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“RAGGI SCELSE MARRA PER VINCERE, MA POI POTEVA RICATTARLA”: PARLA L’EX CAPO DELLA AVVOCATURA DEL COMUNE

Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

RODOLFO MURRA: “IL RIDIMENSIONAMENTO DI MARRA E ROMEO E’ UNA FARSA, SENZA DI LORO LA RAGGI NON PUO’ FARE NULLA”

“Virginia Raggi frequentava Raffaele Marra ben prima dell’inizio della campagna elettorale. Me lo raccontò Marra spiegando che lei, Salvatore Romeo e Daniele Frongia volevano vincere e lo avevano reclutato come punto di riferimento in Campidoglio. Lui poi ha preso il potere pieno e noi abbiamo sempre pensato che alla base di tutto ci potesse essere un ricatto. Era interlocutore dei costruttori e aveva legami con la destra romana”.
Lo dice in un’intervista al Corriere della Sera Rodolfo Murra, ex capo dell’Avvocatura capitolina tra i testimoni chiave dell’inchiesta sulle nomine al Comune di Roma.
“Non posso essere più preciso”, dice a proposito dell’ipotesi di ricatto. “So soltanto quello che mi diceva lui in continuazione: ‘So tutto di loro, prima o poi parlerò. E se parlo non so che cosa succede’”.
“Si può dire che nella stanza della sindaca c’erano sempre Marra e Romeo. E naturalmente Frongia. Loro contro tutti. Frongia è il migliore perchè comunque ha metodi civili e dedica ascolto alle persone. Gli altri due sono arroganti e volgari, ma la sindaca li ha sempre appoggiati. Parlare da soli con lei non era possibile. Se le chiedevo chiarimenti oppure opinioni sulle questioni mi rispondeva: ‘Ne parli con Marra, si rivolga a Marra’”. Romeo “impartiva ordini. La premessa era sempre: ‘Vengo a nome di Virginia’”.
Un ridimensionamento di Romeo e Frongia? “È una farsa. Senza di loro la sindaca non può far niente”.
Intervistato anche dal Messaggero, Murra sottolinea che Raffaele Marra non era “uno dei 23mila lavoratori comunali”.
“Questa è una menzogna a cui non credono neanche i grillini più accaniti”, dice. “Marra era l’alter ego di Virginia Raggi. E il suo rapporto stretto con la sindaca lo conoscono tutti in Campidoglio”.

(da “Huffingtonpost”)

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FU DI MAIO A GARANTIRE PER MARRA, A LUGLIO FU RICEVUTO DAL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA

Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL MINIDIRETTORIO NON LO VOLLE INCONTRARE, LUI SI’: NESSUN PREGIUDIZIO”… DI MAIO RESPINGE LE ACCUSE E ANNUNCIA QUERELE

Luigi Di Maio dice di aver incontrato Raffaele Marra una volta sola, ai primi di luglio, e di avergli detto – “con cortesia” – che “se ne doveva andare” dal gabinetto della sindaca di Roma.
Il vicepresidente della Camera lo scrive in un post sul blog di Beppe Grillo: “Durante l’incontro, di cui anche Davide Casaleggio e Beppe Grillo erano al corrente, svolto nel mio ufficio con tanto di registrazione all’ingresso, gli riportai che il Movimento non aveva fiducia in lui. Ho aggiunto anche che essendo dirigente assunto per concorso non potevamo certo licenziarlo. Lui ci tenne a spiegarmi che le cose che si dicevano sul suo conto non erano vere. Ma il suo racconto non cambiò il mio e il nostro orientamento”.
L’esito di quell’incontro appare però molto diverso alla luce delle ricostruzioni, dei resoconti sulla stampa, mai smentiti, e delle dichiarazioni – pubbliche e non – rilasciate in quei giorni dallo stesso Di Maio.
Il primo luglio, dopo che il minidirettorio aveva provato – attraverso Roberta Lombardi – a porre un veto sulla nomina di Marra come vicecapo di gabinetto con potere di firma, a domanda diretta al festival di Spoleto Di Maio rispondeva: “Non abbiamo pregiudizi verso nessuno. Chi ha operato bene, anche in altre forze politiche, può e deve essere coinvolto”.
Un concetto ripetuto quella stessa sera, al festival del Lavoro all’Angelicum.
E che fa infuriare alcuni parlamentari, che lo ritengono una “copertura politica” di Raggi.
Sono i giorni in cui la sindaca sta costruendo la sua giunta. Quelli in cui litiga col minidirettorio e telefona ai vertici per lamentarsi delle ingerenze di Lombardi: “Parla male di Marra solo perchè vuole comandare lei!”.
Così, la sindaca chiede a Di Maio di incontrare il suo fedelissimo. E quell’incontro avviene – come racconta Marco Travaglio il 10 settembre sul Fatto quotidiano – il 6 luglio.
“L’ex finanziere gli porta il solito valigione di documenti con tutte le sue denunce – scrive Travaglio – e per un’ora e mezza gli illustra la sua esperienza nell’amministrazione regionale e capitolina.
“Se non l’avrò convinta ho qui pronta la lettera di dimissioni””. Marra non si dimette. Quella sera Di Maio va a festeggiare i suoi trent’anni su un barcone sul Tevere.
Il giorno dopo parte per il Medio Oriente e a Hebron – a domanda su Marra – ripete lo stesso concetto del primo luglio. Aggiungendo: “È il sindaco che deve scegliere di chi fidarsi”.
In quelle ore, Virginia Raggi sta inaugurando la sua giunta davanti al consiglio comunale di Roma. Marra non ha il potere di firma, ma rimane vicecapo di gabinetto con la promessa di un altro incarico.
Il 12 luglio arriva Grillo. Due giorni dopo, quel che avviene non è l’allontanamento di Marra. A essere messa fuori dal “minidirettorio” è proprio Lombardi.
Ad agosto, i giornali si riempiono delle ricostruzioni sul “raggio magico”. Di Maio si infuria, prova a smentire l’irritazione di Grillo, dice di Marra: “Stiamo parlando di un incensurato!”.
Poi inciampa sul caso Muraro, quando dichiara di non sapere dell’indagine a carico dell’assessora ai Rifiuti nonostante avesse ricevuto mail e sms dettagliati.
Chiarisce con Grillo, che lo perdona pubblicamente nella piazza di Nettuno. E smette di occuparsi di Roma. “Non ha mai difeso Marra – fa sapere la comunicazione dei 5 stelle – le sue dichiarazioni sono sempre state a sostegno dell’autonomia della sindaca, perchè era la linea decisa”.
Una parte del Movimento 5 stelle però continua a indicare in Di Maio il garante politico della scelta di Raggi di tenere Marra al suo fianco.

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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IL PROBLEMA DELLA RAGGI NON E’ IL COMMISSARIAMENTO, SONO I COMMISSARI

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

LE RESPONSABILITA’ DI GRILLO, DI MAIO E DI BATTISTA

I primi sei mesi di giunta di Virginia Raggi hanno racchiuso i casini che mediamente investono un’amministrazione di una grande città  lungo il corso di una consiliatura, diluiti nei cinque anni e dunque di più facile gestione.
La prima cittadina, vittima di una cocciutaggine che ha dell’infantile, ha selezionato una classe dirigente palesemente inadeguata se non opaca per quanto riguarda numerose figure apicali.
E, peggio, l’ha difesa oltre ogni ragionevole convenienza politica contro le critiche esterne e l’esplosione di una violenta faida interna.
L’arresto di Raffaele Marra è il nodo scorsoio di una lunga corda che la stessa Raggi ha steso pazientemente e ostinatamente, in un totale e ingenuo sprezzo del pericolo.
E sul quale ha preso per i fondelli gli elettori, definendolo per quello che non è, uno dei 23 mila dipendenti comunali, non la figura potente e sfuggente sul cui ruolo di vertice nella macchina del Campidoglio ha condotto un lunghissimo braccio di ferro con l’opinione pubblica e i suoi stessi compagni di partito.
Come se avessero arrestato l’usciere dell’anagrafe, insomma.
Un insulto per l’intelligenza di chiunque l’abbia ascoltata.
Eppure stupisce il coro di peana contro l’intervento di Beppe Grillo e dei suoi colonnelli. La macchina di Roma è affare complesso, che per il palcoscenico che rappresenta tiene dentro il sangue della politica nazionale e la merda di un carrozzone amministrativo tra i più complicati e paludosi d’Italia.
Non esiste sindaco a Roma che governi ignorando la forza politica che ha condotto una difficile battaglia per insediarlo, o che rimanga in sella dopo esserne stato sfiduciato.
È questo aspetto a legare l’esperienza di Ignazio Marino a quella della Raggi.
Due figure che, per motivi diversi, erano considerate corpi estranei alle proprie appartenenze politiche e che hanno provato a governare non con, ma malgrado i rispettivi partiti.
Marino, che dal punto di vista comunicativo ha fatto tutto quello che era in suo possesso per apparire quel che non era, ha rifiutato seccamente l’aiuto/imposizione del Partito democratico per tirarsi fuori dalle secche in cui si era impantanato.
Rifiutando quel commissariamento – anticorpo duro, spesso sguaiato, molte volte improduttivo, che ha la politica per mettere una toppa là  dove sta crollando tutto, ma pur sempre anticorpo – è andato a sbattere.
Anche perchè i Dem hanno evidenziato una cultura della democrazia dell’alternanza talmente immatura e sfibrata che si sono rifiutati di lasciarlo andare per la sua strada, il cui termine sarebbe stato stabilito cinque anni dopo dai cittadini romani, per farlo cadere nottetempo in un salto nel vuoto autolesionista e senza senso.
La Raggi, dopo sei mesi di contorsioni senza senso, aveva avanti due possibilità .
Rifiutare l’intervento esterno e andare verso le dimissioni o la caduta; o accettarlo e provare ad andare avanti, iniziando a governare e a fare politica, mediando tra interessi contrapposti e contrastanti.
Chi oggi invoca la prima strada e si straccia le vesti per la seconda, dimostra la stessa sfilacciata idea della democrazia e dei partiti. Quella per la quale si governa la capitale del paese da soli, contro tutto e contro tutti.
Come se il sindaco sia un’entità  comparsa improvvisamente dal nulla, senza appartenenze e legami, impegnato in una sorta di guerra dochisciottesca senza lieto fine.
In questa folle rincorsa al peggio, il vero problema non è il commissariamento. Sono i commissari.
A partire da Beppe Grillo, che ha costruito dinamiche di selezione di classe dirigente che vanno avanti per botte di fortuna: ti va bene e ti capita una Appendino, ti va male ed ecco la Raggi.
È lo stesso Grillo attraverso l’impostazione dell’intero Movimento 5 stelle ad aver permesso a una ragazza evidentemente non preparata e dal passato pieno di non detti di arrivare alla poltrona di primo cittadino.
È lo stesso Grillo ad aver investito una larga fetta del capitale politico 5 stelle su una persona inadeguata – come hanno mostrato i condizionamenti destrorsi che ha subito e la scelta dei più stretti collaboratori – provandole a mettere cappelli (mini Direttorio, remember?) e disfacendoli, senza minimamente progettare prima, con accortezza e con minuzia, quel che sarebbe stato poi.
Per tacer di Luigi Di Maio, la cui benedizione alla giunta per propri interessi personali (leggasi: premiership) ha prima sbattuto sulla cacciata di Minenna e Raineri, per poi asserragliarsi in un silenzio che della trasparenza invocata come un mantra dal vicepresidente della Camera ha ben poco.
Quello stesso Di Maio rimasto avviluppato – per non averle sapute districare – in una lunga corrida di invidie, faide e vendette interne che hanno origini lontane, a partire dal Meetup romano la cui balcanizzazione non è stata assorbita in nessun modo dai vertici nazionali, generando quel che è sotto gli occhi di tutti.
Senza che gli esponenti più in vista tra i 5 stelle romani abbiano dato segnali di lungimiranza e visione prospettica, lavandosene le mani (Alessandro Di Battista), o infilandosi in una sfibrante lotta di posizione per poi chiamarsene fuori e aspettare lungo la riva (Roberta Lombardi, Paola Taverna).
Il problema non è dunque che il livello nazionale – la compensazione, la mediazione della politica sull’amministrazione – si interessi di Roma.
Il commissariamento, insomma, che è sì certificazione di un fallimento ma anche, almeno tentativamente, segnale che si è in cerca di una via d’uscita.
Il problema è che invece che costituire gli albori di una soluzione al problema, i commissari sono paradossalmente più unfit del commissariato.
Portando il disastro dei giorni di Marino ad un livello ancora più alto di inadeguatezza.

Pietro Salvatori
(da “Huffingtonpost”)

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FAIDE E CORRENTI, ALLEANZA PRECARIA CONTRO RAGGI E LA CORDATA DI MAIO

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

LOMBARDI ALL’ATTACCO, ANCHE CASALEGGIO JR SOTTO ACCUSA… DI MAIO IN MINORANZA NEL GRUPPO PARLAMENTARE

Mentre lapidano Virginia Raggi – con l’Ama paralizzata e il suo direttore generale dimissionario, l’Atac semicommissariata, il bilancio di Roma da approvare e un buco da approfondire – Beppe Grillo se ne torna a Genova, Luigi Di Maio si defila, Alessandro Di Battista è eclissato.
Con la classica tecnica in uso nel Movimento, le correnti – disparate, in lotta e cattive – si sono provvisoriamente unite nella loro specialità : scaricare tutto su un capro espiatorio.
E dire che a novembre Grillo chiese a tutti i consiglieri capitolini cosa ne pensassero di Marra: risposero tutti, nessuno escluso, che era ok.
Di Maio, ormai in minoranza nel gruppo parlamentare, ieri suggeriva la linea «aspettiamo, stiamo fermi, passerà ».
Stavolta non può reggere, neanche all’interno.
Il fronte opposto è troppo vasto e trasversale, ma chi ha la capacità  politica di chiedere il conto, sia al vicepresidente della Camera sia, notizia, a Davide Casaleggio, che hanno difeso fino all’indifendibile la Raggi, è solo Roberta Lombardi; che definì Raffaele Marra «un virus che infetta il Movimento».
Lombardi ha due pretoriani non proprio inattaccabili (Marcello De Vito presentò Raffaele Marra a Frongia, che da ieri alle sette di sera non è più vicesindaco: si è dimesso, la Raggi ha respinto le dimissioni ma resta solo come assessore; e Paolo Ferrara, il consigliere di Ostia, dove il M5S è pieno di ombre), ma è donna di temperamento e, sua dote, sa essere cattiva.
L’altro che può dire «ve l’avevo detto» è Roberto Fico, politicamente l’opposto di Di Maio, ma un temporeggiatore.
Fico aveva provato a dire qualcosa a Grillo per tempo, anche sui leaderismi di Di Maio, ma Grillo gli rispose «vengo a Roma, ci chiudiamo tu, Luigi e io in una stanza e risolviamo tutto».
La Stampa raccontò la rivolta, e Fico negò tutto, anzichè rivendicare quel suo ruolo di alternativa a un M5S scalato e permeabile ai poteri e alla destra.
Di Maio è talmente indebolito che adesso si può alzare un deputato tra tanti, Giuseppe Brescia, e chiamarlo su Facebook «piccolo stratega»: «Chi ha difeso questa linea scellerata (della Raggi, nda) dovrebbe smetterla di giocare al “piccolo stratega” perchè evidentemente non ne è in grado e arreca solo danno al Movimento».
La comunicazione ufficiale, che nel M5S è il trait d’union tra gruppo parlamentare e la Casaleggio associati, non esiste più.
I capi sono un’estensione di Di Maio, e Lombardi e Fico vogliono la loro testa.
È con loro Paola Taverna, colei che mandò la mail in cui informava Di Maio dei guai giudiziari di Muraro («Io col cerino in mano non ci resto»); la mail che Di Maio «non avevo capito».
Però anche il giro-Taverna, l’ex mini direttorio romano, non è al riparo da tempeste. Fu Stefano Vignaroli, per capirci, a introdurre alla Raggi Paola Muraro, altra catastrofe per la sindaca; Vignaroli a tenere un canale con Manlio Cerroni, il «re dei monnezzari». Anche Vignaroli non si vede in giro da tempo.
Carla Ruocco è vicina all’ex assessore Marcello Minenna (che non ha gradito, eufemismo, come Di Maio, dopo avergli promesso radiose sorti future, l’abbia scaricato in un secondo), il quale a sua volta ha rapporto di stima con l’ex capo di gabinetto della Raggi, Carla Raineri.
Ruocco agisce in queste ore in piena intesa con Fico. È donna con un canale telefonico aperto con Grillo.
E con Fico stanno i parlamentari piemontesi: persone legate agli ideali ormai andati del M5S, trasparenza, distanza dai poteri. Come i liguri. O quelli del Nord Est, di Federico D’Incà .
Una scheggia incontrollabile in questi giochi è rappresentata dalla corrente dei siciliani fatti fuori (per ora) dopo la storia delle firme false: Riccardo Nuti e Claudia Mannino.
A ottobre alcuni di loro accusarono (la cosa uscì sulla Stampa) i vertici della comunicazione alla Camera di «lavorare per le Iene con i nostri soldi». Anche da Palermo, la storia delle firme false si potrebbe rivelare un boomerang per chi internamente l’ha cavalcata.
In questa guerra di tutti contro tutti, con alleanze precarissime solo in chiave anti-Di Maio e anti-Raggi, anche Davide Casaleggio è clamorosamente messo in discussione, privo com’è del carisma del padre.
Si fida di poche persone (Max Bugani, David Borrelli, Carlo Martelli), con le quali però ha in mano il sistema informatico, specifiche dei codici e password, e può accendere o spegnere quando vuole la luce in questa stanza dove tutti menano le mani, intuendo che piantare la banderilla sulla schiena della Raggi può non bastare a salvare la baracca.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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GLI OTTO CONSIGLIERI CINQUESTELLE PRONTI A SCARICARE VIRGINIA

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

SU 29 CONSIGLIERI COMUNALI, SONO SUFFICIENTI PER FAR CADERE LA GIUNTA

Andrea Arzilli sul Corriere della Sera racconta oggi che dietro il rimpasto di giunta che ieri ha evitato a Virginia Raggi il ritiro del simbolo del MoVimento 5 Stelle e la sopravvivenza in Campidoglio c’è una corrente di otto consiglieri che hanno spaccato in due la maggioranza a 5 Stelle in Campidoglio, con la sponda del M5S nazionale. Gli otto consiglieri che hanno detto no a Raggi spaccando in due la maggioranza Cinque Stelle in Campidoglio sono adesso l’elemento che può decidere le sorti dell’amministrazione, ovviamente in linea diretta con Colomban:
In tutto gli scranni M5S in aula sono 29, quindi basta che gli otto decidano di non sostenere col voto un documento strategico, tipo la manovra finanziaria che è in discussione in questi giorni, e la sfiducia tecnica è servita.
Ieri a palazzo Valentini, messa al voto la fiducia a tempo alla sindaca, gli otto falchi hanno detto sì.
Ora l’appuntamento è con l’approvazione del bilancio. Angelo Sturni, Gemma Guerrini, Giuliano Pacetti, Maria Teresa Zotta, Sara Seccia, Valentina Vivarelli e il presidente della commissione bilancio Marco Terranova: gli anti-Raggi sono tutti legati ai due big «lombardiani», il presidente dell’Assemblea Marcello De Vito (che non vota in Consiglio comunale) e il capogruppo Paolo Ferrara (che invece vota).
Politicamente il reset del «Raggio magico» e l’inserimento di Colomban azzerrano il margine d’azione della sindaca.
E tecnicamente il manipolo dei ribelli può tenere costantemente sott’occhio i lavori della giunta.
Ogni provvedimento, in sostanza, assumerà  da ora in avanti il senso di un check-point sulla fiducia.
Quindi per forza a tempo.

(da “NextQuotidiano”)

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ECCO IL CONTRATTO ORIGINALE TRA LA RAGGI E LA CASALEGGIO: “LA SINDACA E’ INELEGGIBILE”

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

MONICA CIRINNA’ MOSTRA LA PENALE DA 150.000 EURO CHE NON COMPARE NELLA COPIA PUBBLICATA SUL BLOG DI GRILLO

“La Raggi non va via? Avverrà  tra poco. Era ed è ineleggibile, come dimostra l’originale del contratto finora tenuto segreto”.
Lo dichiara la senatrice del Pd Monica Cirinnà  che insieme alla deputata Stella Bianchi hanno sostenuto l’iniziativa dell’avvocato Venerando Monello che a luglio era ricorso alla magistratura e che ora rende pubblico il contratto tra Raggi e Casaleggio Associati.
“Gli arresti al Comune di Roma stanno svelando la realtà  dell’amministrazione M5S – spiega Cirinnà – Un pericoloso intrigo ai danni dei cittadini che trova origine nel, purtroppo famoso ma mai reso pubblico, contratto firmato dalla Raggi con la Casaleggio Associati. Per questo con l’avvocato Venerando Monello e insieme alla deputata Stella Bianchi siamo ricorsi alla magistratura e il 13 gennaio prossimo è attesa la sentenza.
“Per accertare e ripristinare la legalità  ho preteso il deposito l’originale di quel contratto – dichiara l’avvocato Monello – che, come si può vedere, è ben diverso da quello diffuso dal blog di Grillo”.
“In particolare l’originale (firmato) di questo contratto è differente nella parte che contiene l’accettazione espressa da parte della Raggi di alcune clausole vessatorie, tra le quali della penale da 150mila euro – concludono Cirinnà  e Bianchi – Circostanza che fa di questo così detto codice etico un vero e proprio contratto. Altro che impegno di natura etica e non giuridica come si sono affrettati a definirlo nelle loro rispettive difese. Sussistono, quindi, a nostro parere tutti gli elementi non solo perchè il tribunale dichiari la nullità  del contratto, ma anche per la dichiarazione di ineleggibilità  della stessa Raggi, che a questo punto farebbe meglio a lasciare volontariamente la poltrona prima che a costringerla sia una sentenza”.

(da agenzie)

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MARRA ERA L’UOMO PIU’ FORTUNATO DEL MONDO: VINCITE AL GIOCO PAGATE DA AGENZIE PARTNER DELLA SNAI

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

SEI ASSEGNI PER 30.000 EURO EMESSI DA IPPICA TALENTI A FRONTE DI “VINCITE PRESUNTE”

Non si spiegano altrimenti quei sei assegni, per un importo di circa 30.000 euro, emessi da agenzie (Ippica Talenti, Laurentina srl, Ge.P.E.) partner della concessionaria di scommesse sportive Snai, a fronte di vincite che l’Uif definisce «presunte».
Tutto si può dire di Raffaele Marra tranne che non sia un uomo fortunato al gioco. Repubblica oggi ci racconta che al vaglio degli investigatori ci sono infatti alcune — e ricorrenti — vincite al gioco emesse nei suoi confronti da agenzie collegate alla SNAI:
Raffaele Marra è un ex ufficiale della Guardia di finanza, non ha mai avuto stipendi da favola quando era militare, e non è ricco di famiglia.
Però è un uomo oggettivamente baciato dalla fortuna.
Non si spiegano altrimenti quei sei assegni, per un importo di circa 30.000 euro, emessi da agenzie (Ippica Talenti, Laurentina srl, Ge.P.E.) partner della concessionaria di scommesse sportive Snai, a fronte di vincite che l’Uif definisce «presunte».
E sulle quali sta conducendo un’indagine a parte ancora in corso.
I primi tre assegni portano la data del settembre del 2012.
Se sono effettivamente vincite al gioco, Marra è riuscito a portarsi a casa 22.000 euro in dodici giorni.
Gli altri assegni li ha incassati nei tre mesi successivi.
Non è l’unica “singolarità ” scovata nelle entrate del capo del personale del comune di Roma, finito in manette con il palazzinaro Sergio Scarpellini.
C’è pure un altro assegno, da 2.245 euro, della Emme Oro, anch’essa operante nel settore dei giochi, emesso nel novembre di quel fortunato 2012.
Poi c’è il mistero dei suoi viaggi. I viaggi di Raffaele Marra tra Roma e Malta sono andati avanti per anni a cadenza settimanale, o quasi. A chi lo incrociava all’aeroporto di Fiumicino, raccontava di stare seguendo un non meglio specificato corso accademico. Non era così.
Al magistrato Carla Raineri, la capa di gabinetto scelta inizialmente dalla sindaca Raggi e che si è dimessa il primo settembre scorso, Marra confidò di essere stato costretto a trasferire la moglie e i quattro figli sull’isola, «perchè erano minacciati dalla criminalità  organizzata», e di aver rinunciato alla scorta «nonostante anche la sua incolumità  fosse a rischio».

(da “NextQuotidiano”)

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MARRA: “FACCIO CIO’ CHE VOGLIO, VIRGINIA MI COPRE. SE PARLO VIENE GIU’ TUTTO”

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

INDAGINI SUI CONTI DI MARRA A MALTA… LA RAGGI CONVOCAVA LE RIUNIONI SOLTANTO SE LUI ERA PRESENTE… VERIFICHE SULL’INCARICO AL FRATELLO RENATO

Era l’uomo a lei più vicino, «la sindaca Virginia Raggi convocava le riunioni soltanto se lui era presente».
E Raffaele Marra ne era consapevole tanto che si vantava: «Io sono l’unico che capisce di pubblica amministrazione. Sono quasi due anni che mi occupo del Movimento 5 Stelle. E infatti se parlo io viene giù tutto».
Ai magistrati lo ha raccontato Rodolfo Murra, il capo dell’avvocatura del Campidoglio, ascoltato venerdì come testimone.
E ha così smentito la linea della sindaca di Roma che dopo l’arresto di Marra per corruzione con il costruttore Sergio Scarpellini, lo aveva indicato come «uno dei 23 mila dipendenti del Comune».
Il resto lo fanno gli atti processuali che confermano il suo ruolo strategico nelle decisioni dell’amministrazione capitolina, prime fra tutte le nomine.
Rogatorie sui bonifici
L’inchiesta è in una fase cruciale. Entro breve potrebbero arrivare le risposte alle rogatorie dalle autorità  di Malta per rintracciare conti e movimentazioni di Marra nell’ambito delle verifiche per riciclaggio avviate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo. Al momento sono stati individuati passaggi di denaro per la vendita di barche per oltre 250 mila euro. Ma l’entità  dei depositi esteri potrebbe essere ben più alta.
Pareri e nomine: «Raggi mi copre»
Era stato proprio Murra a sottolineare «l’illegittimità  della nomina a capo segreteria di Salvatore Romeo» e nell’interrogatorio ha confermato le tensioni durante la riunione che si svolse in Campidoglio, quando la Raggi gli chiese di non «mettere per iscritto il parere contrario».
Una scelta presa in accordo con lo stesso Romeo e con Marra, che stavano sempre con lei».
Murra fornisce l’immagine di una sindaca «commissariata» dai due e lo stesso Marra gli avrebbe confermato di poter fare «tutto ciò che voglio, tanto lei mi copre».
Una conferma sembra arrivare dall’ulteriore fronte aperto dalla procura: verifiche sull’incarico di responsabile del Turismo al fratello di Marra, Renato. In attesa del parere dell’Anac di Raffaele Cantone, che dovrebbe arrivare martedì, i magistrati acquisiranno la documentazione proprio per verificare eventuali abusi commessi dalla sindaca.
Nella relazione trasmessa all’Autorità  anticorruzione Raggi si è assunta la paternità  della scelta e infatti ha scritto: «Il ruolo del dottor Raffaele Marra è stato di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte. Si è limitato a compiti di mero carattere compilativo».
Le liti in consiglio: «Colomban da Grillo»
Sono i brogliacci delle intercettazioni telefoniche a raccontare il clima avvelenato e di sospetto che si respira in Campidoglio.
Annotano i carabinieri: «Il 31 ottobre 2016 Raffaele Marra viene chiamato da Salvatore (Romeo) che gli dice che lei (sindaco) sta trattando tutta la materia in sala dei consiglieri, ossia la questione posizione di Marra e tutte quelle posizioni delle intromissioni da parte di chi non c’entra nulla. Salvatore dice che sta andando bene, dice che la Proverbio si sta lamentando del fatto che gli stanno togliendo due persone Barile e Pacello a cui tiene molto. Forse Pacello lo fanno direttore dello Sport (questo secondo Frongia)». Poco dopo i due parlano anche dei rapporti con il leader del Movimento: «Salvatore dice che ha notato Virginia molto forte e molto incazzata mentre non si aspettava la non reazione di Massimo Colomban (il neo assessore alle Partecipate ndr). Marra dice che lui è andato da Grillo e aggiunge che un giorno gli racconterà  tutto. Salvatore dice che anche lui deve parlargli, ma non per telefono».
Altri «referenti» al Comune di Roma
Scarpellini, dice l’accusa, pagava Marra per garantirsi appalti e commesse.
E nelle conversazioni intercettate è lo stesso Marra a confermare di «essere a disposizione» ma forse non era l’unico.
L’informativa dei carabinieri ricostruisce quanto accaduto riguardo al «Progetto urbanistico centralità  Romanina»: «Scarpellini ha parlato nel corso delle conversazioni intrattenute nel suo studio, di tale iniziativa imprenditoriale. Dall’ascolto delle conversazioni emerge come l’imprenditore abbia necessità  al fine di riavviare le attività  relative a tale imponente operazione immobiliare allo stato in fase di stallo, di individuare adeguati referenti nell’ambito del Comune di Roma, ovvero funzionari che possano aiutarlo a rivitalizzare le procedure di fatto sospese».
Referenti che sicuramente fanno parte dell’attuale giunta visto che i colloqui ai quali si fa cenno sono stati «captati» negli ultimi mesi.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)

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GRILLO TORNA COMICO: “AVANTI CON VIRGINIA ANCHE SE ARRIVASSE UN AVVISO DI GARANZIA”

Dicembre 17th, 2016 Riccardo Fucile

CHE FARSA: FRONGIA NON E’ PIU’ VICESINDACO MA RESTA ASSESSORE… CINQUE ORE DI VERTICE SENZA STREAMING PER PARTORIRE UNA SOLUZIONE ANDREOTTIANA CHE RINNEGA ANNI DI BATTAGLIE SULLA LEGALITA’… IL LODO RAGGI: CON UN AVVISO DI GARANZIA DEVONO DIMETTERSI SOLO GLI ALTRI

Un vertice infinito della maggioranza capitolina, durato quasi cinque ore, nell’inedita sede di Palazzo Valentini e non in Campidoglio. Blindatissimo.
E con tutte le bocche dei partecipanti cucite.
Raggi cosa farà  dopo la bufera dell’arresto di Raffaele Marra e il pressing dei vertici M5s a a fare nuove pulizie in casa?
Alla fine, in tarda serata, si scioglie l’enigma: “Al termine delle ultime due riunioni di maggioranza, in cui erano presenti i consiglieri comunali, alcuni assessori e i presidenti dei Municipi del M5s, e dopo un confronto con il garante Beppe Grillo abbiamo stabilito di dare un segno di cambiamento”, scrive su Fb la sindaca di Roma Virginia Raggi, dopo aver taciuto tutto il giorno con i giornalisti, “Daniele Frongia ha deciso di rinunciare al ruolo di vicesindaco mantenendo le deleghe alle Politiche giovanili e allo Sport. Contestualmente Salvatore Romeo ha deciso di dimettersi dall’incarico di capo della Segreteria politica. Al contempo a breve avvieremo una nuova due diligence su tutti gli atti già  varati”.
Quasi in contemporanea appare il post sul blog di Grillo: “Barra a dritta e avanti tutta” scrive il leader M5s, “Roma va avanti con Virginia Raggi…Sono stati fatti degli errori che Virginia ha riconosciuto: si è fidata delle persone più sbagliate del mondo. Da oggi si cambia marcia… Governare Roma è più difficile di governare il Paese. Lo sapevamo e non intendiamo sottrarci a questo compito assegnatoci dal popolo…Ci stanno combattendo con tutte le armi comprese le denunce facili che comunque comportano atti dovuti come l’iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia. Nessuno pensi di poterci fermare così. Mettiamo la barra a dritta e avanti tutta”.
Così la linea del fondatore per non perdere Roma.
Per ore tutti i grillini avevano taciuto, come sospesi, solo intorno alle 19,30, mentre due consigliere M5s sfilano via dalla riunione senza dire una parola, cominciano a circolare le prime voci sulla Raggi disponibile, in parte, ad accettare l’ultimatum dei capi di ridimensionare da subito i ruoli di altri due suoi fedelissimi, Salvatore Romeo, capo della segreteria politica della Raggi e, soprattutto, Daniele Frongia, vicesindaco e assessore allo sport e qualità  della vita.
E in particolare si trattato a lungo   sul ruolo di Frongia: con la Raggi che ha provato a difenderlo con ostinazione ma alla fine si è convinta alla resa parziale.
Non sarà  più il suo vice, ma si tiene l’incarico di assessore per sedere comunque in giunta, nel governo cittadino.
Se qualcosa è cambiato è pure in peggio, visto che, contrariamente a quanro sempre sostenuto dal M5S (“di fronte a un avviso di garanzia ci si deve dimettere”), ora per la Raggi si farebbe un’eccezione.
Quello che valeva fino a ieri per gli avversari politici e persino per i Cinquestelle siciliani coinvolti nelle firme false, non vale più: nessuno deve più ne’ autosospendersi nè dimettersi.
E’ il nuovo lodo Raggi del Beppe andreottiano.
Un vero comico, tutto da ridere.

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