far cadere il Cavaliere e andare a un nuovo governo, evitando così le elezioni anticipate nel 2012, vero spauracchio di tanti peones di destra smarriti, incazzati e allo sbando.
Ieri, all’ufficio di presidenza del partito dell’amore, convocato a casa di B., a Palazzo Grazioli, il segretario Angelino Alfano ha affrontato la questione in termini prettamente numerici: “C’è una congiura contro di noi per attirare una decina di deputati e fare un governo del ribaltone. Ma hanno tempo fino a Natale perchè poi l’unica alternativa sono le elezioni anticipate a marzo o aprile”. In realtà le sacche di malessere nel Pdl si stanno allargando oltre la “decina” denunciata dal fedele Alfano
Lui, B., continua a ostentare sicurezza e dice che “i numeri ci sono per approvare i singoli provvedimenti che faremo” e che alla fine vuole vedere “in faccia chi mi viene contro”.
Ormai, però, il nuovo treno per un esecutivo tecnico o di larghe intese è partito ed è iniziata un’altra attesa spasmodica per il fatidico “incidente” in Parlamento.
Il manipolo dei “frondisti sparsi” è variegato e ha preso coraggio dopo l’addio al Pdl di Roberto Antonione, forzista della primissima ora, che di fatto ha decretato la fine della maggioranza: senza il suo voto scende da 316 a 315.
La novità principale è costituita da alcuni berlusconiani considerati “falchi irriducibili”.
I nomi circolano da domenica e sono quelli di Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio.
Poi delusi come la senatrice Ida D’Ippolito e Piero Testoni.
Quest’ultimo ieri ha confermato il suo mal di pancia: “Sono tra coloro che dicono che in questo momento la maggioranza se c’è si deve far sentire”.
Questi scontenti sarebbero almeno 15 e ieri avrebbero pranzato insieme. Tra di loro anche il neomontezemoliano Fabio Gava.
Allo scoperto è uscito persino l’insospettabile Maurizio Paniz, il deputato-avvocato che fece votare la maggioranza per la tesi di Ruby “nipotina di Mubarak”.
In un’intervista Paniz scarica B. a favore di un governo guidato da Gianni Letta: “Io sono critico con Berlusconi per aver portato una commistione fra pubblico e privato che non va bene. Berlusconi ha messo molte persone in posti per i quali non erano all’altezza. Nel 2013 il presidente Berlusconi, a mio parere, non è candidabile. Oggi potrebbe fare un governo Gianni Letta, che è la persona che riesce a coagulare un percorso di consensi molto forte”.
Il repubblicano Nucara, altro malpancista della maggioranza, si schiera per il papabile Mario Monti e pronostica che “sarà molto difficile realizzare il programma di Berlusconi illustrato all’Ue”.
Alla lista poi vanno aggiunti i cosiddetti scajoliani e un po’ di ex Responsabili in forte sofferenza.
Tre in particolare: i campani Milo e Pisacane, ossia gli eroi dell’ultima fiducia, e Pippo Gianni. Milo ha smentito a metà : “Non lascio la maggioranza ma serve un cambio di rotta”.
Dieci o quindici che siano, questi deputati costituirebbero “l’avanguardia” per far andare sotto la maggioranza la prossima settimana, quando B. tornerà dal G20 di Cannes, in Francia.
Le opzioni vanno dalla legge di stabilità al rendiconto di bilancio già bocciato una volta. Oppure ancora a un voto legato alle conclusioni sul G20.
E ieri sera sarebbe apparso un nuovo documento dei “frondisti” (dopo il flop della “lettera” ispirata da Pisanu e Scajola rimasta però “anonima”), già una dozzina le firme in calce: l’obiettivo è il passo indietro del premier, anche a costo di arrivare a una mozione di sfiducia. A quel punto si spera in un effetto slavina che possa coinvolgere un numero di parlamentari più alto e varare un governo dalle basi solide, non con una maggioranza risicata.
In questo senso va una dichiarazione del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: “Non è più il momento delle furberie ma pensiamo che ci siano molti disponibili ad uscire dalla maggioranza”.
Così, sul futuro di B., in queste ore si moltiplicano gli scenari, compresa la voce di possibili dimissioni dopo il G20.
Ma lui, assediato nel bunker, non intende mollare e al Quirinale ha fatto dire che “non ci sono alternative a questo governo”.
Come scrive Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi: “Il capo del governo si ritrova sotto assedio a Palazzo Chigi. Il plotone è pronto a fare fuoco”.
Si salverà anche stavolta, il soldato Berlusconi?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
IL TUTTO UNITO A CONDONI VARI, DISMISSIONI, BLOCCO CONTRATTI… TREMONTI HA CONSIGLIATO A BERLUSCONI DI FARE UN PASSO INDIETRO, LA MAGGIORANZA SI STA SFALDANDO
L’unica certezza di Berlusconi è che «al Quirinale non c’è un capo dello Stato intento a
ordire trappole».
Tuttavia la fiducia che ancora gli accorda Napolitano è a tempo, e di tempo il Cavaliere non ne ha più.
Indebolito dalle piazze finanziarie internazionali, accerchiato dalle manovre nei palazzi romani, e senza un accordo nel vertice d’emergenza convocato in serata, il premier ha trascorso la giornata meditando il varo di «misure choc» per salvare il Paese e il suo governo, entrambi a rischio default.
Non c’è dubbio che gli «interventi straordinari» sui quali sta ragionando «mi fanno venire l’orticaria solo a pronunciarli».
Dalla patrimoniale al prelievo forzoso, da un piano di dismissioni doloroso fino a una lunga teoria di condoni, Berlusconi valuta i provvedimenti da porre come sacchetti di sabbia sull’argine del fiume che ha già iniziato a tracimare.
«Mi hanno detto di fare come Amato», spiega il Cavaliere, che evoca così un’altra stagione economica drammatica, quella del ’92, e le misure draconiane che vennero allora adottate per salvare la lira: guarda caso una patrimoniale sulla casa, un prelievo sui conti correnti e i depositi bancari, il blocco per un anno dei contratti del pubblico impiego e il blocco delle pensioni di anzianità .
Tanto basta per far spuntare sul volto del premier una smorfia di disgusto mista a disappunto, perchè ognuno di questi provvedimenti sarebbe «contrario ai miei capisaldi», al credo che ha divulgato per venti anni e che in parte ha già dovuto abbandonare con la manovra estiva.
Mentre i Btp continuano a cedere terreno sui listini, Berlusconi spiega alla Merkel che «farò quanto è necessario per difendere fino in fondo la credibilità dell’Italia», e con essa anche ciò che resta della sua credibilità nel consesso mondiale.
Nel corso del colloquio il premier ribadisce che «il mio governo intende rispettare gli impegni», ma intanto si chiede e chiede «cosa posso fare più di quanto ho fatto».
La risposta della cancelliera tedesca non si fa attendere, è un suggerimento che somiglia tanto a una perentoria richiesta: far validare intanto da un voto del Parlamento le linee guida del piano di risanamento presentato in Europa, una sorta di imprimatur preventivo in attesa dell’approvazione dei provvedimenti.
La piena ha superato ampiamente i livelli di guardia quando Berlusconi accenna a Napolitano le «misure choc», prospettate ancora come ipotesi, segno della confusione che regna nella maggioranza e che viene indirettamente confermata dall’assenza di Bossi al vertice serale di Palazzo Chigi.
E se è vero che la conversazione con il presidente della Repubblica convince il premier che «al Quirinale non si ordiscono trappole», è altrettanto vero che il Colle è risoluto nel chiedere atti di governo che tolgano l’Italia dal mirino della speculazione finanziaria.
Il punto però non è stabilire quale sia il mezzo con cui varare i provvedimenti, poco importa se si tratti di decreti e di emendamenti da inserire nella legge di Stabilità : il nodo è il contenuto.
Ed è su questo che scoppia l’ennesimo scontro tra Berlusconi e Tremonti, considerato dal premier non più solo un «problema politico», ma un «fattore» dell’attacco speculativo all’Italia per via dell’atteggiamento assunto in questa fase: «Se un ministro dell’Economia si mostra scettico sulle misure che vengono adottate, che segnale trasmette ai mercati»?
L’accusa che Berlusconi rivolge all’inquilino di via XX settembre di «tradimento». Per tutta risposta anche ieri sera, al culmine dell’ennesimo alterco al vertice, Tremonti ha invitato il Cavaliere a fare «un passo indietro», in nome «dell’interesse nazionale», delle «aste dei titoli di Stato sul mercato».
Ma il premier non ha intenzione di dimettersi, e ieri mattina aveva studiato una road map per resistere a Palazzo Chigi.
Sul fronte istituzionale era (e al momento resta) sua intenzione convocare un Consiglio dei ministri con cui varare una prima parte di misure da presentare già ai partner internazionali del G20.
Epperò sarà difficile realizzare questa parte del piano, visto che ieri sera non era stato ancora raggiunto un accordo.
Sul fronte politico resta convocato l’Ufficio di presidenza del Pdl, pronto a chiedere – con un documento – che «tutte le decisioni in materia economica vengano accentrate a Palazzo Chigi».
È un modo per mettere in mora Tremonti, e al tempo stesso per tenere saldo l’asse con la Lega, dato che «le misure – questo sarà scritto nella risoluzione del partito – dovranno essere coerenti con il piano preparato per l’Europa», quella sorta di programma di governo di fine legislatura firmato da Bossi, e che pertanto dovrebbe vincolare il Carroccio.
Dovrebbe, visto che il Senatur con la sua assenza pare volersi tenere le mani libere. Ma non è questo il pericolo maggiore per Berlusconi, sono piuttosto le crepe nelle file parlamentari a destare allarme, l’ipotesi – fondata – che altri deputati lascino la maggioranza e lascino di conseguenza il governo senza fiducia a Montecitorio.
Per questo nella sua road map il Cavaliere ha previsto di presentarsi davanti alle Camere dopo il G20, non prima, come gli hanno chiesto ieri i leader del terzo polo.
È evidente il motivo: il premier ha intuito il rischio dell’agguato e non intende andare al vertice di Cannes da «dimissionato».
Dopo, invece, potrebbe farsi scudo dei provvedimenti per sfidare il Parlamento ad accettare il piano di risanamento «nell’interesse del Paese» o staccare la spina all’esecutivo.
A quel punto – come spiegava in questi giorni il segretario del Pdl Alfano – «tutti dovranno sapere che dopo il governo Berlusconi non potrà esserci il governo dei congiurati, ma solo il voto anticipato».
Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA PERSO LA FIDUCIA DEI MERCATI E LA CRISI FINANZIARIA TRAVOLGE I NOSTRI ISTITUTI DI CREDITO…OGNI 100 PUNTI DI SPREAD IL COSTO PER LE BANCHE E’ DI 9 MILIARDI IN TERMINI PATRIMONIALI E DI 1,2 MILIARDI DI RIDUZIONE DEI PROFITTI
L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata l’espace
d’un matin, come la rosa del poeta.
Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe.
Il differenziale di tasso rispetto a quello tedesco è balzato a 452 punti (4,52 punti percentuali).
Per rinnovare i nostri debiti paghiamo il triplo della Germania e il doppio della Francia. È la prova definitiva del fatto che l’Italia ha perso la fiducia dei mercati.
L’Italia è così costretta a ricevere ultimatum tanto pressanti quanto umilianti. Dai problemi di oggi si esce o innestando la marcia dello sviluppo economico o tagliando senza pietà le spese pubbliche per ridurre il debito. Se non riusciamo ad imboccare la prima strada, ci spingono sulla seconda e comunque in Italia qualcuno apprezza che ciò comporti anche una bella botta ai diritti sindacali.
L’abolizione dell’articolo 18 è come un diamante per una fanciulla: un regalo per sempre . Aquesto bivio siamo arrivati con un progressivo smottamento da inizio anno scandito dai downgrading del Paese e dall’aumento degli spread: quello a due anni, già prima delle ultime giornate di fuoco era aumentato di 183 punti base rispetto a dicembre scorso; per la Spagna l’aumento è stato di soli 70 punti base.
È la misura più lampante della differenza con cui oggi i mercati guardano al nostro Paese: è quello che ci costa l’agonia del governo.
Fra le vittime di questa situazione ci sono anche le banche, cui l’autorità bancaria europea (Eba) oggi chiede di aumentare i capitali (per le prime 5 italiane si tratta di 15 miliardi su un totale di 106 per le principali 70 dell’Unione).
Un importo indispensabile per garantire un flusso adeguato di crediti all’economia.
Lunedì i principali banchieri italiani hanno chiesto una sostanziale riduzione degli obblighi di capitale imposti dall’Europa, ma è difficile che le loro richieste arrivino a Bruxelles, perchè nessuno oggi è disposto a fare sconti all’Italia.
Ma soprattutto dovrebbero capire che stanno chiedendo soccorso a chi è la causa dei loro principali problemi, che derivano in larga misura proprio dalla spirale perversa degli spread.
Per le banche infatti questi aumenti di tassi sono dannosi quanto per le casse statali.
Da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading.
Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perchè gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico.
In termini pugilistici, un uno-due micidiale. S
olo per le banche oggetto della richiesta dell’Eba, il primo effetto comporta maggiori esigenze di capitale per quasi 9 miliardi per ogni 100 punti base di spread.
Basterebbe cioè oggi essere fra 300 e 350 punti (che sarebbe comunque il doppio di dicembre) per ridurre di due terzi l’onere che viene imposto dall’Europa e renderlo ben più tollerabile.
E poi ci sono i maggiori costi di raccolta: le 5 banche hanno rinnovato titoli per 94 miliardi nel corso del 2011: ogni punto percentuale di maggior tasso è dunque costato quasi un miliardo.
Per la raccolta interbancaria, 65 miliardi, l’incremento dei costi è attenuato dalle condizioni di favore della Bce, ma vale comunque qualche centinaio di milioni.
In totale, un aumento dei costi di 1,2 miliardi significherebbe il 14% dei profitti lordi prima delle tasse del 2010 e dunque una sostanziale riduzione della capacità di aumentare i capitali accantonando utili futuri.
E ci meravigliamo se in borsa i titoli bancari scendono?
Insomma: ogni 100 punti base di spread comportano per le banche un salasso di 9 miliardi in termini patrimoniali e 1,2 di riduzione dei profitti lordi. Ed è ragionevole ipotizzare che la debolezza delle risposte italiane alla crisi vale almeno tanto, che è comunque meno del differenziale che si è aperto rispetto alla Spagna.
Ma cosa è questa se non la misura della “tassa Berlusconi”, la nuova versione della “Robin tax” che all’inizio del suo mandato il ministro Tremonti, quello che aveva previsto la crisi, proponeva di far pagare alle banche?
Altro che chiedere al governo di essere protette a Bruxelles; le banche dovrebbero limitarsi ad una sola parola: vattene.
Marco Onado
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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