Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
MARRA FA LE SPESE DELLE TENSIONI INTERNE, SCONTRO TRA RAGGI E LA LOMBARDI SPONSOR DI DE VITO
Dossier, contro-dossier, cordate, veti e tranelli. 
Le armi con cui a Roma le opposte fazioni del M5S stanno battagliando, mentre la giunta di Virginia Raggi tarda a comporsi, non avrebbero sfigurato nell’arsenale di un vecchio congresso democristiano.
Un Todo modo grillino che ruota intorno a una rivalità , quella tra la sindaca e il consigliere più votato Marcello De Vito, che a sua volta ne contiene e proietta altre, fino a salire al direttorio nazionale e alla Casaleggio associati.
È sullo sfondo di questa trama che Raggi rischia di andare incontro al primo vero stop della sua avventura in Campidoglio: traballano infatti le uniche nomine già annunciate, quella del capo di gabinetto Daniele Frongia, consigliere comunale uscente, sodale politico di Raggi e ascoltato suggeritore, e quella di Raffaele Marra, ex Guardia di Finanza già collaboratore di Gianni Alemanno, designato vice di Frongia.
Il ticket nasceva su basi complementari: a Frongia l’indirizzo politico, a Marra il vaglio tecnico, con un incarico temporaneo prima di essere destinato ad altro ruolo. Una soluzione studiata anche, nonostante le smentite, per non incappare nei vincoli della legge Severino che vieta agli eletti di assumere cariche pubbliche prima di un anno.
A spingere verso un cambio dei piani c’è il rischio di un contenzioso con l’Anti-corruzione – ieri il presidente Raffaele Cantone ha spiegato che non c’è un via libera dell’Anac nè per ora è allo studio il caso – ma soprattutto le polemiche per Marra, legato a un’esperienza politica che il M5S, non a torto, ha sempre additato come nefasta per la città .
Frongia spiega a Repubblica che la sua nomina non è legata a quella di Marra.
“Ho potere di firma”, assicura. Sulla sostituzione di Marra, invece, non commenta. Fonti del movimento spiegano che è già partita la caccia dentro l’amministrazione capitolina a una figura con i requisiti giusti per subentrare all’ex Alemanno.
Ma nemmeno Frongia è considerato blindato.
Era stata buona profeta Roberta Lombardi: “Se su Marra abbiamo sbagliato, rimedieremo”, aveva detto due giorni fa la parlamentare.
Lombardi si è fatta interprete del forte malumore dei militanti, che ha spinto anche lo staff nazionale a chiedere conto alla sindaca sull’opportunità di insistere in questa scelta.
Lombardi, soprattutto, è stata la principale avversaria della candidatura di Raggi, sostenuta invece da Alessandro Di Battista e Paola Taverna, e grande sponsor di De Vito, cui inizialmente andavano le simpatie di Luigi Di Maio.
Prima e dopo che le comunarie stabilissero la vittoria di Raggi, il confronto tra i rivali è stato durissimo.
A dicembre De Vito è stato sottoposto a una sorta di processo interno, come ricostruito ieri dal Fatto quotidiano: gli è stato contestato un presunto abuso d’ufficio per un accesso ad atti nella sua veste di consigliere comunale.
L’addebito avrebbe dovuto spingerlo a desistere dal correre per il Campidoglio, ma l’avvocato si è presentato comunque alle comunarie, arrivando secondo.
Nel frattempo rimbalzavano tra siti e redazioni dossier anonimi, uno dei quali ricostruiva minuziosamente i rapporti di Lombardi con l’ultrasinistra e il sindacalismo di base romani.
Nulla di illecito, se non il tentativo degli autori di imputare alla parlamentare – forte in città di un solido consenso nella vecchia base dei meet-up – la contaminazione con la “vecchia” politica e l’incoerenza con la sua “estrazione di destra”.
Spifferi uguali e contrari spingevano in circolo la notizia del praticantato di Raggi presso lo studio Previti, omessa dal curriculum.
Il tentativo di mediazione avanzato a febbraio da Di Battista – Raggi sindaco, De Vito vice – veniva scartato con forza dalla futura sindaca.
Lo scontro infuriava a a tal punto da spingere Gianroberto Casaleggio in persona a cercare di appianarlo con due incontri segreti.
Il 3 marzo Raggi viene ricevuta nella sede milanese della Casaleggio: le viene garantito che De Vito non avrebbe fatto il suo vice in caso di vittoria, ma le viene anche chiesto di accettare la convivenza politica.
Pochi giorni dopo tocca al rivale andare a Milano e ricevere la medesima raccomandazione, oltre alla richiesta di accontentarsi della presidenza d’Aula. Casaleggio muore il mese successivo.
Raggi ha modo di avanzare le sue riserve verso l’antagonista anche nel corso dell’incontro con Davide Casaleggio – pubblicamente annunciato a differenza degli altri due – che si tiene il 18 aprile.
Alla cautela con cui Casaleggio junior si districa tra i contendenti probabilmente non è estranea la sua amicizia con Massimo Bugani, esponente bolognese molto vicino a Lombardi. Bugani e Lombardi sono gli alfieri di quella interpretazione purista e “movimentista” del 5S che ha in Fico il rappresentante in direttorio.
La tregua, siglata al cospetto dello staff nazionale, regge qualche settimana a cavallo del voto.
Poi le tensioni riesplodono dopo il trionfo. Raggi chiede tempo e autonomia per la giunta. Su alcuni nomi proposti da Lombardi arriva il veto di Taverna, e viceversa.
A Raggi arriva l’aiuto diretto di Di Maio, convinto dai numeri del successo.
C’è l’ex Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora ad accompagnare Raggi all’ingresso dell’Hotel Forum, sulla cui terrazza lo stato maggiore M5S festeggia la sera della vittoria.
E Spadafora porta in dote alla giunta Laura Baldassarre, assessore alle politiche sociali. “Sarà gli occhi e le orecchie di Di Maio in Comune”, si dice alla Camera. Ma il prestito di occhi e orecchie è ambito anche da altri, per questo Augusto Rubei, giovane portavoce della candidata in campagna elettorale, rischia di non essere confermato.
Peserebbe su di lui l’ostilità di Rocco Casalino, che preferisce una figura più schiacciata sulla comunicazione ufficiale.
Raggi ha provato a sfuggire alle pressioni incrociate formando con Frongia e Marra un cerchio stretto, subito ribattezzato raggio magico.
Ma, forse, deve già ricominciare da capo.
Stefano Cappellini
(da “La Repubblica“)
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Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
DE VITO “RICOMPENSATO”: LA CONSORTE VA AL TERZO MUNICIPIO… COSI’ DEPUTATI E SENATORI SONO RIUSCITI A SISTEMARE I FAMILIARI
«Quando scegliamo il nostro esercito, i soldati devono essere fedeli».
La massima degna di Sun Tzu è di Paola Nugnes, senatrice con le 5 Stelle cucite sul petto.
E quale fedeltà migliore di chi è sempre al tuo fianco, amico, parente, compagno?
Il M5S è un po’ famiglia, un po’ clan, un po’ due cuori e una capanna.
C’è chi sotto il vessillo di Beppe Grillo si è dato il primo bacio, chi ha trasformato la passione di coppia in passione politica.
Parentopoli a 5 stelle.
Compagne, mariti, mogli, figli e figliastri. Anche il Movimento 5 Stelle tiene famiglia.
Il quotidiano La Stampa ha messo in filo i casi più eclatanti di parentopoli pentastellata.
Dalla consorte dell’ex candidato M5s a Roma Marcello De Vito Giovanna Tadonio che “andrà a fare da miniassessore (retribuita) al municipio III.” all’ex fidanzato di Ilaria Loquenzi, capo della Comunicazione M5s alla Camera, Francesco Silvestri, che potrebbe finire “nello staff romano”.
E ancora: Giuseppe Rondelli è collaboratore e compagno della senatrice Vilma Moronese.
Il grillino Andrea Cioffi come collaboratrice ha invece Alessandra Manzin, fidanzata di Dario Adamo, uomo della Casaleggio e assistente di Rocco Casalino in Senato.
(da agenzie)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
A RISCHIO L’UOMO CHE HA GESTITO LA CAMPAGNA DI VIRGINIA, CONSIDERATO TROPPO INDIPENDENTE DALLO STAFF
Di solito, per consuetudine e anche per logica, il sindaco di Roma fa due nomine quasi sempre
contestualmente: il capo di gabinetto e il portavoce.
Sono due ruoli fortemente politici, due veri bracci destri del sindaco, un po’ come nei giornali il vicedirettore e il caporedattore centrale.
Invece ieri l’altro Virginia Raggi ha nominato soltanto il capo di gabinetto, Daniele Frongia. Come mai, cosa sta succedendo?
La Stampa può raccontarlo con precisione: si è aperta una feroce guerra interna sulla nomina del portavoce.
Una guerra la cui posta in gioco va molto oltre una persona, e riguarda il timore di fondo del direttorio M5S: non è che Virginia Raggi finisce per diventare troppo autonoma dal gruppo-Di Maio?
Intelligente, dotata di abilità di mediazione e anche, oggettivamente, di relazioni notevoli, sarebbe un alter ego sempre più scomodo per l’aspirante candidato premier.
Raggi ha già puntato i piedi su Daniele Frongia, che era vissuto dagli avversari interni del sindaco – l’asse che da Roberta Lombardi porta dritto a Luigi Di Maio – come personaggio troppo autonomo, e troppo in sintonia con Virginia.
Se Virginia portasse a casa adesso anche un portavoce estraneo alla cordata Lombardi-direttorio, dotato di capacità e indipendenza, la sua autonomia ne risulterebbe raddoppiata.
Morale: la cordata centrale che da Di Maio scende fino a Roberta Lombardi sta riuscendo a far fuori il candidato naturale a portavoce della Raggi.
Intanto raccontiamo chi è; e poi diremo come vogliono silurarlo.
Si chiama Augusto Rubei, è un giovane romano di borgata, nato a San Basilio da genitori che vendevano il formaggio, e neanche avevano pensato di farlo studiare.
Rubei ha studiato da solo, si è laureato in scienze della comunicazione – tra i suoi professori di master c’è stato anche Gianfranco Astori, oggi consigliere di Sergio Mattarella – ha lavorato per diverse agenzie di stampa, e poi come ghostwriter politico, prima di essere assunto nell’ufficio comunicazione del Movimento alla Camera, in una stagione ormai remota in tutti i sensi.
Rubei è un tipo fumantino, come molti di quelli venuti su da soli. La grande costruzione mediatica della Raggi in questa campagna elettorale si deve a lui, come si deve a lui la scelta di incassare in silenzio nei momenti più sfavorevoli alla Raggi (per esempio la vicenda dello studio Previti, o le consulenze che riconducevano al giro Panzironi), per affermare poi un volto spigliato, fresco, e non contaminato da scivolate.
Obiettivamente, la strategia ha funzionato.
Come tentano, i suoi avversari, di farlo fuori, e chi sono?
Il braccio dell’operazione è Rocco Casalino, l’ex del Grande Fratello, finito poi a guidare la comunicazione del M5S.
La modalità è stata semplice: è stata fatta ripetutamente pervenire, al team degli amici fidati della Raggi (non sono tantissimi) la frase (testuale) «Rubei non lavora per Virginia, lavora per altri, è un uomo di Loquenzi-Lombardi».
Una cosa non vera anche solo logicamente, perchè Ilaria Loquenzi (la sempre vacillante capa della comunicazione cinque stelle alla Camera) non è stata mai amata neanche dai deputati M5S – che volevano sfiduciarla – figurarsi se può guidare una persona come Rubei, o fare da tramite tra lui e l’asse Lombardi-direttorio.
Poi sono state molto enfatizzate – e raccontate a ondate – un paio di occasioni in cui Rubei ha detto pubblicamente alla Raggi che non era d’accordo con alcune scelte.
Insomma, si è costruita addosso a Rubei un’immagine non veritiera. Raggi tuttora lo stima molto; sa che il tandem ha funzionato, e aveva pensato di nominarlo, magari come capo ufficio stampa, un ruolo non politico, rispetto al portavoce.
Ma certo, come diceva uno che se ne intendeva, ripeti un bugia dieci, cento, o più volte, e diventerà verità . O almeno ha insinuato un tarlo in Virginia.
La cordata da Lombardi a Di Maio chi vorrebbe al posto di Rubei?
L’ideale sarebbe uno dei «Rocco boys», personaggi selezionati da Casalino – e ora nello staff comunicazione del Senato, dove non manca financo un disegnatore di costumi da uomo – che darebbero agli avversari della Raggi la certezza di controllarne ogni mossa, riferirla in tempo reale agli altri, e insomma: più che un portavoce, un agente del nemico. La partita è indirizzata, ma non chiusa.
Sarà interessante vedere come andrà a finire perchè ne dipende un pezzo dell’autonomia di Virginia da chi vorrebbe commissariarla.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
“BLOCCATE GARE IN CORSO DI PUBBLICAZIONE”
“Indebite e gravi ingerenze politiche“, “un clima di terrore“, il presunto tentativo di licenziare un lavoratore perchè “sentito al supermercato parlare male dell’amministrazione”.
A parlare è il direttore generale del Comune di Livorno, Sandra Maltinti.
Lo fa in una commissione consiliare, portando alla luce del sole lo scontro ormai totale tra il sindaco Filippo Nogarin (M5s) e il “capo” della macchina amministrativa, nominato proprio da Nogarin pochi mesi dopo la vittoria dei Cinquestelle nella città toscana.
Il sindaco si dice “sbalordito” per queste “accuse gravissime”.
Soltanto un mese fa, Nogarin e Maltinti si erano scambiati accuse e querele su una presunta lettera di dimissioni in bianco.
Nella relazione sul personale di Palazzo civico, preparata dalla Maltinti e letta in commissione, si parla di “indebite ingerenze” di “alcuni assessori e consiglieri comunali” nei confronti degli “impiegati più accondiscendenti” per realizzare “le loro personali iniziative“, di “gravi ingerenze della politica” ad esempio “in gare in corso di pubblicazione bloccate dopo la loro emanazione” e di un clima lavorativo in alcuni casi improntato “dal terrore di esprimere le proprie opinioni”.
Parole “sconvolgenti e agghiaccianti” per le opposizioni.
Un mese fa Maltinti aveva depositato un esposto alla polizia municipale per accendere i riflettori su alcune questioni affrontate dall’amministrazione e nei giorni scorsi è stata sentita in Procura.
“Ingerenze, improvvisazione, scollamento”
Scrive la Maltinti: “Sindaco e assessori tendono a prendere decisioni operative e pretendere che i dirigenti appongano a valle delle loro scelte il loro parere, sovrapponendosi di fatto all’azione dirigenziale: questo è contrario alla legge“.
Nel mirino inoltre “alcuni assessori e consiglieri comunali” che “per realizzare le loro personali iniziative pongono in essere indebite ingerenze, rivolgendosi direttamente agli impiegati più accondiscendenti che molto spesso non riferiscono ai dirigenti, con conseguenti sovrapposizioni, malintesi e disservizi”.
Il direttore generale parla inoltre di “improvvisazione“, di “atti dirigenziali importanti portati all’ultimo minuto impedendo di fatto un’istruttoria” e di “scollamento tra struttura amministrativa e organo di direzione politica”.
Maltinti sostiene che un’addetta alle pulizie di Palazzo civico sia stata “allontanata dal primo piano, perchè sentita al supermercato parlare male dell’amministrazione”.
Contro tale persona in un primo momento sarebbe stato anche richiesto “il licenziamento in tronco, come del resto per altri dipendenti”.
David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
LA NEO ASSESSORA FEDERICA PATTI MENTI’ E FU CONDANNATA DAL GIUDICE DI PACE: NON DICHIARO’ LA CONVIVENZA PER USUFRUIRE DI UNA RETTA PIU’ BASSA… LEGALITA’ E ONESTA’ PASSANO IN SECONDO PIANO?
Se Virginia Raggi deve vedersela con i casi Frongia e Marra, Chiara Appendino, neo sindaco di Torino, deve affrontare il caso di Federica Patti,assessora in pectore all’Istruzione della sua giunta.
Come riporta il Corriere della Sera la polemica è legata al fatto che “nel 2012 Federica Patti era stata condannata dal giudice di pace a pagare la differenza delle rette per il nido dei figli, perchè al momento dell’iscrizione non aveva dichiarato la convivenza con il proprio compagno.
A causa di un’errata compilazione del modello Isee, l’architetto Patti, presidente del Cogeen (il coordinamento dei genitori), ha potuto trarre beneficio dall’applicazione di una tariffa sulla base di un nucleo famigliare non corrispondente a quello reale”.
Insomma, il futuro assessore, secondo le opposizioni, non sarebbe in linea con le parole “legalità e onestà di cui i grillini si sono riempiti la bocca in campagna elettorale” attacca Stefano Esposito del Pd.
In risposta il portavoce del sindaco Luca Pasquaretta ha detto che “si tratta di una multa e di una storia vecchia che risale al 2012. Non si possono rovinare le persone per una multa, per giunta regolarmente pagata”.
“Era un periodo difficile della mia vita, ho provato a spiegare in tutte le sedi le mie ragioni. Mi hanno dato torto e ho pagato” ricorda la stessa Patti.
A tentare di mettere fine alla polemica ci pensa poi oggi la stessa Appendino: “Non c’è alcuna polemica, Federica Patti fa parte della giunta e sono orgogliosa di lei come assessore, oggi sarà nella squadra”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 29th, 2016 Riccardo Fucile
DI MAIO SI FA SCAPPARE: “E’ UNA LEGGE CHE CI FAVORISCE”… I RETROSCENA DELL’ACCORDO
Luigi Di Maio ha detto un pezzo di verità , ieri sera, quando gli hanno posto a bruciapelo la questione, diventata improvvisamente attualissima: e se Renzi cambiasse l’Italicum?
Il candidato premier del Movimento ha detto: «Vogliono cambiare l’Italicum? Sarà il più grande boomerang politico della storia del nostro Paese. Cambiare una legge per danneggiare il Movimento cinque stelle? Fate pure. Noi abbiamo sempre combattuto l’Italicum, nonostante questa sia una legge che ci favorisca, devo pensare che lo pensino anche loro».
Forse mai aveva ammesso, come nell’inciso che sottolineiamo, che l’Italicum è una legge che favorisce il Movimento.
La conseguenza che si può trarre è inesorabile, logicamente: il Movimento, nonostante le dichiarazioni roboanti anti legge elettorale, non ha mai lottato per cambiarla; anzi. E tre scene che siamo in grado di ricostruire lo confermano oltre ogni ragionevole dubbio.
Scena prima.
Giugno del 2014, il momento cruciale del «dialogo», appena nato, tra Matteo Renzi e Luigi Di Maio sulla legge elettorale. Alla Casaleggio associati a Milano si tiene un vertice che è venuto il momento di raccontare per un dettaglio cruciale.
Il tema era, appunto: la legge elettorale, e le ipotesi di doppio turno, di preferenze, di premio (alla lista o alla coalizione?).
Accanto a Gianroberto Casaleggio e pochi altri (cinque persone, compreso il figlio Davide) c’era Aldo Giannuli, il professore che aveva seguito per il Movimento il cervellotico voto on line per elaborare la proposta di legge elettorale dei cinque stelle. Casaleggio era contrarissimo all’idea che Di Maio si sedesse a un tavolo con Renzi. Grillo, che poco ci capiva, lo era nondimeno, per istinto. E i parlamentari scalpitanti?
Raccontò Giannuli, alla fine di quel vertice: «Luigi (Di Maio) è un democristiano vero, farebbe di tutto per sedersi a quel tavolo. Non vede letteralmente l’ora».
Il capolavoro del giovane di Pomigliano fu poi battere le resistenze di Casaleggio e Grillo, e riuscire a sedersi a quel tavolo con Renzi.
Andandosi a trattare lui la legge elettorale diventava in quel momento, di fatto, il leader in pectore dei cinque stelle.
La scalata a Gianroberto Casaleggio nacque lì, e Renzi glielo consentì, pensando che il giovane fosse l’avversario battibile e malleabile. Poi venne l’Italicum. Una legge nella quale – per una serie di contingenze di quel momento – il Movimento cinque stelle viene incredibilmente premiato dal suo stesso acerrimo nemico.
Una legge che manda a nozze la propaganda cinque stelle, consentendo loro di strepitare contro qualcosa che in realtà gli va benissimo.
E qui veniamo alla scena seconda.
Un anno e un mese fa, la comunicazione dei cinque stelle aveva cominciato a diffondere – anche attraverso la coach tv Silvia Virgulti, ma non solo – le istruzioni su come comportarsi in tv in caso di discussioni sulla legge elettorale.
Ai parlamentari che venivano mandati davanti alle telecamere (via via sempre più centralizzata la scelta) fu spiegato, con queste testuali parole: «L’Italicum è una legge che ci conviene».
Bisognava contestarla a parole, ma senza spingere più di tanto nei fatti. Da qui partì nel gruppo parlamentare l’espressione di «Italicum a cinque stelle», per definire quella legge nata tra Renzi e Di Maio.
La scena terza è una carta che giace negli archivi anche se fu presto accantonata. Dicembre 2015. Alessandro Di Battista presentò alla Camera un ordine del giorno, di cui è primo firmatario, per chiedere al governo di «astenersi dall’adottare iniziative legislative recanti proposte di modifica della disciplina elettorale per l’elezione delle Camere una volta giunti all’approvazione della riforma costituzionale».
In pratica è come se Di Battista, l’amico-rivale di Di Maio, gli avesse svelato il gioco, e dicesse in pubblico a Renzi: fate come volete sulla Costituzione, ma non toccate la legge elettorale.
Era quella la ceralacca su un patto già siglato, e che doveva rimanere tale.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO-AZIENDA: IL FIGLIO DEL GURU E I FEDELISSIMI MAX BUGANI E DAVID BORRELLI NELL’ASSOCIAZIONE ROUSSEAU, POI UN GRUPPO RISTRETTO DI PARLAMENTARI
Venerdì 17 giugno , due giorni prima delle vittorie di Virginia Raggi e Chiara Appendino a Roma e
Torino, il contatore delle donazioni ricevute dall’Associazione Rousseau segnava quota 270.493 euro. Tre giorni dopo il voto, era salito a 278.659 euro.
L’euforia dei fan del Movimento 5 Stelle per i risultati ottenuti si è fatta subito sentire, facendo crescere ancora un po’ i fondi che Davide Casaleggio ha iniziato a raccogliere dal 25 aprile scorso.
Il figlio di Gianroberto, il fondatore del Movimento scomparso a inizio aprile, ha infatti deciso che continuerà ad essere lui l’architetto della piattaforma on line che servirà per gestire le decisioni dei Cinque Stelle, affidata proprio alla neonata Associazione Rousseau.
Lo aveva fatto capire sui blog, lo ha ripetuto nella sua prima intervista politica, rilasciata al “Corriere della Sera” martedì 21.
«Non intendo candidarmi», ha detto Davide. Tuttavia, coloro che pensavano considerasse l’avventura del Movimento con più distacco manageriale rispetto al padre, hanno dovuto mettere in dubbio questa impressione.
Perchè il ruolo che si è dato è centrale: «Intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento in rete, affinchè tutti i cittadini possano fare politica», ha affermato, sostenendo che la piattaforma informatica Rousseau, elaborata dalla Casaleggio Associati e ora donata all’Associazione omonima, «è la prima applicazione al mondo nel suo genere. Siamo all’avanguardia e continuiamo a lavorare».
Conquistate Roma e Torino, il Movimento prepara la strategia per prendere Palazzo Chigi. Ma il premier deve guardarsi pure dalle manovre di chi nel Pd e nella maggioranza vuole modificare l’Italicum. Anche a costo di cambiare governo
Per capire quanto Davide – 41 anni, nato a Milano, laurea in Bocconi – sia al centro del progetto dei Cinque Stelle occorre partire di nuovo da lì, dal sito che raccoglie i fondi.
La mascherina è semplice. Riporta il valore complessivo delle donazioni ricevute, i 278 mila euro e rotti citati all’inizio, il numero di chi ha contribuito, 8.522 persone. Il conto è intestato, appunto, all’Associazione Rousseau. Stop.
Non un indirizzo, non una partita Iva, non un nome del responsabile legale dell’organizzazione a cui vanno i soldi.
È facile scoprire che il conto è presso la filiale di Milano di Banca Etica.
Il direttore, Ermenegildo Russo, con grande cortesia spiega però di non poter fornire ulteriori indicazioni su chi siano i rappresentanti dell’Associazione, per non violare le norme sulla privacy. Si torna dunque al web.
E lì, in fondo all’informativa sull’utilizzo dei cookies dei blog di Beppe Grillo e dei Cinque Stelle si trova finalmente una traccia: l’Associazione Rousseau ha sede a Milano, al numero 6 di via Gerolamo Morone. Lo stesso indirizzo della Casaleggio Associati.
«Un’ombra». Chi ha incontrato Davide quando era con Gianroberto nelle occasioni più politiche lo descrive così, «ben attento a non interferire».
Anche chi lo ha conosciuto in famiglia ne parla come di una persona riservata, capace di ritagliarsi il proprio spazio nel portare avanti le attività dell’azienda, soprattutto la consulenza per il commercio on line, uno dei suoi cavalli di battaglia.
Della vita privata si sa poco. I giornali hanno ricamato su alcune passioni, gli sport estremi e gli scacchi, esagerando un po’.
Negli archivi di “Escape from Alcatraz”, celebre gara di triathlon nella Baia di San Francisco, non risulta ad esempio alcuna partecipazione dove sia arrivato sesto assoluto, risultato spesso citato dai media: nel 2010 il suo pur onorevole tempo di 3 ore e 27 minuti gli era valso la posizione 995 su 1.225.
Anche i titoli di “Gran Maestro” di scacchi e di scacchista “tra i cinque migliori under 16 italiani già all’età di 12 anni”, ripetuti da diversi giornali, sono entrambi definiti «un falso» dal portavoce della Federazione scacchistica italiana, Adolivio Capece, secondo il quale non si trova nei registri nessun punteggio di Casaleggio classificato con il metodo internazionale “Elo”.
Gli anni passati non c’entrano: le carriere scacchistiche di altre persone famose che giocavano da ragazzi o che hanno smesso da tempo, come il cantante Andrea Bocelli o il musicista Ennio Morricone, sono infatti ricostruibili. «Peccato, sarebbe stato bellissimo averlo come testimonial», si è rammaricato Capece su “Tra poco in edicola”, in onda su Radio 1 Rai.
Fuori dalla sfera del privato, negli ultimi tempi Casaleggio Jr ha invece fornito diversi segnali sulla linea che vuole dare al rapporto con il Movimento.
Sull’Associazione Rousseau, ad esempio, ha pubblicato sul “Blog delle stelle” un’unica notizia ufficiale, che rivela molte cose. Dice che oltre a Casaleggio, nell’organizzazione che svilupperà e supervisionerà la piattaforma dove si scriveranno le proposte di legge e si decideranno i candidati, sono entrati due fedelissimi della prima ora.
Il primo è Max Bugani, famoso per aver sempre attaccato chiunque in Emilia Romagna contestasse la linea Grillo-Casaleggio, reduce dalla seconda sconfitta nelle elezioni per fare il sindaco di Bologna: una candidatura ottenuta senza primarie, con tanto di proteste da parte di attivisti e parlamentari.
Il secondo è l’europarlamentare David Borrelli, spesso in prima fila nelle proteste contro i dissidenti.
Due nomi ai quali ne va aggiunto un terzo: Pietro Dettori, fino a maggio “social media manager” della Casaleggio, ora “responsabile editoriale” dell’Associazione: lo ha annunciato lui stesso su Linkedin, rafforzando la schiera dei collaboratori della ditta entrati nelle strutture decisionali del Movimento.
«La mia attività per Rousseau è completamente gratuita», ha detto Davide. Ma quanti e chi sono gli altri membri dell’Associazione? Vengono pagati? E Dettori, è ancora retribuito dalla Casaleggio?
Lunedì 20 giugno “l’Espresso” ha mandato queste e altre domande a Casaleggio via mail, su invito della segretaria, senza ricevere le risposte nei tempi utili per la pubblicazione.
Se arriveranno, ne daremo conto in un nuovo articolo. Eppure i soldi per la piattaforma vengono versati dai donatori sul conto di un’associazione che ha la sede sempre presso la Casaleggio. Altro dettaglio importante: l’estate scorsa sul blog era stato pubblicato l’organigramma dei responsabili delle varie funzioni tecniche della piattaforma.
E qui si diceva che due delle più importanti, il “fund raising” e le votazioni, erano saldamente nelle mani dello «staff», ovvero della Casaleggio.
La quale, dunque, si è garantita il controllo di due leve fondamentali per governare il partito: i soldi e il consenso.
È difficile prevedere come evolverà il Movimento dopo i successi di Roma e Torino. Nella capitale piemontese, ad esempio, la neo-sindaca Chiara Appendino non ha firmato il contestato codice etico sottoscritto invece da Virginia Raggi, che prevede – tra l’altro – una sanzione di 150 mila euro per chi riceverà «una contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio», come si legge nel documento.
Appendino ha sempre voluto sottolineare la propria autonomia. Chi la conosce sostiene che ha avuto con Davide un unico incontro, a campagna già lanciata. Lei stessa è stata candidata per alzata di mano dagli attivisti, non on line, e dice di aver scelto gli assessori da sola.
L’occasione di governare città importanti è probabilmente troppo ghiotta perchè i Cinque Stelle si facciano subito cogliere in castagna su un tema come l’indipendenza degli eletti, sentito anche all’interno.
Con il tempo, però, Grillo e Davide dovranno gestire l’apparente contraddizione fra un partito che ha l’ambizione di favorire la «democrazia diretta» ma dove ormai si moltiplicano gli organismi direttivi: il direttorio, scelto interamente dall’alto, il comitato di appello sulle espulsioni, lo staff dei garanti per Roma, l’Associazione Rousseau e i responsabili delle funzioni della piattaforma omonima.
Organismi dove numerosi nomi compaiono più volte, da Alessandro Di Battista a Roberto Fico, da Bugani a Borrelli. Altre domande inviate da “l’Espresso” a Davide, rimaste senza risposta.
La prima: il Movimento si è sempre opposto all’accumulo di poltrone; tuttavia nell’organigramma molti nomi compaiono più volte; non trova sia una contraddizione?
E ancora: alcuni dei presenti negli organigrammi, selezionati dalla Casaleggio, hanno avuto ruoli di primo piano nelle procedure di espulsione di attivisti o eletti; come giudica questo fatto?
Infine c’è una delle questioni più annose, quella dei soldi.
L’ha sollevata qualche settimana fa in un’intervista a “La Stampa” anche Marco Canestrari, uno dei collaboratori storici di Gianroberto, ormai uscito dalla Casaleggio.
Del direttorio e della leadership di Luigi Di Maio ha detto: «Davvero qualcuno pensa che l’onorevole Di Maio smetterà di far politica a 37 anni, dopo due mandati? Hanno già creato un patto e una casta di intoccabili: tutto quello contro cui Gianroberto ci spingeva a lottare».
Di Davide: «Non ha nessuna passione politica, a differenza del padre. (…) Vuole solo raggiungere gli obiettivi che si dà . Mancato Gianroberto, il Movimento rimane solo un asset dell’azienda: chi lavora sui portali, sul blog e su Rousseau è assunto dalla Casaleggio, ad essa risponde e lavora anche su altri progetti, estranei alla politica».
Chi frequentava Casaleggio padre, racconta che lui ripeteva spesso di averci perso, con la politica, non guadagnato. Una qualche conferma si ha dal bilancio 2014, l’ultimo disponibile, che dopo il boom del 2013 mostra ricavi in calo da 2 a 1,5 milioni, nonchè perdite per 151 mila euro. Eppure i siti collegati alla Casaleggio e al Movimento, sono numerosi e frequentati, anche grazie al forte uso di una strategia chiamata “clickbait”, “esca da click” in inglese.
Funziona così: sui social network vengono condivisi link con una titolazione dai toni allarmisti, in modo da spingere il lettore a cliccare.
Così tre casi di intossicazione da tonno diventano “Allarme: non mangiatelo assolutamente potrebbe uccidervi”, oppure il ricovero di Vittorio Sgarbi per una colica si trasforma in “Sgarbi, tragica notizia pochi minuti fa”.
Una tecnica che porta risultati concreti: TzeTze e LaFucina, i siti della Casaleggio che più di tutti ne fanno uso, ricavano oltre i tre quarti dei loro accessi proprio dalle condivisioni sulle bacheche degli utenti.
A rendere virali queste notizie ci pensano le pagine Facebook, compresa quella di Beppe Grillo, gestite dai social media manager della società .
Ecco perchè le altre domande de “l’Espresso” a Davide: i ricavi generati dalla pubblicità sui siti legati al Movimento 5 Stelle, e in particolare di “Beppegrillo.it”, producono in qualche modo dei ricavi anche per la Casaleggio Associati? Se sì, quale quota?
E ancora: quali sono i ricavi della Casaleggio generati dai siti “tzetze.it”, “lafucina.it”, “la-cosa.it”?
In mancanza di risposte, almeno al momento, non resta che affidarsi a qualche ipotesi, partendo dai dati di Google Adsense, la piattaforma che cura la pubblicità sui siti del sistema.
Su TzeTze e LaFucina ogni settimana vengono visualizzate 3-4 milioni di “impression” (pubblicità ), mentre il blog di Grillo da solo arriva a 5-10 milioni di spot a settimana.
Passare da questi numeri ai dati dei ricavi, non è facile: una stima prudente per siti generalisti e di news permette di indicare tra i 50 centesimi e 1,5 euro di incassi ogni mille visualizzazioni, a cui vanno tolte le commissioni.
Questi calcoli porterebbero a collocare tra i 300 e i 700 mila euro annui i ricavi del blog di Grillo e tra i 100 e 300 mila per TzeTze e poco meno per LaFucina.
Se le stime fossero corrette, e se i soldi della pubblicità non finiscono altrove, come ipotizza qualcuno, ne verrebbe però una conseguenza.
È cioè che la Casaleggio, pur senza arricchirsi, è sempre più un’azienda-partito.
Perchè tolti i soldi che arrivano dai siti grillini, di altro business ne resterebbe poco. Un bel guaio, per l’autonomia del Movimento. E forse anche per Davide.
Mauro Munafò e Luca Piana
(da “L’Espresso“)
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Giugno 23rd, 2016 Riccardo Fucile
SUL BLOG DI GRILLO SI DETTA LA NUOVA LINEA: MA BEPPE NON PAGA LA PENALE DI 150.000 EURO PER IL CAMBIO DI ROTTA?
Contrordine, adesso l’Unione europea può andare bene anche ai grillini.
“Il Movimento cinque stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla”, si legge sul blog di Beppe Grillo nel giorno in cui il Regno Unito decide se imboccare la strada senza ritorno d Brexit.
“Se non fossimo interessati all’Ue – aggiunge il fondatore genovese – non ci saremmo mai candidati”.
Un segnale da registrare, soprattutto se si considera che a Bruxelles i pentastellati vanno a braccetto con l’Ukip di Nigel Farage, con il quale hanno costituito il gruppo “Europa della Libertà e della Democrazia diretta”.
Con la differenza che in queste ore la destra inglese spinge per Brexit, mentre Grillo tira bruscamente il freno a mano.
Nel post non si fa cenno al referendum sulla permanenza nell’euro promesso dal Movimento a più riprese, in caso di conquista del governo.
Spicca invece una rassicurante professione di fede europeista, frutto forse anche del nuovo corso “governativo” e “istituzionale” culminato nella conquista di importanti comuni come Roma e Torino.
“L’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Ue – si legge ancora – ma ci sono molte cose di questa Europa che non funzionano. L’unico modo per cambiare questa ‘unione’ è il costante impegno istituzionale, per questo il M5S si sta battendo per trasformare l’Ue dall’interno”.
Con un elenco di dieci domande a altrettante risposte, Grillo descrive rischi e benefici di un’eventuale uscita dall’Unione del Regno Unito. “In caso di Brexit – scrive – gli scenari sono molto difficili da ipotizzare. Gli orizzonti dipinti dai media, dai rappresentanti delle multinazionali e da molte istituzioni finanziarie che hanno interessi specifici sono catastrofici. La realtà è ben diversa e più complessa: di certo il Regno Unito e gli altri Paesi dell’UE avranno interesse assoluto a rinegoziare accordi bilaterali nelle materie di interesse comune attualmente in vigore. Il Regno Unito si libererebbe al contempo di numerosi vincoli dell’UE in ambito di welfare, immigrazione, governance economica e finanziaria”.
Nessun elogio dell’Europa, insomma, ma toni comunque lontani dalle scomuniche senza appello contro Bruxelles, che hanno a lungo segnato la linea politica del Movimento.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“SE UNO PRENDE DECISIONI LONTANE DALLA LINEA DEL GRUPPO”: DECIDE LO STAFF … MA A TORINO LA APPENDINO NON APPLICA LA NORMA FARSA
Non solo la sindaca Virginia Raggi e i consiglieri in Campidoglio, anche gli assessori della futura giunta rischiano una multa da 150mila euro se violano il codice di comportamente M5s.
Il documento firmato dai candidati grillini, come anticipato a febbraio scorso, sarà sottoposto anche alla squadra di esterni che sarà annunciata ufficialmente nei prossimi giorni.
I 5 stelle sono alla ricerca di facce che siano completamente svincolate dai partiti tradizionali, ma il timore è che i selezionati poi non seguano la linea del gruppo. Raggi e il mini direttorio romano sono al lavoro per esaminare i curriculum e non mancano le difficoltà tra rinunce e perplessità .
La prima precauzione è cercare persone che siano vicine allo spirito del Movimento, ma potrebbe non bastare.
Da qui la decisione di far firmare il codice etico anche ai futuri assessori.
“Sindaco, assessori e consiglieri eletti dovranno rispettare il presente Codice”, si legge nel documento che include i membri della giunta tra i soggetti tenuti ad operare in sintonia “con le indicazioni date dallo staff”.
E tra i sottoposti, in caso di violazione, al rischio di multa per danno di immagine di almeno 150mila euro.
Si tratta di una clausola simile a quella degli europarlamentari M5s che invece rischiano una penale di 250mila euro.
Diversa invece la situazione a Torino: la sindaca Chiara Appendino ha fatto firmare un codice etico “soft” dove non è prevista alcuna sanzione in denaro.
Il documento che tutti i candidati grillini a Roma hanno firmato prevede che “le proposte di atti di alta amministrazione e le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico-legale a cura dello staff coordinato dai garanti del M5s, al fine di garantire che l’azione amministrativa degli eletti M5S avvenga nel rispetto di prassi amministrative omogenee ed efficienti, ispirate al principio di legalità , imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa di cui all’art. 97 della Costituzione”.
Anche gli assessori dovranno rispettare il “non statuto”, dovranno “coordinarsi con i responsabili della comunicazione del M5s nel Parlamento (gruppo comunicazione)”, dovranno informarsi ai principi di “trasparenza”.
Gli assessori rientrano anche nel capitolo “sanzioni” assumendosi “l’impegno etico” a dimettersi in caso di condanna penale anche solo di primo grado o se iscritti nel registro degli indagati e se una consultazione in rete o i garanti “decidano per tale soluzione nel superiore interesse del preservazione dell’integrità del M5s”.
“Il sindaco, ciascun assessore e ciascun consigliere sarà ritenuto gravemente inadempiente laddove, secondo il principio della democrazia diretta, detto “recall”, già applicato negli Stati Uniti” lo decidano almeno 500 iscritti al M5s o lo decida una votazione in rete.
Infine, continua il documento, “ciascun candidato del M5s alla carica di Sindaco di Roma Capitale, di Assessore della Giunta di Roma Capitale e di consigliere dell’Assemblea di Roma Capitale, prima delle votazioni per le liste elettorali, dovrà sottoscrivere formalmente il presente codice di comportamento” e quindi “si dichiara consapevole” che “a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5s subirà un grave danno alla propria immagine, che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000“.
Il candidato, conclude, “accetta espressamente la predetta quantificazione del danno all’immagine che subirà il M5S in caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento del predetto importo, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff”.
Intanto per il team Raggi è corsa contro il tempo per trovare i nomi che completino la squadra.
Nelle scorse ore su Facebook è scoppiato il caso di Rolando Ramieri, membro dei gruppi di discussione M5s in Municipio IX, a Roma, che ha lanciato l’annuncio, dalla sua pagina social che recitava: “Se a qualcuno dei miei amici di Facebook interessasse svolgere il compito di assessore municipale al IX Municipio e ritenesse di possedere le competenze giuste mi contatti in privato così da fornirgli le informazioni per inviare il suo cv allo staff del nuovo presidente del Municipio. Astenersi commenti inutili e perditempo di governo”.
Lo stesso Ramieri, seppellito dalle richieste e dai cv, poi ha ammesso “di aver commesso una leggerezza nel pubblicare sul mio profilo la richiesta di ricerca di assessori. Io non ricopro nessun ruolo nè nel gruppo IX Municipio nè tantomeno all’interno del M5S romano”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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