Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
I PADAGNI ATTACCANO IL GOVERNO CHE CERCA DI METTERE LE TOPPE AL LORO MALGOVERNO, MA IL PROBLEMA E’ TRA BOSSI E MARONI
La Lega di lotta, senza governo, sostituisce il cappio di Tangentopoli con un “muro” di cartelli
contro “la rapina” della manovra di Mario Monti.
Da “Basta tasse” a “Giù le mani dalle pensioni”.
La gazzarra neopopulista del Carroccio va in scena al Senato e non risparmia neppure l’ex alleato Renato Schifani, presidente dell’assemblea di Palazzo Madama: “Sei un pagliaccio”. Il Professore Tecnocrate di Palazzo Chigi è invece un “maggiordomo”.
Insulti e rissa, questa la ricetta della Lega, che ha scelto l’opposizione per riguadagnare consensi (i sondaggi la danno in caduta libera), salvare le amate province (che significano poltrone e gestione del territorio) e rifarsi una verginità dopo un decennio trascorso a ingerire e digerire ogni porcata ad personam del Cavaliere.
Anche alla Camera, i deputati leghisti si mostrano combattivi.
Protestano contro Fini per il taglio della discussione generale sul decreto SalvaItalia e poi chiedono e ottengono il dibattito a oltranza, mentre Umberto Bossi, sempre più anziano e malconcio, ripete che “Berlusconi se la fa con i comunisti” .
Per tutta risposta l’ex premier annuncia che oggi vedrà il Senatùr.
In realtà l’ammuina padana serve a coprire e a nascondere la profonda spaccatura che da mesi paralizza il partito un tempo governato in modo “leninista” dal Capo.
La “dittatura” bossiana è sempre più contrastata dall’ala “autonomista” di Roberto Maroni.
Le due fazioni non comunicano nemmeno più e si fanno la guerra persino nei corridoi della Padania, il semi-clandestino house organ della Lega, il cui bilancio è segnato da un profondo rosso.
Secondo alcuni calcoli fatti e aggiornati di continuo dal “cerchio magico” che circonda Bossi (con in testa il capogruppo alla Camera Reguzzoni e il vicepresidente del Senato Rosi Mauro), Maroni e i “maroniti ” controllano la maggioranza del partito e un eventuale congresso federale, cioè nazionale, che non si tiene da un decennio, sancirebbe una clamorosa sconfitta del Senatùr che potrebbe generare un’altrettanto clamorosa scissione.
Anche per questo, Bossi avrebbe incontrato riservatamente Maroni per avere assicurazioni sulla “salvaguardia” della propria leadership e l’ex ministro dell’Interno avrebbe ceduto, almeno a parole.
Per il resto, i due clan si promettono epurazioni a vicenda in occasione delle liste per le politiche, anticipate o no che siano.
Al momento il pallino è ancora nelle mani di Reguzzoni e del “cerchio magico” ed è in quest’ottica che va decifrato lo scontro di ieri nell’assemblea dei deputati leghisti. Maroni stesso ha rilanciato la questione del capogruppo dopo le promesse di Bossi di sostituirlo a dicembre e Reguzzoni ha reagito con un puro tatticismo per conservare la poltrona: porre il problema della presidenza del Copasir, oggi occupata da Massimo D’Alema (che teme “conseguenze” dall’inchiesta su Finmeccanica).
Per la Lega, il posto va all’opposizione e un’eventuale investitura di Maroni salverebbe Reguzzoni.
Ma l’ex ministro dell’Interno ha fatto capire dove punta: la poltrona del Copasir non gli interessa.
Piuttosto mira a fare il capogruppo e a gestire da una posizione di rilievo questa fase di transizione.
Il suo obiettivo, sempre se avrà il coraggio di andare sino in fondo contro il Capo, ha due tappe: il controllo del partito e poi sedersi al tavolo della riforma elettorale per invocare un sistema tedesco che consentirebbe alla Lega di andare da sola e staccarsi definitivamente dal Cavaliere.
Il retropensiero dei “maroniti”, infatti, è che l’allontanamento tra “Silvio” e “Umberto” sia solo di “facciata”. E i messaggi che i due si lanciano (ancora Bossi, ieri: “Berlusconi senza le spalle forti della Lega si sentirà perso”) confermano questa sensazione.
Lo scenario del Senatùr è ancora da Seconda Repubblica, quello di Maroni, invece, è da Terza, per “isolare” la Lega in un quadro di grande centro e garantirle la sopravvivenza.
Senza dimenticare, però, il noto feeling maroniano sia con Angelino Alfano, sia con il versante bersaniano del Pd.
L’esito di questa feroce guerra nella Lega è imprevedibile e l’incognita maggiore, secondo alcuni leghisti di rango, è il coraggio dell’ex ministro dell’Interno, sempre uomo dei penultimatum, incapace di assestare il colpo mortale a Bossi.
Il quale a sua volta potrebbe essere tentato di usare come un’arma letale contro l’ex amico “Bobo”: l’ingresso di Giulio Tremonti nella Lega.
La suggestione è circolata nei giorni scorsi e chissà se è destinata a rimanere tale.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
(vignetta diksa53a)
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Dicembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
“NON BUTTATE NEI RIFIUTI I LEGHISTI, POSSONO ANCORA VALERE QUALCOSA”: DA SOTHEBY BATTUTO UN ROBERTO MARONI…LA BASE LEGHISTA COMMENTA: “L’AVETE BATTUTO TROPPO POCO”… ROSI MAURO ESPOSTA AL MOMA DI NEW YORK: DUE VISITATORI COLTI DA INFARTO… CALANO LE QUOTAZIONI DI BOSSI: IL RESTAURO COSTA TROPPO
Va a ruba nei mercatini dell’antiquariato.
Per trovarla si setacciano le soffitte e le cantine dei nonni e con lei i rigattieri fanno affari d’oro. E’ la Lega Nord, l’ultima frontiera degli oggetti in disuso che fanno arredamento e ricordano i tempi andati, l’ultima trovata del brocantage.
“Io ho messo Calderoli sul caminetto — dice un arredatore di Milano — e, a parte il fatto che ogni tanto dice una puttanata, sta tanto bene con la tappezzeria. Oltretutto la testa è in legno massello, se cade non si rompe”.
Data la moda, ovviamente i prezzi sono schizzati alle stelle.
Borghezio che teorizza l’unione della Padania con la Baviera e la Svizzera vale ormai tra i 35 e i 40 euro e viene consegnato in tranci surgelati.
La Lega è passata in due settimane da forza politica che esprimeva ben tre ministri a fenomeno etnico folcloristico, l’ideale per chi si è stufato dei pittoreschi comodini cinesi in bambù.
Il Natale imminente, poi, ha fatto il resto e si è verificato un boom di richieste: per avere Renzo Bossi nel presepe vivente si è scatenata una gara tra vari comuni del Nord.
Nei comuni del Sud, invece, i leghisti continuano ad apprezzarli di più appesi all’albero.
Ormai è una febbre.
Da Sotheby’s è stato battuto un Roberto Maroni per la bellezza di 3.500 euro, 500 per il bell’esemplare ben conservato e 3.000 per gli occhialini da pirla.
Se l’è aggiudicato un collezionista di Como, che lo metterà in giardino per spaventare i passeri. Molto richiesto anche Roberto Castelli.
Una volta ceramicato con le braccia tese è stato trasformato in un pittoresco appendiabiti, vanto di un noto ristorante pugliese di Verona.
Della Lega Nord si occupano ormai solo archeologi della politica e collezionisti d’arte contemporanea: Rosi Mauro sembra un’opera di Cattelan, e tra l’altro nemmeno delle più brutte.
Il pezzo forte rimane.
Alessandro Robecchi
(da “Misfatto“)
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Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
OCCORRE UN RICHIAMO FORTE AL RISPETTO DELLA COSTITUZIONE VIGENTE: NON E’ TOLLERABILE UN GRUPPO PARLAMENTARE CHE SI RICHIAMA AD UNA PROPRIA ASSEMBLEA ELETTIVA… UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA CHE NON SI RICONOSCE NEI VALORI DELL’UNITA’ NAZIONALE ANDREBBE SEMPLICEMENTE REVOCATO
Credo davvero che sia arrivato il momento di dare risposte formali e circostanziate al progetto leghista di procedere a una “secessione concordata” tra il nord (si dice la Padania) e il resto dell’Italia.
Non mi pare che sia il caso di continuare a minimizzare l’iniziativa promossa dalla Lega mentre viene varata una manovra economica pesantissima e dolorosa dal governo in carica, indirizzata a tutti gli italiani, in una situazione di conclamata emergenza nazionale. Quale che possa essere il giudizio nei confronti di un partito e dei suoi leader che hanno sino a ieri e per lungo tempo condiviso la responsabilità del governo nazionale, la serietà del momento, imporrebbe due risposte immediate fondate sul rispetto del dettato costituzionale vigente.
La prima chiama in causa la responsabilità delle Camere e dei loro presidenti.
Non credo sia più tollerabile che i gruppi parlamentari della Lega Nord facciano alcun riferimento nella loro denominazione alla Padania nel momento stesso in cui si continua ad affermare da parte dei loro aderenti che a tale entità territoriale, sconosciuta all’ordinamento nazionale, si collega, viceversa, l’esistenza di altra, concorrente assemblea rappresentativa dotata, viene affermato, di tanta sostanziale forza e consenso politico da essere addirittura promossa “sul campo” come interlocutrice dello Stato nazionale per giungere a una “separazione consensuale”.
Senza evocare quel che ha già detto la Corte costituzionale a proposito dell’esclusiva denominazione Parlamento, da riservare alle assemblee elettive nazionali, sembra davvero il caso di ricordare ai parlamentari leghisti, ma soprattutto al Paese, che non si possono rappresentare contemporaneamente due “Nazioni”.
L’eventuale indipendenza della Padania si conquisterà pure per via politica e diplomatica, ma solo rompendo la legalità costituzionale esistente e “contro” la presupposta e affermata unità nazionale incarnata al momento dall’unico Parlamento italiano legalmente operante.
La seconda risposta investe in pieno la responsabilità del nuovo governo, al quale non dovrebbe essere particolarmente difficile “smantellare”, con lo stesso simbolismo evocativo tipico del leghismo, quelle succursali ministeriali aperte, credo a Monza, con le inconfondibili modalità propagandistiche da alcuni membri del precedente esecutivo.
Qui non si tratta di inseguire all’incontrario l’innocuo simbolismo leghista quanto piuttosto di presentare, all’inizio del difficoltoso percorso per “salvare l’Italia” che giustifica la nascita di questo esecutivo , alle stesse forze politiche di maggioranza, divise tra loro al punto da non riuscire a sottoscrivere un’unica mozione di fiducia, almeno un orizzonte ideale cui guardare insieme: l’unità a tutto tondo dello Stato a partire dalla struttura governativa e del suo indirizzo politico.
All’interno del ministero, oltretutto, di chi è chiamato a guidare il governo ha una sua preminenza giuridica che nel recente passato non è stata esercitata, a voler ben vedere, solo a causa della presenza leghista in maggioranza.
Altro che assecondare persino le insane esigenze secessionistiche dei ministri che aprono a “casa loro” uffici ministeriali, il presidente del Consiglio, se si resta a quel che dice l’art. 95 Cost., da sempre così interpretato da autorevole dottrina, potrebbe spingersi sino a proporre la revoca dei ministri in carica ove attentino all’unità d’indirizzo politico-amministrativo del governo del quale fanno parte, senza aspettare alcuna diretta revisione delle disposizioni vigenti.
Il presidente Monti può ricordare a tutti questo semplice assunto e nel contempo porre fine immediatamente , da solo, alla “finzione” sopra evocata.
Quanto all’argomento che può avere effettiva presa sul terreno delle innovazioni costituzionali consentite dalle norme vigenti, e cioè il percorso per giungere all’identificazione di una vera e propria macroregione del Nord che si possa denominare Padania, occorrerebbe richiamare, da parte dello stesso governo, l’art. 132, primo comma, Cost.
Si cominci almeno da lì, dall’approvazione di una legge costituzionale che fondendo le esistenti regioni del Nord (quelle che ci stanno) e partendo dal basso, come ogni processo realmente democratico, e cioè dall’iniziativa delle popolazioni interessate, segnali in modo conclamato la forza concreta dell’idea “padana”.
La Padania provi a essere Regione italiana prima che altra Nazione!
La stagione che si è aperta non credo possa tollerare altra inaccettabile confusione di parole, gesti e, ancora di più, alcuna mistificazione dei ruoli istituzionali e delle procedure costituzionali.
Antonio D’Andrea
(Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Brescia)
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL SEDICENTE PARLAMENTO PADAGNO ORA AUSPICA LA SECESSIONE IN STILE CECOSLOVACCO, MA IL CARROCCIO ORMAI E’ ORGANICO AL SISTEMA…INFATTI ORA PARLA DI VIA CONSENSUALE, NON RIVOLUZIONARIA
Il sedicente – e intermittente – “parlamento padano”, riunito a Vicenza, non ha detto cose nuove rispetto al passato.
Bossi e Calderoli, in particolare, hanno ribadito i principali punti del tradizionale programma della Lega.
A) La secessione, in primo luogo. Proposta in chiave Ceco-Slovacca. Cioè: in modo consensuale. La Padania (non meglio definita: dove comincia e dove finisce?) e l’Italia, cioè Roma e il Sud (anche in questo caso: dove comincia e dove finisce?), dovrebbero negoziare la reciproca indipendenza.
Poi, la lotta (e siamo al punto B) a ogni ipotesi di riforma del sistema pensionistico.
Un provvedimento contro il quale la Lega ha annunciato una iniziativa referendaria.
C) Sullo sfondo, la polemica contro l’Europa dell’euro. E quindi contro la natura di questo governo.
Non votato dal popolo, ma voluto dalle banche e dai banchieri.
Temi e messaggi che hanno marcato, da sempre, l’identità – e il ruolo – di opposizione della Lega.
Anche quando – quasi ininterrottamente, negli ultimi dieci anni – la Lega ha governato. Da ciò la prima novità e diversità , rispetto al passato.
Oggi la Lega è davvero all’opposizione.
Unica forza politica presente in Parlamento apertamente contraria al governo Monti. Senza se e senza ma. Il che le permette di rimediare, almeno in parte, alle ambiguità degli ultimi anni. Durante i quali aveva associato un linguaggio di lotta a una posizione – sempre più centrale – nel governo.
Ora, semmai, la Lega ha il problema di far dimenticare che fino a ieri è stata il perno della maggioranza.
E, insieme al governo Berlusconi, ha condiviso, seppur con molte reticenze, il pacchetto di misure – imposte dalla Ue e dalla Bce – che ieri Monti e i suoi ministri cosiddetti “tecnici” hanno (ri)presentato.
Tuttavia, anche se sta all’opposizione, la Lega non può fare il “partito di lotta”.
Non se lo può permettere.
1. Anzitutto, perchè sono passati gli anni Novanta, quando la parola d’ordine era che l’indipendenza era necessaria, perchè in Europa ci poteva entrare la Padania, ma non l’Italia gravata dai debiti. Oggi, invece, in Europa ci siamo. Ed è proprio il “direttorio europeo” a chiedere all’Italia, Padania compresa, di sanare il debito pubblico e di mettere a posto i conti.
2. Poi, ci sono valutazioni di tipo elettorale. La Lega ha ottenuto i suoi maggiori successi a partire dal 2008. Da quando, cioè, è tornata al governo (romano), comportandosi da “sindacalista del Nord”. Per trasferire risorse e benefici a favore delle aree e dei gruppi sociali presenti nel Nord. Per primi, gli imprenditori e gli operai delle aree di piccola impresa.
A queste componenti, però, non interessa un soggetto politico “antagonista”, che spinga fuori dall’Europa. Semmai il contrario.
Tant’è vero che le associazioni di rappresentanza degli imprenditori e dei lavoratori autonomi hanno espresso apertamente il loro malumore verso la (op) posizione leghista.
Era già avvenuto in passato, proprio dopo la marcia secessionista del 1996.
Quando la Lega era crollata, dal punto di vista elettorale, sotto il 4%, alle Europee del 1999. Difficile che intenda rischiare ancora.
3. Anche perchè, inutile nasconderlo, la “Lega di lotta” non c’è più. Oggi è al governo. Alla guida di 2 Regioni, 16 Province, circa 400 Comuni. I suoi uomini stanno dentro ai consigli di amministrazione e negli organismi direttivi di istituti pubblici, finanziari, bancari. E, ancora, negli organigrammi dei mezzi d’informazione. A livello locale, regionale e nazionale. Da “soli contro tutti”, chiusi dentro i confini padani, difficilmente potrebbero mantenere tanto potere.
E poi, non è possibile fare i sindacalisti del Nord e la Lega di governo, almeno a livello territoriale, rifiutando il gioco politico “nazionale”. Non a caso Cota e Zaia, dopo aver rifiutato di partecipare all’incontro del governo con le Regioni, per la concomitanza con il parlamento del loro partito, hanno chiesto e ottenuto un confronto. (Anche se si sono dovuti “accontentare” del ministro Giarda, al posto di Monti.) Ma Cota e Zaia governano due Regioni italiane, non padane.
4. La Lega di Opposizione, oggi, non è più Lega di lotta. Perchè ambisce di tornare al governo. Non della Padania. Ma dell’Italia. Così lancia proposte e iniziative molto meno laceranti del passato. L’indipendenza padana per via negoziale e consensuale. Non per via rivoluzionaria. Ma neppure referendaria. (Si rischierebbe di scoprire che si tratta di un sentimento marginale…).
Il referendum, semmai, lo annuncia contro una legge dello Stato. Seguendo l’esempio di altri partiti su altri temi (la legge elettorale, il nucleare…). L’opposizione della Lega contro il governo, per molti versi, appare meno accesa di quella di altri soggetti economici e sociali. Per prima: la Cgil.
Quando Bossi annuncia (con parole diverse dalle mie) che Maroni incalzerà Monti, attribuisce al più “istituzionale” dei leader leghisti il ruolo di capo dei gruppi parlamentari. Sposta, dunque, in Parlamento il luogo della “lotta”.
D’altronde, in questo momento, alla Lega fa comodo stare all’opposizione. Per sanare le sue divisioni interne.
Per ritrovare la “spinta propulsiva”.
Ma, al contempo, si guarda bene dal riproporre la Lega antagonista.
Usa la Padania come un mito, una bandiera.
La “secessione” come una prospettiva in-attuale, da perseguire per via contrattuale. Perchè teme di venire spinta fuori dal sistema. Ha preso le distanze da Berlusconi e dal Pdl.
Per purificarsi. Ma lavora in vista delle prossime elezioni.
Anticipate.Al più presto possibile. Da affrontare insieme al Pdl. Perchè la solitudine politica, a volte, serve.
Ma alla lunga logora.
Anche i padani più duri.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
DA UNA SETTIMANA IL GIORNALE ESCE SENZA FIRME. IL CDR HA CHIESTO ALL’EDITORE RASSICURAZIONI CHE NON SONO ANCORA ARRIVATE… PREVISTA LA RIDUZIONE DELLA FOLIAZIONE A 4 PAGINE E POI IL PASSAGGIO DEFINITIVO SU INTERNET
La Padania ha i conti in rosso ed è costretta a tagliare il numero dei giornalisti, mostrando lo spettro della chiusura.
Così, mentre la Lega festeggia l’avvenuta rottura con Silvio Berlusconi, che la base invocava da anni, Umberto Bossi si trova a dover affrontare un problema inatteso: un possibile sciopero dei redattori del quotidiano.
Già domenica prossima il giornale rischia di non uscire, proprio il giorno in cui a Vicenza il Carroccio riapre il Parlamento Padano da dove i vertici del partito vogliono rilanciare la lotta celodurista alla secessione e dove, come in ogni grande festa leghista che si rispetti, la Padania viene distribuita in oltre diecimila copie.
Copie regalate, ma utili ad aumentare la tiratura da dichiarare per ricevere il finanziamento pubblico.
Sabato sarà una settimana esatta di sciopero bianco dei redattori che fanno uscire il giornale senza firmare gli articoli con l’unica eccezione di Stefania Piazzo, caporedattore centrale.
A dare notizia delle difficoltà in cui versa il quotidiano del Carroccio è stato ieri il Corriere della Sera.
Stamani i redattori della Padania hanno chiesto all’editore “una smentita formale”, che però non è ancora arrivata al Comitato di redazione, composto da Roberto Brusadelli, Simone Gilardin e Giancarlo Mariani.
Stamani, in un comunicato pubblicato sul giornale, i redattori hanno spiegato che ieri si è riunita l’assemblea di redazione in seguito alla pubblicazione dei contenuti del piano editoriale presentato dal direttore responsabile, Leonardo Boriani (quello politico è da sempre Umberto Bossi), che prevedeva la creazione di un sito d’informazione sull’attualità e una riduzione della foliazione del cartaceo a quattro pagine con contenuti di approfondimento.
Le due mosse, infatti, sono il primo passo verso il drastico taglio ai costi.
“L’assemblea chiede all’Editoriale Nord una smentita scritta, formale e inequivocabile alle notizie pubblicate da diversi organi di stampa circa l’intenzione della suddetta azienda di procede alla chiusura del quotidiano La Padania o di far ricorso alla mobilità con licenziamenti di giornalisti”, recita il comunicato.
“I redattori della Padania — si prosegue — deplorano, infatti, nel modo più assoluto la diffusione di tali notizie che ledono gravemente l’immagine e gli interessi del giornale e di tutti quanti vi lavorano”.
Oggi in via Bellerio ci sarà a fine pomeriggio un nuovo incontro tra la direzione e il cdr. I redattori si dicono comunque fiduciosi.
Già nel 2007, infatti, La Padania aveva affrontato un’emergenza e anche allora si diffusero le voci di una imminente chiusura.
Tutto si risolse con sette redattori su 26 in cassa integrazione, tre dei quali poi reintegrati a regime.
Anche oggi, dunque, la speranza è che si trovi una via d’uscita morbida, considerato anche il periodo potenzialmente positivo per il partito, da solo all’opposizione del governo Monti e all’inizio di una campagna elettorale che si annuncia lunga e dai toni duri.
Quindi le vendite dovrebbero aumentare.
Ma il colpo di grazia ai conti arriverà dal taglio ai fondi per l’editoria: fino a oggi la Padania ha ricevuto in media 4 milioni di euro annui, che ora rischiano di dimezzarsi.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
IL CAPOGRUPPO DEL CARROCCIO A MONTECITORIO RIPERCORRE LA STORIA DEL PARTITO NEL LIBRO “GENTE DEL NORD”… ELOGIA IL CERCHIO MAGICO E DEDICA ALL’EX MINISTRO DEGLI INTERNI POCHE RIGHE
Nella Lega “vista dall’interno” raccontata da Marco Reguzzoni sembra non esistere Roberto Maroni.
L’ex titolare del Viminale, nonchè presidente in carica del Parlamento della Padania, è citato in appena poche righe nel libro autobiografico che il capogruppo del Carroccio a Montecitorio ha appena dato alle stampe, “Gente del Nord”.
Uomo fedele al Capo, Reguzzoni indica Renzo Bossi il futuro perchè “non tradirà ” e descrive i componenti del cerchio magico come “luminosi eroi”.
La fatica letteraria promette di raccontare “l’avventura della Lega vissuta dall’interno” ma in realtà sembra più un manifesto programmatico per il partito in via di riposizionamento.
Non si contano i messaggi diretti a quanti nel partito volessero indebolire leadership e gruppo dirigente cavalcando il malumore della base.
A scanso di equivoci, Reguzzoni ricorda nero su bianco la sua designazione diretta da parte del gran capo Umberto che zittì i detrattori con un deciso “si fa così e fine della discussione”.
Molto istruttivo come il Reguzzoni oggi “di lotta” presenta in chiave retrospettiva il Reguzzoni che fino a ieri era di governo. Ecco un passaggio.
A pagina 67 racconta di quando — appena eletto — ha mosso i primi passi alla Camera: “Ti fanno compilare mille moduli, decine di liberatorie e autorizzazioni sulla privacy (…). La sensazione è che il sistema inizi a inquadrarti, dandoti un po’ di carota (indennità , rimborsi, privilegi) ma al contempo stringendoti in una cornice di regole e ‘buoni comportamenti’ che poco per volta ti porteranno a essere parte del sistema stesso. Da rivoluzionario a componente del regime, insomma”.
Reguzzoni proprio non ci sta: si rifiuta risolutamente di fornire i propri dati bancari. Si rifiuta di sottoscrivere il conto corrente per il versamento di indennità e privilegi parlamentari.
Non gli piaceva che il conto in convenzione fosse intestato al Banco di Napoli. I commessi e i funzionari al banco vanno nel panico, mai vista una cosa simile.
“Il mio rifiuto non ha una spiegazione del tutto razionale, e forse risulta anche un po’ infantile, ma la Lega anni fa ha denunciato l’operazione di salvataggio del Banco di Napoli messa in atto grazie ai soldi dei risparmiatori padani e quindi non me la sento io — leghista — di avere un conto corrente proprio in quell’istituto.
Per me si tratta di una piccola rivendicazione di autonomia, che ha lo scopo di chiarire che non intendo assuefarmi al sistema”.
Ovviamente Reguzzoni ha fornito un altro conto corrente e la polemica si è esaurita lì. Segue top ten delle barzelle dei leghisti e quadretto strappa lacrime di Reguzzoni che sta in albergo a Roma “perchè non voglio avere una casa alternativa alla mia”.
Colore a parte, è interessante sfogliare l’album di fotografie della Lega “che conta” per l’ex presidente della provincia di Varese.
Reguzzoni ridisegna a suo modo la geografia dei rapporti interni, i valori e i pesi dentro il Carroccio.
Nella sua operazione-verità lascia appositamente vuoti i contorni di alcuni protagonisti (a lui) sgraditi. Uno su tutti, Roberto Maroni.
Non proprio uno che si possa ignorare, visto il suo passato e il suo incarico da ministro dell’Interno nel governo Pdl-Lega.
A lui sono riservate poche righe.
Non accenna neppure alla sua amicizia personale con Umberto Bossi, nè al popolo di Pontida che lo ha acclamato con tanto di striscioni “Maroni premier”.
Del resto i protagonisti della Lega-story sono altri. Stando a quanto riscrive Reguzzoni.
A partire dal cosiddetto “cerchio magico” che l’ingegnere di Busto riporta sotto la giusta luce nel suo libro, facendone “luminosi eroi”.
Un faro in pieno volto per Rosi Mauro che i detrattori hanno ribattezzato “mamma Ebe”, a indicare il suo ruolo secondo molti manipolatorio nei confronti del leader malato, circostanza che le avrebbe consentito una fulminante carriera, dal vertice di un sindacato sconosciuto e senza iscritti (SinPa) alla vicepresidenza del Senato.
La Rosi a pagina 20 è definita “la Pasionaria, una forza della natura”. Anzi, “una montagna». Di più: “Un vulcano pronto a eruttare fuoco e fiamme”.
Reguzzoni però finisce implicitamente per avvalorare le maldicenze quando racconta nei dettagli l’episodio dell’ictus del Senatur dell’11 marzo 2004.
La moglie Manuela Marrone e Rosi Mauro prendono la situazione in mano, di fronte all’immobilismo degli altri: “Bossi giace incosciente su un lettino, mentre attorno a lui decine di persone si affannano a guardare e a farsi guardare. Si ha quasi l’impressione che il paziente non sia la priorità . Io riesco solo a ottenere, non senza difficoltà , che stiano fuori dalla stanza almeno le scorte e i portaborse”, ricostruisce Reguzzoni.
E’ Manuela Marrone “che con piglio deciso fa sgombrare tutti dalla stanza e prende in mano la situazione”.
Situazione che, secondo i maroniani, da lì in poi include anche il partito.
E a leggere il libro si ha l’impressione che Reguzzoni riporti fedelmente il volere dell’intransigente moglie del Senatùr.
In particolare il capitolo sulla possibile successione del partito. Il capogruppo manda un chiaro avvertimento: ”Il capo c’è e ci sarà , l’esercito di liberazione può continuare il suo lavoro”.
E poi dà il via alla campagna elettorale, elencando le cose che la Lega, lui capogruppo a Montecitorio, ha ottenuto al governo. Indicando vecchie e nuove sfide e un nome su tutti: Renzo Bossi.
Uno che, cresciuto a feste e comizi del Carroccio, “è chiaro che ha il nostro progetto di libertà nel sangue” e per questo, giura Reguzzoni gelando la nutrita fronda interna di chi contesta il paternalismo: “I nostri militanti veri, fuori da logiche di potere e di palazzo, vedono in Renzo una speranza per il futuro. Uno così non può tradire, non può vendersi, pensano a ragione”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE NEL 1994 IL SENATUR AVEVA BOCCIATO LA TAVOLA DI BERLUSCONI…NELLA SIGNORIA DEL BISCIONE IL PRINCIPE INVITAVA, INTRATTENEVA E FACEVA REGALI AI SUOI OSPITI
Con il gran rifiuto di Bossi se ne va dunque a ramengo quella vaga prospettiva strategica, ma concretissima intesa preferenziale che per anni nel pigro linguaggio politico si è chiamata «l’Asse del Nord».
Ma nell’occasione specifica delle cene del lunedì, nei termini del diniego dell’illustre ospite e nelle implicazioni a loro modo simboliche del mancato evento e del cessato appuntamento ce n’è abbastanza per delineare qualcosa di più grave e sintomatico: il tramonto della grande convivialità del potere berlusconiano.
Sembra un elemento secondario o di colore, ma non lo è.
E tutto lascia pensare che Bossi lo sappia benissimo.
Respingere un invito a cena equivale a un messaggio abbastanza preciso.
Nel 1994, quando già all’orizzonte della Lega si intravedeva il ribaltone, proprio lui cominciò a fare i capricci: «A via dell’Anima — che era la prima casa romana di Berlusconi — si mangia troppo raffinato».
Ignaro della valenza politica di quel giudizio, il cuoco Michele la prese male: «E che si aspettava? I fagioli con le cotiche?».
Ma non era questione di piatti e pietanze. Bossi spiegò che non gli piaceva per niente essere convocato a corte e rinforzò: «Si mangia troppo male».
A quel punto il vicepremier Tatarella provò a mettersi in mezzo: «Casomai si mangia poco», ma senza rendersi conto che il suo dire suonava oltraggioso alla cultura dell’abbondanza del Cavaliere.
Ma non servì a nulla perchè di lì a poco l’alleanza si ruppe.
Dopo tanti anni la storia non si ripete, ma certo stavolta può essere istruttivo ripassarsela a partire dalla segnaletica della tavola.
E non solo perchè Bossi di lì a poco a casa sua strinse un patto con D’Alema e Buttiglione proprio dinanzi a un povero pasto arrangiatissimo, ciò che valse a inserirlo negli annali come «la cena delle sardine».
Il punto vero riguarda semmai Berlusconi, che più di tutti conosce l’arte di stabilire premesse emblematiche e perciò invitava, riceveva, intratteneva, talvolta faceva anche trovare ai suoi ospiti dei regali, l’orologetto del Milan e anche qualcosa di più, ma soprattutto gli dava da mangiare — e il nutrire, si sa, corrisponde alla forma più intensa di potere.
Le cene del lunedì erano l’ordinaria celebrazione di questo antico modulo riadattato all’evoluta signoria del Biscione.
Con l’aria di offrire il triplo privilegio dell’esclusiva, della parità e dell’abitudine, il sovrano chiamava Bossi alla sua agognatissima mensa e sul far della sera quello si presentava con i suoi ispidi compagni nella gran villa di San Martino, ad Arcore, senza alcun timore di figurare come una comitiva di seriali scrocconi.
In un congresso della Lega il Cavaliere era riuscito a raccontargliela nel modo che essi più desideravano che gli fosse da lui raccontata.
Infatti avendo sposato un’attrice, fino a quel momento egli aveva considerato il lunedì, quando i teatri sono chiusi, «la sera dell’amore»; ma poi, deliziando la platea con un sorriso ammiccante, aveva aggiunto che d’ora in poi «il lunedì sera lo dedicherò a Umberto».
A questi, d’altra parte, era riconosciuta la prerogativa di scegliere i convitati.
E se pure l’ondata di gossip non ha consentito di conoscere le reazioni di Veronica al riguardo, quanto poi accaduto lascia intendere che forse sarebbe stato meglio fissare un altro giorno. Nulla, curiosamente, si è mai saputo sul menu.
Forse niente di speciale, date anche le condizioni di salute di Bossi e le galere dietetiche del Cavaliere.
Per il resto, a occhio, l’intima ritualità ha tutta l’aria di essersi concentrata su assegnazione di collegi, ricerca della «quadra», nomine, affari, mutui riconoscimenti, prese in giro degli altri alleati, sghignazzi sui nemici, oltre a plausibili commenti senescenti sul genere femminile, profluvio di barzellette, sonatine al pianoforte e colpetti di sonno post-prandiali.
Nel frattempo, cena dopo cena, lunedì dopo lunedì, Berlusconi e Bossi perdutamente e malinconicamente invecchiavano, che sarebbe un modo cortese e ricercato per dire che in entrambi non c’era più quasi più traccia di ardore, prestanza e lucidità .
Nè i comprimari, da Maroni a Calderoli, da Brancher a Ghedini fino agli ultimi ammessi Alfano e La Russa, hanno mai reso quei banchetti para-istituzionali così meritevoli di narrazioni o indagini.
E così si arriva all’odierno esaurimento, alla pratica e teorica inutilità di questi periodici incontri fra un re ormai decaduto e un vassallo ammalato.
L’Asse del Nord è irrimediabilmente consumata; e anche per quanto riguarda i simboli del potere è arrivato il momento di sparecchiare, non solo la tavola da pranzo.
Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica“)
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Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL SENATUR DISERTA ARCORE: “ALLEANZA PER ORA FINITA”… PER FARE I DURI E PURI I LEGHISTI PER UN PO’ COSTRETTI A RINUNCIARE ALLA MENSA BERLUSCONIANA…TREMONTI INSISTE PER PASSARE CON LA LEGA, MA MARONI HA PAURA CHE GLI FACCIA OMBRA
Berlusconi chiama Bossi: «Vieni ad Arcore». E lui risponde con un no che illumina la nuova fase
aperta nei rapporti tra Lega e Pdl.
«Questa – certifica Roberto Maroni – è la prima separazione tra noi e Berlusconi negli ultimi tre lustri; ora noi siamo all’opposizione, anche del Pdl».
Così ieri la segreteria politica del Carroccio in via Bellerio non ha avuto alcuna “coda” con la tradizionale cena ad Arcore.
E a mettere altro sale sulle ferite aperte tra i due partiti, fioccano le polemiche sul secondo decreto legislativo per Roma Capitale approvato ieri dal Consiglio dei ministri: più poteri alla città e sblocco di 350 milioni per il piano di rientro sanitario della Regione Lazio.
L’ex ministro Roberto Calderoli si dice «onorato» di aver bloccato a suo tempo il primo decreto, e «stupito» perchè il governo «come suo primo atto approva un provvedimento che servirà solo a promuovere la spesa pubblica».
Gli risponde, con l’aria di chi si è svegliato da un incubo, il sindaco di Roma, il pidiellino Gianni Alemanno: «Oggi si sente che la Lega non è più nel governo».
Ma su quel decreto è critico pure il pd Piero Fassino, sindaco di Torino: «Auspicabile aprire un negoziato tra governo ed enti locali per riscrivere il Patto di stabilutà ed evitare che dopo leggi ad personam ci siano adesso leggi ad urbem», come del resto è successo col la deroga al Patto concessa a Milano per l’Expo.
Ad aggiungere tensione tra ex alleati, il caso Tremonti.
Il già superministro rinnova – aprendo qualche breccia nella mente di Bossi – la richiesta di passare dal Pdl alla Lega, mentre i colonnelli del Carroccio, a cominciare da Maroni, fanno muro: «Non esiste che Giulio venga da noi a condurre lui le danze».
Ma Tremonti insiste, e in serata bussa al portone di via Bellerio per incontrare di nuovo il Senatùr.
Prima, durante la segreteria, Maroni stoppa in modo definitivo l’ipotesi di traslocare dal Viminale alla presidenza del Copasir.
Lo dice in modo chiarissimo ai due capigruppo parlamentari, Reguzzoni e Bricolo, che per primi lo avevano candidato, forse anche per impedirgli di guidare il gruppo alla Camera: «Per cortesia, non fate più il mio nome, io voglio fare politica, da battitore libero».
Resta il nodo delle altre presidenze di commissione, quelle “ordinarie”, e nella Lega si fa strada l’idea di rinunciare al Copasir per mantenerle, nonostante ora sia all’opposizione.
Un’opposizione che sembra impensierire Bossi.
Domenica, dopo il no a Berlusconi, il Senatùr con i suoi colonnelli si è abbandonato a considerazioni un po’ sconsolate: «Qui è tutto perso, come facciamo ad andare avanti?».
E ieri ha partecipato solo per cinque minuti alla riunione di segreteria, salvo poi accogliere Tremonti nel suo ufficio da segretario. «Capisco che il Capo in questo momento si senta solo – confessa un dirigente di prima fascia – ma noi non accetteremo mai di essere commissariati da Tremonti dopo quel che ha combinato».
E c’è anche chi invoca lo statuto interno: “l’amico Giulio” è del Pdl, chi viene da un altro partito deve fare una trafila di cinque anni prima di essere accettato come iscritto al Carroccio.
Ma decidere, come sempre, sarà Bossi.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA SPARTIZIONE E’ IN CORSO, TUTTO SI NEGOZIA: LA BOMBA SCOPPIERA’ A MARZO, QUANDO SCADRANNO IL CONSIGLIO DDI AMMINISTRAZIONE DELLA RAI, I COMMISSARI DELL’AGCOM E IL GARANTE DELLA PRIVACY
Una ventina di poltrone che ne terremoteranno molte di più.
Dirigenti e direttori, consulenze e incarichi: e a decidere “chi va dove” sarà il Parlamento delle larghe intese.
Inutile domandarsi quale sarà il criterio di spartizione: uno a me, uno a te, un altro al Terzo Polo.
In mezzo c’è l’incomodo, che ha già cominciato a battere i piedi.
È l’opposizione, nella persona della Lega Nord.
Se infatti i 7 membri del Cda Rai e il successore di Lorenza Lei, gli 8 commissari dell’autorità garante per le comunicazioni e l’erede di Corrado Calabrò, i quattro garanti dei dati personali con l’aggiunta del sostituto di Francesco Pizzetti resteranno in carica fino a primavera, c’è una poltrona che dovrebbe liberarsi subito, quella del Copasir.
Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è composto da dieci parlamentari e controlla i servizi segreti.
Visto il compito delicato, la norma dice che deve essere presieduto da un esponente della minoranza parlamentare e che al suo interno deve essere garantita “la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni”. Ora a guidarlo c’è Massimo D’Alema (Pd). Ha rimesso il suo mandato ai presidenti di Camera e Senato perchè possano valutare “l’anomalia” del momento.
Dalle parti di via Bellerio sono nervosi. Non hanno preso bene le dichiarazioni del leader Pd che ieri ha detto: “Mi pare che il primo obiettivo della lotta della Lega siano le poltrone, non so quale sarà il secondo”.
Loro sono furibondi e avvertono: “Se non ci danno quello che ci spetta ci mettiamo a fare i cattivi su tutto”.
Cioè la commissione di Vigilanza Rai, le 14 commissioni permanenti di Camera e Senato, le giunte, le commissioni speciali e d’inchiesta.
La Lega (in qualità di partito della ex-maggioranza) ne presiede 5: la commissione Bilancio, la Esteri e quelle sulle Attività produttive, i Lavori pubblici e le Politiche comunitarie.
Per questo nel Pd devono fare i conti con due istinti contrapposti: da un lato evitare di concedere alla Lega di “crogiolarsi nel ruolo dell’opposizione”, perchè quella che sostiene il nuovo esecutivo “non è una maggioranza politica”.
Dall’altro sperare che D’Alema non sia “così sprovveduto da non considerare le conseguenze che comporterebbe tenersi quella poltrona”.
Ancora una volta il mediatore potrebbe farlo il Terzo polo: se Fini, da presidente della Camera, sarà uno degli incaricati di valutare l’affare-Copasir, Casini potrebbe essere la persona giusta per favorire lo “scambio” tra la poltrona di D’Alema e quella della commissione Esteri, ora nelle mani del leghista Stefani.
Pare che la trattativa sia a buon punto, anche se ovviamente i leghisti sbraitano appena gliela nomini. “
Tra i leghisti non c’è accordo su come gestire la partita.
Nè tantomeno sui nomi.
La parte vicina a Umberto Bossi fa il nome di Roberto Maroni: l’ex ministro dell’Interno è il più adatto a quel ruolo.
Ma i parlamentari vicini a “Bobo” sanno che finire al Copasir significherebbe arginare la sua ascesa politica e tenersi Reguzzoni come capogruppo (in teoria “scade” a Natale).
Candidare il braccio destro di Bossi al posto di D’Alema, invece, sarebbe un modo per farlo uscire di scena senza drammi e far cominciare il cammino da leader a Maroni .
Ma sono ipotesi che non fanno i conti con una certezza, che pare assodata, sia tra i maroniani che nel cerchio magico: “D’Alema non se ne andrà mai, dovremo rivolgerci al Capo dello Stato”.
Paola Zanca
( da “Il Fatto Quotidiano“)
(image diksa53a)
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