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COMIZI D’ORRORE, COMIZI LEGHISTI

Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

UNO SCRITTORE AFFRONTA LA GRAMMATICA E LA RETORICA NEI DISCORSI POLITICI DEI LEGHISTI: FINZIONE O REALTA’?

Sono venuto molto volentieri a parlare in questa bella piazza, ma per quanto mi riguarda, sia chiaro, questa è l’ultima manifestazione senza bastoni.
Cominciamo a dare segnali, e un bel segnale è una scarica di legnate; controlliamoli noi con delle ronde questi posti, e siccome sono luoghi impervi appoggiamoci a sostanziosi bastoni. Servono i bastoni. Duri. Belli duri. Come noi padani.
Noi ce l’abbiamo duro, ed è per questo che qui oggi è pieno di donne!
La Lega non ha bisogno di armarsi, noi siamo sempre armati… di manico!
Si dice che il Paese stia andando a fondo, ma io conosco un solo Paese, che è la Padania. Dell’Italia non me ne frega niente.
Siamo celti e longobardi, non siamo merdaccia levantina o mediterranea, la Padania è bianca e cristiana!
Con le bandiere del cuore crociato! Noi che non diventeremo mai islamici.
Siamo circondati da ruffianeria di Stato, leccaculismo diffuso, bigottismo universale… sono moderati, sì sono moderati… moderati un cazzo!
I partiti sono lo strumento attraverso cui i meridionali gestiscono lo Stato, questo deve essere chiaro.
Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa venti milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società  multirazziale.
Ma noi non lo consentiremo.
Il disegno dei venti potenti americani non passerà , anche se usano armi potenti come la droga e la televisione.
Quegli islamici di merda e le loro palandrane del cazzo! Li prenderemo per le barbe e li rispediremo a casa a calci nel culo! Rompono il cazzo nelle scuole e vorrebbero privarci dei nostri simboli! Li prenderemo per le barbe, statene pur certi.
Gli immigrati, ma anche i profughi fora da i ball, bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile. Sì, pim, pim, pim, col fucile. Pim, pim, pim!
Per i negri bisognerebbe usare pallottole di gomma e prendergli le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù.
Credo si dovrebbe sul serio rispedire gli immigrati a casa in vagoni piombati.
Uomini della Padania, questi bingo bonghi col cazzo lungo vogliono scoparci le mogli, le nostre donne!
Cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi?
Purtroppo il forno crematorio non è ancora pronto.
E poi se prima c’erano i posti riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte, adesso si può pensare a posti o vagoni riservati ai padani. Perchè no?
Noi la proposta l’abbiamo fatta.
Qualcuno si è scandalizzato perchè un nostro militante ha detto che i topi sono più facili da debellare degli zingari.
Niente di più vero, sono più facili da debellare perchè sono più piccoli. Lampante, direi.
La civiltà  gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni.
Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni!
Gli omosessuali devono smetterla di vedere discriminazioni dappertutto. Dicano quello che vogliono, la loro non è una condizione di normalità .
Se ancora non si è capito essere culattoni è un peccato capitale.
C’è bisogno di iniziare una pulizia etnica contro i culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli.
Qui da noi non c’è nessuna possibilità  per culattoni e simili. La tolleranza ci può anche essere ma se vengono messi dove sono sempre stati… anche nelle foibe.
E ricordatevi: il cristiano che vota a sinistra si schiera dalla parte del peccato e del demonio.

N.d.A.: Questo testo è frutto di un montaggio con tutte dichiarazioni originali rilasciate nel tempo da esponenti politici della Lega Nord (Miglio, Borghezio, Bossi, Calderoli, Castelli, Gentilini, Boso, Tosi, Salvini, Zaia, Stiffoni, Boni, Schiubola, Moretti, Gidoni, Caparini, Speroni, Aliprandi).
Il mio lavoro è stato solo quello di assemblarli senza mai cambiare il senso delle dichiarazioni, creando un comizio linguisticamente organico, anche se delirante.

Questo testo è uno stralcio di Comizio, contributo dell’autore alla raccolta Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo, Edizioni Alegre, pagg. 192, – 14,00 (con testi di Valerio Evangelisti, Valeria Parrella, Stefano Tassinari e altri)

Angelo Ferracuti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PDL E LEGA IN CONFUSIONE MENTALE: SU MONTI TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO

Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

DA “DEMOCRAZIA SOSPESA” A “BUONA PARTENZA”… DA UN GOVERNO “LACRIME E SANGUE” DA CACCIARE E UNO CHE “MERITA ATTENZIONE”… NELLE CONTRASTANTI DICHIARAZIONI DI BERLUSCONI E DELLA LEGA IL SEGNO DELLA PROFONDA CRISI DELLA BECERODESTRA

Sì dal Pdl e no dalla Lega. In apparenza tutto chiaro e semplice, ma le cose stanno davvero così?
A leggere la girandola di dichiarazioni che hanno fatto da sfondo all’insediamento del governo di Mario Monti farsi venire qualche dubbio è più che legittimo.
Per capire davvero la posizione della ex-coalizione di governo occorre infatti leggere, anche tra le righe, le tante esternazioni arrivate da Silvio Berlusconi e dagli stati maggiori del Carroccio.
E il quadro che emerge è decisamente più articolato e movimentato.
Quanto ripetuto in queste ore dall’ex presidente del Consiglio ha in apparenza dello schizofrenico.
Da un lato il governo Monti rappresenta una “sospensione della democrazia”, dall’altro “ha iniziato bene”.
Da un lato durerà  solo il tempo concesso dal Pdl perchè “possiamo staccare la spina quando vogliamo” (espressione poi smentita da Berlusconi, ma che nella sostanza era stata illustrata dallo stesso segretario Alfano in occasione delle consultazioni con Napolitano), dall’altro “opererà  in maniera tale da essere utile al Paese per tutto il tempo che rimane”.
Contraddizioni che segnalano le difficoltà  in cui si dibatte il Cavaliere, stretto dal desiderio di apparire un politico responsabile, ma allo stesso tempo intimamente proiettato verso una nuova campagna elettorale in grado di cancellare con i suoi toni urlati una legislatura trascorsa, tra problemi politici, economici, giudiziari e privati, come un autentico calvario.
Un desiderio di correre al voto che si scontra però con la consapevolezza che accelerare troppo i tempi rischia di spingere gli ex-malpancisti del Pdl dritti dritti nelle braccia di Casini.
Uno scenario che Umberto Bossi non si nasconde.
Mario Monti? “Durerà  – dice il Senatur – fino a quando faranno il partito dietro di lui”.
E non c’è nessun dubbio che quel “faranno” sia riferito a Casini e Fini, pronti ad attingere a piene mani tra gli ex Dc del Popolo della Libertà .
“Sì – dice ancora il leader della Lega – (Monti, ndr) l’hanno messo loro lì”.
Berlusconi sa quindi che il tempo rischia di lavorare contro di lui, ma in questo momento non è in grado di forzare la mano e in pubblico ostenta quindi lealtà  verso Monti e un inedito spirito repubblicano.
Paradossalmente all’interno della Lega la situazione è però esattamente speculare.
Anche nel Carroccio covano infatti da tempo tensioni scissionistiche.
Così per un Bossi che parlando del neo presidente del Consiglio dice “lo cacceranno quando la gente si incazzera”, lo scalpitante Roberto Maroni appare molto più cauto.
“Mi aspetto da Monti che faccia una cosa che non siamo riusciti a fare per l’opposizione del ministro dell’Economia: se rivede il patto di stabilità  per far spendere soldi ai Comuni virtuosi, noi voteremo sì”.
E per un Roberto Calderoli che inveisce a più riprese contro il Professore, concludendo con la chicca “mi aspettavo lacrime e sangue, non mi aspettavo che ci fregassero anche il fazzoletto”, Flavio Tosi si spinge pesino più in là  di Maroni: “Se Monti propone misure condivisibili nulla vieta che le si possa sostenere senza alcun problema”, dice il sindaco di Verona, aggiungendo quella che sembra essere una pietra tombale sulla possibilità  di una ricucitura con il Pdl.
“Per esempio una patrimoniale sui grandi patrimoni sarebbe – sottolinea – di assoluto buonsenso, piuttosto che colpire in modo generico le famiglie o i Comuni come ha fatto anche Berlusconi”.
Come avrebbe detto Mao, “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Resta solo da capire per chi.

(da “La Repubblica”)

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IL LEGHISTA GENTILINI: “SI’ A MONTI, ORA MARONI AL POSTO DI BOSSI”

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

LA VOCE FUORI DAL CORO: “BASTA CON TUTTA QUESTA GENTE CALATA DALL’ALTO ANCHE NELLA LEGA”

“Ma quali elezioni subito! Non si può andare a nuove elezioni con questa porcata di legge qui! Ben venga invece il governo di Monti, sperando che cambi finalmente anche questa schifosa legge elettorale perchè il popolo possa tornare a scegliere chi mandare in Parlamento. Basta con tutta ‘sta gente calata dall’alto. Certo, parlo anche della Lega”.
Pensi a un grillino, invece a parlare così è lo ‘Sceriffo’ di Treviso, Giancarlo Gentilini.
Un bastian contrario per definizione: se i vertici del Carroccio dicono bianco, lui dice nero.
Del tutto coerente quindi il suo gradimento per Monti, a dispetto della posizione ufficiale di Bossi. “La Lega starà  all’opposizione? Beh, pazienza, per me doveva andarci anche prima — risponde secco — Non aspettare tre anni inutili in cui non è stato fatto niente. La Lega è nata per essere una sentinella, se non altro ora tornerà  ad esserlo”.
In realtà  per lo Sceriffo la ‘quadra’, in gergo leghista, sarebbe stata un governo guidato da Maroni, la sua nuova passione politica in perfetta sintonia con Flavio Tosi, l’altro eretico veneto, da lui ribattezzato lo Sceriffino.
“Mi sarebbe piaciuto vedere all’opera Maroni, perchè sarebbe stato l’unico in grado di guidare un governo politico di transizione in questa fase difficilissima. Non è stato possibile e allora mi va bene anche un Monti, purchè faccia le cose che deve fare e rimetta le cose a posto in questo Paese”.
Ma l’appoggio dell’alpino Gentilini all’ ministro dell’Interno va ben oltre, arrivando fino alla soglia del portone di via Bellerio.
“Lui è il vero delfino di Bossi ed è ora che prenda le redini del comando della Lega, finora è stato troppo penalizzato” dichiara senza indugio, osando sfidare già  nella prossima giunta (com’è accaduto un paio di mesi fa) le ire del sindaco Gobbo, il fidatissimo uomo di Bossi in Veneto: “Non m’importa niente. Io dico quello che penso perchè non faccio il politico, faccio il sindaco e sto tutto il giorno in mezzo alla gente e so quello che il mio popolo vuole”.
Tradotto: la base leghista, in cui il gradimento per lo Sceriffo rasenta livelli di pura idolatria, vuole un vigoroso cambio di marcia del movimento.
“Io interpreto la volontà  popolare — continua Gentilini — e la Lega deve tornare a sentire la gente da cui invece si è allontanata pericolosamente, stando troppo tempo a Roma fra pennichelle, ponentini e abbacchi”.
L’immagine di un certo lassismo da Palazzo “che corrompe” è dura a morire ma è anche una delle accuse più frequenti della base leghista verso onorevoli e senatori spediti in Parlamento: partono con il piglio di Attila, dopo due giorni sono già  degli agnellini dimentichi.
“Anche per questo — insiste lo Sceriffo — la gente vuole tornare a scegliere i suoi rappresentanti, non limitarsi a votare quelli che vengono imposti dall’alto. C’è una grave crisi economica da risolvere e dare prospettive di lavoro ai nostri giovani, andare a votare in questo momento sarebbe molto peggio”.
Inutile sottolineare che anche stavolta la posizione di Gentilini sia praticamente unica nel panorama del Carroccio veneto, dove l’ordine di Bossi — “tutti all’opposizione” — è passato senza colpo ferire condiviso da tutti. Anche da Gentilini, anche lui in fondo sta all’opposizione.

Massimiliano Crosato
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TREMONTI HA CHIESTO LA TESSERA DELLA LEGA, MA NEL CARROCCIO NON C’E’ NEANCHE RICONOSCENZA: I COLONNELLI HANNO PAURA E VOGLIONO CHE PRIMA ATTACCHI I MANIFESTI

Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

BOSSI AL DIRETTIVO; “MI HA CHIESTO DI ENTRARE, CHE NE PENSATE?… DI FRONTE ALL’IPOTESI CHE POSSA ADERIRE UNA PERSONA NORMALE TRA I CAPETTI DELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA SCENDE IL GELO

Era il pidiellino più amato dai leghisti, e un po’ anche anche a questo si deve la cordiale antipatia coltivata nel partitone azzurro nei confronti di Giulio Tremonti.
Ma adesso che è crollato tutto lo molla anche il Carroccio.
E a ben vedere, non è neppure una sorpresa.
Fa testo quel che è successo ieri in via Bellerio: dopo aver disertato l’incontro con Mario Monti e aver ribadito la linea dell’opposizione, Umberto Bossi guarda un faccia i suoi colonnelli, uno a no: «Tremonti mi ha chiesto di entrare nella Lega, che cosa ne pensate?».
Ne pensano malissimo, a rendere l’idea bastano gli occhi sgranati di tutti quanti, da Maroni a Reguzzoni (che non sono proprio amici), da Calderoli a Cota.
Le battute si sprecano, qualcuna è irriferibile, il leit motiv uno solo: «Non se ne parla nemmeno».
E ci si mette pure Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega Lombarda, a distillare altro veleno: «Vuole venire da noi? Bene, presenti domanda per diventare socio ordinario alla sezione della Lega più vicina a casa sua».
Socio ordinario: presentarsi con il modulo, please.
Così trattano adesso l’«amico Giulio», la sponda inossidabile di Bossi dentro il partito di Berlusconi.
Una presa di distanza che certifica le difficoltà  crescenti del superministro, in questi anni protagonista di memorabili scontri con i suoi colleghi, specialmente quelli pidiellini, titolari di dicasteri con portafogli.
Che si sono visti sistematicamente rifiutare ogni richiesta di riduzione dei tagli voluti dal Tremonti custode del rigore. Come la Mariastella Gelmini, sempre costretta a mordere il freno e a fare in pubblico buon viso a cattivo gioco di fronte all’irremovibilità  del successore di Quintino Sella.
E a beccarsi gli insulti di studenti e genitori in piazza.
Questa la sostanza, ma c’è anche la forma: quella di Tremonti a volte risulta sgradevole, come quando, nell’altro esecutivo Berlusconi, rispose così alla Moratti che si lamentava per i tagli: «Letizia, il governo non è tuo marito».
Al pari della Moratti e la Gelmini, troppi altri hanno patito.
Per non parlare di Berlusconi, entrato in un’irrimediabile rotta di collisione negli ultimi mesi, con la crisi prima negata (da entrambi) e poi arrivata a un punto di non ritorno che tuttavia non è bastato a rendere meno acute le divergenze sulla medicina da proporre al Paese.
E a diradare i dubbi di intelligenza con il nemico, se si pensa a come, anche dalle parti dell’opposizione, si è guardato a Tremonti come alternativa possibile al Cavaliere Leggendari, e non da adesso, gli scontri con il governatore lombardo Formigoni, e le liti con Brunetta così omaggiato in un ormai famoso fuorionda: «È un cretino».
Agli annali rimane anche il lamento feroce di Mario Mantovani, coordinatore del Pdl in Lombardia, che a inizio ottobre così parlava all’assemblea regionale del suo partito, disertata dal titolare dell’Economia: «Tremonti va solo alle feste della Lega, vorremmo che qualche volta venisse anche alle nostre iniziative, l’abbiamo sempre invitato ».
Già , anche in piena tempesta finanziarie, un paio di settimane fa, Tremonti non ha rinunciato alla tradizionale festa della zucca di Pecorara, nel Piacentino.
Presentandosi insieme a Bossi e agli stati maggiori della Lega.
Ma adesso lo mollano anche loro, i padani.
E le ragioni sono più o meno le stesse, come sa benissimo Maroni, l’uomo del Viminale che più volte si è lamentato per i tagli al suo ministero.
Fosse solo lui, si capirebbe, ma di recente, e per motivi più politici, è sceso il gelo anche con Calderoli, considerato fino all’altro ieri il più tremontiano dei leghisti.
Ma nonostante la terra bruciata che gli stanno facendo tutto intorno, il ministro dell’Economia non ha alcuna intenzione di abbandonare la politica.
Anche se non sa bene il “come”, e soprattutto il “dove”, non ci sta a farsi cancellare tutto d’un botto.

Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)

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ALLA VERGINITÀ DELLA LEGA NON CREDE PIU’ NESSUNO

Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

lL CARROCCIO HA ORMAI PERSO IL SUO POPOLO E NON SARA’ UN MAQUILLAGE A RESTITUIRGLI CREDIBILITA’…NON HA SAPUTO INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO DELLA SOCIETA’, FINENDO PER DARE VITA AL PEGGIOR CLIENTELISMO FAMILISTA DELLA REPUBBLICA

Se l’astuto Di Pietro cerca spazio mascherandosi da improbabile succedaneo dell’anticapitalismo indignado, mentre il trio Ferrara-Feltri-Sallusti strattona il suo Oligarca di riferimento affinchè guidi un’improbabile rivolta contro la tecnocrazia europea, tocca invece alla Lega vivere il risveglio più amaro.
Contro il governo Monti «ci rifacciamo la verginità », è scappato detto a Umberto Bossi. Una metafora che si presta a fin troppo facili controdeduzioni.
Perchè quella metafora riconosce la perdita dell’innocenza; e il rimpianto in politica è sinonimo d’impotenza.
Non è un caso se la forza più accreditata a guidare l’opposizione sociale contro le ricette amare del risanamento, cioè la sinistra critica di Vendola, fornisce una prudente apertura di credito a Monti e preserva l’alleanza col Pd: la sfida globale al monetarismo e alla grande finanza nulla hanno a che spartire con la goffa convergenza populista Di Pietro-Bossi-Ferrara, destinata al flop.
Benchè ostenti sollievo, l’uscita dal governo nazionale rappresenta per la Lega una grave sconfitta; difficilmente rimediabile asserragliandosi nelle tre grandi regioni del Nord. Rifarsi una verginità  non è dato in natura.
E neanche in politica.
Per quanto l’Italia rifugga il puritanesimo de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, il popolo ti chiederà  sempre perchè, e con chi, hai sacrificato l’illibatezza di cui menavi gran vanto.
Questo è il punto: gli elettori vanno e vengono, ma la Lega ha perduto il popolo mitico, trasfigurato, della sua fondazione.
Nel governo di Roma e degli enti locali ha consolidato un ceto politico desideroso di perpetuarsi, ma l’età  dell’oro, la Lega delle origini, esiste solo nel passato remoto di quelle biografie.
Un dramma simile si era consumato allorquando i post-comunisti si distaccarono non solo dall’ideologia, ma anche dall’universo proletario che li aveva generati. Mai più l’ha ritrovato.
Magari bastasse il revival, la scimmiottatura dei linguaggi, perfino un’improbabile rottura dell’alleanza col Pdl senza cui peraltro decadrebbero le amministrazioni leghiste.
Il ceto politico del Carroccio ha rivelato notevoli capacità  manovriere di allargamento delle sue quote di potere, ma intanto la storia correva: nessuna delle opzioni politiche leghiste — il federalismo, la xenofobia, la rivolta fiscale, il paganesimo, il cattolicesimo reazionario — è stata in grado di preservare nei tempi nuovi la sintonia con quel popolo. Nel mondo in subbuglio, da una parte l’imprescindibile Unione europea e dall’altra l’imprevisto delle rivoluzioni mediterranee svelavano la fragilità  delle soluzioni localiste. Semmai restavano da giustificare i troppi compromessi imbarazzanti con la malapolitica, l’ultimo dei quali — sostituire Berlusconi con Alfano — è apparso solo un espediente maldestro.
Il progetto di travasare nella Lega l’elettorato berlusconiano deluso al Nord ha subito una battuta d’arresto alle amministrative di primavera, non solo a Milano.
Mirava a completare con la conquista della regione Lombardia una supremazia padana che, giunti a questo punto, si rivela problematica.
Il ceto politico leghista non si può permettere di andare da solo a elezioni nazionali col premio di maggioranza, nè può separarsi dal Pdl in Piemonte, Veneto e Lombardia.
Il bluff di Bossi — la parola al popolo, subito al voto — ormai è scoperto.
La carta Tremonti è divenuta inservibile.
Il banchiere Ponzellini? Meglio far finta di non conoscerlo.
La Lega che nel 2008 raddoppiò i suoi voti presentandosi come interprete di un territorio, tre anni dopo si mette in cerca della verginità  perduta in un passato irripetibile perchè non ha saputo corrispondere alle incognite dei tempi nuovi.
Serpeggiano ancora per il “suo” territorio le inquietudini da cui fu generata, ma un ceto dirigente compromesso col peggior potere italiano non ha più nemmeno le credenziali per incarnare l’antipolitica.
È probabile che debba presto fronteggiare nuovi competitori a destra, sul suo stesso terreno.
Se anche l’operato di un eventuale governo Monti susciterà  reazioni anti-èlitarie, non tutte fondate su istanze di giustizia sociale, ma invece esasperate nel solco della protesta localista, pare improbabile che si affidino ai vecchi “leghisti romani”.
Reduci da una stagione indecorosa di cui sono stati fra i peggiori protagonisti. Comprendo la sofferenza di Bossi, un uomo che non si è arricchito con la politica, anche se si è macchiato del peggiore clientelismo familista.
Ma nessun popolo potrà  riconoscergli l’innocenza, la verginità  perduta.

Gad Lerner
(da “La Repubblica“)

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IL CARROCCIO SI E’ FERMATO A ROMA: LA LEGA VA ALL’OPPOSIZIONE MA LA VAL SERIANA NON CI CREDE PIU’

Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

VIAGGIO TRA GLI ABITANTI DI UNA VALLE CHE HA DATO IN PASSATO ANCHE L’80% DEI CONSENSI ALLA LEGA… “SONO STATI A ROMA PER ANNI: SI SONO RIEMPITI LE TASCHE E LA PANCIA, TANTE PROMESSE MA NON ABBIAMO VISTO NIENTE, ALTRO CHE ROMA LADRONA, E’ LA LEGA LADRONA”…”QUA BOSSI E MARONI NON SI FANNO PIU’ VEDERE, TIRA BRUTTA ARIA PER LORO”…E LA LEGA HA GIA PERSO TANTI COMUNI

Troppo tardi. “Non si può scendere dal treno quando è deragliato”.
Con il buio in Val Seriana c’è un freddo che fa male.
Dai monti scende un vento scuro e la vita si rifugia nelle case con le finestre illuminate di chiaro e di violetto: la televisione.
Si guarda il telegiornale dopo cena — perchè qui ci si alza all’alba per lavorare — e si commenta in dialetto.
Soprattutto quando sul video passano loro, Umberto Bossi, Roberto Maroni.
Siamo nel cuore del Nord leghista, nella valle bergamasca dove il Carroccio sfiorò l’80 per cento: addio alla vecchia Dc, la svolta che prometteva di cambiare l’Italia partiva da queste valli dimenticate da Dio.
Qui nel 1990 il Senatùr e i suoi conquistarono il loro primo sindaco, Franco Bortolotti di Cene.
Eccolo, “il Roberto”, perchè Maroni anche se è ministro lo chiamano per nome, che dalla tivvù annuncia la linea: “Se il Parlamento deciderà  di votare la fiducia a un nuovo governo passeremo all’opposizione”.
Lo conferma Umberto Bossi: “Faremo opposizione al governo Monti”.
Insomma, si torna alla Lega di lotta.
Ma la reazione è tiepida: “Troppo tardi. Sono stati a Roma per anni, si sono riempiti le tasche e la pancia. Delle promesse che ci hanno fatto non abbiamo visto neanche l’ombra. E adesso si credono di fare finta di niente…”, sibila Elvira Ferrari mentre con un orecchio ascolta la televisione e intanto prepara il cestino che domani il marito porterà  in cantiere.
Aggiunge: “Da queste parti Bossi e soci non si fanno più vedere perchè tira una brutta aria. La Lega non ha il coraggio di mettere un chiosco”.
Elvira non è una politologa.
E, però, per capire che aria tiri da queste parti valgono più le sue parole che i discorsi di un pezzo grosso di partito.
Perchè in Val Seriana la politica è roba concreta, “mica tante balle”.
Si fa nelle case, nei bar affacciati sui vicoli. Frasi calate tra una carta e l’altra di una partita a briscola. Valeva ai tempi dei trionfi della Lega, quando in Val Seriana piombavano i reporter del New York Times.
E vale anche oggi: “Altro che Roma ladrona, bisogna dire Lega ladrona”, tuona Giovanni Ongaro, 53 anni.
È stato uno dei leghisti della prima ora, dal 1987 con Bossi, poi in Parlamento. Ma adesso è un nemico giurato del Carroccio: “Bossi, Maroni e company sono diventati più romani dei romani. E i risultati si vedono, stanno perdendo tutta la valle”.
E giù a enumerare i comuni che la Lega ha perso in una manciata di anni: “Gandino, Castione della Presolana, Leffe, Ardesio… perfino Albino, la nostra ‘città ‘ che ha quasi ventimila abitanti”.
Chi l’avrebbe detto? Ha vinto il centrosinistra, mentre il Pdl ha cacciato il sindaco del Carroccio e ha imposto un suo candidato.
Pier Giacomo Rizzi, l’ex sindaco ha corso da solo: “L’ho fatto per far perdere la Lega, e ci sono riuscito. Al ballottaggio ho appoggiato il centrosinistra, perchè hanno ideali diversi, ma sono gente di cui mi fido. Questo governo ha fatto solo danni: più tasse locali, tagli selvaggi e un federalismo che è una patacca. Ad Albino nel 2011 arriveranno 60 mila euro in meno e il prossimo anno ci toglieranno addirittura 600 mila euro. Eccola la Lega al governo!”, non ha dubbi Rizzi.
Spiega: “Il segreto della Lega era la buona amministrazione che partiva dal territorio. Ma poi hanno cominciato a fare affari. Io avevo bloccato le nuove costruzioni perchè qui rischiamo di mangiarci la nostra terra con il cemento… e così sono stato cacciato via perchè non ho seguito la politica palazzinara. Ma la gente non è stupida e ha abbandonato la Lega”.
Alla fine ha vinto Luca Carrara (centrosinistra): “Abbiamo fatto una proposta seria e gli elettori ci hanno premiato. Nella Lega c’era un malumore fortissimo, il partito si era fatto imporre perfino un candidato del Pdl”.
L’imputato numero uno è lui, Bossi.
E pensare che fino a pochi anni fa quando pronunciavi il suo nome quasi si toglievano il cappello. A Pontida, che sta a due passi, correvano tutti ad applaudirlo.
Invece adesso il Senatùr meglio che non si faccia vedere: “Lui e il suo familismo: prima il clan della famiglia Marrone, la moglie. Poi addirittura il figlio, il Trota. Vergogna…”, sbotta Ongaro. Certo, ormai è un avversario politico, con la sua Unione Padana.
Ma tanti la pensano così: “Noi siamo gente che lavora. Bossi ha sempre campato senza lavorare”. I vecchi slogan si ritorcono contro il leader.
La lega non è morta. Se qualcosa, però, sopravvive non è merito dei leader, ma dei sindaci, dei consiglieri comunali.
Cesare Maffeis, il sindaco leghista di Cene, all’inizio mostra sicurezza: “Io ho preso il 67 per cento dei voti. Qui in 20 anni la Lega ha dato un buon esempio di governo. Noi abbiamo un legame personale con la nostra gente”.
Ma poi i problemi vengono fuori: “La Val Seriana aveva il Pil pro capite più alto d’Europa e adesso ogni giorno c’è un’azienda che chiude. Io sto lottando per tenere l’ambulanza medicalizzata qui… non esiste che in trenta chilometri di valle non ci sia un’ambulanza. Non esiste”.
Ecco, la Lega di lotta, ma è dura quando al governo ci sono i tuoi.
Alla fine anche Maffeis ammette: “La base leghista avrebbe desiderato una rottura anticipata, molto anticipata. Ci sono dei problemi, c’è tensione”.
Si sale per la valle, tra le case color pastello, discrete come il carattere degli abitanti.
Tra i capannoni delle fabbriche tessili, delle grandi officine meccaniche.
Sono passati venticinque anni da quando “l’Umberto” saliva su per di qua con la sua Citroà«n Pallas scassata.
Altri tempi: “Adesso ha l’auto blu e pensa alla sua famiglia. Ma noi vogliamo solo che le nostre fabbriche non chiudano e che le nostre tasse non finiscano tutte al Sud”.

Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“PREFERISCO MONTI, NON DEVE RISPONDERE A NESSUNO”: COSI’ PARLAVA IL “COERENTE” BOSSI NEL 1995

Novembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

BUFFONI PADANI: ALLA FINE DEL PRIMO GOVERNO BERLUSCONI, PER IL SENATUR “MONTI ERA IL MIGLIORE”, “UNO AUTONOMO E CHE PARLA CHIARO”…E BOSSI AUSPICAVA “UN GOVERNO DI TECNICI, CON ALTE PERSONALITA”

La Lega dice no a Monti, invocando il rispetto del voto popolare: “Come si fa a sostenere un governo che farà  portare via tutto, che privatizzerà  le municipalizzate?” si è chiesto Bossi alla Camera.
Eppure nel 1995, alla fine del primo governo Berlusconi,   la pensava diversamente   sul’economista della Bocconi.
Erano i giorni in cui l’allora presidente della Camera, Carlo Scognamiglio, sembrava vicino all’incarico che poi andò a Dini. “Non mi fido di chi può essere condizionato da Berlusconi, il quale disprezza la democrazia. Io preferisco Mario Monti: parla chiaro e non deve rispondere a nessuno”.
Ecco l’intervista pubblicata allora sul Corriere della Sera
Onorevole Bossi, Forza Italia indica Lamberto Dini come premier. Lei gli darebbe la fiducia?
“Ho sempre detto che penso ad un economista. Pero’ ci vorrebbe un economista vero, che abbia un minimo di visione politica: nelle mani di un ragioniere, finiamo nel marasma”.
Nel toto premier c’ e’ il presidente del Senato Scognamiglio. Le pare una scelta migliore?
“Non mi fido di chi puo’ essere condizionato da Berlusconi, il quale disprezza la democrazia. Io preferisco Mario Monti: parla chiaro e non deve rispondere a nessuno”.
E chi vorrebbe in questo governo?
“Io vedo due ipotesi: o un governo con quattro o cinque ministri politici, alla Giustizia, agli Interni…”.
E l’ altra ipotesi?
“Un governo di tecnici, di alte personalita’ con, che so, Di Pietro alla Giustizia”.
Torniamo al governo. Lei ha fatto i conti, c’ e’ una maggioranza per sostenerlo e non andare alle elezioni?
“Ho fatto la mia battaglia, quando nessuno capiva, ho fatto cadere un peronista, uno che ogni sera, dal suo balcone, entrava in ogni casa a fare il lavaggio del cervello alla gente”.
Il governo trovera’ i voti anche su leggi come l’ antitrust o la riforma della Mammi’ ?
“Quando arrivera’ in aula uno di questi provvedimenti, un pezzo di Forza Italia votera’ contro e un altro a favore. Magari dovremo fare qualche mediazione, la legge non sara’ severa come voglio io”.
Non e’ che se bocciate il presidente del Consiglio di Forza Italia, alla fine si fa un ribaltone?
“Non ce ne fotte niente. C’ e’ solo una cosa che e’ “ribaltata”: la banda del buco, la banda di Bettino. Dovra’ spiegare da dove vengono i soldi, le societa’ anonime, i miliardi. Io ho venti volumi di documenti sulla P2, ci sono i nomi di Berlusconi e di tal avvocato Previdi”.
Berlusconi l’ ha accusata di averlo minacciato: o ti togli dalla politica o ti rovinero’ . E’ vero?
“Ridicolo. Io sono molto diretto, esplicito. L’ ho sempre detto che il suo monopolio, creato da Craxi, e’ antistorico. Piuttosto il golpe l’ ha fatto lui: che cosa fanno i golpisti come primo atto? Occupano la tv”.

4 Gennaio 1995
Corriere della Sera

argomento: Berlusconi, Bossi, governo, la casta, LegaNord | Commenta »

ALTRO CHE TAGLI: 150 MILIONI ALLA LEGGE MANCIA

Novembre 12th, 2011 Riccardo Fucile

AL SENATO NEL DDL SULLA STABILITA’ ARRIVANO GLI ULTIMI REGALI

Passano gli anni, le crisi si sommano alle crisi, ma lei è sempre lì: l’eterna legge mancia, spuntata ieri persino nel disegno di legge Stabilità  con cui Silvio Berlusconi saluta Palazzo Chigi, 150 milioni che i parlamentari potranno spendere sul territorio come gli detta l’uzzolo del momento.
Spiegare davvero cos’è, al di là  dell’espressione giornalistica, è più complesso: è spesa pubblica improduttiva, soprattutto, e contemporaneamente la plastica rappresentazione della subalternità  del Parlamento all’esecutivo.
Nella Prima Repubblica, per dire, la legge mancia non c’era: deputati e lobbisti s’arrangiavano da sè, senza chiedere il permesso a nessun ministro, spendendo e spandendo dopo un paio di mesi di estenuanti trattative, blandizie e ricatti, spesso notturni, nei corridoi fumosi del Parlamento.
Conoscevano l’arte, loro, di strizzare la Finanziaria fino a farne zampillare fuori soldi per una miriade di favori di collegio, privati o di cricca.
Il nuovo millennio, come si sa, è un tempo più ingrato e triste e pure piazzare l’emendamento giusto al momento giusto dentro la legge di bilancio è diventato troppo difficile.
Per evitare malumori, però, Giulio Tremonti — eterno pure lui — nel 2003 fece un patto coi suoi affamati parlamentari: voi votate la manovra com’è e io vi lascio qualche centinaio di milioni per farvi gli affari vostri o, volendo, dei vostri elettori.
La legge mancia, appunto.
Anche il governo di Romano Prodi se ne concesse una al debutto, anche se poi la abolì con la Finanziaria 2008.
Ma la legge mancia è rimasta morta solo per un annetto: nel 2009 Silvio Berlusconi e il “rigorista” Tremonti già  l’avevano fatta risorgere.
Ci si fa di tutto: ponti, strade, chiese, teatri, finanziamenti per società  sportive, progetti culturali e scuole.
Ne sa qualcosa la signora Manuela Marrone in Bossi, che s’è vista arrivare 800 mila euro per la sua “Bosina”, una scuola privata.
La legge mancia è l’unica funzione davvero imprescindibile di un Parlamento svuotato dalla sua funzione di legislatore dai mille decreti con mille fiducie del governo. Quest’anno, per dire, ce n’era già  stata una piccola piccola a marzo, quando era stata distribuita la miseria di due milioni e seicentomila euro (parrocchie, conventi, monasteri e associazioni cattoliche l’avevano fatta da padroni).
Adesso però — tra spread, crescita zero, commissariamento internazionale, rischio default — si pensava che non ci sarebbe stato spazio per lasciare pure gli spiccioli ai parlamentari. Grosso errore: ieri alle 18 in punto il relatore del ddl Stabilità  in Senato, Massimo Garavaglia, leghista, ha depositato in commissione il suo bell’emendamento.
Questo il contenuto : si rifinanzia per 100 milioni nel 2012 e 50 nel 2013 il fondo per “interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territorio e alla promozione di attività  sportive e culturali e sociali ” istituito con la Finanziaria 2010, cioè la legge mancia di un anno fa.
Non si sa ancora, però, per quali decine di interventi verranno utilizzati questi soldi: ci penserà  un decreto del Tesoro che recepirà  la lista della spesa votata dalle commissioni Bilancio (storicamente si tratta di un voto bipartisan).
Bisogna pure ricordarsi che nel 2012 o nel 2013 si vota e non ci si presenta a casa degli amici a chiedere un favore senza portare almeno un regalino: tre milioni, per dire, nel ddl stabilità  li ha rimediati pure Radio Radicale, le basteranno per finanziarsi fino a marzo, in attesa del nuovo governo.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Bossi, Costume, denuncia, la casta, LegaNord, Politica | Commenta »

E NELLA LEGGE DI STABILITA’ RISPUNTA LA REGALIA DI 150 MILIONI DELLA LEGGE MANCIA, RELATORE IL LEGHISTA GARAVAGLIA

Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

VERGOGNOSA REINTRODUZIONE DELLA POSSIBILITA’ PER I PARLAMENTARI DI DISTRIBUIRE FONDI PER I PROPRI COLLEGI…LE OPPOSIZIONI: “VERGOGNA, PER GENOVA NEANCHE UN EURO”… LE MARCHETTE DELLA LEGA LADRONA

La commissione Bilancio del Senato ha approvato la legge di stabilità  e il relativo maxi-emendamento del governo alla legge di stabilità .
La maggioranza ha votato a favore, il Pd si è astenuto, Idv ha votato contro mentre il terzo Polo non ha partecipato al voto.
Il testo sarà  in aula domattina per essere licenziato in giornata.
Intanto, nelle pieghe del ddl Stabilità , arriva anche il rifinanziamento della ‘legge mancia’ in base alla quale i fondi sono decisi dai parlamentari per i loro collegi.
Lo prevede l’emendamento omnibus al ddl Stabilità  presentato dal relatore, Massimo Garavaglia (Lega), che destina 150 milioni di euro per il 2012-2013 al “finanziamento di interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività  sportive, culturali e sociali” previste dalla legge di Stabilità  del 2010.
L’emendamento rifinanzia di 100 milioni per il 2012 e di 50 milioni per il 2013 la legge dello scorso anno che stanziava 50 milioni per l’anno in corso.
A sua volta questa norma riprendeva una disposizione della Finanziaria del 2003 che fu rifinanziata nei tre anni successivi.
Il nome di questa legge è dovuto al meccanismo in base al quale i soldi stanziati verranno ripartiti: sarà  una risoluzione bipartisan delle commissioni Bilancio di Camera e Senato a indicare le opere a cui andranno i fondi (“attività  sportive, culturali e sociali” dice l’emendamento del relatore) e che in passato hanno riguardato molti piccoli interventi di qualche decina di migliaia di euro (associazioni, parrocchie, oratori, società  sportive, ecc) specie nei piccoli comuni dei collegi di senatori e deputati.
Una norma che provoca le ire dell’opposizione: “A quanto pare finora nel ddl stabilità  non c’è un euro per i danni dell’alluvione a Genova e in Liguria. A fronte di questa grave inadempienza appare ancora più incredibile lo scandaloso rifinanziamento con 150 milioni di euro della legge mancia, un chiaro atto da maggioranza e governo al capolinea”.

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