Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATUR CERCA LO SCONTRO FINALE TRA GUERRIERI, MA DALL’ALTRA PARTE TROVA SOLO ALCHEMICI DEMOCRISTIANI CHE PREFERISCONO AGIRE DIETRO LE QUINTE
L’idea è quella di far impallidire Umberto Bossi fino a farlo svanire sullo sfondo. Tagliargli viveri,
segretari e autisti per limitarne i movimenti e le possibilità di parlare in pubblico.
Espellerlo dalla radio, dalla tv e dal quotidiano intitolati alla Padania.
Metterne in dubbio la capacità di tornare ad essere protagonista e, magari, le facoltà tout court.
Non tenerlo informato su quanto accade.
Per poi liquidarne le dichiarazioni come le sortite di un alieno.
Non parlarne. E se obbligati, sottolineare come stia facendo del male alla sua stessa creatura, la Lega: «Come Crono, che divorava i suoi figli» si lancia un leghista.
Aurora Lussana, direttora della Padania, sintetizza nell’editoriale di oggi: «Serve un padre e non un padrone».
Bossi lo ha fatto ancora.
Ha rilasciato una durissima intervista a Gad Lerner per dire e ribadire che «Maroni è un traditore».
Per annunciare che ora si riprenderà la Lega: «Devo per forza rimettermi alla guida del partito».
Per lanciare la nascita del suo nuovo giornale, «La lingua padana».
Per dire che «torna attuale l’indipendenza», anche se «Maroni non ci crede».
Ieri mattina i telefoni dei capi leghisti erano tutti irraggiungibili, surriscaldati da lunghe telefonate fiammeggianti.
Le parole più usate: «Espulsione» e «buttarlo fuori».
L’inaudito – la cacciata del «Capo» – è diventato opzione non solo possibile, ma argomentata.
Se ne trova eco nella dichiarazione di Matteo Salvini: «Da segretario della Lega Lombarda dico che chi non ha voglia e non se la sente può accomodarsi altrove».
Fin quando Maroni ha detto no.
Il segretario leghista prima tenta di ignorare l’intervista: «Al lavoro anche oggi – è il tweet del mattino – per risolvere i problemi dei cittadini».
Poi, a Lecco, a margine di un incontro di Confindustria, si limita a dirsi «tranquillissimo. L’unico effetto che hanno queste interviste è danneggiare la Lega e contribuire a rendere più difficile la vittoria ai ballottaggi».
Nella sostanza, il messaggio trasmesso dalla catena di comando nordista è suppergiù il seguente: «Espellere Bossi significherebbe farne un martire.
Restituirgli la visibilità perduta passando tutti per degli ingrati che pugnalano colui a cui devono tutto. No, di gran lunga meglio il silenzio».
La sortita del «Capo» ha però immediatamente ridato vigore ai suoi sostenitori, peraltro tutti espulsi.
Toni bellici, sanguinosi addirittura: «I traditori della Lega e di Bossi – proclama l’ex senatore Giovanni Torri – verranno giustiziati dalla storia politica per i fallimenti che hanno raccolto. I militanti aspettano ora il solo, unico capo alla guida della Lega. Adesso non si torna più indietro».
Solo un tantino meno virulenta la veneta Paola Goisis: «Maroni e Tosi hanno già distrutto la Lega. La gente non è stupida e ha capito che quello che è successo è stato un attacco organizzato contro Bossi».
Sul fronte maroniano, il verbo del segretario viene declinato in ogni possibile salsa.
Per il governatore Luca Zaia le parole di Bossi «fanno solo male alla Lega soprattutto alla vigilia dei ballottaggi», per Davide Caparini l’intervista «è un regalo ai nostri avversari».
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 4th, 2013 Riccardo Fucile
“A ME NON MI AMMAZZA NESSUNO, ORA MI RIPRENDO IL PARTITO”
Il vecchio guerriero medita la rivincita circondato dai suoi ritratti a olio che tappezzano le pareti
della casa di Gemonio, rievocando ben altre stagioni di gloria: Umberto adamitico con la mela in mano; crociato con l’armatura; Braveheart con lo spadone.
Poi l’orologio con lui in camicia verde assieme a Gipo Farassino, la statua lignea a figura intera, piatti di ceramica, targhe di ogni misura, la foto con papa Woytjla, il Duomo di Milano con la bandiera della Lega… perfino la porta che dà sul tinello foderato di verde reca inciso sul vetro un Sole delle Alpi.
Ma oggi è solo, Umberto Bossi, in mezzo ai suoi cimeli.
Nella penombra, accanto a lui, non resta che la moglie Manuela: “Sarei io la guardiana del cerchio magico? Mi guardi, fatico a farmi dare retta anche in casa. A inventare sono capaci tutti, ora. Ma la scuola Bosina di Varese per cui dicono che la Lega si sarebbe svenata non mi ha mai versato un centesimo, io sono sempre stata una maestra volontaria”.
E lui di rincalzo: “Sia ben chiaro, quella scuola è nata su ordine della Lega”.
Umberto Bossi indica la grande Madonna bianca dietro al divano: “Me l’ha portata da Medjugorje la moglie di Castelli, la metteremo in campagna dove Renzo alleva maiali e capre, ha imparato a fare il formaggio. La casa gliel’ha disegnata Roberto Libertà , lui s’è diplomato ragioniere. E’ bello vedere i fratelli così uniti. Ho sbagliato a portare Renzo nel consiglio regionale lombardo?…”.
Lo interrompe Manuela: “Col senno di poi, è stata un’ingenuità ”.
“Che poi s’è dimesso per motivi da niente”, ricomincia Umberto, “così come era solo una gran balla dei nostri diffamatori che Riccardo si fosse comprato una barca”.
Tempi duri, caro Bossi. Ma sulla famiglia torneremo dopo. Prima deve fare i conti con la sua rivoluzione mancata. Dopo 25 anni come fa a crederci ancora?
“Ci credo perchè la questione settentrionale non è un’invenzione e il bisogno di libertà non si può sopprimere. Certo mi fa rabbia che Maroni cancelli la Padania e si rammollisca con ‘Prima il Nord’ proprio quando era maturo il tempo di farci forza del diritto internazionale. Nell’Europa in crisi torna attuale l’indipendenza dei popoli attraverso i referendum, come in Scozia e in Catalogna. Superando la fase del federalismo. Lo faremo anche in Padania”.
Maroni dove sta portando la Lega?
“Lui non ha i nostri ideali. Quando uno tradisce una volta — e Maroni quando ruppi con Berlusconi nel 1994 gli sedeva di fianco, si opponeva- poi tradisce sempre. Si illude di diventare il plenipotenziario di Berlusconi al Nord, ma il Pdl non rinuncerà mai a presentare le sue liste in casa nostra, come fa la Cdu tedesca con la Csu in Baviera”.
Pentito di essersi sottomesso a Berlusconi?
“No perchè lui è stato un moltiplicatore di consenso per noi, ci ha fatto dei favori, e poi quando hai subìto una persecuzione che si assomiglia si genera anche una specie di affetto. Ma la destra è nazionalista, l’autodeterminazione è più facile che si realizzi con la sinistra. Perciò se per l’indipendenza si deve rompere con la destra, pazienza”.
E’ più quel che ha ricevuto o quel che ha dato a Berlusconi?
“Secondo me alla fine Berlusconi ci ha alzato i voti. E se arriveremo almeno al federalismo fiscale lo dobbiamo a quell’alleanza. Certo, me lo ricordo Bersani che mi fermava lamentandosi: ‘Ma cosa ci stai a fare tu con quel miliardario!’. Intanto però la sinistra sul federalismo fiscale non ci sentiva, l’abbiamo dovuta trascinare. Però il rapporto di Maroni con Berlusconi è un’altra storia. Lui all’indipendenza non ci crede e quindi rimane sottomesso”.
In effetti sull’indipendenza Maroni non la segue di certo.
“Maroni sta distruggendo la Lega, butta fuori la gente. Quel mio colpo di genio con cui avevamo preso la guida di Veneto e Piemonte, con Zaia e Cota, di questo passo al prossimo giro ce lo sogniamo. Tosi in Veneto porta via i voti alla Lega e fa accordi con i fascisti: il suo progetto Verona non mi è mai piaciuto. In Piemonte vogliono mettere a capo del partito Gianna Gancia, la moglie di Calderoli, brava amministratrice, ma io dubito che abbia le doti per guidare il movimento”.
Calderoli a che gioco gioca?
“E’ un gran lavoratore ma ora si barcamena un po’, cosa vuole”.
A 72 anni, malato, forse dovrebbe arrendersi. Tanto più dopo quella sera delle ramazze alla Fiera di Bergamo, il 10 aprile 2012, quando si era appena dimesso da segretario e in lacrime ha chiesto scusa per i danni provocati “da chi porta il mio cognome”.
Guarda la moglie Manuela che scuote la testa: “No, quella umiliazione è stata troppo, un’ingiustizia troppo grande…”.
Umberto si rianima: “Non lo rifarei mai, non ripeterei quelle parole. A Bergamo mi ci avevano trascinato in manette. E ora mi hanno tolto gli autisti e le guardie del corpo per cercare di impedirmi di andare in giro a parlare con i militanti, a dire la verità . Espulsioni, espulsioni, mandano a rotoli la mia Lega!”.
Però quando i suoi fedelissimi l’hanno implorata di fondare un partito alternativo, lei s’è rifiutato.
“Io sarei stato dell’idea di non fare nessuna battaglia, ma a furia di buttare fuori gente e tradire gli ideali della Lega la pressione su di me s’è fatta irresistibile. Devo per forza rimettermi alla guida del partito”.
Il congresso è fra un anno, Maroni ha in mano il consiglio federale. E nel frattempo?
“Venga qui tra dieci giorni e le dò la prima copia del nuovo giornale che stiamo preparando. Titolo: La lingua padana. Ricominciamo dalla nostra identità , ce n’è un bisogno enorme, e allora le assicuro che il traditore dovrà fare i conti con noi”.
Intanto però le tagliano i fondi, dicono che la Lega non può più permettersi di passarle 800 mila euro l’anno.
“Sono tutte balle, difatti nessuno è venuto ancora a dirmi nulla. La Lega a me e alla mia famiglia non ha mai dato dei soldi che non servissero per la militanza”.
La sua segretaria Nicoletta Maggi a Roma non prende lo stipendio da marzo.
“Tranquillo che la Nicoletta la pagherò io, con i miei soldi”.
Dicono che il partito si è sobbarcato le sue spese sanitarie.
Guarda di nuovo Manuela, lei allarga le braccia: “Facciamo i controlli, le analisi, e li paghiamo come tutti i cristiani”.
Lui precisa: “Ho la mia mutua come tutti i parlamentari. Non ne posso più di tutte queste menzogne”.
Ci faccia capire, lo scandalo… Forse lei considerava il partito talmente una sua creatura da non fare troppe distinzioni fra bilancio della Lega e bilancio familiare. Li identificava…
“La smetta, semmai è vero il contrario. Quando la Lega è nata e magari c’era da comprare un’automobile, i soldi ce li mettevo io di tasca mia. A questo partito ho dato tutto, nessuno osi dire il contrario. Le sembra una casa di lusso, questa? Ha le pareti che vanno in rovina, ci ho anche dovuto fare dei lavori. I disonesti stanno altrove”.
Quel suo tesoriere Belsito, per esempio. Dice che lei voleva costituire una riserva di denaro all’estero nell’eventualità di fondare un nuovo partito.
“Ma va là … A Belsito i magistrati gli fanno dire quello che vogliono, ha paura. Io avevo in mano la Lega, mica avevo bisogno di un’altra cassa. Glielo ripeto, i ladri sono altrove, non si permettano”.
Personaggio ambiguo, però, Belsito.
“Si era messo al fianco di Maurizio Balocchi, il nostro tesoriere, finchè è morto nel 2010 e così me lo sono ritrovato. Belsito aveva lavorato prima per quell’avvocato del Pdl… Alfredo Biondi. Chissà che giri aveva, mica era un mio uomo”.
Scusi se insisto, Bossi, ma lei ce l’ha la salute e l’energia per rimettersi a battagliare?
“Ce l’ho, ce l’ho la forza io. A me non mi ammazza nessuno, e stavolta mi hanno fatto davvero incazzare. Il capo della Lega resto io”.
Butta il toscano nel camino, si alza scuro in volto e se ne va con quei suoi piccoli passi incerti. Resto in imbarazzo ad aspettare qualche minuto il guerriero di 72 anni che fatica a parlare ma non si rassegna al tramonto.
Torna indietro accompagnato da Manuela e dal figlio Roberto Libertà : “L’importante è che i miei ragazzi restano uniti, si aiutano l’un l’altro”.
Scende a fatica gli scalini per uscire con me sulla via di Gemonio, stretta e in discesa. Ricorda i bei tempi delle serate in tv, quanto si divertiva.
Ricorda il nostro comune amico Guido Passalacqua.
Si rivolge ancora a Manuela: “A Gipo Farassino è morta la moglie, non sta bene, devo andarlo a trovare”.
Accarezza gli ornamenti floreali della casa: “Una volta qui fuori c’era sempre qualcuno a vigilare, ora può passare un pazzo e buttare una bomba in giardino. Ma se pensano di mollarmi così…”.
Gad Lerner
(da “La Repubblica”)
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
DOPO L’ATTACCO DEL SENATUR CHE VUOLE UN CONGRESSO PER “RIPRENDERSI” IL CAROCCIO, IL “CERCHIO MAGICO” DI MARONI PASSA ALLE RITORSIONI
Bossi rilascia un’intervista di fuoco al Fatto quotidiano .
Giusto per capire, basta il titolo: «Maroni l’ha distrutta. Ora mi riprendo la Lega». L’interessato non ci pensa due volte. E taglia i viveri al «fondatore».
Di quanto, ancora, non è dato sapere: in realtà , non è stato deciso. Certo è che l’appannaggio bossiano non è una mancetta: lira più lira meno, qualcosa come 850 mila euro all’anno.
Ieri mattina, sul giornale diretto da Antonio Padellaro, è stata pubblicata un’intervista che ha rovinato la giornata a buona parte dei nordisti.
Il fondatore parte lamentandosi del trattamento riservato ai figli, poi attacca duro: ora devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga nulla».
Nessun nuovo partito, racconta Bossi al giornalista Davide Vecchi: «Volevamo e potevamo farlo. Per recuperare i tanti che sono stati cacciati, allontanati, emarginati ingiustamente dopo aver dato la loro vita per la Lega».
Un rapido passaggio sull’ex tesoriere Francesco Belsito («Uno str… »), per passare a parlare di «tutti gli ingrati che ho cresciuto». Bossi, è vero, non include Maroni nel novero. Fa di peggio.
Ne demolisce la proposta dalle fondamenta: «Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, non puoi collegare un progetto politico solo alle poltrone».
E soprattutto: «La Macroregione è un progetto irrealizzabile». Che è un po’ l’architrave del progetto della Lega 2.0.
Quanto alla figura di Maroni come leader, Bossi la liquida in tre parole. Micidiali: «Non è riconosciuto».
Maroni non ha gradito. «Ma come? – avrebbe detto agli amici -. Lunedì l’ho visto, abbiamo riso e scherzato. E il giovedì se ne esce con robe del genere?».
Per il pomeriggio era fissato il consiglio federale a cui avrebbero dovuto partecipare i due contendenti.
Come in una commedia di Goldoni, nella Lega in mattinata era tutto un trepidare: «Chissà cosa mai si diranno». In realtà , poco. Pochissimo.
Una volta in via Bellerio, Maroni si è limitato a chiedere pubblicamente a Bossi «cosa cavolo sei andato a dire sui giornali?».
Il fondatore non ha risposto. E dopo alcuni istanti ha abbandonato il federale.
A quel punto, il segretario dagli occhiali rossoneri si è messo a presentare il bilancio consuntivo 2012 che sarebbe stato approvato di lì a poco: entrate da finanziamento pubblico, entrate da tesseramento, spese di gestione, conto economico…
Poi, la frase che conta: «Come sapete, oggi il governo ha approvato il ddl per il superamento in tre anni del finanziamento ai partiti. Oggi noi abbiamo un attivo patrimoniale di quaranta milioni. Ma il conto economico è in passivo di quasi undici. In pochi anni, potremmo trovarci in gravi difficoltà . E dunque, la proposta è quella di tagliare qualsiasi spesa che non abbia a che fare con il nostro core business, che è soltanto l’attività politica». Tutti d’accordo, e si prosegue senza che si parli di vile moneta.
A consiglio finito, però, si apprende in che cosa consista il taglio: in soldoni, circa sei milioni in totale «per contributi decisamente troppo generosi alle associazioni del partito».
Ma nella cifra è incluso anche l’appannaggio di Bossi.
Che viene così riassunto: «Circa 500 mila euro per le spese di segreteria e di cura di Bossi: assistenti per la malattia, autisti, aiutanti».
Poi, «150 mila euro senza causali particolari. Una sorta di stipendio per Bossi».
Infine, «circa 200 mila euro per la scuola Bosina», l’istituto fondato a Varese dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone. Che peraltro nell’ultimo anno del governo Berlusconi aveva ricevuto con la «legge mancia» la bellezza di 800 mila euro.
Tutto tagliato? Ancora non si sa.
A sentire coloro che godono della fiducia di Maroni, l’idea sarebbe quella di ridurre la cifra complessiva a circa un terzo di quella attuale.
Ma, appunto, ci sono parecchi conti da fare.
Marco Cremonesi
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
“MARONI NON E’ RICONOSCIUTO COME CAPO, AVEVO LA FILA DI GENTE CHE MI CHIEDEVA DI CACCIARLO”… “ASPETTO IL CONGRESSO, MI CANDIDERO’ PRIMA CHE NON RIMANGA PIU’ NULLA”…”I GRILLINI SONO COME MARONI: SENZA SOSTANZA, SENZA IDEALI E SENZA UN PROGETTO”
“Devo ricostruire la Lega, l’hanno distrutta”. Umberto Bossi ha gli occhi lucidi. L’inseparabile mezzo toscano Garibaldi tra le dita, il vecchio Capo è seduto sul divano nel suo ufficio a Montecitorio.
Guarda la foto accanto alla scrivania che lo ritrae assieme a Renzo. “Loro non c’entravano niente in questa battaglia”.
Quel loro sono i figli, fra cui il Senatùr, oggi deputato, mette anche la Lega. “Renzo è in America, sta finendo gli esami. Ora posso e devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il Congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga più nulla”.
Quindi l’ipotesi di dar vita a un nuovo partito è stata accantonata o non è mai esistita?
“Volevamo e potevamo farlo. Per recuperare i tanti che sono stati cacciati, allontanati, emarginati ingiustamente dopo aver dato la loro vita per la Lega. Una vergogna. Poi però ho preferito non spaccarla e ora tenteremo di riprenderla, Maroni non è riconosciuto come capo.”
Belsito ai pm ha detto di aver spostato soldi in Tanzania su sua richiesta per finanziare un nuovo soggetto politico.
“Belsito è uno stronzo. Quando abbiamo scoperto che aveva investito a Cipro, un anno prima di leggerlo sui giornali, lo abbiamo convocato. Io e Castelli gli abbiamo chiesto di dimettersi, gli abbiamo tolto le deleghe e abbiamo iniziato a controllarlo, ma lui ha cominciato a fare i suoi trucchetti. Un ingrato, anche lui. Ma ho scoperto di averne cresciuti molti di ingrati, non lo immaginavo. Ora che è in carcere prova a dare la colpa ad altri, ma racconta solo balle.”
Tra gli ingrati c’è pure Maroni?
“Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, non puoi collegare un progetto politico solo alle poltrone. E poi l’idea delle Regioni del Nord è bella, certo, ma come si fa? In Piemonte l’esperienza di Cota è finita, in Lombardia abbiamo vinto solo grazie a Berlusconi, in Veneto Maroni ha permesso a Tosi di fare troppi casini. Piemonte e Veneto ero riuscito a ottenerli da Berlusconi, era stato un miracolo; non avremo mai più nostri candidati presidenti in quelle Regioni. La macroregione è un progetto irrealizzabile”.
Si rende conto di quel che significa ciò che dice?
“Quello che vedo e sento. Maroni ha troppe poltrone e si dimentica delle cose. Io la base non l’ho mai abbandonata. C’è ancora tutta e aspetta che torniamo a essere la loro Lega. Il voto nei Comuni ha confermato che Maroni ha allontanato moltissimi nostri elettori. Sono stati lasciati senza punti di riferimento, non hanno ricevuto spiegazioni dei cambiamenti e sono lì ancora a chiedersi cosa è successo.”
Il voto delle amministrative però sembra dire altro.
“I nostri militanti sono tutti nel-l’astensionismo, i nostri uomini che si sono sentiti traditi dal progetto, traditi nell’ideale padano, l’identità scomparsa, cancellata.”
Il Carroccio ha toccato il dato più basso di sempre, sfiorando il due per cento.
“Non conta, si può ripartire. La base c’è ma vuole parlarci, vederci, sentirci. Sul territorio praticamente non esistiamo più da mesi. A Brescia è andato bene il vicesindaco , uno bravo, stimato e votato perchè so che parla con tutti, me ne dicono un gran bene anche i vecchi militanti. Poi il vuoto.”
Il sindaco sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini, costretto al ballottaggio ha dato la colpa anche a lei.
“Sicuro non l’ha aiutato nessuno, anche lui è stato abbandonato, come tutti.”
La Lega 2.0 di Maroni insomma ha già fallito.
“Il rischio c’era, dobbiamo ripartire ed è arrivato il momento di farlo. Io ho digerito gli attacchi alla mia famiglia, le false accuse ai miei figli, l’ultima quella della barca di Riccardo: una fesseria pilotata, una bugia montata e fatta uscire mentre girava la notizia della mia nuova Lega.”
Pilotata da chi?
“Sono qui dentro da trent’anni, sono sopravvissuto a Berlusconi tenendogli testa: insomma ne ho viste parecchie e so quel che dico. Ho imparato ad aspettare i momenti giusti per parlare e per agire, c’è tempo.”
Non crede che il movimento di Grillo abbia pescato nel vostro elettorato?
“Qualcosa alle politiche sicuramente, la protesta era giusta. Poi però son rimasti delusi. I grillini sono come Maroni, senza sostanza, senza ideali, senza un progetto forte e vero.”
L’ex ministro non sarà contento di quello che sta dicendo.
“Sono cose che sa anche lui, fa politica con me da sempre, dietro. In via Bellerio avevo la fila di gente che mi chiedeva di cacciarlo. ‘Capo quello fa troppo di testa sua’, ‘Capo Bobo s’è montato la testa’, ‘Capo caccialo è un traditore’. Per anni è andata avanti questa processione, ma io l’ho sempre difeso. Dalla Lega non si caccia nessuno perchè è una famiglia e figurarsi se cacciavo uno come lui che ha dimostrato anche al Viminale, come sempre, di essere molto bravo in alcuni incarichi.
Ma non in quello di leader?
“Non è riconosciuto.”
Se dovesse cacciarla dalla Lega?
“A me? So che qualcuno glielo chiede, ma è mal consigliato”.
E in Lombardia il segretario è Matteo Salvini.
“Uno bravo, su cui scommettere. Non ha mai lasciato il territorio, i militanti, ci mette la faccia.”
Al congresso sosterrà Salvini o davvero si candiderà lei?
“Me lo chiedono tutti, io alla Lega ho dato la vita e continuerò a farlo. Io sono pronto.”
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO LA BATOSTA ELETTORALE, LEGA NELLA BUFERA: “VUOLE FARE TUTTO, I COMIZI E TANTO ALTRO”… “MEGLIO SALVINI DI TOSI”
Lega Nord nel caos dopo la dèbà¢cle al primo turno della amministrative. 
Il nervosismo è tanto e Umberto Bossi rompe la tregua con il segretario.
“Roberto Maroni vuole fare tutto, vuole fare i comizi e tanto altro. Deve fare un passo indietro”, attacca il Senatur uscendo dalla Camera.
“Abbiamo dato l’immagine di una Lega divisa. Quando c’ero io si era tutti uniti”.
Ma cosa deve fare Maroni? “Non deve espellere più nessuno”, risponde Bossi.
E a chi chiede se si è sentito mai tradito, risponde: “Sì, io sono stato tradito dalla Lega”. E da Maroni? “Meno che dalla Lega…”.
Ma non è solo questione di numeri: per la Lega si profila soprattutto una crisi di identità .
A leggere le analisi formulate in ordine sparso da vari dirigenti, pare emergere proprio questo timore, benchè una discussione collegiale sia in programma soltanto al consiglio federale di venerdì 31 maggio.
Dalle urne è uscita una Lega che vorrebbe nascondere elmo e cornamuse, ma che anche in giacca e cravatta non riesce a decollare.
E questo genera preoccupazione, anche se Maroni assicura i militanti che la Lega non morirà mai.
Flavio Tosi, sindaco di Verona, segretario veneto e vice di Maroni, è il leghista additato come il dirigente con le maggiori ambizioni ‘oltre’ la Lega.
Intervistato dalla Stampa, Tosi ha sostenuto che il risultato delle comunali “è un disastro”, ha aggiunto che la strada è ormai quella delle liste civiche (su cui si mostra freddo il sindaco di Varese, Attilio Fontana) e ha usato poca diplomazia: “Siamo andati avanti anni a parlare di federalismo, riforme, cambiamento e abbiamo portato a casa un’ostrega”.
L’altro vice di Maroni, il lombardo Matteo Salvini, si è rivolto ai militanti con un video chiedendo di crederci e assumendosi le sue responsabiità : “Non faccio come Beppe Grillo, che dice che è colpa di chi vota. La colpa è evidentemente nostra, che non ci spieghiamo abbastanza bene. Chiediamoci dove abbiamo sbagliato”.
E Bossi chiosa anche stavolta senza mezzi termini: fra Tosi e Salvini “preferisco Salvini”.
Il governatore Luca Zaia, altra anima della galassia leghista veneta, sul tema dell’identità è andato oltre.
In un’intervista al Gazzettino ha osservato che “siamo al big bang nella storia del Nord: il leghismo non è più una questione di partito, da destra a sinistra i veneti riconoscono che la questione del nord è cogente”.
Come dire che se la Lega è in crisi, ma le istanze leghiste no.
Ed è su questo che l’ex deputata espulsa Paola Goisis ha aperto una polemica, sostenendo che “gli elettori si stanno volatilizzando”da quando Tosi guida il partito. Polemica che Tosi stesso ha chiuso rinfacciandole che alle sfortunate elezioni di un anno fa c’erano i “suoi amici del cerchio magico” e non lui.
A dare qualche suggerimento, su Radio Padania, ci ha provato l’ex ministro Roberto Castelli, affermando che bisogna “fare sintesi fra l’anima dura e pura e il futuro” ma “non sparare addosso alle liste civiche”, utili per uscire da uno zoccolo duro che non supera ormai “il milione, milione e trecentomila voti”.
Impressioni, giudizi, preoccupazioni a cui si aggiunge la contemporanea pubblicazione su alcuni quotidiani di stralci di verbali dell’ex tesoriere Francesco Belsito, convinto che i dirigenti della Lega sapessero in anticipo delle perquisizioni di un anno fa.
Si attendono adesso le mosse di Maroni, che ha scelto Twitter per minimizzare: “Leggo sui giornali l’eccitazione di molti nel dare la Lega ormai morta – ha scritto il governatore della Lombardia – Da vent’anni è così, porta bene, la Lega sopravvive a tutte le gufate”.
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
IL 16 MARZO, QUANDO LA BARCA ATTRACCO’ IN TUNISIA, A BORDO C’ERA RICCARDO BOSSI
Nell’estate 2012 c’era chi nell’entourage dell’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito
misteriosamente raccoglieva informazioni sullo yacht Stella ritenuto di Riccardo Bossi «verosimilmente per fare pressioni su Belsito e, indirettamente, sui vertici della Lega Nord» che non avevano «interesse» che la vicenda finisse sui giornali.
Per evitare tale «inconveniente pare che si sia attivato – scrive la Guardia di finanza – anche l’attuale segretario Roberto Maroni cercando di incontrare personalmente» Romolo Girardelli, il protagonista dell’indagine privata.
«Maroni non ha mai conosciuto Girardelli nè ha mai avuto notizie sullo yacht», replica l’avvocato della Lega Domenico Aiello.
E mentre le indagini della Procura tendono a escludere che per comprare la barca siano stati usati fondi del partito, emerge che Riccardo Bossi usava il natante spesso e gratis.
La vicenda dello yacht esplode il 24 aprile scorso con l’arresto di Belsito e Girardelli in un filone dell’indagine dei pm Robledo-Filippini-Pellicano sui bilanci della Lega.
Il gip Criscione, riferendosi a intercettazioni arrivate da un’inchiesta del pm Civardi, scrive che ad agosto 2012 Belsito (da 4 mesi licenziato dal partito per i 5,7 milioni investiti in Tanzania) e Girardelli si interessano curiosamente di uno «yacht del valore di 2,5 milioni che Riccardo Bossi avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome e grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito» ai danni della Lega.
Una nota della Gdf di Milano (ma di una squadra diversa da quella di Robledo) rileva con sospetto che Belsito e Girardelli «farebbero di tutto» per far «sembrare, almeno agli occhi dell’opinione pubblica e della magistratura che li sta attenzionando, di aver interrotto i loro rapporti».
Il 15 settembre 2012 Girardelli viene a sapere da Maurizio B. (non indagato) che «la barca si chiama Stella», «Stella, come stella in cielo», che di lì a poco andrà «in Croazia, e cambierà nome», che è un «Sunseeker di 20 metri» battente bandiera inglese e che il «posto barca è di proprietà di Riccardo Bossi» nel «porto di Mentone», Francia.
Giradelli è stupito: «Neanche una società ?». «No, no, no è proprio una persona fisica, è suo» risponde Maurizio. La Stella «adesso dovrebbe essere ad Antibes».
Non è vero, dal 16 marzo è ad El Kantaoui (Tunisia), dove tre settimane fa la rintraccia il Corriere della Sera.
Quando attracca in Africa, a bordo ci sono Riccardo Bossi e altre 5 persone, tra cui Stefano Alessandri, 53enne imprenditore brianzolo socio unico della «Stella Luxury charter ltd», società inglese proprietaria della barca.
Sarà lui a diradare i sospetti presentandosi in Procura il 7 maggio scorso.
Qualche ora dopo Bossi jr, che non aveva detto nulla nè all’arresto di Belsito nè quando è stata localizzata, dichiarerà al settimanale Chi che la Stella è di un suo amico.
«L’ho acquistata nel 2007 per 1,8 milioni» per «sviluppare un business di chartering» con 2,5 milioni finanziati dalla «banca Hsbc di Montecarlo», mette a verbale Alessandri sostenendo di aver conosciuto Bossi nel 2009, quindi dopo l’acquisto del natante, e di averlo frequentato «sempre e solo a titolo di amicizia».
Il primogenito del Senatùr Umberto a volte è salito a bordo con lui e «più volte» senza, ma «non ha mai sostenuto alcuna spesa», neanche «per quelle uscite che di tanto in tanto ha fatto con me».
L’imprenditore, «conoscendo abbastanza Riccardo Bossi», ipotizza che, «soprattutto per far colpo su qualche ragazza con la quale si accompagnava, egli possa aver detto di essere il proprietario» attirando sospetti anche nel Carroccio. Il trasferimento sarebbe avvenuto perchè in Tunisia il posto in porto costa molto meno. La Stella avrebbe lasciato Mentone in modo regolare, non sgattaiolando di notte come detto da una teste, e «quando ancora non vi era stata alcuna indiscrezione sulle vicende giudiziarie di Riccardo Bossi e della sua famiglia».
L’indagine divamperà una ventina di giorni dopo, ma il caso Tanzania era già scoppiato da tempo.
Giuseppe Guastella
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 30th, 2013 Riccardo Fucile
LO YACHT DI 21 METRI DEL VALORE DI 2,5 MILIONI FU COMPRATO CON I SOLDI DELLA LEGA… BOSSI JR RICONOSCIUTO DA TUTTI COME IL PROPRIETARIO: “E’ UN ARROGANTE”
Lo «yacht del valore di 2,5 milioni di euro» che Riccardo Bossi, primogenito del fondatore della Lega Nord
Umberto, per il gip di Milano «avrebbe acquistato avvalendosi di un prestanome e grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito», esiste davvero.
Il Corriere della Sera lo ha trovato in Tunisia, a Port El Kantaoui, a una settantina di chilometri a sud di Hammamet, la città dove è sepolto Bettino Craxi.
Lunghezza 21,01 metri, due motori da 1.550 cavalli, 45,58 tonnellate di stazza, tre cabine lussuose e tre bagni per 6 persone più due membri dell’equipaggio, scafo blu-notte e bianco, ponti in teak, due potenti moto d’acqua nella stiva: è la «Stella», la barca più ammirata a Port El Kantaoui dove per tutti è lo yacht di Riccardo Bossi, quello che sarebbe stato pagato con i soldi sottratti ai finanziamenti elettorali della Lega Nord e che il giudice Gianfranco Criscione mette al centro degli ultimi affari dell’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, e del procacciatore d’affari Romolo Giradeli.
Sono stati entrambi arrestati il 24 aprile con altri due per associazione per delinquere in una costola dell’inchiesta dei pm milanesi Paolo Filippini e Roberto Pellicano, coordinata dall’aggiunto Alfredo Robledo, sull’uso di 18 milioni di fondi elettorali della Lega che vede indagati Belsito e Umberto Bossi per truffa ai danni dello Stato.
Un’informativa della Guardia di finanza ipotizzava si potesse trattare di una barca battente bandiera inglese costruita nei cantieri inglesi Sunseeker e che fosse stata ormeggiata per un po’ in un porto della Costa azzurra, ma c’era chi addirittura dubitava della sua esistenza. Invece c’è ed è ormeggiata nella banchina sud di Port El Kantaoui, proprio di fronte al ristorante «Mediterranee».
Dicono i pescatori locali che nel porto di El Kantaoui, considerata una delle mete più esclusive della costa orientale della Tunisia, più di una della magnifiche imbarcazioni da milioni di euro ormeggiate tutto l’anno appartenga a quella che loro genericamente chiamano la «Mafia» italiana, per dire gente misteriosa e poco raccomandabile.
Costi di rimessaggio bassi (anche la metà di quelli italiani), discrezione e riservatezza fanno di questa «marina» il posto ideale per coloro che non vogliono farsi notare, tra i quali non mancano molti armatori onesti.
Anche da qui nei giorni caldi e pericolosi della primavera araba fuggirono quegli stessi natanti che esponenti della Lega Nord volevano «mitragliare» per impedire che raggiungessero le coste italiane.
I documenti trovati dal Corriere della Sera in Tunisia confermano che si tratta di uno yacht Sunseeker, modello «Predator 72», immatricolato il 21 luglio 2008 con il numero 914674 e il nome di «Stella delta».
Ha attraccato qui il 16 marzo 2012, mentre in Italia infuriava lo scandalo sui fondi della Lega finiti nella sede di Cipro della banca della Tanzania e, si accerterà poco dopo, usati anche per pagare spese della famiglia Bossi.
Doveva stare tre mesi, invece è ancora lì.
Dalle carte emerge che lo yacht appartiene alla società «Stella luxury charter ltd» fondata nel 2007 in Inghilterra, dove ha sede con un patrimonio in beni di oltre un milione e 172mila sterline.
Le sue azioni sono possedute da un imprenditore italiano che corre in auto, come Riccardo Bossi, nelle serie minori.
La documentazione dice anche che prima di ormeggiare in Tunisia la barca era stata in Sardegna proveniente dal porto di Mentone (Francia).
A terra quel 16 marzo scesero due donne e quattro uomini, tra i quali «Bossi Riccardo, nato il 6 maggio 1979, italiano», e il socio unico della «Stella Luxury», definito «utilizzatore» dell’imbarcazioni, colui che paga anche circa novemila euro l’anno per lo stazionamento in banchina.
Almeno tre persone confermano altre presenze di Riccardo Bossi a bordo.
Testimoni diversi che, solo sotto garanzia dell’anonimato, raccontano che sul molo tutti sanno che è il figlio di un uomo «molto potente in Italia».
Basta far vedere la foto di Riccardo Bossi e arriva la conferma: «È lui, al mille per cento. Ha un’aquila sulla schiena», afferma con decisione il primo testimone, uno che lavora qui intorno da anni e conosce tutto e tutti.
Ed infatti Bossi jr. si è fatto tatuare una vistosa aquila sulla schiena. «Viene sempre con ragazze diverse, belle e giovani, sui vent’anni. Va in giro mettendo in mostra il fisico e tratta tutti in modo brusco. Lui comanda come fosse il padrone, l’altro (l’utilizzatore, ndr ) sembra ubbidire. Qualche volta prende la moto d’acqua e se ne va in giro a tutta velocità ».
L’uomo sulle prime non parla volentieri, poi si scioglie: «Bisogna stare attenti, io sono un uomo timorato di Dio e onesto. Non nascondo mai la verità ».
Bossi non ha lasciato un buon ricordo neppure a Mentone, dove «Stella» è stata ormeggiata un paio di anni fino al 2012.
Un altro testimone, sempre dietro l’anonimato, racconta di battibecchi tutte le volte che con la moto d’acqua faceva lo slalom la tra le barche ormeggiate a Cap Martin, uno degli scorci più belli della zona: «Abbiamo protestato, minacciato di chiamare la guardia costiera. La risposta è stata un dito medio alzato».
E rude Riccardo Bossi lo è anche al telefono con il cronista che gli chiede se vuol parlare dello yacht: «Non ho niente da dire, non mi può interessare quello che ha da dirmi».
Nell’ultima settimana non ha mai sentito la necessità di smentire la storia della barca, a differenza di Belsito che ai pm avrebbe detto di non saperne nulla.
A Port El Kantaoui dicono che da un paio di mesi «Stella» è in vendita, pare per una cifra tra 1,1 e 1,6 milioni.
Per tutto il giorno sulla barca non è salito nessuno, nemmeno l’uomo addetto alla pulizia. Dallo scafo è anche sparito il numero di matricola.
Giuseppe Guastella
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
NELL’ORDINANZA DEL GIP, OLTRE A QUANTO GIA’ FILTRATO, SI PARLA DI UNO YACHT, ACQUISTATO DAL FIGLIO DI BOSSI E INTESTATO A UN PRESTANOME, FRUTTO DELLA APPROPRIAZIONE INDEBITA…RITORNA IL NOME DELLA DUJANY IN AFFARI CON BELSITO
Nell’inchiesta che ha portato stamane all’arresto a Genova di Francesco Belsito, ex tesoreire della
Lega, spunta anche uno “yacht del valore di 2,5 milioni di euro” acquistato da Riccardo Bossi, figlio di Umberto.
Lo yacht, stando all’ordinanza del gip, sarebbe stato comprato con l’appropriazione indebita dei fondi del Carroccio.
Tangenti per la sanità .
Gli inquirenti avrebbero trovato un riscontro dei suoi rapporti con multinazionali impegnate in campo ospedaliero: il sospetto è che gli siano arrivate somme per assecondare le richieste dei manager che puntavano ad appalti pubblici.
“L’arresto riguarda società e movimentazioni di denaro”, ha confermato l’avvocato Alessandro Vaccaro, legale di Belsito, a proposito del provvedimento di custodia cautelare. “Siamo meravigliati, comunque, che l’arresto arrivi ora, a un anno dall’interrogatorio”.
Il “comitato d’affari” e l’incontro con Maroni.
Le richieste, firmate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, risalgono a quattro-cinque mesi fa e l’ordinanza è stata firmata dal gip Gianfranco Criscione.
L’esigenza degli arresti starebbe in un presunto tentativo di inquinamento probatorio. Girardelli nelle intercettazioni dell’inchiesta veniva definito “l’ammiraglio”.
A detta del gip c’era una sorta di comitato d’affari intorno a Belsito, il quale nonostante avesse lasciato l’incarico di tesoriere conservava un grosso potere di influenza derivante da relazioni personali.
L’ex tesoriere, secondo il gip, era “in grado di influenzare le decisioni di istituzioni e grandi imprese pubbliche e private, quali per esempio Siram spa, Fincantieri spa e Gnv spa, in forza del potere politico derivante dalle cariche rivestite”.
Bonet e Girardelli parlano in una conversazione intercettata di un “incontro” che Bonet “dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito”, scrive ancora il gip.
Lo yacht di Bossi jr.
Nell’ordinanza si fa riferimento a una nota di polizia giudiziaria del 3 ottobre scorso, dalla quale si evince che l’espulsione di Belsito dalla Lega “ha tutt’altro che interrotto il criminoso e criminogeno rapporto tra il medesimo Belsito e Girardelli, da ultimo incentrato sulle questioni relative a uno yacht”.
Si tratta di una imbarcazione “del valore di 2,5 milioni di euro che Riccardo Bossi avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito”.
La stessa nota della guardia di finanza, chiarisce il gip, “fa emergere pure che Belsito tuttora intrattiene poco trasparenti rapporti d’affari con un’esponente della Lega Nord di Chiavari, tale Dujany Sabrina”.
Il gip rimarca anche per i quattro arrestati il “concreto e fortissimo pericolo di reiterazione dei reati”.
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL DESTINO E’ SEGNATO DA TEMPO, BOSSI ASPETTA SOLO I SOLDI
“La scissione? Non ci penso neanche”. Umberto Bossi smentisce non solo la nascita ma persino la
volontà di dare vita a una nuova Lega Nord, un contenitore politico che ospiti i tanti cacciati dalle scope di Roberto Maroni e i militanti di fedele ortodossia bossiana che non si riconoscono nel nuovo corso pdlizzato del Carroccio maronita. Eppure non solo gli atti sono pronti da tempo, come già scritto la settimana scorsa da Il Fatto, ma sono stati anche firmati e depositati da un notaio a Varese, lo stesso di fiducia a cui la famiglia Bossi si rivolse anche per la compravendita della cascina agricola dei figli Roberto e Renzo.
L’ex senatore Giuseppe Leoni prima e lo stesso Bossi hanno però smentito.
Il motivo lo spiega un altro fedelissimo del Senatùr, cacciato dal movimento, ed ex consigliere del Capo nella gestione economica di via Bellerio.
E il problema è uno: i soldi.
“Il percorso è avviato da tempo — confida — ma prima di presentarlo ufficialmente dobbiamo avere la certezza di una cassa per partire”.
Come? “Umberto non a caso a Pontida e dopo ha ricordato che la Lega è arrivata qui mica grazie a chi la guida ora ma all’opera sua e di altri. Quindi parte dei fondi potrebbero spettare a chi eventualmente darà vita a una scissione”.
Che la storia del Carroccio possa finire tra carte bollate e avvocati sembra essere una facile previsione.
Pontida è passata, Maroni non ha fermato le epurazioni dei bossiani doc come Marco Reguzzoni ma anzi annuncia di voler andare avanti.
E Bossi ha detto di essere pronto ad andarsene.
Il nuovo partito a quanto pare non deve ancora essere ufficializzato.
Ma in via Bellerio la coda fuori dall’ufficio di Bossi si allunga.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Commento del ns. direttore
Ricordate il sassofonista Maroni, accompagnato dalla “cappella Votiva”, quando accusava Bossi di perseverare nell’alleanza con Berlusconi senza tenere conto del volere della base che del Cavaliere non voleva più saperne?
Bossi è stato sconfitto anche sulla base di questa istanza, ma che fa poi Maroni, una volta conquistata la ambita poltrona da segretario?
Si allea caso strano proprio con Berlusconi, garantendo al Cavaliere decine di deputati al Nord che altrimenti non avrebbe mai preso.
In cambio Berlusconi si vende anche la Lombardia, dopo Piemonte e Veneto, e l’avvocato della Avon sale al Pirellone.
Ma se non si fosse alleato, Maroni avrebbe corso un altro pericolo: Berlusconi era pronto a finanziare la scissione di Bossi e per Bobo sarebbe stato il requiem.
Sarebbe interessante, per spiegare l’attendismo di Bossi, conoscere un altro piccolo dettaglio che emerge dal commento di un militante maroniano oggi su “Repubblica”: “Bossi non se ne andrà mai finchè la Lega spende centinaia di migliaia di euro l’anno per mantenere lui e la sua famiglia”.
Insomma, i soldi muovono anche la Padagna, non solo il mondo.
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