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LEALISTI E GOVERNATIVI: VIA ALLA CONTA FINALE

Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile

PER TORNARE A FORZA ITALIA SERVE IL 67% DEI CONSENSI IN CONSIGLIO NAZIONALE… SE ALFANO RIESCE AD ARRIVARE AL 34% BLOCCA L’OPERAZIONE E SI TIENE IL PDL

Il giorno dopo è giorno di battaglia.
Non sono in corso mediazioni nel Pdl che si avvia a tornare Forza Italia, ma conte e feroci contrapposizioni tra lealisti e governativi
La posizione fermissima di Silvio Berlusconi non fa presagire sviluppi positivi verso quell’unità  del partito pure da lui auspicata ancora venerdì sera.
Perchè la sua richiesta resta, ma non a tutti i costi.
Raccontano che l’ex premier – che al termine dell’ufficio di presidenza che ha votato la proposta di passaggio a Forza Italia da sottoporre al consiglio nazionale ha brindato con i lealisti e i falchi, elencando i «24 motivi» o più probabilmente delibere tecniche per le quali «non si possono contemporaneamente mantenere le cariche di ministro, vice premier e segretario» – non ha cambiato idea.
«Ho fatto la cosa giusta, non mi pento di nulla. Dovevo riprendere in mano il partito e l’ho fatto, e adesso chi ci sta ci sta, non mi importa più nulla», i concetti ripetuti ai fedelissimi che l’hanno chiamato ieri.
Ai quali ha anche ribadito la sua visione sul governo: «Sono tante le cose che non mi piacciono: o si cambia rotta, o non possiamo andare avanti». Il che vale sia sui temi economici e la legge di Stabilità  che, soprattutto, su giustizia e decadenza, il nodo dei nodi che tutto condiziona.
Parole già  dette nei giorni e nelle settimane scorse, ma che hanno un altro peso oggi, con Berlusconi di nuovo alla guida solitaria del suo partito e con gli innovatori di Alfano marginalizzati e costretti a battersi con i lealisti in una corsa all’ultima firma verso un consiglio nazionale che a questo punto i berlusconiani, e forse lo stesso Cavaliere, vorrebbero accelerare e di molto: «Altro che un mese e mezzo, si farà  prestissimo», giurano.
È dunque in corso, frenetica, la conta dei numeri di chi sta con chi, nel cn come in Parlamento. Con un’offensiva potente dei berlusconiani, che con Fitto in Puglia, Gelmini in Lombardia, Carfagna in Campania, Bernini in Emilia, Verdini in Toscana (in Sicilia e in Calabria con Scopelliti la maggioranza è invece di Alfano) e tanti altri al lavoro ovunque mirano a ottenere le oltre 600 firme necessarie per affrontare anche la «sfida dei due terzi».
Sì perchè, sostengono i governativi con Cicchitto e non solo, per sancire il passaggio a Forza Italia serviranno il 67% dei consensi nel cn, e quel 34% che potrebbe impedirlo «è ampiamente alla nostra portata».
Previsioni opposte quelle dei lealisti, sicuri di superare la soglia anche se «non ce ne sarebbe alcun bisogno, perchè per ratificare il passaggio basta votare il documento politico uscito dall’ufficio di presidenza con la maggioranza semplice».
Schermaglie che testimoniano come la guerra sia tutta in corso e il tentativo di riavvicinare le posizioni operato da Gasparri (in nome di un partito che non sia «fatto di marziani»), Romani, Matteoli, anche Caldoro, sia disperato.
Schermaglie che nascondono il vero senso dell’operazione: la battaglia per il simbolo del Pdl, che gli alfaniani potrebbero contendere a Berlusconi se riuscissero a inchiodarlo sotto la maggioranza dei due terzi.
Ma se l’obiettivo è questo, è chiaro che la rottura è già  nei fatti.
E d’altra parte, almeno in una parte dei governativi, i toni sono chiarissimi: Gaetano Quagliariello tocca il vero punto quando dice che, lui come gli altri ministri, si impegnerà  a fondo per evitare la decadenza di Berlusconi, ma se arrivasse «non potrebbe essere il Paese a pagare con la caduta del governo».
Ed è invece questa disponibilità  che Berlusconi pretende dai suoi, che decida di staccare la spina o no. Una disponibilità  che sarebbe l’unica carta che Alfano potrebbe spendere per rientrare nei giochi di partito, e riguadagnarsi faticosamente un ruolo oggi perduto, anche per lo «sgarbo», mal digerito dall’ex premier, dell’assenza all’ufficio di presidenza.
È dunque Alfano in queste ore nella posizione più difficile, al bivio tra l’accelerazione verso la rottura per continuare a sostenere il governo o il ritorno alla casa del padre alle condizioni, però, di un padre arrabbiato.
Decisione delicata, travaglio reale, che ha a che fare oltre che con i sentimenti con i numeri: serve un gruppo (soprattutto al Senato) compatto e numeroso per rompere e navigare in mare aperto, e l’attacco berlusconiano per la riconquista degli indecisi è in atto.
Con tempi che si fanno sempre più stretti.

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)

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BERLUSCONI VUOLE PIEGARE LA FRONDA INTERNA

Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile

ORMAI E’ DECISO AD ANTICIPARE LA RESA DEI CONTI PRIMA DELL’8 DICEMBRE

La sensazione del Cavaliere è la stessa che provò dopo essersi sbarazzato di Fini nel 2013 (anche allora col timbro dell’ufficio di Presidenza): serenità . Anzi sollievo.
Perfino una gioia feroce. L’altra notte ha brindato. E che i calici di vino bianco, il suo di analcolico, fossero alzati proprio per festeggiare la cacciata dei «traditori», prima ancora del ritorno alla vecchia insegna di Forza Italia, lo conferma il discorsino pronunciato da Berlusconi. Il quale ha declamato una per una tutte e 24 le «deliberazioni», come le chiama lui, in base alle quali Alfano non potrà  più occupare contemporaneamente le poltrone di segretario e di ministro dell’Interno.
Dello show sono stati testimoni quasi tutti i gerarchi rimasti fedeli, da Fitto a Verdini, dalla Gelmini a Rotondi, da Capezzone a Polverini, più l’ormai immancabile cane Dudù: da quando il suo padrone va sostenendo che «è intelligentissimo» e «gli manca solo la parola», tutti i visitatori fanno a gara per vezzeggiarlo con la sola eccezione di Brunetta (l’hanno udito che intimava al bòtolo: «Levati dai piedi!»).
Questo per mostrare quanto fossero infondate le speranze delle «colombe», alcune delle quali si sforzavano di vedere rosa dopo le parole di Silvio in conferenza stampa: «In fondo non ha chiuso tutte le porte, forse capisce di avere sbagliato…».
A giudicare dal «day after», Berlusconi non si pente di un bel nulla. Anzi, insiste.
Fonti attendibili, persone che di sicuro ieri hanno conversato con lui, preannunciano nuove mosse schiacciasassi con l’intendimento di spianare la fronda interna.
Il Consiglio nazionale dell’8 dicembre, quello dove Alfano medita di aprire un dibattito alto e nobile, magari addirittura di ostacolare il passaggio da Pdl a Forza Italia, quasi certamente si terrà  prima, molto prima, entro un paio di settimane.
«Perchè aspettare?», si domanda il Cav. Risposta sorridente: «Non ve n’è ragione».
I suoi spargono la voce di aver raccolto (ma forse è pura «disinformazia») oltre 500 adesioni tra gli 800 membri del parlamento berlusconiano.
E poi l’uomo conta di giocarsi tutta, fino in fondo, la partita disperata della decadenza.
Di spendere tra i banchi del Senato gli ultimi giorni che lo separano dal voto.
Di intervenire in Aula al momento opportuno con parole incendiarie contro la sinistra e contro l’ingiustizia.
Agirà  in prima persona. Non si fida più, sussurrano nella sua corte, di quanti gli avevano garantito che nel gruppo non c’era dissenso, tutto a posto, tutto sotto controllo…
Giacchè c’è, proverà  a smembrare la truppa dei dissidenti, dove in verità  più d’uno tentenna, dalla senatrice umbra che quando il 2 ottobre aderì al documento di Alfano non sapeva bene cosa firmava, all’ex vice-ministro già  pentito del suo pentimento.
Ricapitolando. Con Angelino il rapporto è zero via zero.
«Consummatum est», conferma chi sa di latino. Sul Consiglio nazionale, il Cav buone bruciare i tempi.
Lascia cadere perfino l’idea di una separazione consensuale, avanzata con spirito costruttivo da Quagliariello, da Cicchitto, da Lupi.
«Vogliono imitare La Russa, Crosetto e la Meloni? Auguri… Ma visto che i Fratelli d’Italia ci sono già , allora dovranno fare i Cugini d’Italia».
Sprezzante quasi quanto Gasparri.
Da un personaggio così, la dissidenza non può attendersi un bel nulla, a parte la personale cortesia (ieri mattina Silvio ha chiamato Cicchitto per augurargli un buon compleanno).
Del resto, commenta uno dei ribelli, «Berlusconi è peggio di Stalin, che dei liberi pensatori aveva tale considerazione da farli accoppare. Invece lui non solo li fa fuori, ma pretende pure che loro siano d’accordo».
Il capo della fronda, Alfano, sta maturando le sue decisioni. Soffre, riflette e tace.
Avrebbe voluto guadagnare tempo, ma sembra impossibile.
L’ora delle decisioni irrevocabili giunge pure per Schifani, fin qui il più in bilico.
Altri, da Quagliariello a Sacconi allo stesso Cicchitto, hanno già  capito come andrà  a finire e si preparano alle barricate finali.

Ugo Magri
(da “la Stampa”)

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I SONDAGGISTI E I DUBBI SUL BRAND FORZA ITALIA: IL PAESE E’ CAMBIATO

Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile

MOLTI ITALIANI VOGLIONO CHIUDERE CON IL PASSATO, HANNO MENO SENSO DI APPARTENENZA E BADANO AI PROBLEMI CONCRETI…UN 50-60% DEGLI ELETTORI PDL SEGUIRANNO IL CAVALIERE, SUGLI ALTRI C’E’ INCERTEZZA

Forza Italia può anche tornare ma, forse, rispetto agli esordi del partito, sono cambiati gli elettori. È cambiato il Paese, da qualche anno alle prese con la crisi economica.
Sia chiaro, i sondaggisti offrono prospettive tra loro diverse alla scelta di Silvio Berlusconi di tornare al simbolo che, a partire dal ’94, gli garantì il successo, ma su un punto da Nando Pagnoncelli ad Alessandra Ghisleri a Roberto Weber, tutti sembrano in sintonia: è l’italiano ad essere molto cambiato, da allora.
Di certo genera curiosità  il livello di appeal che il ritorno di Forza Italia potrebbe avere sugli elettori, ma gli esperti di sondaggi garantiscono di non avere ancora dati, numeri, risposte: Alessandra Ghisleri promette di «avere i primi riscontri nei primi giorni della prossima settimana», ma – naturalmente – sulla base dell’esperienza, tutti hanno un’idea di ciò che potrebbe accadere.
Soprattutto perchè il vecchio-nuovo simbolo, Forza Italia, troverebbe un Paese molto diverso da quello che fu: «C’è la crisi – precisa subito Nando Pagnoncelli (di Ipsos) – ed è quella, indiscutibilmente, la preoccupazione dell’italiano, oggi. Adesso l’elettore è molto meno tifoso, più pragmatico, e rispetto al passato perfino più disposto a entrare nel merito delle questioni. È una fase fluida, basta un niente per spostare voti ma di certo, nell’elettorato, c’è meno senso di appartenenza di prima, e molto meno rispetto a quando c’era Forza Italia. Gli ultimi vent’anni hanno lasciato un segno, nel Paese e nei comportamenti dei votanti, che oggi sembrano più attenti a questioni pratiche e disposti, per cercare di risolverle, anche ad accettare un governo che magari non è quello auspicato al momento del voto, com’è quello guidato da Enrico Letta». Alessandra Ghisleri di Euromedia Research si rifiuta di fare previsioni: «È un momento di difficile lettura, unico, stiamo lavorando per capire quanto possa valere il ritorno al simbolo. Ma di certo, adesso, la gente si pone nei confronti della politica in modo molto severo».
Poi, naturalmente, Ghisleri precisa che «il marchio è amatissimo e Silvio Berlusconi è il leader ideologico di tutto il suo popolo».
E però la domanda rimane: quanto vale, in termini percentuali, il ritorno al vecchio simbolo? «Di certo gli elettori vivono con frustrazione la politica e il valore del ritorno di Forza Italia può variare a seconda di molti elementi, a cominciare dalla percezione della gente: gli elettori la percepiranno come un’operazione di facciata oppure di contenuto?».
Roberto Weber (di Ixè) ha una certezza: «Le scissioni sono sempre un elemento di debolezza, garantiscono perdita di voti, a tutte le parti coinvolte. Noi sappiamo che un 50-60 per cento dell’elettorato Pdl seguirebbe Berlusconi, ma la quota rimanente, evidentemente, no. E, altro dato sul quale riflettere, nel giorno in cui si ipotizza la creazione di un gruppo autonomo il Pdl perde tre punti percentuali. In più, adesso rispetto al passato, il populismo ha un rivale in più, che in effetti è in crescita».
Lo conferma anche Nando Pagnoncelli: «Beppe Grillo era al 16 per cento a fine giugno e adesso è al 21. Del resto siamo l’unico Paese nel quale ogni governo alle elezioni successive perde».
Rimangono, sull’ipotetico sondaggio legato al gradimento del ritorno a Forza Italia, numerosissime incognite: gli scissionisti faranno un gruppo autonomo? E la decadenza? E Alfano cosa farà ?
Variabili che, allo stato, non sono quantificabili. Quindi, evidentemente, i sondaggi possono attendere. Ma le opinioni dettate dalla conoscenza della materia, no: per Weber, allora, «bisogna certo tenere presente che Berlusconi ha notevoli capacità  in campagna elettorale, quindi anche questa è una variabile da tenere in considerazione. E però il gradimento del quale gode il Cavaliere è soprattutto all’interno dei suoi elettori ma per il resto la sua immagine, all’esterno, non tra i suoi fedelissimi, appare logorata».
E così, prima ancora di valutare il gradimento del ritorno a Forza Italia, Weber considera il cambiamento dell’Italia, degli italiani: «Rispetto a qualche anno fa è cambiato il contesto, i segnali dei sondaggi dicono che gli elettori hanno voglia di chiudere con il passato e un ritorno ad un simbolo già  usato è, per me, non la strategia di un partito in espansione ma una mossa difensiva».

Alessandro Capponi
(da “il Corriere della Sera”)

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ARRIVA SCHIFANI E LETTA È “SALVO”

Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DEL SENATO PRONTO A STACCARE DAL GRUPPO PDL 15 ELETTI. ANCHE GASPARRI PENSA ALLA FUGA

Fino a giovedì sera, alla vigilia del fatidico Venticinque Ottobre del fu Pdl, Renato Schifani si muoveva con fare sornione e passo felpato tra i due clan berlusconiani, falchi e colombe. Accreditato di un solido legame con il corregionale Alfano (i due hanno archiviato l’era azzurra Miccichè-Prestigiacomo in Sicilia), l’ex presidente del Senato oggi capogruppo a Palazzo Madama ha scelto solo all’ultimo minuto.
E così c’è anche il suo nome tra i cinque disertori governisti dell’ufficio di presidenza di venerdì scorso.
L’house organ dei falchi di B., il Giornale di Sallusti, ha subito segnalato con evidenza, in prima pagina, il tradimento: “E alla fine Schifani gettò la maschera”.
Gli “schifaniani”
Il peso di Schifani quando si aprirà  la crisi di governo sulla decadenza del Cavaliere, nell’ultima metà  di novembre, sarà  decisivo per mettere in sicurezza il governo Napolitano-Letta.
Altri quindici senatori, che fanno riferimento al capogruppo del Pdl, dovrebbero infatti aggiungersi ai già  noti 24 (20 del Pdl e 4 di Gal) che hanno firmato l’ultimo documento a favore delle larghe intese.
A quel punto, con un gruppo di 40 senatori, la maggioranza supererebbe quota 180.
Il piano è partito alcuni giorni fa. In caso di spaccatura irreversibile tra “Silvio” e “Angelino”, Schifani avrebbe valutato persino la tentazione di un gruppo autonomo, distinto dalle due fazioni in lotta tra di loro. Tutto è possibile.
In ogni caso l’elenco custodito dall’ex presidente del Senato comprende: Donato Bruno, Simona Vicari, Giuseppe Esposito, Franco Cardiello, Massimo Cassano, Franco Carraro, Bruno Alicata, Antonio D’Alì, Emilio Floris, Cosimo Sibilia, Salvatore Sciascia, Andrea Mandelli.
Scilipoti c’è
Fin qui i nomi sono dodici. Il tredicesimo dovrebbe essere Domenico Scilipoti. Non poteva essere che lui, il tredicesimo.
L’immortale icona Responsabile nella scorsa legislatura è stato sondato da un emissario di Schifani e avrebbe dato la sua disponibilità  a far parte dei governisti.
Battuta dell’emissario al cronista: “Scilipoti si butta sempre con chi governa”. Non solo. A muovere lui, ma anche tanti altri, è la “paura fottuta” che la legislatura possa finire dopo appena un anno.
Il gruppo di Schifani dovrebbe quindi raggiungere i quindici con l’innesto di Maurizio Gasparri e del suo fedelissimo Enzo Fasano. L’ex an, già  ministro , è stato etichettato come pontiere o ricucitore, ma nella resa dei conti finale dovrebbe scegliere le colombe. Se non altro perchè è nella lista nera dei falchi che si apprestano a occupare i posti chiave di Forza Italia.
Ministri divisi
La questione di un posto certo alle prossime elezioni, comunque di un futuro assicurato, non è secondaria nel tormentone scissionista che sta squassando la destra del Condannato.
Lo conferma la divisione tra i cinque ministri del Pdl. Alfano, Lupi e De Girolamo si stanno battendo per evitare la spaccatura definitiva.
L’ex segretario del Pdl viene descritto come “avvilito”. Al centro di tutto c’è il suo rapporto politico e umano con il Cavaliere. Anche per questo “Angelino”, e con lui Lupi e la De Girolamo, vorrebbero evitare lo strappo.
Diverso il discorso per gli altri due ministri del Pdl, Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin, ormai in piena orbita Quirinale.
Per loro vale quello che si dice per Gasparri, Cicchitto e tanti altri: anche in caso di ricucitura non eviterebbero l’epurazione chiesta dai falchi.
Su questo lo stesso Berlusconi si sarebbe espresso con chiarezza: “So chi mi ha tradito”.
E dalla corte del Condannato raccontano che si riferisse più a Quagliariello che ad Alfano.
Ghedini, vero falco
In queste ore, non è un gioco di parole, ci sono i falchi delle colombe (Giovanardi e Cicchitto) e gli iperfalchi dei lealisti. Ossia quelli che vogliono la rottura.
Il falco berlusconiano più intransigente, secondo il racconto di alcuni ministri, è Niccolò Ghedini. È lui che avrebbe detto al Cavaliere: “Se fai saltare il governo fai saltare anche la decadenza e puoi ricandidarti”. “Palle, tutte palle”, sibilano i ministri.
In ogni caso tutto ruota attorno alla decadenza di Berlusconi. Per questo la data dell’8 dicembre, quando si terrà  il consiglio nazionale annunciata, rischia di essere superflua se al Senato si voterà  a novembre.
Quagliariello l’ha detto ieri: “Il nodo è tra chi pensa che il governo debba andare avanti in caso di decadenza e chi no”.
Il resto è fuffa, come l’ipotesi della separazione consensuale.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’ULTIMA SVOLTA DI BERLUSCONI: “POSSIAMO CANDIDARE MARINA”

Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO L’8 DICEMBRE…. RICHIAMATI IN SERVIZIO DELL’UTRI, ERMOLLI, BERTOLASO E GALAN PER RILANCIARE FORZA ITALIA

“Se lo chiedessimo a mia figlia Marina, se lo facessimo tutti, nonostante le sue riserve, forse a questo punto accetterebbe». Attorno a Silvio Berlusconi sono rimasti i fedelissimi.
Venerdì tarda sera, dopo il tormentato Ufficio di presidenza che ha sancito l’azzeramento del Pdl e la rinascita di Forza Italia.
A Palazzo Grazioli si ritrovano Fitto e Carfagna, Gelmini e Romano, Brunetta e Galan, Bernini e l’ideatore dell’Esercito di Silvio, Simone Furlan.
I ministri «traditori» sono già  lontani, rientrati a Palazzo Chigi, la partita con loro il Cavaliere la considera ormai chiusa.
«Sono addolorato dalla rottura con Angelino. Lui era davvero il mio erede, ma sono le cose della vita, pazienza» dice al cospetto degli ospiti.
Ed è lì, risalito in salotto dopo la conferenza stampa, quando attorno a lui restano in pochissimi, che il leader apre per la prima volta all’ipotesi che fino ad ora aveva sempre escluso.
La «discesa in campo» dell’amata primogenita, presidente Fininvest e Mondadori. Pupilla di Fedele Confalonieri che invece resta ancora profondamente contrario, come del resto Gianni Letta.
Ma il padre ormai sembra non ascoltare più i consigli dei moderati dell’inner circle. Sono altre le sirene. E altre le fascinazioni.
Come quella di contrapporre alla marcia trionfale di Renzi, proprio l’8 dicembre, l’investitura di Marina.
Il Consiglio nazionale Pdl in quella data, alla presenza dei suoi 800 componenti, dovrà  ratificare il passaggio a Forza Italia deciso due giorni fa dal leader.
La suggestione che piace molto ai falchi, da Verdini a Bondi alla Santanchè è proprio quella: approfittare della platea e dei riflettori per lanciare la quarantenne che con tanto di brand Berlusconi potrà  sfidare il sindaco di Firenze.
Designata lo stesso giorno. Per partire subito in una (virtuale) campagna elettorale che dovrà  fare i conti però con un governo ancora in carica.
L’ex premier apre alla svolta familiare, con cautela, ma ne parla come di una mossa a questo punto possibile, per non dire obbligata dalla sua decadenza e dall’interdizione che impedirebbero comunque la sua corsa alla premiership.
Tanto più che dal giorno in cui la decadenza sarà  votata al Senato muterà  lo scenario. Berlusconi lo ha ripetuto, prima che i suoi ospiti si congedassero per raggiungere il ristorante Fortunato al Pantheon.
«Ritireremo il sostegno al governo, ma vedrete che tanto sarà  Renzi da lì a poco ad aprire la crisi». Sicuro del voto tra febbraio e aprile.
Non a caso in quella stessa sede ha parlato di chi dovrà  prendere le redini della macchina organizzativa di Forza Italia. Volti e nomi di pretoriani più che fidati. H
a rifatto il nome di Marcello Dell’Utri, visto entrare e uscire a più riprese nelle ultime settimane a Grazioli. E poi Bruno Ermolli, cda Mediaset, ma soprattutto scudiero di mille battaglie al suo fianco dagli anni Settanta.
Poi Guido Bertolaso, ex discusso capo della Protezione civile. Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura, al quale spetterà  il talent scouting.
Un ruolo lo avrà  anche Furlan coi suoi soldati di Silvio.
La campagna mediatica, quella sì, partirà  subito dopo l’8 dicembre.
Un martellamento sul governo attraverso tv e giornali di casa, per accusare la manovra «tutta tasse e sacrifici».
Ma da qui ad allora l’uscita dalla maggioranza sarà  sancita dal voto di decadenza al Senato. A quel punto Alfano e i ministri, se resteranno nell’esecutivo, si ritroveranno sotto tiro anche loro.
Intanto hanno concordato ieri di congelare la scissione, la formazione del gruppo autonomo. Meglio attendere prima le mosse del Cavaliere, la decadenza con quel che ne conseguirà .
Si tratterà  di attendere ancora una paio di settimane, forse tre. Il fatto è che sta crescendo in queste ore nei gruppi parlamentari Pdl un terzo partito, tra lealisti e alfaniani, quello degli attendisti, i tanti che preferiscono capire le mosse di Berlusconi prima di sbilanciarsi.
Chi non vuole attendere è Raffaele Fitto. Lui come Verdini e altri stanno accarezzando l’idea di anticipare il Consiglio nazionale di dicembre.
Vorrebbero andare subito alla conta. L’ex governatore nella sua Puglia, la Carfagna in Campania come la Gelmini in Lombardia e Matteoli in Toscana e Giro nel Lazio sono già  alla caccia delle firme di sostegno a Berlusconi per il passaggio a Forza Italia. Contano di raccogliere entro inizio settimana le 600 su 800 che garantirebbero il 67 per cento, pari ai due terzi necessari per spuntarla.
Alfano e i governativi stanno facendo altrettanto per impedirlo e raggiungere quota 34 per cento.
Berlusconi non ha dubbi, come confidava ieri agli interlocutori sentiti da Arcore: «Sono convinto di aver fatto la cosa giusta. Non avevo altra possibilità  per tentare di salvarmi».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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TRA CATTOLICI, EX AN E “CORAZZIERI” CRESCE LA GALASSIA DELLE COLOMBE, MA A ROMPERE DEVE ESSERE IL CAVALIERE

Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile

OLTRE TRENTA GOVERNISTI AL SENATO….E LE CORRENTI SI MOLTIPLICANO

Il Pdl, per la gioia di Grillo, stavolta sembra davvero essersi trasfigurato nel Pdmenolle.
Nel senso che ormai le correnti non si contano più, come nel Pd.
Troppo facile riassumere l’esplosione di ieri nella dicotomia ornitologica falchi/colombe. Ciascuna famiglia è gemmata al suo interno con capi, capetti, caporali e gregari: progetti all’apparenza simili ma ambizioni personali divergenti, un caos di posizionamenti tattici, in una bouillabaisse finale dove non si capisce più chi sia triglia e chi scorfano, dove inizi la cozza e dove finisca l’ostrica.
Tanto che lo stesso Cavaliere, al termine di una settimana di incontri con tutte le bestie del suo zoo, ieri sera ha confessato il suo scoramento: «Li ho misurati tutti. Di questi e di quelli a me non interessa nulla»
Il nocciolino duro della ipotetica scissione di Alfano sono comunque i ministri. Tra i magnifici cinque, ve ne sono due più determinati di tutti: Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin.
Li chiamano i “Corazzieri”, vista l’affinità  elettiva con il capo dello Stato.
Ormai, quando si incrociano a palazzo Chigi, si sorridono, brandiscono in aria il pugno destro come se impugnassero una sciabola ed esclamano all’unisono: «Avanti Savoia!».
Alfano, Lupi e De Girolamo sono più prudenti. Lupi, ciellino di mondo, lo è di natura. Alfano e De Girolamo perchè soffrono umanamente la rottura con il padre. «Nonostante tutto gli voglio ancora bene – ha confidato in serata Alfano, con il pugnale di Berlusconi ancora conficcato tra le scapole –, ho solo cercato di proteggerlo anche da se stesso, contro la sua volontà . E questo è il risultato».
Intorno al plotone ministeriale si agita un’intendenza che ha il suo punto forte a palazzo Madama.
È qui che le colombe hanno lavorato sodo e sembra che i 24 senatori che il 2 ottobre firmarono il documento pro-fiducia siano già  diventati dieci di più.
Alla Camera invece la situazione sarebbe appena sopra la soglia minima dei venti deputati necessari per fare un gruppo.
Tutti invece ignorano le proporzioni del Consiglio nazionale che dovrà  ratificare (con i due terzi) il passaggio da Pdl a Forza Italia. Composto da 800 membri e riunito una sola volta, è un mistero anche per Berlusconi.
Alfaniani sono Schifani, Castiglione, Gioacchino Alfano, Enrico Costa, Gentile, Mariniello, D’Alì.
E a loro si aggiunge la sottocorrente di destra, con Augello, Piso, Angelilli, Scopelliti, Saltamartini.
C’è poi l’ala ratzingeriana, la più determinata a separarsi: Quagliariello, Lorenzin, Sacconi, Roccella, Calabrò.
I cattolici ciellini – Lupi e Vignali – e i cattolici in marcia verso il Ppe: Giovanardi e Formigoni.
Truppe di rinforzo, che potrebbero arrivare se Forza Italia decidesse di provocare la caduta dell’esecutivo, sono composte da quelli che si definiscono “berlusconiani governativi”: da Gasparri a Elio Vito, da Laura Ravetto ad Anna Grazia Calabria.
Chi più chi meno, chi per convenienza chi per convinzione, tutta questa galassia alfaniana sarebbe pronta a uscire da Forza Italia.
Ma attende che la prima mossa sia Berlusconi a farla, non vogliono provocare una scissione a freddo per il solo fatto che Alfano ha perso il posto da segretario. Aspettano quindi il voto sulla decadenza, certi che il Cavaliere abbia ormai deciso di uscire dalla maggioranza prima di quella data nel disperato tentativo di far saltare la sua uscita di scena.
Sarà  quella l’ora “X”.
Se la coalizione dei volenterosi alfaniani è composta da mille stendardi, come quelli delle leghe lombarde che combatterono il Barbarossa, il campo dell’Imperatore è più semplificato.
Il quartier generale è composto dai generali Verdini, Santanchè, Bondi e Capezzone. Raffaele Fitto invece è alleato ma mantiene una sua alterità  rispetto ai falchi, lui se ne tiene a distanza e loro non lo amano.
E mettono in giro che la voce che nemmeno il Cavaliere in fondo lo ami particolarmente: se ne serve piuttosto per bilanciare la forza di Alfano, lo usa come arma contundente per limitare le colombe.
Ma in fondo diffida di un politico che, pur giovane, ha la sua forza sul territorio come i vecchi democristiani. A corte godono invece di stima e affetto alcune figure sui generis: adoratori che seguirebbero il Capo anche nelle fiamme, come Michaela Biancofiore, personaggi fuori dagli schemi come Gianfranco Rotondi o Francesco Giro.
O collaboratori da una vita, come Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, che scuotono la testa ogni volta che il Cavaliere usa il linguaggio della Santanchè.
Ma poi, in fondo, non lo abbandoneranno mai.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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A CHI FORZA ITALIA? A LUI

Ottobre 26th, 2013 Riccardo Fucile

BERLUSCONI SI RIPRENDE IL PARTITO… LE “COLOMBE” SONO PRONTE PER LA SCISSIONE

Tra i due, politicamente, il nano è Alfano, non solo per la rima.
Forza Italia risorge di venerdì e il Cavaliere Condannato umilia le colombe di governo, costrette a disertare l’ufficio di presidenza che liquida il Pdl, il partito nato sul predellino.
Il dizionario della giornata è ricco di suggestioni, etichette e ostacoli: i lealisti, i governisti, la scissione, la legge di Stabilità , le poltrone della nuova formazione.
Ma tutto ruota attorno ai guai giudiziari del Leader tornato padrone assoluto.
La sostanza si riassume nell’interrogativo che per la prima volta B. ammette pubblicamente, dopo tanti sfoghi riportati dai suoi fedelissimi.
Si presenta in conferenza stampa, da solo, per far capire meglio chi comanda, e proclama: “Se decado sarà  difficile continuare a collaborare con il Pd”.
È la variante appena più morbida della domanda ripetuta ossessivamente nelle settimane scorse: “Posso stare con i miei carnefici?”.
Qui è Rodi e qui bisogna saltare o scindere. Il resto è teatrino, sceneggiata, caos.
Un lealista presente alla riunione di ieri sintetizza così la mossa berlusconiana: “Ha azzerato, si è ripreso il partito, se loro si adeguano li ricandida, sennò buon viaggio”. Loro, sono i governisti, quelli che non hanno dormito per tutta la notte tra giovedì e venerdì, attaccati al telefono per capire cosa fare.
A partire da Alfano. Il vicepremier, ormai ex segretario del Pdl, ha tentato in tutti di modi di far rinviare l’ufficio di presidenza convocato nella casa romana di B., palazzo Grazioli.
Ha cercato anche la prova di forza. Un documento con tanto di firme per “sconvocare” la riunione. Non c’è riuscito.
La mattinata se n’è andata così fino a quando, poi, i cinque ministri del Pdl (oltre ad Alfano: Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo) sono andati a pranzo a palazzo Grazioli. Berlusconi è stato per quattro ore con loro.
Subito dopo, la versione delle colombe è stata quella di accreditare un pareggio: “Tutto rinviato all’8 dicembre nel consiglio nazionale. Il pranzo è andato molto bene. Berlusconi ha detto che il governo va avanti. Con l’ufficio politico restituisce ad Angelino lo schiaffo della fiducia, ma l’8 dicembre è pronto a riconfermarlo”. L’ultima frase contiene una trappola.
L’umiliazione massima e definitiva per l’ex delfino senza quid: rinunciare alla scissione, almeno lui, e ritornare come il figliol prodigo.
Ma senza il vitello grasso da ammazzare. Senza, cioè, un incarico operativo da numero uno.
Una medaglia di latta da vicepresidente e basta. La finzione, meglio la sceneggiata, è che forse non si arriverà  mai al consiglio nazionale dell’8 dicembre, chiamato a ratificare la morte del Pdl e la rinascita di Forza Italia.
La scissione, infatti, dovrebbe consumarsi prima. Sul voto per la decadenza di B. da senatore, nel mese di novembre.
Se poi, in un modo o nell’altro, si dovesse arrivare al consiglio nazionale, il piano delle colombe prevede di tenersi il simbolo del Pdl.
Nel senso che lo statuto stabilisce una maggioranza dei due terzi per una decisione del genere. Nè falchi, nè colombe ce l’hanno e a quel punto i governisti diranno al Cavaliere: “Sei tu che fai lo strappo e te ne vai”.
Convocato per le cinque del pomeriggio, l’ufficio di presidenza è iniziato con 25 minuti di ritardo. B. è stato il mattatore assoluto, piegando a suo uso e consumo le assenze polemiche degli innovatori (Alfano, Formigoni, Sacconi, Giovanardi, Schifani): “I 5 membri che non hanno partecipato hanno tutti convenuto con noi sul fatto che volevamo una deliberazione unanime e che dunque fosse meglio, avendo ancora cose da chiarire fra di noi, non partecipare e l’hanno fatto con il mio consenso”.
È il concetto particolare di democrazia nella destra berlusconiana.
A palazzo Grazioli si sono visti in meno di venti. In ordine sparso: Rotondi, Carfagna, Gelmini, Scajola (sì anche lui), Verdini, Fitto.
Tutti attori non protagonisti nel giorno che in cui il Condannato si riprende tutto. A parole il sostegno al governo non manca. Ma nel documento finale della riunione un punto è chiarissimo: “I ministri dovranno rispondere a Forza Italia”.
Che tradotto vuol dire: “Caro Letta, l’interlocutore sono io non Alfano e il mio ventennio non è chiuso”.
Altro discorso in caso di scissione. A quel punto, si aprirà  la crisi e Berlusconi dovrà  decidere cosa fare, se partecipare o no al nuovo esecutivo.
Lo strappo di ieri è propedeutico, nella testa dei falchi, alle elezioni anticipate.
Che poi le ottengano, questo è da vedere. Il treno della guerriglia è comunque partito. Come dimostra lo show berlusconiano in conferenza stampa.
Dopo aver parlato solo lui nell’ufficio di presidenza, ha concesso ai giornalisti un altro monologo. Comprensivo di grazia per la condanna Mediaset: “Spetta al capo dello Stato”. Alfano? “Gode della mia stima, della mia fiducia e della mia amicizia”. Intanto lo ha messo spalle al muro.
Ritorna anche sulla ferita del 2 ottobre: “I ministri e alcuni parlamentari timorosi di non essere rieletti mi hanno costretto alla marcia indietro”.
Adesso è arrivata la vendetta. In Forza Italia ci saranno tante “facce nuove”. Ma la sostanza è tutta in quella domanda: “Se il Pd mi fa decadere come faccio a stare con loro?”.
Da ieri, è cambiato molto nelle larghe intese.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FORZA ITALIA, LA DOPPIA SCISSIONE DI BERLUSCONI: CON IL GOVERNO E CON ALFANO

Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile

MA ANGELINO TEMPOREGGIA

È quando Silvio Berlusconi si presenta in conferenza stampa che prende forma la doppia scissione che si è consumata nel giorno più drammatico per il Pdl. ù
Con le colombe di Angelino Alfano. Ma anche col governo Letta.
Dopo la lettura del documento approvato dall’ufficio di presidenza, bulgaro nello stile, il Cavaliere, col ghigno di sente di aver stravinto, agita lo scalpo di Alfano: “Con la deliberazione di oggi siamo tornati pienamente allo statuto di Fi che assegna al presidente il diritto-dovere di delegare le funzioni e tutti coloro che oggi esercitano delle funzioni vi hanno praticamente rinunciato”.
Azzerati tutti, segretari, coordinatori e delfini.
Col lancio di Forza Italia si torna al “partito del presidente”. Punto.
Ed è con un ghigno altrettanto bellicoso che l’ex premier annuncia la dead line, oltre la quale toglierà  il sostegno al governo: “Sarà  molto difficile continuare a collaborare con una parte politica che sulla decadenza opera fuori dalla legge”.
Parole che rendono puramente di circostanza ogni assicurazione che il governo andrà  avanti, grazie alla fiducia riconfermata a parole nel documento ufficiale.
Anzi si capisce che, da subito, il tasso di conflittualità  è destinato ad aumentare: “Il Pdl si batterà  per il rilancio dell’economia sulla base del suo programma elettorale”.
È l’annuncio che riprenderà , più forte, la conflittualità  su ogni provvedimento che riguardi le tasse, il fisco, a partire dalla legge di stabilità .
Per la prima volta, in versione partitista ora che il partito è tornato più padronale, l’ex premier fa capire che lo strappo consumato è irreversibile: “Ho ribadito la mia fiducia ai ministri ma se si mantengono nell’ambito delle decisioni che vengono prese a maggioranza nel partito”.
Eccola, la doppia scissione. Con Alfano e col governo.
Per Berlusconi il voto di fiducia del 2 ottobre è ormai carta straccia. È la decadenza la dead line dell’esecutivo.
E non è un caso che il piano che ha discusso con i suoi legali preveda l’accettazione del voto palese: “Voglio vedere chi si alza in piedi e vota contro”.
Per questo il Cavaliere resiste all’assedio delle colombe. Tiene il punto. Tira dritto di fronte alla richiesta di far saltare l’ufficio di presidenza.
Lo strappo con Angelino si consuma nel corso di un vertice tesissimo di quattro ore. Presenti anche i ministri.
Per la prima volta i due si parlano con sospetto e diffidenza. Berlusconi rifiuta l’ultima offerta: una separazione consensuale tra un partito berlusconiano e uno “diversamente berlusconiano”, ma comunque alleati.
Parole che il Cavaliere considera proprie di un traditore, a cui — non a caso — regala il primo graffio con un riferimento all’ambizione nel corso della conferenza stampa.
Nè i toni paternalistici verso Angelino (“Con Alfano tutto risolto, lavoreremo insieme”) possono essere classificati alla voce: segnale di pace.
Rappresentano piuttosto una mossa preparatoria in attesa di una scissione che sembra annunciata.
Perchè — è convinzione del Cavaliere — Alfano ha stretto un patto con Letta, benedetto da Napolitano.
E, attorno, le colombe lo stanno incitando alla rottura: Quagliariello, Cicchitto, Lorenzin esercitano ormai quasi una pressione psicologica su Angelino: “Ormai è una questione di dignità . Rompi”.
Anche perchè aspettare il consiglio nazionale dell’8 dicembre — che dovrebbe ratificare con un voto il passaggio a Forza Italia — potrebbe essere inutile.
Alfano sa di aver già  perso. Per stoppare l’operazione ha provato ha raccogliere le firme tra i membri del consiglio, prima dell’ufficio di presidenza. Ma è andata male. Solo qualche decina si è schierata con lui: il grosso dei membri, anche di quelli legati al segretario gli hanno risposto che è una follia fare un documento di contrarietà  al passaggio a Forza Italia con Berlusconi presidente.
E poi, e non è affatto un dettaglio, il consiglio nazionale si svolgerà , se si svolgerà , dopo il voto al Senato sulla decadenza. Quando cioè rischia di essere inutile.
Angelino è frastornato, non vuole rompere. E Berlusconi non ha intenzione di cacciarlo, a patto che però di riallinei.
Ma lo strappo che si è consumato è assai profondo.
Nel corso dell’ufficio di presidenza a palazzo Grazioli Alfano è stato aggetto di una raffica di critiche: Matteoli, Vito, Scajola (molto apprezzato il suo intervento), Brunetta.
Tutti hanno sottolineato che era inaccettabile l’assenza del segretario (e del capogruppo al Senato) dal più importante organismo del partito in un momento così delicato.
Così come è inaccettabile la linea subalterna alla sinistra che il segretario-vicepremier ha portato avanti.
Adesso Alfano non è più segretario. Sulla decadenza si gioca la sua permanenza da vicepremier.
La scissione è nei fatti. Doppia.

(da “Huffingtonpost“)

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BERLUSCONI ROTTAMA ALFANO E IL PDL: FORZA ITALIA È SUA

Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile

OGGI FUNERALE DEL VECCHIO PARTITO: ANGELINO, CHE POTREBBE DISERTARE, SARà€ SOLO VICEPRESIDENTE… VINCONO I FALCHI, COLOMBE SENZA POTERE

Da oggi Angelino Alfano non sarà  più il segretario del Pdl.
Silvio Berlusconi si riprende il partito con un’accelerazione a sorpresa.
Nel primo pomeriggio romano di pioggia dopo giorni e giorni di sole estivo.
Su un divanetto del Transatlantico, a Montecitorio, Gianfranco Rotondi, ex ministro lealista, discetta con un collega del nord. Squilla il cellulare. È palazzo Grazioli: “Grazie cara, domani alle 17, va bene. Dovrò ingaggiare una battaglia con mia moglie: avevamo programmato un fine settimana insieme”.
Il Cavaliere fa partire l’ordine di convocazione dell’ufficio di presidenza di oggi che già  i vari lealisti di rango, soprattutto ex ministre, passeggiano per la Camera sfoderando sorrisi abbaglianti.
Allo stesso tempo le truppe alfaniane sono allo sbando. Brancolano nel buio: “Abbiamo appreso dalle agenzie di stampa, non sappiamo nulla, non chiedeteci niente”.
Il Condannato azzera il Pdl e prepara la nuova Forza Italia. Con un capo indiscusso, lui, che si farà  incoronare, decadenza o non decadenza, al consiglio nazionale del prossimo 8 dicembre, festività  dell’Immacolata Concezione nonchè data delle primarie del Pd.
Altra prova di orgoglio e forza. La prima notizia è questa.
Poi vengono l’azzeramento, come chiesto da falchi e lealisti, e le nuove cariche.
La disfatta delle colombe governiste si profila già  all’ora di pranzo. A palazzo Grazioli, B. consulta senza sosta colonnelli e peones.
Alle due sono da lui Schifani, Gianni Letta, Matteoli, Gasparri e il siciliano Romano. L’unico modo per salvare l’unità  del partito è rimettere tutto nelle mani di Berlusconi. Poi discutere tra venti giorni la spartizione delle poltrone. Ma le colombe sentono subito odore di trappola quando avanza l’ipotesi dell’ufficio di presidenza da convocare seduta stante.
Formigoni, uno dei governisti più attivi, fa sapere di essere contrario. Cominciano già  a circolare gli schemi delle caselle azzurre prossime a venire.
Per Alfano, e solo per lui, senza alcun ministro attuale del Pdl, c’è il posto di vicepresidente. Senza deleghe e poteri, però.
Un po’ come oggi Giulio Tremonti è ancora vicepresidente del Pdl. Chi l’ha visto?
La sostanza dovrebbe andare tutta in direzione del clan di Raffaele Fitto e Denis Verdini, fautori della linea dura contro il governo, a partire dalla legge di stabilità . Nella testa di B., a Verdini potrebbe andare l’ambitissimo ruolo di coordinatore unico. La macchina del partito, quella che decide i candidati per le elezioni.
Poi in ordine sparso, i nomi della Santanchè, dello stesso Fitto, delle redivive Carfagna e Gelmini. Fuori pontieri e colombe. A cominciare da Cicchitto.
Fosse davvero così sarebbe una catastrofe per le colombe. Con l’obiettivo di provocare la loro scissione annunciata da giorni. Su cui, però, Alfano frena.
Ed è per questo che B. lo ha colpito ieri, nel momento della sua massima debolezza. Senza contare le voci insistenti sull’astro nascente di Beatrice Lorenzin, che piace tantissimo al Quirinale, vero dominus del quadro politico.
Alle sette di sera, l’umore degli alfaniani è sempre più cupo.
Uno di loro profetizza: “Angelino non accetterà  di perdere la faccia in questo modo. Forse domani (oggi per chi legge, ndr) non si presenterà  nemmeno”.
Addirittura i falchi più hard ventilano pure un rimpasto nell’esecutivo per eliminare definitivamente i “traditori” del 2 ottobre, quando il governo Letta fu salvato per non spaccare il Pdl.
Ma da allora Berlusconi ha metabolizzato il “tradimento” e non è più spaventato. L’azzeramento, non a caso, arriva dopo il rinvio a giudizio per la compravendita di parlamentari nel 2008.
Chiosa un lealista più che autorevole: “Alle 17 di domani (sempre oggi per chi legge, ndr) Angelino Alfano non sarà  più segretario del Pdl. Il resto verrà  dopo il consiglio nazionale. Mancano però venti ore e c’è una notte in mezzo. E nel berlusconismo tutto è possibile fino all’ultimo minuto”.
Due ottobre docet.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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