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IL BIG BANG DELLA LEGA: IL SONDAGGIO IPR DA’ IL PARTITO DI BOSSI AL 7,7%

Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA CAUSA DEL DECLINO NON STA TANTO NELLE DIVERSE POSIZIONI TRA BOSSI E MARONI O NELLE DIATRIBE TRA CERCHIO MAGICO E MARONIANI, MA NELLA POLVERIZZAZIONE DELLE IDEE LEGHISTE IN ALMENO QUATTRO CORRENTI DI PENSIERO

Il vistoso arretramento della Lega, accreditata per la prima volta dall’inizio della legislatura di un peso elettorale inferiore all’8%, è probabilmente il dato più interessante della rilevazione di questo mese.
E’   impossibile, quindi, non scorgere nell’arretramento un indice specifico, relativo alle precarie condizioni in cui versa un partito attraversato da crisi di identità  e lotte intestine giunte ben oltre il livello di guardia.
La frattura è stata finora giornalisticamente sintetizzata dal conflitto tra Bossi e Maroni, ma nella realtà  la Lega attualmente appare divisa in quattro diverse correnti di opinione con specifici valori di consenso e probabilmente con un futuro prossimo diviso.
Gli estremisti, i barricaderi, il popolo padano dei prati verdi estivi, quelli che tifano senza se e senza ma per la secessione, quelli che di tanto in tanto possono apparire come dei gravi deragliamenti dal sentiero della responsabilità  istituzionale e di governo.
Riflettono il sentimento genuino di una quota non irrilevante di elettori leghisti.
Questa è la corrente di opinione riferibile a Borghezio che traduce in formule semplici e di impatto una vocazione riottosa e reazionaria che nella base appare caratterizzata da una discreta consistenza.
Si tratta di una componente sottostimata dalla rappresentazione giornalistica in quanto è più presente nell’elettorato che non nel ceto politico leghista.
La consistenza elettorale: 1,5%.
Gli autentici, i sempreverdi.
All’interno del ri-posizionamento delle varie componenti si colloca un’area grigia che pur conservando e coltivando le parole d’ordine delle origini assume un profilo più misurato, riuscendo a coniugare buona parte del verbo leghista tradizionale – solo leggermente e opportunamente depurato – con le responsabilità  di governo.
L’area di riferimento è quella di Salvini: mixa esternazioni anti italiane, fortemente nordiste, con un codice di comunicazione che svolge una funzione di decompressione delle pulsioni della base.
Pur nutrendo una forte insofferenza verso la gestione berlusconiana del potere riconosce nella guida di Umberto Bossi un punto di riferimento difficilmente prescindibile. La consistenza elettorale: 1,5%.
I progressisti, i malpancisti verdi.
L’esperienza di governo ha favorito nel corso degli anni la maturazione all’interno dell’elettorato leghista di una componente che si potrebbe definire “progressista”.
In quest’area la metamorfosi lessicale del messaggio tradizionale è stata il sintomo di una revisione dei contenuti e si è accompagnata a una ridefinizione della stessa ragion d’essere del movimento.
L’intento secessionista ha fatto spazio al disegno federalista senza mettere in discussione l’Unità  d’Italia, la politica nordista è diventata più un modello da esportare al Sud che non un modo per delineare un confine con il Meridione.
Nè con Berlusconi nè con Bossi, sembra essere lo slogan politico, addirittura lasciando intendere che sono possibili anche aperture ed alleanze con il PD.
Quest’area si riconosce nel ministro Maroni ed in una significativa squadra di sindaci. La consistenza elettorale: 3%.
I devoti, gli adepti del cerchio magico.
Se per i maroniani la diarchia Bossi-Berlusconi è vissuta come un retaggio del passato, per questa area il binomio Bossi-Lega possiede un carattere imprescindibile.
Bossi for ever, che sia il padre o il figlio poco importa.
Le sorti del movimento sono vincolate agli attuali equilibri della coalizione di maggioranza, e solo dal leader riconosciuto può arrivare un’eventuale indicazione di svolta.
La guida berlusconiana e il costante e progressivo ampliamento delle vicissitudini del premier è tollerata, ma si continua a ritenere che la presenza al governo giustifichi il senso di disagio. Questo segmento confida nel fatto che il raggiungimento del fine ultimo, l’approvazione del federalismo fiscale, saprà  compensare i sacrifici fatti in questi anni e riscattare i magri risultati riscossi dagli enti locali nel corso della legislatura.
La consistenza elettorale: 1,7%.
Uno scenario così frammentato pone evidentemente qualche interrogativo sulle prospettive del   movimento leghista, innanzitutto rispetto ai margini di vitalità  di una profilo identitario incerto, in larga parte ancorato a una leadership e a un orizzonte politico in fase di esaurimento.
In questo senso, la divisione della base del partito tra bossiani e maroniani si dimostra artificiosa e fin troppo generosa: la stessa idea di leghismo si nutre oggi di ragioni e suggestioni estremamente composite, sulla cui compatibilità  solo il tempo e la rimozione di feticci ormai logori consentirà  di esprimersi.
Il leghismo osservato senza le lenti del passato appare oggi qualcosa di polverizzato e incerto. In definitiva, qualcosa da re-inventare.

Antonio Noto
(direttore IPR Marketing)

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CRISI: INFLAZIONE AL 3,4%, TOP DAL 2008, BOOM DI DISOCCUPATI TRA I GIOVANI

Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

SENZA LAVORO IL 29,3% DEI GIOVANI TRA I 15-24ENNI, IL DATO PIU’ ALTO DAL 2004…META’ DELLE DONNE E’ INATTIVA…L’INNALZAMENTO DELL’IVA AL 21% HA SCATENATO UN AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI FINO AL 20%

Gli under 25 che in Italia sono a caccia di un impiego sono il 29,3%.
Si tratta del livello più alto dal 2004, ovvero da quando sono iniziate le serie storiche. Insomma le stime provvisorie dell’Istat descrivono un mercato del lavoro in difficoltà .
Ma non è solo l’Italia a soffrire, a settembre la disoccupazione rialza la testa in tutto il Vecchio continente, con l’Eurostat che registra un tasso di senza lavoro pari al 10,2% nell’Eurozona e al 9,7% nell’intera Ue.
Quindi Roma riesce a mantenersi abbondantemente sotto la media europea.
Il discorso cambia, però, se si fa riferimento ai giovani, con la Penisola che si piazza ai vertici della lista dei Paesi che scontano i più alti tassi di disoccupazione giovanile.
Un’altra piaga è rappresentata dagli inattivi.
A settembre l’Istat, infatti, segna peggioramenti su tutti i fronti: crescono le persone alla ricerca di un impiego (+76 mila in un solo mese); calano gli occupati (-86 mila); e aumentano coloro che nè hanno un posto nè lo cercano, gli inattivi (+21 mila).
Inoltre, nonostante nell’ultimo mese il rialzo della disoccupazione e la diminuzione dell’occupazione abbiano interessato sia la componente femminile che quella maschile restano profonde differenze.
Basti pensare che le donne che lavorano sono ferme a quota 46,1%; le disoccupate, invece, sono il 9,7%.
Ma il divario maggiore sta nell’inattività , che colpisce quasi una donna su due (48,9%).
D’altra parte la schiera degli inattivi conta oltre 15 milioni di persone.
Preoccupate sono le reazioni dei sindacati.
La Cgil parla di «voragine occupazionale» che testimonia «il fallimento» del un governo.
Per la Cisl siamo il «peggioramento» mostra «come la proposta di facilitare i licenziamenti economici sia del tutto fuori contesto».
Sulla stessa linea la Uil, che esorta ad «intervenire», e l’Ugl che avverte sul rischio di «allarme sociale».
Quanto alla ‘questione femminilè il ministro per le Pari Opportunità , Mara Carfagna, sottolinea che l’impegno a sostenere le donne c’è e «che questo obiettivo sia una priorità  per il governo lo dimostra, tra l’altro, la lettera inviata a Bruxelles la settimana scorsa».
Brutte notizie anche sul fronte inflazione che ad ottobre è volata al 3,4%, mettendo a segno un forte balzo in avanti rispetto a settembre, quando era al 3%.
I prezzi al consumo nell’arco di un solo mese sono cresciuti dello 0,6%, come non accadeva dal lontano giugno del 1995.
La spinta più decisa ai rincari, come previsto, è arrivata dall’aumento dell’aliquota dell’Iva ordinaria (passata al 21% dal 20%).
Incremento che, entrato in vigore il 17 settembre insieme alla manovra, ha per la prima volta prodotto appieno i suoi effetti ad ottobre.
Il termometro dell’Istat sui prezzi, stando alle stime preliminari, ha segnato le punte massime in corrispondenza del capitolo energia.
La corsa di benzina (+17,8%) e gasolio (+21,2%) non si è fermata, ma questa volta hanno contribuito anche le tariffe del gas (+11,3%), salite dopo l’adeguamento trimestrale comunicato dall’Autorità  per l’energia.
E a stagione fredda ormai alle porte, si è rialzato anche il prezzo del gasolio da riscaldamento (+16,5%).
L’avanzata dell’inflazione, che prosegue senza salti all’indietro da 14 mesi, non risparmia neppure i piccoli piaceri o vizi quotidiani.
Ormai sembra senza freni il rincaro della tazzina di espresso, con il caffè salito del 15,9% e lo zucchero del 16% e in deciso aumento risultano anche le sigarette (+7,1%).
Ma l’impennata più forte, un altro effetto dell’ultima manovra, è stata registrata dal trasferimento di proprietà  auto (+50%).
Il principale accusato della ventata inflazionistica di ottobre è, quindi, il rialzo dell’Iva che secondo la Confcommercio si è scaricato sui prezzi con un ritmo «più rapido» rispetto a quanto già  previsto.
La Confesercenti ha tratto le stesse conclusioni, tonando a ribadire che l’incremento dell’imposta è stato «un errore».
Particolarmente preoccupati sono stati anche i commenti delle associazioni dei consumatori, il Codacons ha parlato di una «sciagura per le famiglie italiane» mentre Federconsumatori e Adusbef hanno calcolato una perdita di potere d’acquisto per ogni nucleo pari nel 2011 a oltre 1.600 euro.
Inoltre le organizzazioni degli agricoltori, come Cia e Coldiretti, hanno fatto notare come abbiano risentito dell’aumento Iva anche i beni non direttamente coinvolti, dal pane alla verdura.

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LA PROTESTA DEGLI AGENTI DI POLIZIA: 50.000 CARTOLINE A NAPOLITANO

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

IL SINDACATO SAP, DI AREA CENTRODESTRA: “NON SI COMPROMETTA LA SICUREZZA DEI CITTADINI”…. CRITICHE A LA RUSSA: “ANNUNCIA RISORSE CHE ERANO GIA’ PREVISTE”

“Caro presidente della Repubblica, mi appello a lei affinchè i tagli alle risorse delle Forze dell’Ordine fatti da questo governo non colpiscano la sicurezza dei cittadini”.
È questo il testo di 50mila cartoline indirizzate a Giorgio Napolitano che i poliziotti del Sap (il sindacato di polizia di area centrodestra) stanno facendo firmare ad altrettanti cittadini.
Nei prossimi giorni la buca delle lettere del Quirinale sarà  dunque intasata da queste cartoline-appello.
“Siamo allo stremo”, spiega il segretario del Sap, Nicola Tanzi.
“Riteniamo – aggiunge – che il presidente della Repubblica sia l’unica autorità  istituzionale e anche morale che possa esercitare tutta la moral suasion possibile nei confronti della classe politica e del Parlamento sui tagli alle Forze dell’Ordine che riducono drasticamente la sicurezza dei cittadini”.
Non è certo servito a placare la rabbia delle forze dell’ordine l’annuncio dell’altro ieri del ministro della Difesa di un ripensamento sui tagli.
“Non ci saranno – ha proclamato Ignazio La Russa – tagli al compartimento Difesa e Sicurezza per quanto riguarda gli avanzamenti di carriera”.
Ma l’entusiasmo di La Russa è stroncato dai sindacati di polizia, secondo i quali “le risorse previste sono insufficienti e soprattutto non si tratta di nuovi stanziamenti, ma di fondi che erano già  a disposizione del nostro comparto per la riqualificazione delle carriere”.
“È tutto un bluff”.
E così, dopo la raccolta di soldi in bidoni della benzina organizzata il 18 ottobre dal Sap (hanno “elemosinato” fondi anche dai parlamentari), dopo la protesta di piazza dei sindacati di centrosinistra (fra gli altri, Anfp, Siulp, Siap) mentre Maroni relazionava al Senato sugli scontri a Roma coi black bloc, dopo la clamorosa protesta dei carabinieri e quella del Cocer Esercito che ha chiesto le dimissioni dell’esecutivo, e infine dopo quella di mercoledì della Dia, gli agenti del sindacato autonomo di polizia organizzano ora una nuova clamorosa protesta coinvolgendo ancora i cittadini.
In particolare, stanno predisponendo gazebo e stand in tutte le città  italiane per raccogliere le firme di adesione sulle 50mila cartoline.
“Mi appello al presidente della Repubblica – recita l’appello – perchè la sicurezza appartiene a tutti. E invece i tagli economici delle ultime due manovre (660 milioni, ndr), produrranno insicurezza per i cittadini”.
Dal 2008, da quando sono al governo, il ministro dell’Interno Maroni e l’ex Guardasigilli Alfano hanno ripetuto come uno spot che “questo è il governo che più di ogni altro combatte la mafia”, parlando di “antimafia dei fatti contro l’antimafia delle chiacchiere”.
Berlusconi addirittura il 15 agosto di due anni fa disse al titolare leghista del Viminale “passerai alla storia per aver sconfitto la mafia”.
I fatti, tuttavia, sono ben altri: la criminalità  organizzata, come sostenuto dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu, c’è.
È sempre più forte.
E, scrivono i poliziotti del Sap, “è più pericolosa quando è silente, come in questo momento”. “E proprio ora – denunciano quelli del Sap – lo Stato depotenzia le forze dell’ordine bloccando le assunzioni, riducendo le risorse. E costringendoci a lavorare senza finanziamenti finnziamenti adeguati, dimenticando che, invece, la criminalità  organizzata dispone oggi di mezzi economici importanti. E di tecnologia avanzata”.

Alberto Custodero
(da “La Repubblica”)

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TAGLI AI FONDI SOCIALI: UN DISABILE SU TRE PERDERA’ L’INDENNITA’”

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

CON LA “RIFORMA ASSISTENZIALE” IL GOVERNO VUOLE RECUPERARE 40 MILIARDI IN TRE ANNI…CON I TAGLI AGLI ENTI LOCALI SONO A RISCHIO LE QUOTE CORRISPOSTE ALLE FAMIGLIE DEI PORTATORI DI HANDICAP

Il contributo di solidarietà  è sparito dalla manovra economica del governo.
Ma, nonostante le proteste delle associazioni che rappresentano i disabili e le loro famiglie, è rimasta l’intenzione di recuperare 40 miliardi di euro in tre anni attraverso la riforma assistenziale e fiscale: 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014.
Cifre che tradotte nella pratica suonano come “campane a morto” per chi tutti i giorni è costretto a fare i conti con una sedia a rotelle, un bastone bianco, una malattia grave.
Le conseguenze saranno pesantissime per i disabili e i loro familiari:“A causa di questa riforma, confermata poco tempo fa dalla Commissione Bilancio, — ha spiegato Pietro Vittorio Barbieri, presidente nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap (Fish) — una persona su tre perderà  l’indennità  di accompagnamento”.
Ma fin da subito le prospettive per i disabili sono catastrofiche a causa dei tagli agli enti locali operati dal governo.
Un miliardo di euro in meno arriverà  ai Comuni per la gestione dei servizi sociali.
Ciò significa la sospensione o la riduzione di molti servizi quali assistenza domiciliare, supporti all’autonomia personale e assegni di cura.
“Anche in questo caso — ha detto Barbieri — calcoliamo che una persona su tre non potrà  più beneficiare dei servizi sociali”.
Si pensi, per fare un esempio concreto, alle persone con handicap grave certificato.
La legge n. 104 prevede che il Comune corrisponda una quota alle famiglie dei disabili gravi per fare in modo che queste possano pagare un educatore per il loro figlio oppure per permettere il suo inserimento in strutture idonee.
A causa dei tagli questa quota sarà  molto ridotta e la prestazione non potrà  essere garantita a tutti coloro che ne hanno bisogno, con il risultato che l’intera spesa dell’assistenza cadrà  sulle spalle delle famiglie.
Molte di queste, non essendo in grado di reggerla, saranno costrette a mandare i loro figli in istituti.
Un Comune di dimensioni medio-piccole avrà  circa 170mila euro in meno a disposizione per questo tipo di sostegno.
Inoltre, i Comuni avranno molti meno soldi da mettere sul piatto dell’abbattimento delle barriere architettoniche, che in Italia sono ancora tante, troppe.
La Fish calcola che saranno circa 10 milioni le famiglie a essere colpite da questi tagli che riguardano gli enti locali.
Ma il peggio arriverà  con la riforma assistenziale e fiscale varata con l’unico scopo di recuperare soldi (40 miliardi di euro in tre anni, come detto) e senza nessuna intenzione di migliorare o riqualificare i servizi. I primi effetti si faranno sentire l’anno prossimo e “a essere colpite — precisa Barbieri — saranno le pensioni di invalidità , le indennità  di accompagnamento e le pensioni di reversibilità ”.
C’è poi, se non bastasse quanto finora elencato, anche la parte fiscale della riforma che prevede una forte restrizione delle agevolazioni come le detrazioni per i familiari a carico, spese sanitarie e badanti.
Senza dimenticare l’aumento della tassazione per le cooperative che vengono equiparate ad aziende, quando sono fra le poche realtà  lavorative, se non le sole, ad assumere i disabili.
La legge n. 68 del 199 prevede infatti il collocamento obbligatorio delle persone con handicap, ma si tratta di una legge con molte falle poichè non è impositiva per le aziende, che spesso preferiscono pagare una multa piuttosto che assumere un disabile.
Con l’aumentata pressione fiscale le cooperative assumeranno meno, sempre che riescano a rimanere in piedi.
Sono state molte, nelle scorse settimane, le manifestazioni di protesta contro questa riforma dell’assistenza sociale e molte saranno ancora le azioni che la Fish ha in mente di fare in autunno. “In pochi giorni — ha detto il presidente nazionale — l’iniziativa “Fermiamoli con una firma” ha raccolto 23mila adesioni e sta proseguendo con grande successo, a dimostrazione che sono molte le persone che condividono la nostra battaglia”.

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PUBBLICO IMPIEGO, SONO BEN 23 LE RESTRIZIONI IN UN ANNO

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

TAGLI, STIPENDI E TRASFERIMENTI DALLA MANOVRA 2010 ALLA LETTERA UE… BLOCCO DEL TURNOVER FINO AL 2014, NESSUN RINNNOVO CONTRATTUALE PRIMA DEL 2018

«Poteva andare peggio», sospira sollevato un alto funzionario pubblico.
Ma è ironia amara.
Raccontano che a Roma, il giorno della lettera all’Europa sia stato vissuto come l’Armaggedon.
L’apocalisse degli statali. Un Natale senza tredicesime e stipendi tagliati di brutto.
E invece “solo” la conferma di strumenti già  attivati, come mobilità  obbligatoria e cassa integrazione a busta paga ridotta.
Da rendere «effettivi», però, «con meccanismi cogenti/sanzionatori». Più tartassati di quanto già  deciso da tre manovre in un anno, più di 20 rasoiate?
Impossibile, replicano in molti dicasteri. «Siamo all’osso».
Tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici in Italia. Il 15% degli occupati.
Meno di Usa, Grecia, Gran Bretagna, Canada, Francia.
Il paese del ridente Sarkozy è al 23%. Ma con retribuzioni più alte.
Parigi spende per gli statali il 13% del Pil, Roma l’11%. Anzi spendeva, nel 2009.
Perchè la crisi – prima finanziaria, ora dei debiti sovrani – ha inciso nella carne viva del settore pubblico italiano. Peggio solo in Grecia.
La manovra del 2010 ha bloccato tutto: assunzioni, stipendi, contrattazione, carriere.
Per tre anni, fino al 2013.
Ha tagliato del 10% le spese dei ministeri. Ha mandato in pensione le statali a 65 anni nel 2012. Ha chiesto ai dirigenti un contributo – allora ancora non “di solidarietà ” – del 5% oltre i 90 mila euro lordi annui e del 10% oltre i 150 mila.
Poi sono arrivate le manovre estive di quest’anno.
Quella di luglio pesa per un terzo su ministeri ed enti locali: 5 e 6,4 miliardi di tagli, rispettivamente.
Oltre a prorogare fino al 2014 tutti i blocchi dell’anno prima: turnover, buste paga, rinnovo dei contratti.
Questi almeno fino al 2018, visto che tra 2015 e 2017 si rivedranno solo le indennità  di vacanza contrattuale.
E poi ciliegine: mobilità  rafforzata e visite fiscali già  il primo giorno di malattia, se segue o precede un festivo.
Ad agosto, manovra bis. Mobilità  obbligatoria in ambito regionale.
Scatti di carriera bloccati, se alla vigilia della pensione. L’erogazione della liquidazione, per i pensionati d’anzianità , slitta da 6 a 24 mesi. I tagli a ministeri ed enti locali salgono a 6 miliardi ciascuno nel triennio.
Rimane il contributo di solidarietà , tolto invece ai privati. Spariscono gli enti pubblici con meno di 70 addetti.
Si salva solo l’Accademia della Crusca.
Infine la lettera all’Europa. Con l’accenno vago a superare «le dotazioni organiche» dei ministeri.
Uno tsunami in arrivo per la città  di Roma? Nei vari tira e molla, si salvano le tredicesime, i buoni pasto, il riscatto di laurea e militare, i permessi sindacali.
Capitoli messi e tolti.
Torneranno?

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FELTRI DIFENDE LA MOGLIE DI BOSSI PER SOLIDARIETA’ DI CASTA: LUI E’ ANDATO IN PENSIONE A 53 ANNI E PRENDE 179.000 EURO ALL’ANNO

Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…

Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età  in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità  non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.

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GLI ITALIANI TIRANO LA CINGHIA, AL MINISTERO DELLA DIFESA VIAGGIANO IN MASERATI

Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile

SEI NUOVE MASERATI DEL VALORE DI 600.000 EURO ARRIVATE ALLO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO AL CASTRO PRETORIO A ROMA… A CHI SARANNO DESTINATE?

Il capitolo “casta” delle forze dell’ordine si allunga giorno dopo giorno.
Dopo le auto blu della polizia, ora si scopre che domenica sera, in gran segreto, sarebbero arrivate a Roma sei Maserati nuove di zecca.
Valore commerciale, almeno 600 mila euro.
A denunciarlo è stato ieri GrNet.it , portale di informazione su sicurezza, difesa e giustizia.
Le auto di lusso sarebbero state parcheggiate all’interno del reggimento logistico dello Stato maggiore dell’esercito, una struttura nei pressi di Castro Pretorio, e sarebbero state acquistate con l’esercizio finanziario corrente.
Ufficialmente non si sa ancora a chi siano destinate, ma si potrebbe ipotizzare che verranno utilizzate dai capi di Stato maggiore delle Forze armate, dalla direzione nazionale armamenti e dalla direzione del personale.
E forse una potrebbe essere messa a disposizione dei vertici civili del ministero della Difesa.
“Dopo i tagli operati dalle varie finanziarie e i blocchi stipendiali, i militari non pensavano proprio che in tempi di magra ci fossero i fondi per acquistare delle supercar”, si legge sul sito GrNet.it .
La notizia è stata ripresa dal Partito diritti militari: “I militari e i carabinieri — spiegano il fondatore, Maurizio Turco, e il segretario Luca Marco Comellini — sono costretti a comprarsi le tute mimetiche e gli altri accessori con i propri soldi mentre qualche giorno fa sono state consegnate al ministero della Difesa 6 nuove Maserati, per un costo superiore ai 600.000 euro”.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ORA SI SCOPRE CHE I 67 ANNI NEL 2026 ERANO GIA’ PREVISTI: SILVIO HA BLEFFATO

Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA LETTERA INVIATA ALL’EUROPA IN REALTA’ VI SONO VINCOLI MENO SEVERI DI QUELLI GIA’ PREVISTI QUESTA ESTATE DALLA LEGGE 111 DEL 2011 CHE PARLAVA GIA’ DI 67 ANNI E 7 MESI… IL VERO TERRENO DI RIFORMA ERA L’ANZIANITA’ DOVE NON CAMBIA NULLA

Un bluff. Un’incomprensione. Nella migliore delle ipotesi un giallo.
Oppure come in Alice una “non-riforma”.
La linea dell’Italia, come espressa dalla lettera di Berlusconi alla Ue, è quella che le pensioni di anzianità  e vecchiaia vanno bene così, come sono state modificate dalla manovra d’estate, niente di più.
Nulla si tocca sull’anzianità , in base al “nyet” di Bossi: si andrà  a “quota 97” nel 2013 (ovvero 62 anni anagrafici e 35 di versamenti), come regolarmente previsto dalla riforma Prodi-Damiano.
Ma l’equivoco più grosso – avvalorato dall’intervento del ministro Gelmini a Ballarò di martedì sera che ha spacciato la cosa per una novità  – è sulla vecchiaia.
Non ci sarà  infatti alcun innalzamento dell’età  per la pensione di vecchiaia perchè nel 2026 è già  previsto dalla manovra d’estate (legge 111 del 2011) che si vada in pensione a 66 anni e 7 mesi.
A questa età , per calcolare il momento effettivo del pensionamento, bisogna aggiungere tuttavia un anno, come previsto dalla recente introduzione della cosiddetta “finestra mobile” che impone a tutti di aspettare dodici mesi prima del ritiro dell’assegno.
A conti fatti dunque nel 2026 si andrà  in pensione, come previsto dalla vigente normativa, a 67 anni.
Anzi, per la precisione la normativa attuale è già  più severa di quella che sembra garantire Berlusconi all’Europa, perchè il traguardo della vecchiaia in base alla manovra d’estate, che peraltro ha accelerato la partenza del processo di due anni (al 2013), potrà  essere tagliato solo a 67 anni e 7 mesi.
Infatti, come è evidente da una tabella di fonte Inps che tiene conto delle proiezioni demografiche Istat, dal 2013 l’età  di vecchiaia salirà  in base alle cosiddette “aspettative medie di vita” di tre mesi ogni tre anni.
Grazie a queste riforme in Italia il traguardo dei 65 anni è rimasto in vita solo dal punto di vista “legale”, perchè “aspettative di vita” e “finestra mobile” fanno sì che già  dal prossimo anno si andrà  in vecchiaia a 66 anni, nel 2013 a 66 anni e tre mesi, nel 2019 a 66 anni e 11 mesi fino a raggiungere – come accennato – i fatidici 67 anni e 7 mesi nel 2026.
Tutto scritto e votato dal Parlamento, perchè la prima versione della riforma sulle “aspettative di vita” risale alla legge 122 del 2010.
“Si ripercorre il cammino realizzato con le norme vigenti e resta aperto il nodo dell’anzianità “, conferma Giuliano Cazzola (Pdl).
Anche per le donne la lettera del governo italiano a Bruxelles promette l’immobilità . Infatti la manovra d’estate ha messo in moto un meccanismo di accelerazione che parte blandamente dal 2014 (con l’aumento di un mese) e via via sale fino al 2026. Anche in questo caso al meccanismo bisogna sommare le “aspettative di vita” e la “finestra mobile”: così facendo, come dimostra la tabella Inps-Istat, nel 2026 l’età  effettiva di pensionamento delle lavoratrici del settore privato sarà  di 67 anni e 7 mesi. La novità  dei due calcoli comparati sta nel fatto che donne e uomini nel 2026, quanto a pensione di vecchiaia, raggiungeranno una parità  sostanziale: sommate le varie riforme andranno entrambi in pensione effettiva a 67 anni e 7 mesi.
Detto ciò, il nostro sistema, che mantiene l’atipicità  europea delle pensioni di anzianità  oggetto del pressing della Bce, darà  le seguenti opzioni.
Chi potrà , perchè come molti lavoratori garantiti del Nord ha una storia contributiva forte, sfrutterà  l’occasione di andare in pensione dal prossimo anno a “quota 96” (ovvero con 61 anni di età  anagrafica e 35 di contributi) o nel 2013, quando il meccanismo di innalzamento si fermerà  con 62 anni e 35 di versamenti.
Meglio ancora si troverà  chi, avendo lavorato per 40 anni, potrà  sfruttare il “semaforo verde” permanente che prescinde dall’età  anagrafica.
Chi invece ha una storia contributiva frammentata, dovrà  tirare la carretta: fino a 67,7 anni nell’anno di grazia 2026.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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“IL GOVERNO CI CHIEDE PURE DI LAVARCI L’AUTO”: IN PIAZZA ANCHE GLI AGENTI DELLA DIA

Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile

DAVANTI ALLA CAMERA MANIFESTAZIONE IERI DEGLI “IN-DIA-GNADOS”: “IL GOVERNO UCCIDE IL PROGETTO DI FALCONE E BORSELLINO”… ANCHE GLI UOMINI DELL’ANTIMAFIA PROTESTANO CONTRO UN GOVERNO CHE NON LI METTE NELLE CONDIZIONI DI LAVORARE

 «A causa della nota carenza di fondi destinati alla manutenzione dei veicoli», ai poliziotti della Piana di Gioia Tauro è stato ordinato di lavarsi le auto.
E di provvedere alla manutenzione, controllando i livelli dell’olio e dell’acqua, lo stato della batteria.
E la pressione delle ruote.
Ma i tagli del governo alla Sicurezza colpiscono anche gli stipendi degli investigatori della Dia, l’organismo antimafia interforze voluto da Giovanni Falcone.
Che ieri sono scesi in piazza protestando davanti a Montecitorio, dichiarandosi anche loro, provocatoriamente, «in-Dia-gnados».
«State uccidendo la Dia, il sogno di Falcone e Borsellino», si legge in uno striscione srotolato davanti alla Camera dai sindacati di polizia.
«Il governo arresta la Dia», c’è scritto in un altro. «L’Esecutivo ha fatto della lotta alla mafia – dice Enzo Letizia, leader dei Funzionari – quasi uno spot pubblicitario, parlando di antimafia dei fatti. Nei fatti, però, ha lasciato la polizia allo sbando, senza fondi per benzina, strutture adeguate, addestramento. E ora di fatto disarma anche la Dia».
La proteste degli investigatori antimafia è l’ultima in ordine di tempo che s’aggiunge a quelle di piazza dei giorni scorsi dei poliziotti.
A quella clamorosa del Cocer carabinieri (ai quali pare siano state tagliate mille linee fax).
E a quella dell’Esercito, il cui Cocer ha chiesto le dimissioni del governo. V
a detto che la Dia è un organismo investigativo molto particolare,
difficilmente condizionabile dal potere politico in quanto composto dalle tre forze dell’Ordine, polizia, carabinieri e finanza.
Grazie al loro lavoro sono stati sequestrati alle mafie beni per 6 miliardi e confiscati altri per 1,2 miliardi.
Ma la scure dei tagli s’è abbattuta anche su questo fiore all’occhiello della lotta alla criminalità .
«Dai 28 milioni di euro stanziati per la Dia nel 2001 – denunciano tutti i sindacati di polizia – siamo passati ai 15 di oggi. Il personale è stato ridotto a 1.300 unità  rispetto alle 1.500 previste. E ora con l’ultima legge di stabilità  è stato data un’ulteriore sforbiciata ai bilanci di 7 milioni di euro che prende dalle tasche degli investigatori dai 300 ai 600 euro al mese».
Si tratta del trattamento economico aggiuntivo «messo a disposizione del Dipartimento – sostengono i sindacati in una lettera al ministro dell’Interno, Roberto Maroni – senza concertazione alcuna, dal direttore di nuova nomina». Di qui la richiesta di rimuovere dal suo incarico il dirigente Alfonso D’Alfonso.«È venuto meno il rapporto di fiducia tra vertice e struttura – tuona Flavio Tuzi, il segretario dell’associazione ispettori di polizia Anip – chiediamo al ministro dell’Interno e al capo della Polizia l’immediata rimozione del direttore generale».
«È una punizione»,dicono i poliziotti, a chi invece «meriterebbe un premio». Da bravi investigatori, gli agenti della Dia sono andati a spulciare le pieghe del bilancio della Sicurezza, scoprendo – e suggerendo – possibili risparmi che il governo potrebbe fare prima di prendersela coi loro salari.
«Una nota dolente del bilancio della Sicurezza – dicono – è il costo dell’immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Dia, della direzione centrale Antidroga, della polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni annui».
Il riferimento è alla cittadella anticrimine del costruttore romano Renato Bocchi, sulla via Tuscolana, dove s’è trasferito 10 anni fa, fra le proteste sindacali, una gran parte del Viminale.
Ma «l’assurdità », per dirla con Giuseppe Brugnano, segretario regionale calabrese del sindacato indipendente Coisp, s’è raggiunta con l’ordine di servizio firmato dalla dottoressa Giuseppa Pirrello, dirigente della Sezione di Reggio Calabria del Dipartimento della polizia stradale, diretto ai poliziotti autisti della sottosezione di Palmi, Villa San Giovanni, Siderno e Brancaleone, di lavare le macchine da sè.
Chi non lo fa, armato del «materiale idoneo» in dotazione dei commissariati («shampoo, spugna, scopa, panno, bidone aspiratutto»), rischia il procedimento disciplinare.
«Abbiamo chiesto al Dipartimento – spiega Brugnano – il ritiro di questa direttiva umiliante per il personale che non ha precedenti. Ci hanno promesso che sarà  annullata».
Ma ai poliziotti anti ‘ndrangheta di Palmi arriva un’altra brutta notizia.
«La Direzione centrale dei servizi tecnico logistici – scrive ancora la dottoressa Pirrello – non assicura l’invio e l’assegnazione di stivali invernali per la prossima vestizione invernale».
La polizia di Roberto Maroni è senza soldi.
Senza benzina. E senza scarpe.
La criminalità  organizzata   ha un volume d’affari quantificato in 311 miliardi di euro nei 27 Paesi dell’Ue, classifica nella quale l’Italia è seconda, con 81 miliardi,   ma ai proclami del Governo in tema di lotta al crimine organizzato hanno fanno riscontro una serie di tagli indiscriminati che hanno colpito le forze dell’ordine e gravemente compromesso la funzionalità  dell’attività  di contrasto al crimine, dando agli operatori di Polizia una sensazione di isolamento mai avuta prima.

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