Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile
ALLA FACCIA DEGLI SPRECHI E DELLO STATO ASSISTENZIALE: TRA LO STIPENDIO DEL SENATUR, QUELLO DEL TROTA E LA PENSIONE DELLA BABY PENSIONATA MANUELA MARRONE, ROMA LADRONA CACCIA OLTRE 300.000 EURO L’ANNO PER LA FAMIGLIA DEL CAPO DELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA
La notizia è di quelle a cui ci ha abituato questo Paese, afflitto dalla maledizione dei paradossi, degli sprechi, e delle ingiustizie sancite per decreto e controfirmate con i sigilli di ceralacca.
La notizia è questa: la moglie del nemico giurato di Roma, la moglie del guerrigliero indomito che si batte contro lo Stato padrone e che fa un vanto di denunciare gli sprechi dello Stato assistenzialista, è una baby pensionata.
Proprio così, avete letto bene.
La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento. Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma.
E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità preconcetta alla Lega Nord e al suo leader.
Eppure, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (Sanguisughe, Mondadori, 18 euro), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni.
La signora Marrone in Bossi è — in Italia — non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età ”.
Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare. “Come no? — chiosa Giordano — Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.
Manuela Marrone, seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare”, custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo.
“Fra le attività che ha seguito con più passione — annota Giordano — la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento (800 mila euro) proprio alla Bosina?”.
Tutto sembrerebbe fuorchè un caso.
La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perchè riceve un vitalizio regolarmente. “Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anzichè andare in carrozza al consiglio regionale”
(Già , perchè se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da oltre trecentomila euro a zero).
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Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile
AI VACCARI PADANI BRUCIA CHE FINI IERI SERA A BALLARO’ ABBIA RIVELATO CHE LA MOGLIE DI BOSSI E’ ANDATA IN PENSIONE A 39 ANNI E CHE LA SUA SCUOLA PRIVATA E’ FINANZIATA CON 800.000 EURO DALLO STATO… SI PULISCONO IL CULO COL TRICOLORE E PARLANO DI LEGALITA’: IN UN PAESE CIVILE SAREBBERO DA TEMPO INCRIMINATI PER RAZZISMO
Bagarre nell’aula della Camera dove sono venuti alle mani deputati di Lega e Fli. 
La vicepresidente Rosy Bindi ha sospeso la seduta e ha chiesto scusa ai ragazzi che assistevano ai lavori parlamentari dagli spalti dedicati agli ospit
La bagarre in Aula è esplosa dopo l’intervento di Marco Reguzzoni che ha attaccato duramente il presidente Gianfranco Fini, accompagnato da un coro di “dimissioni, dimissioni” rivolto al leader di Futuro e Libertà .
Subito dopo il capogruppo della Lega ha preso la parola Italo Bocchino per difendere il leader di Fli, ma è stato più volte interrotto.
La presidente di turno Rosy Bindi ha richiamato più volte i deputati all’ordine, in particolare Fabio Granata, e sono intervenuti i commessi. Bindi ha deciso di sospendere i lavori fino alle 12.30, poi la ripresa per un minuto per scusarsi con i ragazzi che assistevano alla seduta per “lo spettacolo non certo edificante che è stato offerto loro”.
Ma nonostante l’interruzione dei lavori sono volati insulti e le tensioni.
Durante gli interventi due deputati di Fli e Lega sono venuti alle mani.
I commessi si sono frapposti, ma sono comunque volate le botte, in particolare tra Claudio Barbaro di Fli e Fabio Rainieri.
Il duro attacco di Reguzzoni nei confronti di Fini è dovuto alle dichiarazioni che il presidente della Camera ha espresso durante la trasmissione Ballarò su RaiTre ieri sera.
Secondo Fini la ferma contrarietà della Lega all’innalzamento dell’età pensionabile, sarebbe dovuta al fatto che Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, gode di una baby pensione che le è venuta riconosciuta ad appena 39 anni.
Da qui il duro attacco dai banchi del Carroccio al presidente della Camera.
Mentre Reguzzoni parlava si è alzato Claudio Barbaro, si è diretto verso i banchi della Lega ed è stato affrontato da Fabio Raineri.
“E’ la solita porcilaia fascista”, ha detto un deputato leghista uscendo dall’aula. “C’è stata una piccola collutazione con Raineri — ha poi spiegato Reguzzoni — ma noi siamo rimasti al nostro posto, è stato quello di Fli ad alzarsi e a venire verso di noi. A quel punto ha fatto bene la Bindi a interrompere la seduta”.
La seduta è ripresa alle 12.30 presieduta da Gianfranco Fini.
Al suo arrivo è stato accolto dal coro “dimissioni, dimissioni!” dei deputati della Lega. Una fila di commessi si frappone tra i deputati della Lega e quelli di Fli.
Mentre Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, ha annunciato la volontà del gruppo di “investire la massima autorità dello Stato di una situazione di difficoltà drammatica dell’istituzione parlamentare determinata dal comportamento” del presidente Gianfranco Fini.
“E’ inutile e fuori luogo pensare di coinvolgere il Capo dello Stato su un problema che riguarda il presidente della Camera, i gruppi e l’aula: si può criticare quanto si vuole, ma il presidente della Camera, qualsiasi sia la maggioranza che lo ha eletto, non è sfiduciabile nè politicamente nè formalmente”, è intervenuto il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, intervenendo in aula dopo le parole del capogruppo della Lega contro Gianfranco Fini.
“Non è la prima volta che un presidente della Camera è un leader politico — ha detto Franceschini — e il presidente della Camera va valutato per il modo in cui presiede i lavori dell’aula: da quando Fli si e’ collocato all’opposizione, ha continuato a presiedere dando delusioni e soddisfazioni alternativamente alla maggioranza e all’opposizione. Tutto il resto fa parte del dibattito politico”.
Anche Massimo Donadi dell’Idv è intervenuto in difesa di Fini. ”Stendiamo un velo pietoso sulle contestazioni leghiste. In un paese normale la critica al presidente della Camera, terza carica dello Stato, che partecipa ad un dibattito televisivo politico sarebbe stata legittima, ma in questa situazione è semplicemente assurda”, ha detto il capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera.
Commento
Ricordiamo alla feccia padagna quanto segue:
1) Di porcilaie l’esperto è notoriamente l’on Rainieri, tenutario di stalle ed evasore di quote latte, non a caso condannato più volte dalla magistratura
2) Nessun italiano può ricevere lezioni di legalità e rispetto delle istituzioni da parte di soggetti che si puliscono il culo col tricolore, invocano la secessione e difendono truffatori.
3) In un paese civile una parte della classe dirigente leghista sarebbe da tempo in galera per violazione della legge Mancino per incitamento all’odio razziale.
4) La Lega ladrona ha fatto finanziare dal governo la scuola privata Bosina della moglie di Bossi con 800.000 euro: altro che Roma ladrona, si fottono i soldi dei contribuenti per i loro affari di famiglia.
5) Se poi qualcuno ricorda la frase “andremo a prendere i fascisti casa per casa” (cui è seguita una condanna penale) di Bossi, rammentiamo che non abbiamo mai visto nessuno sull’uscio di casa.
In ogni caso sapremmo come accoglierli.
Più difficile sarebbe cercare loro, divisi come sono tra case di cura e ville milionarie da mantenuti del sistema.
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Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI VUOLE LE URNE CON IL PORCELLUM, MA TEME L’OMBRA DI UN ESECUTIVO TECNICO….TREMONTI SCETTICO: “NON MI COINVOLGETE, CHI FA LA FRITTATA POI SE LA MANGIA”
Un patto per sopravvivere fino alla fine dell’anno.
Dopo una giornata di trattative al limite della rottura, Berlusconi e Bossi ritrovano un’esile intesa per evitare le dimissioni e un governo tecnico. È un patto segreto.
Un patto che garantisce a entrambi qualcosa.
Il premier ottiene così di accelerare l’andata in pensione a 67 anni, dando in pasto ai partner europei un assaggio di riforma.
In cambio il prezzo da pagare è alto: l’accordo prevede le sue dimissioni tra dicembre e gennaio e le elezioni anticipate nel 2012.
«Evitami la figuraccia a Bruxelles – è stato il discorso fatto dal cavaliere nel breve incontro a quattr’occhi con il Senatur – e io ti prometto che si va a votare a marzo. Con il Porcellum».
Appunto, la “Porcata” di Calderoli.
L’arma che il capo dei leghisti continua a considerare vitale per il suo partito. E per tenere a bada la fronda interna. A cominciare da Roberto Maroni.
L’azzardo resta comunque altissimo dato che il Cavaliere si presenterà oggi a Bruxelles senza un asso nella manica, senza quell’abolizione delle pensioni d’anzianità promessa soltanto tre giorni fa al termine del Consiglio europeo.
Un rischio enorme, di cui è ben consapevole il capo dello Stato.
Napolitano ha infatti ricevuto intorno all’ora di pranzo da Gianni Letta una prima bozza della lettera di intenti che Berlusconi porterà oggi con sè in Belgio, ma quello che vi ha letto non deve averlo tranquillizzato affatto.
Nel governo riferiscono infatti che il Quirinale l’ha giudicata del tutto «insufficiente» rispetto alle richieste. Solo titoli, nulla di concreto.
Nel governo è così scattato l’allarme rosso per le conseguenze di una possibile nuova bocciatura europea, che a questo punto non potrebbe che avere effetti pesanti anche sul mercato del debito e sullo spread.
Il caos è tale che nel pomeriggio, in ambienti di governo, si ipotizza persino un clamoroso forfait del premier, che sarebbe pronto a disertare il vertice europeo.
Una voce subito smentita da Paolo Bonaiuti, ma che rende bene il livello di fibrillazione raggiunto dalla maggioranza.
È Umberto Bossi, nel lungo vertice di ieri, a mettere il premier di fronte alla gravità della situazione: «È chiaro che hanno deciso di farti fuori. La regia è di Draghi: si stanno muovendo per sostituirti non l’hai capito? Se tocchi le pensioni noi rompiano e quelli ti fanno subito un governo tecnico. Dobbiamo invece arrivare insieme fino a gennaio».
Parole che fanno breccia nel premier, portando la tensione ai massimi livelli. «Umberto – replica il premier – io ho preso impegni vincolanti domenica, un segnale sulle pensioni lo dobbiamo dare assolutamente».
Così, sulle convenienze reciproche, matura l’accordo segreto.
Un passo obbligato, dal punto di vista del Carroccio, perchè Bossi continua a ripetere ai suoi che «ogni giorno che passiamo al governo perdiamo voti».
Le elezioni sono l’unica via d’uscita. Del resto anche Berlusconi ormai è consapevole di non avere più benzina nel motore.
Deve vedere approvata la legge sul processo breve per terminare il processo Mills, poi sarà pronto per tuffarsi in una nuova campagna elettorale.
Da candidato premier.
Andare avanti in questo modo è diventato impossibile. E a pesare non c’è soltanto lo scontro con Bossi.
Anche l’atteggiamento del ministro dell’Economia è tornato nuovamente sotto la lente d’ingrandimento.
«Non capisco – si è lamentato Berlusconi con un ministro – che partita stia giocando Tremonti. Mi dicono che sta dicendo in giro che il vero problema sono io, la mia credibilità , qualunque cosa portiamo in Europa».
A colpire il premier è stato anche l’annuncio fatto sabato a Bruxelles dal ministro dell’Economia di un piano «Euro-Sud».
Piano che non sarebbe stato discusso preventivamente con palazzo Chigi e di cui Berlusconi non sapeva nulla.
Lo stesso Tremonti, quando un collega del Pdl gli ha chiesto cosa pensasse della situazione, non ha nascosto la sua sfiducia sulla possibilità di uscirne, addossando al premier la responsabilità del caos.
Con una citazione d’antan di Amintore Fanfani: «Chi ha fatto la frittata ora se la mangi».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
LA BADANTE ROSY MAURO TIENE LA NOTA DEGLI EPURANDI DALLA CASA DI CURA PADANA: DA GIACOMO STUCCHI A GIANCARLO GIORGETTI, DA CAPRINI A GRIMOLDI, DA VOLPI A RAINIERI, DA PINI A BRAGANTINI, DA CONSIGLIO A FAVA LA LISTA E’ LUNGA… I MARONIANI PUNTANO A UN GOVERNO DI TRANSIZIONE PER AVERE TEMPO DI SPODESTARE IL CERCHIO MAGICO E SI RIUNISCONO A LENDINARA
Umberto Bossi ha confermato la linea della fermezza contro i ritocchi alle pensioni d’anzianità
proposti da Silvio Berlusconi, determinando di fatto lo stallo totale dell’esecutivo.
Ma qualcosa, comunque, sembra muoversi.
Una sorta di “accordo” si sarebbe comunque trovato, quel tanto per far vedere all’Europa che l’intenzione di lavorare nel senso indicato c’è, solo che i tempi, in qualche modo, li vuole dettare l’Italia.
Il dato politico, dopo una giornata che è stata solo un lungo vertice di maggioranza, è però sempre più chiaro: le sorti del governo, oggi più che mai, sono nelle mani del leader del Carroccio.
Eppure, per quanto il Senatùr sia tentato di staccare la spina, di fatto è costretto a temporeggiare: ha bisogno della garanzia che si vada a elezioni anticipate senza passare per un esecutivo tecnico o di transizione.
Per un semplice motivo: anche lui, come il Cavaliere, vuole presentarsi alle urne con l’attuale legge elettorale così da poter epurare i maroniani.
La lista già esiste da tempo.
E’ custodita da Rosy Mauro, asse portante del cerchio magico, nonchè unica interlocutrice della moglie del Senatùr, Manuela Marrone.
Un elenco di parlamentari, per lo più deputati, che in questi mesi si sono macchiati della grave colpa di aver criticato il Capo e si sono schierati con Roberto Maroni, il ministro dell’Interno che la base del partito vuole leader e lo invoca come presidente del Consiglio.
In cima alla lista c’è Giacomo Stucchi, che poche settimane fa era candidato a sfilare la carica di capogruppo a Montecitorio del bossiano Marco Reguzzoni.
E anche Giancarlo Giorgetti, segretario del Carroccio in Lombardia, è finito nella lista nera, colpevole di aver candidato sul territorio troppi maroniani.
C’è poi Davide Caparini, che con il padre Bruno si sono contrapposti al cerchio magico in ogni modo, fino a staccarsi dalla segreteria provinciale di Brescia e istituire una sorta di feudo in val Camonica, a Ponte di Legno.
Da epurare anche Paolo Grimoldi, monzese fautore della diffusione del movimento dei giovani padani in molte regioni del nord e centro Italia, considerato l’uomo di Maroni tra i giovani del Carroccio.
Altro da cancellare dalle liste è Raffaele Volpi. Bresciano, braccio destro di Fabio Rolfi, il maroniano che a Brescia ha sconfitto il candidato del cerchio magico, Mattina Capitanio (sostenuto dall’ assessore regionale allo Sport e giovani Monica Rizzi, “tutor” di Renzo Bossi in Lombardia), conquistando la poltrona di segretario provinciale.
Poi ci sono gli emiliani: Fabio Rainieri, Gianluca Pini ed Emanuela Munerato.
Tutti “scoperti” e lanciati da Maroni.
Il ministro dell’Interno venerdì prossimo arriverà fino a Lendinara, un paesino sperduto in provincia di Rovigo, per partecipare a un convegno sul federalismo organizzato da Munerato.
E con Maroni hanno garantito la loro presenza il governatore del Piemonte, Roberto Cota, e il sindaco di Venezia, Flavio Tosi.
Altro frondista che il cerchio magico sta cercando di cacciare da settimane, ma ha dovuto rinunciare: “Se cacciano Tosi viene giù tutto”, aveva detto l’altro sindaco maroniano Attilio Fontana, primo cittadino di Varese.
Ma per colpire Tosi, Rosy Mauro ha inserito due deputati considerati a lui vicini: Matteo Bragantini e Giovanna Negro.
Ovviamente anche loro maroniani.
C’è poi Nunziante Consiglio, storico organizzatore della Berghem fest, dove Maroni è preferito al Capo.
E ancora: Giovanni Fava e il giovanissimo Maurizio Fugatti, segretario trentino da sempre distante da posizioni cerchiste.
Per questo la Lega vuole elezioni anticipate.
Lo ha detto a chiare lettere anche Bossi oggi, dopo giorni di silenzio: “Nessun governo tecnico”.
Di diverso avviso, ovviamente, i maroniani.
Che non sono rimasti a guardare. Anzi, alla Camera, dove sono la maggioranza del Carroccio, si sono riuniti in serata per valutare l’ipotesi di una fine anticipata del governo e prepararsi alla scalata del partito e al dopo Berlusconi.
Ma i fedeli del ministro dell’Interno vogliono un esecutivo di transizione che cancelli il porcellum e ritorni alla preferenza secca.
Un esecutivo a cui potrebbero dare il sostegno esterno su alcuni punti necessari, a partire dalle misure a favore del rilancio economico del Paese.
Ma basta leggi ad personam per il premier, basta mafiosi salvati con il voto di fiducia, basta lasciare inascoltata la base e i militanti che nell’ultimo anno sono diminuiti notevolmente: l’ultimo sondaggio che gira in via Bellerio assegna al Carroccio appena il 5,3%.
Così facendo, ragionano i maroniani, si potrebbe riprendere in mano la guida del movimento recuperando così parte del consenso perso.
Ovviamente Bossi non si tocca: è il cerchio magico che va annientato, è il “tumore” da estirpare.
Sul territorio l’esercito è già pronto, finora è mancato il generale.
Riuscirà Maroni a rappresentarli?
Sara Nicoli e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
COME NEL 1994 BOSSI CAVALCA GLI INTERESSI DEI SUOI SEMPRE MENO LAVORATORI-ELETTORI, DEGLI ALTRI SE NE FOTTE
Roma ladrona vuole i soldi dei lavoratori del Nord per tenere viva la vecchia pratica assistenzialista. Ad ogni giro ritornano, come nel gioco della roulette…», disse una sera all’Ansa Umberto Bossi, correva l’anno 2003.
La riforma Maroni (2004) doveva ancora venire.
Nove anni prima, nel ’94, il Carroccio ruppe con Berlusconi proprio sulle pensioni.
Le barricate leghiste sono dunque un marchio di fabbrica.
Soprattutto su quelle di anzianità , tipiche del lavoro dipendente nel settore privato, diffusissimo nelle province industriali del Nord, dove migliaia di lavoratori sono entrati in fabbrica a 18-20 anni e vorrebbero continuare a pensionarsi a 58-59, dopo 40 di contributi.
Più ancora del tam tam politico è la geografia a spiegare l’ultima trincea leghista.
L’Italia previdenziale è spaccata come una mela: pensioni di anzianità al Nord, con il 65% degli assegni Inps che si concentrano tra Piemonte (100 assegni ogni 1000 abitanti), Emilia Romagna (92), Lombardia (91) e Veneto (80); invalidità e assegni sociali al Sud.
Di qui la battaglia a difesa di una rappresentanza sempre più nervo scoperto: una riforma previdenziale come vorrebbe Bruxelles colpirebbe quell’esercito di lavoratori padani ormai vicini all’età di uscita dal lavoro, che si vedrebbe imporre i tempi supplementari.
L’attuale crisi del Carroccio ha caratteri più profondi della faida interna «maroniani-cerchisti» proprio perchè coinvolge quel blocco sociale che nel ciclo 2008- 2010 lo ha gonfiato di voti come nei primi Anni 90 dello strappo pensionistico, usandolo come taxi per denunciare il male del Nord.
Per il politologo Roberto Biorcio, infatti, «la crisi economica ha colpito duramente quel bacino interclassista fatto di partite Iva e lavoro dipendente, operai, professionisti e ceto impiegatizio tipicamente nordista che imputa ad un governo a trazione leghista la scarsa protezione nella tempesta e un vuoto di riformismo».
Per capire il cortocircuito di queste ore bisogna tornare ai tre cicli elettorali leghisti.
La prima ondata culmina nel ’92, quando il partito di Bossi diventa il secondo nel Nord raccogliendo il 17,3% di consensi (8,7% nazionale con 3,4 milioni di voti).
La seconda si registra nel ’96: 10,1% nazionale con 3,7 milioni di italiani che salgono sul Carroccio, record storico.
Un pieno che si sgonfierà subito: la corsa solitaria lo lascia ai margini del gioco politico e l’ingresso dell’Italia in Europa azzera le ragioni economiche della secessione.
Non a caso al voto 2001 il Carroccio lascia per strada 2,3 milioni di consensi: 3,9% nazionale.
Rispetto al ’96 crolla la preferenza operaia (dal 17 al 9% dell’intero elettorato verde), di artigiani e commercianti (dal 23 all’8%) e di impiegati e insegnanti (dal 30 al 10%), finiti tutti nell’orbita patinata del Cavaliere.
La terza ondata è invece quella scoccata col voto 2008, quando la Lega passa da 1,7 milioni di consensi 2006 (4,3%) a 3 (8,3%), con il voto di imprenditori e professionisti che cresce dal 7 al 12% dell’elettorato, sdoganando il partito di Bossi nel voto di opinione dei centri urbani, quello dei lavoratori dipendenti dall’8 al 19%, degli operai dall’8 all’11% e di artigiani e commercianti dall’15 al 20%.
Cos’è successo nel biennio da giustificare un exploit che esonda dai bastioni pedemontani per mietere successi sulla via Emilia?
Il Carroccio cavalca la faccia brutta della globalizzazione: l’anti islamismo e il vade retro immigrazione, la protezione della «roba» contro l’invasione cinese, le critiche alla finanza apolide.
L’innesco della crisi mondiale spinge il blocco dei produttori sulla stessa barca, padroncini e salariati che rischiano di impoverirsi.
In questo frangente la Lega cresce nei territori tipici di piccola impresa ma anche nei quartieri operai delle grandi città (rubando voti a sinistra).
Nel ciclo elettorale 2009-2010 consolida questa ondata, saldando dimensione economica e sociale di cui le pensioni sono uno dei simboli: imprenditori e professionisti salgono dal 12 al 14% dell’elettorato, gli operai dall’11 al 14%, impiegati e insegnanti dal 19 al 25%.
Poi il giochino si rompe.
Già alle Regionali 2010 la fine dell’espansione viene nascosta dalla vittoria in Piemonte e Veneto e dall’effetto cestino sui voti Pdl.
Alle amministrative 2011 viene meno anche questa finzione. I
l Carroccio nelle sue capitali rivince ma crolla: alle provinciali a Treviso passa da 190 mila voti del 2010 a 98 mila! Tenere insieme promesse e risultati è impossibile nella grande crisi. Specie se i più colpiti sono proprio quei settori come legno-arredo, tessile, macchinari e apparecchiature elettriche tipici delle grandi province manifatturiere dove la Lega spopola.
Se aggiungiamo i comuni strozzati dai tagli proprio mentre il Carroccio ne governa quasi 400, le tasse che aumentano e i redditi scivolati al livello del 1999, si capisce come i miasmi leghisti siano anche figli del modo in cui il Nord resta impigliato nella crisi.
Enfatizzando la crisi di rappresentanza.
Marco Alfieri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
VETTURE DI LUSSO PORTANO IN GIRO I FUNZIONARI DI POLIZIA MENTRA UNA NORMA RISCHIA DI CANCELLARE L’IDEA DI FALCONE… AL POLO TUSCOLANO 70 VETTURE A DISPOSIZIONE DEI DIRIGENTI, QUANTO LE VOLANTI DELL’INTERA CITTA’
Bmw X3, Mercedes classe E, Audi A6. E poi Volvo, Citroen, altri modelli di Bmw, persino Mini Cooper.
I tempi sono sempre più magri, ma non per tutti.
Nonostante il decreto legge della Presidenza del Consiglio che imporrebbe auto blu di cilindrata massima 1600 cc, curiosando al “Polo Tuscolano” della Polizia si trova di tutto.
Una struttura tutta specchi inaugurata nel 2005 proprio di fronte agli studi di Cinecittà , a Roma, che ospita ben quattro direzioni centrali: l’anticrimine (al cui interno ci sono lo Sco, la scientifica e il controllo del territorio), la polizia di prevenzione (l’Ucigos), l’immigrazione e le specialità .
Quindi quattro direttori centrali, i soli che — secondo un regio decreto ancora in vigore (da allora sono state emanate solo circolari interne) — avrebbero diritto alla vettura anche per essere accompagnati a casa.
Tutti gli altri, alti dirigenti e funzionari compresi, potrebbero salire a bordo solo per lo svolgimento del proprio servizio sul territorio e per fini istituzionali.
Eppure ogni giorno dal Polo Tuscolano escono circa 35 vetture nuove e di grossa cilindrata e almeno altrettante sono quelle che rimangono parcheggiate “a disposizione della segreteria”.
Impossibile quantificare la spesa: non tutte sono di proprietà del Dipartimento della Pubblica sicurezza, cioè del Viminale.
Alcune vengono noleggiate perchè, secondo l’amministrazione, i contratti con le società di noleggio sono più convenienti.
Ci sarebbero persino auto di altre amministrazioni, per esempio l’ente Poste, messe a disposizione dei vertici.
Se si pensa che per ogni vettura ci sono almeno due autisti e che ogni dirigente ha a disposizione anche più di quattro ruote, si comprende bene lo spreco di denaro pubblico.
Forse, però, la cosa che fa arrabbiare di più — soprattutto i poliziotti — è che il numero delle auto presenti al Polo Tuscolano supera quello totale delle volanti (non certo nuove o di lusso) presenti sull’intero territorio della capitale.
Secondo i dati del Silp, ogni turno prevede l’uscita di 20 volanti dalla caserma di via Guido Reni e di altre 30 volanti dai commissariati.
“La classe politica non è all’altezza di controllare la classe amministrativa — commenta Gianni Ciotti, segretario provinciale Silp —. Nonostante varie censure della Corte dei Conti, si fa un uso abnorme delle auto blu. Il decreto emanato in agosto dalla Presidenza del Consiglio sta cercando di mettere ordine nella giungla normativa, ma noi ribadiamo che si tratta di una questione culturale”.
Se le volanti rimangono senza benzina, non si capisce perchè le auto blu debbano girare indisturbate.
C’è, però, un altro elemento che allarma le forze dell’ordine.
Nella legge di stabilità , a meno di stravolgimenti politici, è inserito un comma che, unito ai tagli al comparto, andrebbe ad uccidere la Direzione investigativa antimafia. Proprio quella voluta da Giovanni Falcone, quella che fa sbandierare al ministro Maroni i dati sui sequestri e sulle confische: 5,7 e 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il primo semestre 2011.
Il comma 21 dell’articolo 4 colpirebbe il “Tea”, trattamento economico aggiuntivo, riducendo del 20 per cento gli stipendi dei 1300 operatori. I sindacati di polizia hanno calcolato che, assieme ai tagli operati negli ultimi anni, alla Dia mancherebbero ben 13 milioni di euro.
Una riduzione che comporterebbe la morte dell’antimafia.
Con un comunicato congiunto, Silp Cgil, Anfp, Siulp, Sap, Siap Ciosp, Consap, Ugl e Uil hanno chiesto lumi al titolare del Viminale, denunciando un “senso di mancata considerazione per l’opera prestata con impegno costante e abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità , nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese”.
A metterci il carico da 90 ci hanno pensato poi i rappresentanti dei carabinieri: un provvedimento “assolutamente incomprensibile — si legge in una nota del Cocer — che sarebbe apparso più logico ed accettabile se fosse stato promanato da quegli individui che gli uomini della Dia hanno assicurato alla giustizia”.
Il timore è che non si tratti soltanto di fare cassa, ma di voler deliberatamente uccidere un organismo fondamentale nelle inchieste che sfiorano anche apparati dello Stato.
Il mondo dell’antimafia è in rivolta, da Libera di don Ciotti alla Fondazione Caponetto a Rita Borsellino.
Finora, però, senza risultati.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI SERA TERMINATO SENZA UNA DECISIONE…VERTICE SERALE DI MAGGIORANZA, MA LA SITUAZIONE NON SI SBLOCCA…LA BASE DEL PDL IN RIVOLTA
La matassa è difficile da sciogliere, e in ballo c’è la tenuta del governo. 
Le richieste europee di interventi strutturali sulle pensioni spaccano l’asse Bossi-Berlusconi, con la Lega Nord che si oppone minacciando la sopravvivenza stessa dell’esecutivo.
Alla fine di una giornata convulsa il Consiglio dei ministri straordinario è terminato senza assumere alcuna decisione.
E’ l’ennesimo rinvio, con il premier che prosegue gli incontri a Palazzo Chigi, a cena con alcuni ministri. Tra questi anche il leader della Lega Umberto Bossi. Ma anche durante il vertice serale non si trova la quadratura del cerchio.
Il Carroccio è la spina nel fianco. Sul tema pensioni è talmente categorica da minacciare mobilitazioni di piazza.
A dare il polso di una situazione che rischia di sfuggire ad ogni controllo è quanto si apprende in ambienti vicini a Gianni Letta. Secondo il sottosegretario non è possibile andare mercoledì a Bruxelles senza avere misure scritte nero su bianco. “E’ a rischio la tenuta del Paese”, avrebbe detto il braccio destro del Cavaliere.
E mentre Lega e Pdl continuano a trattare, La Padania, organo ufficiale delle camicie verdi, mobilita la base: “Scontro finale sulle pensioni”, è il titolo di apertura a tutta pagina del giornale in edicola stamane.
“Oggi il d-day – si legge nell’occhiello – No all’innalzamento dell’età pensionabile. La Lega non arretra di un passo coerente con la posizione già espressa con la manovra di agosto”.
Un groviglio difficile da sciogliere. Dopo il fallimento di quello odierno, domani ci sarà un nuovo incontro ma nessun Cdm (almeno per il momento), e Berlusconi potrebbe presentarsi mercoledì a Bruxelles senza nessun provvedimento varato ma solo, spera, con un accordo politico su un pacchetto di iniziative.
La reazione dei partner europei e dei mercati a un tale atteggiamento sarebbe tutta da verificare.
Il Consiglio dei ministri era stato preceduto in mattinata da una girandola di incontri. Tra questi, quello a Palazzo Grazioli fra Berlusconi e Tremonti prima, e quello al Quirinale fra lo stesso premier e Napolitano.
Il Cavaliere era salito al Colle per rassicurare il capo dello Stato e garantirgli che l’Italia non è a rischio perchè i ‘fondamentali’ – secondo il premier – sono solidi.
La giornata è stata convulsa, sia per la maggioranza che per l’opposizione, e di fibrillazione dopo l’aut-aut dell’Unione Europa sulle pensioni. Parigi e Berlino chiedono risposte entro mercoledì 1, ma dentro la coalizione di governo la frattura è difficilmente sanabile: Berlusconi per tutto il giorno ha insistito sulla riforma, dibattito aperto nella Lega, riunita per ore in via Bellerio.
Riunione preceduta da una sibillina frase di Maroni: “Abbiamo già dato”.
Intanto la “base” del Pdl si agita.
Sul forum ufficiale (“Spazio azzurro”) una sequela di sfoghi sintetizzati dall’avvertimento spedito a Berlusconi da un utente che si firma Massimo: “Lascia stare le pensioni, rischi di perdere una valanga di voti”.
La discussione ha investtio per tutto il giorno e anche la minoranza.
Con Fli che si diceva disponibile a votare la riforma in cambio delle successive dimissioni di Berlusconi.
Buttiglione (Udc) ragionava sull’età pensionabile che va alzata ed è una vergogna che ce lo facciamo imporre dall’Europa invece di capirlo da soli”.
Nel Pd Follini ricalcava la posizione dei centristi, mentre per Cesare Damiano “non è accettabile intervenire nuovamente sulle pensioni”.
Il segretario Bersani provava a mediare, proponendo un pacchetto di misure più ampio: riforma del fisco aumentando la tassazione sulle rendite e alleggerendo il lavoro; liberalizzazioni; sviluppo del sud; riforma complessiva del welfare che preveda un sistema flessibile per il pensionamento con incentivi e interventi che riducano la precarietà dei giovani.
Chiusura totale invece da parte di Idv (“La priorità è recuperare le risorse riducendo i costi della politica, a partire dai vitalizi, e combattendo l’evasione fiscale e contributiva”), Sinistra e Libertà (“serve la patrimoniale e la tassazione delle grandi rendite finanziarie”) e Prc (che invoca lo sciopero generale).
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
SCONTRO TRA PDL E LEGA SULLE MISURE RICHIESTE DALL’EUROPA, IL PESSIMISMO DEL PREMIER…. NEL PDL C’E’ CHI PENSA A UNA SOLUZIONE ALLA ZAPATERO CON ELEZIONI A MARZO…SI FA STRADA L’IPOTESI LETTA
Il passaggio più drammatico del governo, con un piede già oltre il precipizio, si consuma alle sette di sera.
Quando Berlusconi incrocia il suo sguardo con quello di Umberto Bossi e scandisce bene le parole davanti al Consiglio dei ministri: “Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”.
Anche Gianni Letta, aprendo la riunione, era stato del resto molto esplicito: “Nessuno qui dentro può immaginare che il presidente del Consiglio si presenti al Consiglio europeo a mani vuote”.
Nella richiesta di Berlusconi alla Lega di un “mandato pieno” c’è infatti anche la constatazione che, in caso contrario, per il premier non resterebbe altra strada che gettare la spugna e chiudere anzitempo la sua esperienza a palazzo Chigi.
Una possibilità che, per la prima volta, abbandonando i soliti toni baldanzosi, Napolitano sente evocare dalla viva voce del Cavaliere, ricevuto in mattinata.
Al capo dello Stato, preoccupatissimo per il precipitare degli eventi, si presenta infatti un Berlusconi più realista del solito.
Pessimista sulle possibilità di andare avanti: “Io davvero non so se ce la faccio. È chiaro che a Bruxelles ci vado solo se c’è l’accordo con Bossi”. Altrimenti il premier affaccia la possibilità di un “passo indietro”, anzi appare addirittura “pronto” a farlo se la situazione lo dovesse richiedere.
La situazione è talmente grave che nel Pdl, per tutto il pomeriggio, si affastellano ipotesi estreme. Si discute di scenari “alla Zapatero”, con la possibilità di un voto anticipato a marzo e annuncio immediato del “passo indietro”. Oppure di un governo guidato da Gianni Letta o Renato Schifani, che potrebbe trovare in Parlamento il sostegno del terzo polo.
Qualcuno pensa che sia solo un modo per aumentare la pressione sulla Lega, altri, stanchi del Cavaliere, ci puntano davvero.
Sta di fatto che il capo dello Stato si dà da fare per tenere i contatti con tutti, dando vita a un giro di pre-consultazioni che coinvolge anche i principali esponenti dell’opposizione.
Incontra Enrico Letta, vicesegretario del Pd, e sente al telefono Pier Ferdinando Casini.
A tutti, governo e opposizione, ripete che “l’Italia deve garantire i suoi impegni”, dando così ragione a Barroso e Van Rompuy. Perchè “servono risposte urgenti e concrete”, il tempo degli annunci è scaduto.
Nè il Pd nè il terzo polo sono disposti a fare sconti o concedere aiuti a gratis. Chiedono la testa del premier, altrimenti il governo si arrangi. E anche Napolitano ammette che questa volta Berlusconi ce la deve fare con le sue gambe, non è possibile fare altrimenti.
E se il Cavaliere davvero dovesse farsi da parte oppure essere sfiduciato dalla Lega, il centrosinistra suggerisce la strada di un esecutivo di salvezza nazionale “alla Ciampi”, guidato da Mario Monti, che tiri fuori l’Italia dal buco nero dove si è cacciata.
Il governo invece è nel caos.
Nel faccia a faccia con Bossi il premier ricorre ai toni drammatici per indurlo a mollare sulle pensioni.
“Siamo con le spalle al muro – ripete in maniera accorata – e se non portiamo subito qualcosa a Bruxelles ce ne andiamo a casa tutti. Significa esporre l’Italia a un rischio enorme: te la senti di assumerti la responsabilità di farci fare la fine della Grecia? Perchè è questo quello che accadrà “.
Di fronte ai ripetuti “niet” di Bossi deve saltare anche il Consiglio dei ministri previsto per oggi per approvare il decreto sviluppo.
Come soluzione di ripiego si pensa a una conferenza stampa con l’annuncio delle cose da fare e un “papiello” da portare a Bruxelles con i tempi di attuazione previsti per ogni provvedimento, sperando che il Consiglio europeo si accontenti di un pezzo di carta. Insomma, la strategia è ancora molto lontana da quelle “risposte concrete” chieste dal capo dello Stato e dai vertici Ue.
Nel Consiglio dei ministri, per uscire dall’impasse delle pensioni, si discute anche dell’ampio menu di riforme da approvare al più presto: mercato del lavoro, liberalizzazioni degli ordini professionali, riduzione del debito pubblico con dismissioni di beni demaniali.
Alla fine Berlusconi sembra rincuorato: “Vedete che da un male può nascere un bene. Può essere la volta buona che riusciamo a fare quella rivoluzione liberale per la quale siamo scesi in campo”. Una ventata di ottimismo che spiazza i ministri che lo stanno a sentire: l’ennesimo colpo da attore mentre il teatro brucia.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’EUROPA CHIEDE ALL’ITALIA PROVVEDIMENTI STRUTTURALI ENTRO MERCOLEDI… BERLUSCONI PARLA DI RIFORMA DELLA PREVIDENZA MA LA LEGA DICE NO: BOSSI FORSE PREFERISCE ANDARE AL VOTO PRIMA DI FINIRE SOTTO L’8% E COSI’ FA FUORI I DEPUTATI VICINI A MARONI
Il Consiglio dei ministri si riunirà in seduta straordinaria stasera alle 18. 
La riunione per varare le misure strutturali sollecitate dall’Ue era stata preannunciata ieri sera da Silvio Berlusconi, al termine del consiglio europeo a Bruxelles.
Il tempo stringe: l’Unione europea vuole che mercoledì l’Italia si presenti al tavolo del vertice con le misure per la crescita.
Misure che – ha sostenuto il premier – lui avrebbe voluto adottare già da tempo ma che, “per colpa di altri”, era stato impossibile varare.
La principale riforma cui pensa Berlusconi è quella delle pensioni.
“Nell’Ue si è parlato di un’uguale età pensionabile per tutti a 67 anni – ha detto – Lo farò presente alla Lega anche perchè siamo l’unico Paese ad avere anche le pensioni di anzianità . Bossi ha a cuore i pensionati. Ma questo non collide. Gliene parlerò”.
Ma superare le resistenze del Carroccio non sarà facile.
Lo conferma la netta presa di posizione del capogruppo leghista alla Camera, Marco Reguzzoni, intervenuto questa mattina al programma di Maurizio Belpietro: “La Lega è contro qualsiasi riforma delle pensioni e contro la patrimoniale. E’ sempre stata contraria all’ipotesi di ridiscussione dell’età pensionabile. Abbiamo fatto le nostre proposte alternative. Di questa questione ne discuterà il Consiglio dei ministri”.
Altra misura che potrebbe essere esaminata dal consiglio dei ministri è la cessione degli immobili pubblici. “Forse potremo ridurre il debito pubblico anche prima del 2013 ponendoli sul mercato”, ha affermato Berlusconi a Bruxelles.
La Lega si sta posizionando in vista di elezioni anticipate: vuole vendersi la patacca di aver salvato le pensioni, come se i pensionati veri non fossero alle prese da anni con un aumento dei generi di prima necessità a fronte di pensioni sempre uguali.
Può anche essere giusto valutare un aumneto dell’età pensionabile, ma a fronte di cosa?
Per favorire l’occupazione giovanile o per finire nel calderone di uno Stato dove la corruzione e l’evasione fiscale impazzano?
E allora prima si pensi prima a recuperare i 60 miliardi che costa la corruzione pubblica in Italia, i 7 miliardi degli enti che foraggiano i politici trombati e i 120 miliardi di evasione.
Poi semmai si parlerà di età pensionabile.
In realtà la Lega sta sprofondando a livello di sondaggi e a questo punto forse per Bossi è meglio andare a votare a breve: eviterebbe di finire sotto l’8% e farebbe fuori i deputati vicini a Maroni.
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