Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX PRODANI: “NON FAREMO LA STAMPELLA AL GOVERNO”… E’ NAUFRAGATO UN NUOVO GRUPPO PARLAMENTARE PRO-MAGGIORANZA
“Io lo so — dice Felice Casson, senatore Pd in contrasto aperto con la linea di Matteo Renzi — che molti renziani pensano oggi di poter fare campagna acquisti tra i grillini disorientati dopo le ultime vicende, ma penso anche che caschino male; se pure si dovesse verificare una scissione nel gruppo, l’indole dei 5 Stelle li porterà comunque all’opposizione, non certo a far da stampella al governo…”.
E invece, Matteo Renzi ci ha pensato eccome a reclutare ex grillini.
Anzi, dicono i suoi che l’ordine di scuderia sia proprio quello di osservare con grande attenzione cosa accadrà nel Movimento nelle prossime settimane.
Perchè se è vero, come sembra, che la dissidenza interna ai grillini si attesta oggi tra i 30 e i 40 parlamentari, tra deputati e senatori, è anche vero che quel numero può fare la differenza, fino a diventare determinante, al momento dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Dunque, l’idea dei renziani è riuscire, in qualche modo, a controllare la possibile diaspora.
E laddove possibile, fare “campagna acquisti”, soprattutto al Senato. Dove già dai prossimi voti di fiducia qualche voto in più farebbe un gran comodo; l’esecutivo, d’altra parte, può contare solo su cinque voti di differenza a palazzo Madama, troppo pochi per star tranquilli con la sinistra Pd in ebollizione e Forza Italia non più in grado di garantire tenuta sul fronte delle riforme.
Insomma, è partita una vera caccia al grillino dissidente. E potenzialmente scissionista. Sembra essere venuta meno, infatti, anche quell’idea che era circolata nelle settimane scorse e che prospettava la formazione di un nuovo gruppo parlamentare dove far confluire non solo gli ex Scelta Civica e Popolari per l’Italia, ma anche i forzisti fittiani (anche lì, solo in caso di scissione) e altri provenienti dal gruppo misto, tra questi ex grillini espulsi agli esordi parlamentari del Movimento.
I risultati elettorali delle Regionali, però, hanno rimescolato le carte e determinato scosse telluriche forti nei gruppi e dunque l’ipotesi è sfumata.
“Ne avevo sentito parlare anche io — racconta ancora Casson — ma si sarebbe trattato di un gruppo molto grande, difficilmente gestibile proprio perchè composto da un’umanità politica molto variegata. Non stento a credere che l’operazione possa essere naufragata così come credo che far conto sui grillini dissidenti, anche per l’elezione del Presidente della Repubblica, sia una pallottola spuntata”.
D’altra parte, l’ala dissidente dell’M5s, qualora decisa di dividersi, dovrà dapprima compattarsi e solo allora avrà modo di testare la propria tenuta nelle votazioni in programma alla Camera e al Senato.
E proprio a Palazzo Madama i Cinquestelle potranno giocare un ruolo determinante già nel corso dei prossimi giorni.
Al momento, però, i senatori non sono pienamente convinti del percorso avviato alla Camera e a Parma. Guardano con attenzione per capire come muoversi.
D’altronde, i pentastellati del Senato sono abituati a pressioni e richieste di «soccorso» da parte degli altri partiti di governo; quindi, prima di muoversi preferiscono valutare bene la situazione.
E, soprattutto, dato da non sottovalutare, hanno già pagato un tributo alto in termini di espulsioni con l’allontanamento di ben 15 colleghi.
Appoggiare il governo, insomma, ora appare prematuro.
Aris Prodani, deputato friulano dissidente, infatti, lo esclude. “Io non so se Renzi stia davvero pensando a reclutare una parte di noi, ma se lo pensa casca senz’altro male; anche qualora dovessimo dividerci, di certo non potremo fare da stampella al governo. Diverso, invece, il discorso sull’elezione del presidente della Repubblica, ma anche lì non intravedo la possibilità che emergano candidature Pd sulle quali poter convergere”.
I 5 stelle, insomma, anche se divisi, potrebbero marciare uniti sul fronte dell’elezione per il Colle. E questo Renzi lo teme. Se, infatti, proprio dai grillini fosse lanciato un nome autorevole, poi sarebbe difficile farne digerire la bocciatura ai cittadini (una sorta di replica di quanto accadde nel 2013 per Stefano Rodotà ).
Al momento, al Senato, i renziani hanno messo mano al pallottoliere per misurare quanti 5 Stelle potrebbero usare il voto segreto come prova generale per futuri traslochi. Non è un caso se, infatti, dal Nazareno sono stati fatti trapelare, per la successione al Quirinale, sia il nome di Raffaele Cantone che quello di Nicola Gratteri, per sondare l’animo dei 5 stelle.
La caccia al voto grillino in libera uscita, insomma, è appena cominciata.
Ma le speranze di Renzi rischiano di restare deluse: “Potremo pure dividerci — chiude Prodani — ma piuttosto che dare una mano a Renzi, meglio dimettersi dal Parlamento…”.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
GRILLO TORNA A GENOVA E STUDIA COME FRENARE L’AVANZATA LEGHISTA…E SUL TAVOLO CI SONO ALTRE VENTI ESPULSIONI
Avanti e indietro, la vita è tutta qua.
Almeno quella di Beppe Grillo, nomade dell’autostrada E80, quella che a seguirla tutta si arriva in Portogallo.
Neanche il tempo di disfare valigie e pensieri nel buen retiro di Marina di Bibbona, splendido Tirreno alla fine del viale di Bolgheri, che la realtà è venuta a cercarlo sotto forma di delegazione parlamentare.
E allora via, di nuovo verso Genova, a riordinare i pensieri, a decidere che d’ora in poi, tra lui e i deputati e senatori che ha mandato alle Camere, ci sarà un’intercapedine: cinque nomi nei quali ripone massima fiducia.
Ora, ragiona Grillo, ci vogliono nuove regole, meno stringenti, più adatte a inseguire Renzi e Salvini in quelle praterie di consenso dove il Movimento non scorrazza da un bel po’.
Ma serve soprattutto un nuovo inizio. Facce fresche, voci nuove.
Gente da mandare in tv a determinate condizioni perchè senza confronto l’attenzione cala e i voti pure.
E magari persone con un’appartenenza territoriale netta, una denominazione d’origine controllata da opporre a quel Salvini che s’è messo in testa di andare a far man bassa anche al Sud, dopo l’umiliazione che gli ha riservato in Emilia, madre e matrigna della sua creatura. I M5S come lega del Meridione, prima che la faccia qualcun altro.
Però l’amarezza resta e la voglia scema.
Anche perchè lui rimane megafono, ma la voce s’è arrochita da tante delusioni rimediate nelle cabine elettorali.
Qualcuno, al culmine della sfida lanciata al sistema dal M5S, doveva andare a casa. Ma tutto pensava il fondatore del Movimento meno che sarebbe stato lui il primo a stufarsi.
E nel suo primo giorno a bassa intensità politica sceglie il silenzio, per sè e per gli altri: i membri del direttorio non scendono nell’agone, quasi non fiatano se non per dire, come Roberto Fico, che «nel M5S c’è un’atmosfera serena, di dialogo e di condivisione». Pacificati più che silenziati.
Pronti a farsi più eterei degli altri, più imprendibili. Come lui.
E mentre il diarca svogliato si gode le prime ore tranquille di una settimana ad alta intensità , Roma il formicaio è impazzito.
La nuova struttura ha messo tutti contro tutti ed è l’ora della resa dei conti.
Il capogruppo alla camera Cecconi prova a tenere dritta una barca che scarroccia ancor prima di lasciare il porto, ma lo fa con l’aria di chi avverte che si parte comunque, con o senza l’equipaggio al completo.
Nell’assemblea di venerdì notte gli è stato chiesto di chiedere presto una «congiunta» con i senatori per regolare i conti aperti nel gruppo e, in caso, procedere a nuove espulsioni. Verranno esaminate le posizioni di più di venti deputati. L’aut aut.
Il grosso è accusato di non aver rendicontato.
La narrazione è sempre la stessa: chi critica lo fa per tenersi i soldi. E allora finiscono sul banco degli imputati Barbanti, Baldassarre, Bechis, Benedetti, Bernini, Cariello, Daga, Grande, Mucci, Pisano, Prodani, Rizzetto, Rostellato, Segoni, Terzoni e Turco. L’intera pattuglia dissidente.
Certo, nel procedimento sono stati inseriti anche dei pasdaran come Morra, Nuti e Nesci, ma per loro le accuse derivano da questioni territoriali: non verranno espulsi e usciranno dall’assemblea con in tasca un’assoluzione definitiva.
Nel parapiglia delle espulsioni minacciate è una corsa a trovare il lato giusto della nave, quello dal quale non sta arrivando l’onda.
La vicecapogruppo Dadone ci tiene a precisare che quell’hashtag polemico contro il direttorio comparso venerdì su Twitter lei non l’ha mai condiviso. Anzi.
Il criterio col quale sono stati scelti i cinque a lei va benissimo: «Sono persone di fiducia di Beppe. che c’è di strano? È lui il fondatore del Movimento».
Francesco Maesano
(da “La Stampa”)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
L’ACCUSA RIDICOLA: HANNO PAGATO TUTTI LA QUOTA MA NON HANNO PUBBLICATO I DATI DEI BONIFICI SUL SITO UFFICIALE
“Altre 17 espulsioni pronte da discutere sul tavolo dell’assemblea congiunta del Movimento 5 Stelle“. 
La notizia trapela da ambienti M5S dopo la riunione dei deputati. Tutte le agenzie la battono.
Ma in poche ore viene smentita dal capogruppo Andrea Cecconi, a cui peraltro era stata attribuita la comunicazione di espulsione.
Il capogruppo parla di “speculazioni giornalistiche” in quanto “la stessa (assemblea, ndr) deve ancora essere formalmente convocata”.
Inoltre, precisa Cecconi in una nota, “non è previsto che l’assemblea dei gruppi parlamentari possa in alcun modo prendere decisioni in merito ad amministratori locali”.
La decisione di convocare un incontro congiunto per il 3 dicembre, conclude poi Cecconi, sarà presa solo per “creare un clima positivo e di serenità in seno al gruppo parlamentare, così da superare tutte le incomprensioni passate e ripartire in maniera più compatta”.
L’annuncio della procedura di espulsione, fatto filtrare come retroscena da esponenti 5 Stelle, mostra comunque con evidenza una certa tensione all’interno del gruppo.
Il motivo? In sostanza dopo l’espulsione di Massimo Artini e Paola Pinna, motivata ufficialmente dal ritardo nella rendicontazione, in molti danno per scontato un procedimento anche per gli altri 17 membri nella medesima posizione.
Per questo si è resa necessaria la smentita ufficiale di Cecconi.
I nomi degli eletti finiti “sul banco degli imputati” sono stati pubblicati sul sito Tirendiconto.it: Sebastiano Barbanti, Marco Baldassarre, Eleonora Bechis, Silvia Benedetti, Paolo Bernini, Francesco Cariello, Federica Daga, Marta Grande, Mara Mucci, Girolamo Pisano, Aris Prodani, Walter Rizzetto, Gessica Rostellato, Emanuele Segoni, Patrizia Terzoni e Tancredi Turco.
In ogni caso, comunque, la riunione dei parlamentari — all’indomani dell’espulsione di Artini e Pinna — si è soffermata su questo delicato punto.
La discussione sui 17 parlamentari che potenzialmente rischiano l’espulsione dai 5 Stelle è stata, secondo quanto riportano alcuni partecipanti, molto aspra: un dissidente parla di “scontro durissimo. Le urla si sentivano da chi stava in strada”.
La tensione è salita quando i 17 sotto accusa hanno ribadito che i bonifici sono stati tutti correttamente inviati, ma che, per problemi tecnici, la pubblicazione sul blog di Beppe Grillo non era stata possibile.
Alcuni di loro hanno cercato di rimediare con dei post sui propri profili Facebook ufficiali, ma questo non è bastato a evitare loro di essere messi in discussione: “O li mettete sul sito ufficiale o siete fuori”, avrebbero risposto i membri del nuovo direttorio Luigi Di Maio, Carlo Sibilia e Roberto Fico.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
COME GRILLO HA BUTTATO VIA IL BIGLIETTO VINCENTE DELLA LOTTERIA
«Sono un po’ stanchino», ha scritto sul suo blog citando Forrest Gump. 
C’è da credergli: come Tom Hanks nel film di Robert Zemeckis era partito così, senza una meta precisa («Quel giorno, non so proprio perchè decisi di andare a correre un po’») e si era ritrovato con l’illusione di avere in pugno il Paese.
Dove abbia cominciato, Beppe Grillo, a sprecare l’immenso patrimonio che di colpo si era ritrovato in dote alle elezioni del 2013 non si sa.
Forse il giorno in cui apparve sulla spiaggia davanti alla sua villa con quella specie di scafandro, misterioso e inaccessibile come un’afghana sotto il burka.
Forse quando, avvinazzato dai titoli dei giornali di tutto il mondo, rifiutò per settimane ogni contatto con la «vil razza dannata» dei giornalisti nostrani compresi quelli corteggiati nei tempi di vacche magre.
Forse quando, scartando a priori ogni accordo, plaudì ai suoi che rifiutavano perfino di dire buongiorno agli appestati della vecchia politica o si disinfettavano se per sbaglio avevano allungato la mano a Rosy Bindi.
O piuttosto la sera in cui strillò al golpe e si precipitò verso Roma invocando onde oceaniche di «indignados»: «Sarò davanti a Montecitorio stasera. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Qui si fa la democrazia o si muore!». Dopo di che, avuta notizia di un’atmosfera tiepidina, pubblicò un post scriptum immortale: «P.s. Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro…».
E le barricate contro i golpisti? Uffa… Certo è che mai ora, dopo aver perso tra abbandoni ed espulsioni 15 senatori e 7 deputati con la prospettiva di perderne altri ed essere uscito a pezzi dalle ultime regionali che aveva solennemente annunciato di stravincere («Ci dobbiamo prendere Calabria ed Emilia-Romagna. Sarà un successo, mai stato così sicuro») Grillo si ritrova a fare i conti con un dubbio: non avrà perso il biglietto della lotteria? Non sarebbe il primo.
Smarrì il suo biglietto vincente Guglielmo Giannini, dopo aver portato con l’Uomo Qualunque trenta deputati (tantissimi: il quadruplo degli azionisti) all’Assemblea costituente.
Lo smarrì Mario Segni, che dopo il referendum pareva destinato a raccogliere l’eredità della Dc.
Lo ha smarrito Antonio Di Pietro, del quale Romano Prodi disse «quello si porta dietro i voti come la lumaca il guscio».
I VOTI PERDUTI
Il guaio è che lui stesso sembra sempre meno convinto di esser ineluttabilmente destinato a vincere.
E fa sempre più fatica a spacciare per vittorie certe batoste. E in ogni caso, ecco il problema principale, sono sempre meno convinti di vincere quanti avevano visto in lui l’occasione per ribaltare tutto.
Non ripassano, certi autobus. Una volta andati, ciao.
Prendete la Calabria: conquistò 233 mila voti (quasi il 25%), alle politiche del 2013. Ne ha persi l’altra settimana duecentomila. E quando mai li recupererà più? Con questa strategia, poi!
«Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5 Stelle», ha scritto ieri Marco Travaglio, che pure non faceva mistero di averlo votato.
«Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta Tempio del Popolo, che nel 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella giungla della Guyana». Citazione curiosamente appropriata.
Basti riprendere un numero di «Sette» del 1995.
Il titolo di un’intervista all’allora comico diceva tutto: «Quasi quasi mi faccio una setta».
Beppe Grillo non era già più «soltanto» un istrione da teatro. Girava l’Italia in 60 tappe con lo show «Energia e informazione», irrompeva all’assemblea della Stet rinfacciando all’azienda telefonica i numeri hot a pagamento, attaccava le multinazionali, incitava ad «accelerare la catastrofe economica.
Per l’esplosione del consumismo. Potremmo comprare cose inesistenti: elettroseghe per il burro, spazzolini da due chili monouso che dopo esserti lavato una volta li butti in mare per ammazzare i pesci…». Faceva ridere.
E spiegava che proprio per quello gli andavano dietro: «Perchè sono un comico. Perchè non fabbrico niente. Perchè chi parla contro i gas fabbrica le maschere antigas. Invece io, non vendendo nè gas nè maschere antigas, sono credibile. Che ci guadagno?».
Ed è su questa domanda che è andato a sbattere. Brutta bestia, il potere.
Guadagnato quello, il bottino più ambito di chi fa politica, è andato avanti sparandola sempre più grossa. Nella convinzione che ogni urlo, ogni invettiva, ogni insulto portasse ancora voti, voti, voti…
«Ogni voto un calcio in culo ai parassiti che hanno distrutto il Paese». «Facendo a modo nostro saremo più poveri per i prossimi 4-5 anni, ma senza dubbio più felici». «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno». «Il Parlamento potrebbe chiudere domani. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica».
«Bisogna ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, enormi depositi di letame spazzati via da due fiumi deviati dall’eroe».
PAROLE PESANTI
E via così. Anche sui temi più ustionanti, dove non è lecito esercitare il battutismo: «La mafia è emigrata dalla Sicilia, è andata al Nord, qui è rimasta qualche sparatoria, qualche pizzo e qualche picciotto». «Hanno impedito a Riina e Bagarella di andare al Colle per la deposizione di Napolitano per proteggerli: hanno già avuto il 41 bis, un Napolitano bis sarebbe stato troppo».
«La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua condotta morale e non scioglieva i bambini nell’acido. Non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma il mafioso si condanna e un uomo d’affari no».
Una cavalcata pazza. Perdendo uno dopo l’altro amici, simpatizzanti, osservatori incuriositi. Di nemico in nemico.
«Adesso Schulz dice che io sono come Stalin. Ma un tedesco Stalin dovrebbe ringraziarlo, altrimenti Schulz sarebbe in Parlamento con una svastica sulla fronte. Schulz, siamo un venticello, lo senti? Arriva un tornado, comincia a zavorrarti attaccato alla Merkel perchè ti spazzeremo via». «Noi non siamo in guerra con l’Isis o con la Russia, ma con la Bce!». «Faremo i conti con i Floris e i Ballarò… Io non dimentico niente. Siamo gandhiani ma gli faremo un culo così…».
E poi barriti contro le tasse: «Siete sicuri che se pagassimo tutti le tasse questo Paese sarebbe governato meglio? Ruberebbero il doppio».
Contro l’ultimo espulso: «Un pezzo di merda». Contro Equitalia: «È un rapporto criminogeno tra Stato e cittadini».
Contro l’inceneritore di Parma: «Chi mangerà il parmigiano e i prosciutti imbottiti di diossina?»
Contro gli immigrati: «Portano la tubercolosi». Sempre nella convinzione che il «suo» movimento potesse prendere voti a destra e a sinistra, tra i padani e i terroni, tra i qualunquisti e i politicizzati al cubo.
Un «partito-tutto» contro tutto e tutti. Finchè, di sconfitta in sconfitta, non si è accorto che qualcosa, nel rapporto col «suo» popolo, si stava incrinando.
Che lui stesso stava smarrendo l’arte superba di saper mischiare insieme la potenza della denuncia e la leggerezza dei toni.
Finchè arrivò il momento che, in una piazza qualsiasi, si accorse che la solita battuta non tirava più. Capita anche ai clown più ricchi di genio.
Ma loro, se vogliono, possono inventarsi un altro numero.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
RESTERA’ UN MOVIMENTO DI INTEGRALISTI NOMINATI DALL’ALTO… LA SPERANZA CHE RESTI ANCORA IN VITA IN ATTESA CHE EMERGA UNA DESTRA DECENTE
Grillo i suoi ormai non li sopporta più. Non ne può più delle proteste e delle lamentele, delle nevrosi e dei litigi isterici, delle discussioni infinite su chi deve stare dentro e chi fuori.
Sugli scontrini del caffè e le ricevute dei bonifici. È stanco, dice. Lo ripete più volte davanti al corteo dei cittadini-parlamentari in rivolta che gli piombano sotto casa a Bibbona pronti a rimettere tutto in discussione.
Chi me lo ha fatto fare… avrà anche pensato, mentre di malavoglia ascoltava lo sfogatoio degli onorevoli straagitati senza farli entrare.
Perchè sia chiaro, il movimento che ha in mente Beppe Grillo (che ha sempre avuto in mente) non è mai cambiato.
È un progetto preciso, fatto di poche regole, molto semplici. Forse un po’ rudimentali. Forse incompatibili con la lettura oggi prevalente dell’articolo 49 della Costituzione: i partiti dovrebbero consentire ai cittadini di concorrere «con metodo democratico» alla politica nazionale.
Almeno se si pensa che la democraticità interna di qualsiasi organizzazione presupponga regole impersonali.
Però sono regole che chiunque abbia aderito a quel movimento conosceva benissimo: «Regole non imposte a nessuno, se uno vuole le accetta e se entra nel movimento sottoscrive dei patti, anche con gli elettori, e poi li deve mantenere».
Così disse. Punto e basta.
A Grillo interessa un partito coeso che marcia unito, non gli importa se grande o piccolo. Se 20 o 30 escono, per motu proprio o perchè cacciati con web-liturgia, per lui non cambia nulla. La cosa importante è mantenere la rotta e rimanere compatti.
È il partito degli ortodossi quello che ha in mente da sempre. Non un partito pluralista. Non uno in cui siano ammesse correnti e capibastone o battitori liberi.
«Sono dei portavoce, non sono Charles De Gaulle», che non si montino la testa, dichiarava Casaleggio.
L’indicazione del Direttorio di ieri, formato da 5 fedelissimi (Di Battista, Di Maio, Fico, Ruocco e Sibilia) e battezzato con un plebiscito (sì per il 92% dei votanti), non significa tanto un passo verso la democratizzazione e l’autonomizzazione del movimento, quanto un modo per confermare la teoria del partito degli integralisti, nominati dall’alto e senza competizione (la ratifica della rete era un prendere o lasciare, tutto in blocco, quindi in sostanza un ennesimo voto di fiducia sul leader). Un modo per mettere almeno un grado di separazione tra il leader e la base dei parlamentari sempre più in fibrillazione dopo il flop in Calabria e il forte ridimensionamento in Emilia Romagna, rispetto al 2013.
Il progetto di Grillo, anche quando arretra, non cambia, anzi torna alle origini, all’utopia delle battaglie contro tutti e della partecipazione diretta attraverso una piattaforma virtuale.
È un partito personale e sarà difficile riuscire a trasformarlo in qualcos’altro. Molto simile a quello di Berlusconi, con i suoi Direttori o Collegi dei garanti scelti dalla villa di Arcore, appunto. Con il difetto che far sopravvivere nel tempo questi partiti, privi di procedure democratiche interne consolidate, impersonali, è estremamente difficile, quasi impossibile.
D’altro canto, c’è da augurarsi che Grillo e i 5 stelle non scompaiano, visto il rischio che il vino giovane dell’antipolitica finisca travasato nella vecchia botte xenofoba di Salvini.
Dunque meglio che, anche se con un Direttorio di nominati dall’alto e con le procedure della pseudo-democrazia digitale, il Movimento 5 Stelle viva ancora qualche stagione, almeno fino a quando una destra decente non sarà in condizione di riattivare il bipolarismo.
Per dirla tutta, ci sarebbe da sperare, che, invece di nascondersi dietro ai cinque luogotenenti, Grillo si rassereni, tenga aperto il dialogo con i suoi cittadini-anonimi-momentaneamente-in-parlamento e torni in Tv oppure, se proprio è stanchino, impugni il cellulare e parli alla radio.
È difficile che torni ad essere un partito del 30%. Ma continua ad avere un suo perchè. Ha avuto il grande merito di contribuire, seppure come conseguenza inattesa della sua iniziativa, per una «eterogenesi dei fini» direbbero i molto più raffinati, a inaugurare una fase completamente nuova della politica italiana.
E oggi non può lasciare tutti gli indignati alla destra della nuova Lega dei Popoli. In fondo su una cosa Grillo aveva ragione: «Se non ci fossimo stati noi, ci sarebbe un’Alba Dorata anche in Italia».
Più o meno è andata così, fino ad ora.
Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”)
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Novembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA PAURA DELLA CONTESTAZIONE E GLI INSULTI CON ARTINI: COSàŒ BEPPE HA DECISO DI DIRE BASTA
È stata la moglie Parvin, a insistere più di tutti: «Non puoi andare avanti così». Che fosse stanco, esausto,
svuotato da questi ultimi due anni di piazze e giornalisti sotto casa, comizi ed espulsioni da decidere,
Beppe Grillo lo aveva confessato a tutti quelli che gli sono più vicini. E lo aveva dimostrato nell’ultima campagna elettorale, quando il massimo che aveva voluto fare per la Calabria era stato un video poco riuscito.
Mentre in Emilia si era deciso ad andare solo all’ultimo momento, ritrovandosi con 100 persone al circolo Mazzini di Bologna a dire ai suoi: «Dovete camminare con le vostre gambe».
Anche per questo, a un direttorio di persone che possano prendere la guida dei gruppi parlamentari e fare da interfaccia nei territori, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio pensavano da tempo.
Ed erano mesi che i cinque prescelti andavano periodicamente a Milano, suscitando l’invidia degli esclusi.
Di chi si considerava più adatto al ruolo di referente interno vinto, invece, dal fedelissimo Roberto Fico, dal tessitore Luigi Di Maio, insieme ai falchi — spesso gaffeur — Carlo Sibilia e Alessandro Di Battista, e all’unica donna Carla Ruocco.
I tempi decisi, però, erano altri. Si sarebbe dovuto procedere prima alle espulsioni di chi negli ultimi mesi ha messo in discussione la linea (in quella saletta di Bologna Grillo si era lasciato sfuggire la frase: «È il momento di fare pulizia»), e poi alla nomina dei cinque piccoli leader (che potrebbero essere seguiti da figure analoghe per il Senato).
Non arriva a sorpresa, quindi, il passo indietro. Ma c’è stato qualcosa che lo ha affrettato.
L’assedio degli attivisti toscani alla villa di Marina di Bibbona è stato il punto di rottura. Ritrovarsi a chiamare la polizia non per paura di troppi taccuini e telecamere, ma dei suoi stessi militanti, delle loro proteste e delle loro domande, è stato il momento che ha portato Beppe Grillo a dire «basta».
Era nella sua casa al mare a cercare tranquillità , l’altro ieri, e si è ritrovato 50 attivisti a protestare fuori dal cancello. I suoi attivisti.
Quelli che nelle tappe toscane lo portavano a cena. Quelli che — dopo i comizi del mattatore che gridava, a Siena, contro lo scandalo Mps — al mattino passavano presto a pagargli l’albergo.
Non aveva nessuna voglia di parlare, il capo, ma ha dovuto farlo. Prima con il deputato Samuele Segoni. Poi con Federica Daga, Silvia Benedetti, Massimo Artini. Non voleva, li ha fatti aspettare a lungo, sono stati al telefono 10 minuti: «È assurdo Beppe, siamo qui, aprici ».
Lui è uscito, ha fatto varcare ai tre il cancello, ma li ha tenuti un’ora e mezzo lì fuori, al buio, ben lontani dalla porta di casa. E intanto, furibondo, pensava: «Basta».
«Ha fatto una parte indegna — racconta Artini — parlava dei clic sul sito, diceva che ci sono milioni di visualizzazioni e che i voti non contano. Poi mi ha detto di non preoccuparmi, che tanto rimango deputato. Allora gli ho detto vaffanculo, Beppe. Vai a cagare».
Avevate un rapporto? «Sì, avevamo un rapporto, ma di questa giornata terribile quell’ora e mezza è stata la peggiore».
È stato un vaffa, a far scattare la decisione. Il vaffa di un suo deputato, e le domande della giovane Silvia Benedetti che chiedeva: «Perchè ora?».
E che ha fatto in modo che all’attore consumato sfuggisse la verità : «Perchè se avessimo aspettato l’assemblea non eravamo certi di poterli cacciare».
Resta duro a ogni richiesta di ascolto, Grillo. «Non vi fidate più di me?», continuava a chiedere, incredulo.
Poi, una volta andati via, chiama Gianroberto Casaleggio — che le cronache del quartier generale raccontano sempre più irritato — e insieme decidono che è il momento.
Era stato Casaleggio a chiedere ai falchi in Parlamento di mandar via «le mele marce». Loro gli hanno detto che poteva non essere facile, e allora ogni regola è saltata: quella di far votare prima l’assemblea, e quella (prevista dal non-statuto, la Bibbia del Movimento) di non creare organismi direttivi.
Così, con il post in cui Grillo si dice «stanchino come Forrest Gump», e scegliendo i nomi di coloro che dall’inizio sono stati i più coccolati dal blog, i due creano le condizioni per il plebiscito del 91,7 per cento arrivato poco dopo le sette di sera.
«Da noi le prime, le seconde e le terze file si decidono in base ai like ottenuti su Facebook », diceva qualche tempo fa il deputato Tancredi Turco. In qualche modo, è stato profetico.
Chi racconta della crisi di Grillo, però, dice che in realtà è cominciata prima di quel brutto giovedì notte.
Precisamente, il 14 ottobre scorso, quando — il giorno dopo la riuscita tre giorni del Circo Massimo — era andato a fare un giro nella sua Genova ferita dall’alluvione per sentirsi gridare da un angelo del fango: «Vieni qui, ti sporchi un po’, ti fai fare le foto. Vai via!».
Si era infuriato, Grillo. Era fuggito in motorino sulla collina di Sant’Ilario. Dov’è tornato ieri mattina, dopo l’assedio di Bibbona.
Tocca ai «ragazzi», come li chiama lui, vedersela con le altre espulsioni.
Tocca a loro, ascoltare proteste e lamentele.
Il capo è stanco, e — per ora — resta a guardare.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
SàŒ DALLA RETE CON IL 91,7%. MA GLI ELETTI SI ARRABBIANO… PERICOLO SCISSIONE
Ieri, ore 10:50: il Movimento che era diverso non lo è più. 
E l’uno vale uno finisce in soffitta. Il Caro leader Beppe Grillo è “un po’ stanchino”. E fa un passo indietro, anzi di lato.
Cala dal blog un direttorio di cinque deputati, “perchè io e il camper non bastiamo più”, e il web batte le mani con il 91,7 per cento.
Ma i Cinque Stelle esplodono come una mina, in mille frammenti.
I dissidenti contrari (ma pure divisi), i falchi furibondi che minacciano l’addio, quelli fedeli alla linea sempre e comunque, i tanti moderati che non ci capiscono più nulla: storditi.
E in serata c’è una rovente assemblea dei deputati. Sullo sfondo, la scissione che si fa concreta. Perchè Grillo e Casaleggio non vogliono fermarla.
Quasi ci sperano, per chiuderla una volta per tutte con i dissidenti. E con l’eterno nemico Pizzarotti: indeciso se andare allo scontro finale.
La seconda vita del M5S è anche questo. Sospetti e veleni, speranze e calcoli.
La certezza è che Grillo non vuole essere più il prim’attore. E si affida a cinque nomi: il numero tre Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carlo Sibilia e Carla Ruocco. Dovranno aiutarlo a governare la linea, a gestire i problemi.
Perchè è stanco, Grillo. Proprio come Gianroberto Casaleggio: affaticato.
I diarchi pensavano da mesi alla creazione di un direttorio di parlamentari fidati. Qualcuno si era anche offerto per il ruolo, in estate. Casaleggio aveva preso tempo: “Non è ancora il momento”.
Ufficialmente nessuno ammetteva nulla. Negavano: “Diventeremmo un partito con una segreteria, come gli altri”. Ma la storia cambia giovedì sera.
Sotto la casa di Grillo in Toscana appaiono decine di attivisti assieme all’appena espulso Massimo Artini. E il fondatore s’infuria. Decide d’intesa con lo staff di Milano che è tempo di mutare rotta. Un passo utile anche per oscurare la notizia dei due nuovi espulsi, i dissidenti Artini e Pinna.
E allora si cambia, tramite post: “Quando abbiamo intrapreso il percorso del Movimento — scrive Grillo — ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità . Oggi dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo”.
Ovvero, “il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale… Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump”.
Quindi sottopone al voto degli iscritti i cinque nomi, “che opereranno come riferimento più ampio sul territorio e in Parlamento”.
Tutti deputati, 4 su 5 campani. La notizia coglie di sorpresa i parlamentari, nessuno escluso. Tutti notano: “Non ci sono senatori tra i cinque”. Non solo.
Nell’elenco mancano nomi pesanti come Roberta Lombardi, l’organizzatrice della tre giorni al Circo Massimo, o Danilo Toninelli, la mente della legge elettorale grillina, mediatore con il Pd.
Grillo viene inondato di sms. Non risponde. Ma in giornata prende il telefono e chiama alcuni eletti in Senato. Li rassicura: “Nomineremo un direttivo anche per il Senato, siamo partiti dalla Camera perchè da voi bisogna prima sistemare alcune cose”.
Tra i cinque di Palazzo Madama ci sarà sicuramente Paola Taverna, forse Vito Crimi. Ma è bufera, nel venerdì a 5Stelle. Quasi rivolta. Qualcuno difende la scelta. Toninelli, vicino a Di Maio, celebra: “Buon lavoro ai cinquemagnifici ragazzi che insieme a tutti noi faranno risplendere il M5S”.
Il deputato Daniele Del Grosso: “Chiedevamo da tempo una struttura di raccordo”. E il senatore Stefano Lucidi: “La scelta del blog è comprensibile e naturale, i cinque resteranno dei portavoce”.
Ma la pancia del Movimento deflagra di rabbia. “Perchè non sono passati prima per l’assemblea, i nomi dovevamo sceglierli noi” lamentano in parecchi tra i corridoi della Camera. I dissidenti fanno capannello.
Soprattutto, esplode l’ira degli ortodossi. Daniele Pesco lo mette nero su bianco: “Se dovesse vincere il sì io mi dimetto. Sono tutti cari amici, ma il Movimento non è questo, non siamo un partito”.
Irrompe Dino Alberti: “Ho votato no e spero che tutti gli iscritti al portale votino no. Chiedo ai cinque di prendere posizione contro questo comunicato. Se vince il sì presento le dimissioni”.
La dissidente Patriza Terzoni lancia l’hashtag #Beppequestavoltanoncisto. Vota no, come Giulia Sarti e il senatore Giuseppe Vacciano.
Walter Rizzetto, critico di peso, ha un tono diverso: “Il direttorio è un passo in avanti, ma è evidente che l’uno vale uno non c’è più”.
Rizzetto vuole schivare lo scontro, almeno per ora. Perchè in controluce c’è la partita della scissione. Grillo e Casaleggio l’hanno detto chiaramente nelle ultime ore: “Basta con questi dissidenti, se ne vadano prima possibile, anche in 50 se vogliono”.
Le due espulsioni di giovedì erano una miccia per accelerare l’esodo, prima dell’assemblea degli eletti del 7 dicembre, convocata a Parma da Pizzarotti in totale autonomia.
Un appuntamento che potrebbe segnare la scissione. Venti, forse più parlamentari e un bel po’ di amministratori locali vorrebbero saltare il fosso con Pizzarotti, per un Movimento diverso. O per un progetto diverso.
Ma il sindaco non è affatto sicuro. Da Parma, il suo capogruppo Marco Bosi: “Voto no, il direttivo serve ma democratico. E se cacciamo Artini e Pinna dovremmo espellere o no la Taverna, assente non giustificata dall’aula nel 48 per cento dei casi?”.
Si fa sera, e il blog emana la sentenza: sì al direttorio, con il 91,7 per cento. I cinque ringraziano su Facebook: “Sarà bellissimo”. Pizzarotti twitta: “Uno vale.”
A ratificare il risultato sarà un’assemblea congiunta, il 3 dicembre.
Ma alle 20 è già assise straordinaria dei deputati. Il direttorio si presenta davanti a una trentina di colleghi, in un clima gelido.
In tanti chiedono di far uscire dalla sala i tre membri della Comunicazione presenti. Si vota, e i tre devono uscire.
Poi si discute dell’espulsione di Artini. “Serve il voto dell’assemblea” invocano.
E non sono solo dissidenti. Volano urla. I cinque cercano di mediare.
Ma è solo l’antipasto, del futuro. Diverso.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
GRILLO E CASALEGGIO FORMALIZZANO IL CERCHIO MAGICO, MA MEZZO MOVIMENTO GIA’ SI RIBELLA
Cinque astri destinati a illuminare il cammino del Movimento. 
O cinque supernove destinate a far collassare il mondo conosciuto delle 5 stelle.
Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia sono i cinque parlamentari destinati a prendere in mano le redini degli uomini di Beppe Grillo.
Il leader è stanco, lo si scrive da tempo, sempre più disinteressato – se mai lo sia stato veramente – a seguire il day-by-day fatto di decisioni e composizioni di diversi interessi che costituiscono la vita quotidiana di un soggetto politico.
Complici i problemi di salute di Gianroberto Casaleggio, i due diarchi hanno deciso di passare (parzialmente) la mano.
Una decisione meditata da tempo. Esclusa la possibilità di far scegliere agli stessi parlamentari i nomi, il caos generato dalle espulsioni a freddo di Massimo Artini e Paola Pinna hanno accelerato un processo già messo in moto.
Obiettivo: riorganizzare le fila di un Movimento che oggi va in ordine sparso.
“Ma se poi la decisione provoca una definitiva frattura con l’ala dissidente tanto meglio – spiegano dallo staff – così risolviamo subito il problema e ripartiamo”. Perchè è questa la direzione che stanno prendendo gli eventi nelle ultime ore.
Un insospettabile come Daniele Pesco è arrivato alle conseguenze più estreme: “Se vincono i sì mi dimetto”.
Già , perchè la nomina del Direttorio passa da una ratifica sul blog.
Un sondaggio impostato in modo da dover dire sì o no in blocco alle scelte dello staff.
Ma sono tantissimi quelli che non ci stanno.
“Così diventiamo un partito”, protestano Marco Baldassarre e Patrizia Terzoni, quest’ultima forse la più energica a protestare contro le ultime 24 ore di ordinaria follia del M5s. Tanti sono con lei.
“È la svolta del cancellino, ex predellino di Bibbona”, ironizza Tiziana Ciprini.
Per il momento, tuttavia, manca una leadership politica in chi si oppone alle scelte di G&C, e i gesti come quello di Pesco rimangono isolati.
Di ora in ora si susseguono i conciliaboli tra i dissidenti. Che sembrano però intenzionati a rispettare alla lettera la regola dell'”uno vale uno”, marciando in ordine sparso senza riuscire a trovare un punto di caduta.
Quella regola che Grillo e Casaleggio hanno deciso non debba più valere.
O meglio, varrà , ma in cinque varranno più degli altri. Una decisione che, in un movimento che ha sempre rivendicato con orgoglio l’assenza di incarichi interni e la rotazione di quelli istituzionali, è destinata a lasciare il segno.
Tanto che il capogruppo a Montecitorio Andrea Cecconi spiega che “l’incarico non è mica a vita”, e Daniele Del Grosso mette le mani avanti spiegando che (testuale) “non saranno degli imperatori”
La formalizzazione plastica del cerchio magico, o di parte di esso, è uno schiaffo in faccia a tutti quelli che da mesi chiedono un cambio di passo in tutt’altra direzione.
E scontenta un po’ tutti. Perchè non è stata decisa collegialmente, perchè il voto chiesto alla rete è di mera ratifica, prendere o lasciare, perchè i prescelti sono tutti deputati (e qualche senatore, anche tra i più ortodossi, commenta che “da domani dobbiamo farci dirigere da cinque ragazzini), perchè sono tutti espressione di sole due regioni, il Lazio (Di Battista, Ruocco) e la Campania (Fico, Sibilia, Di Maio).
La base intanto insorge. “Il ducetto ha eletto il ‘gran consiglio'”, lamenta un attivista sul blog, puntando il dito contro Grillo e i 5 prescelti.
“Il M5S non comprende tutta l’Italia? – chiede un militante – allora come lo si spiega che sono tutti campani con la sola eccezione di Di Battista, romano”.
“Da attivista – chiede un altro utente – chiedo che si indicano delle primarie aperte agli iscritti e si elegga il leader, Grillo torni a fare il garante del Movimento e si adoperi affinchè la votazione on line diventi certificata ed i due Casaleggio si mettano pure in disparte ad occuparsi di informatica”.
C’è infine chi getta ombre sulla correttezza della votazione in corso, riprendendo la denuncia di Occupypalco. “Non si potrebbero avere i risultati della votazione in anticipo come quelli di ieri (anche nei numeri) verso le 17,21? – chiede ironica un’attivista – Dalle 18,30 ho un impegno di lavoro”.
Anche Claudio Messora, un tempo considerato il numero 3 del Movimento, è caustico: “Dopo le polemiche sulle ultime espulsioni – osserva – Grillo cerca di formare una vera e propria segreteria di partito, un direttorio a 5 stelle scelto da lui, e chiede alla rete di ratificare la sua scelta. Meglio sarebbe stato che i parlamentari stessi, o meglio ancora la rete, avessero indicato i suoi rappresentanti. Dove sono i senatori? Dove sono gli eurodeputati? Dove sono le donne? Dove vengono specificati ruoli, poteri e durata del mandato?”.
Cos’ si affilano le lame, in attesa di una riunione serale che dovrebbe semplicemente sancire la nomina dei cinque ma che si preannuncia un Vietnam, e di un’assemblea congiunta il prossimo 3 dicembre che ratifichi le espulsioni.
Tra il napalm dell’ala dura che spiega che “non ce n’è alcun bisogno, ha già deciso la rete” e l’idea di boicottaggio dei più eterodossi, che si chiedono “ma a che serve ormai? È una presa in giro?”.
E Iannuzzi e Terzoni hanno chiesto che il capogruppo non ratifichi le espulsioni, una mossa destinata a cadere nel vuoto.
Ma l’ala dura festeggia. Nicola Morra usa parole che sembrano arrivare da tre secoli fa: “Bene il Direttorio, continua il progetto rivoluzionario”. Questa volta, almeno, le teste rotolano soltanto metaforicamente.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER SI DICHIARA “STANCO” E PROPONE L’ELEZIONE FARSA DI UN DIRETTORIO CON DI MAIO, DI BATTISTA, FICO, RUOCCO E SIBILIA… ALMENO STAVOLTA NON HA INSERITO NE’ SUO NIPOTE NE’ IL SUO COMMERCIALISTA COME NELLO STATUTO
In meno di 24 ore il Movimento Cinque Stelle si prepara a un’altra giornata farsa.
Ieri, 27 novembre le espulsioni di altri due deputati (Massimo Artini e Paola Pinna), le accuse reciproche su chi rispetta di più le regole (e oggi prende posizione anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin), l’inedito “sit in” di un gruppo di parlamentari e attivisti sotto alla villa del leader, Beppe Grillo, il confronto tesissimo sul pianerottolo della sua casa toscana per chiedere — invano — di rivedere il voto del blog sull’espulsione.
Grillo oggi fa un altro passo, segnando certamente una svolta nella vita del M5s per come lo abbiamo conosciuto finora: sul blog ha messo ai voti (fino alle 19) la nomina di 5 deputati che lo affianchino nella gestione e nel coordinamento del Movimento.
Ovviamente cinque parlamentari chinati ai suoi voleri.
Le figure a cui chiede agli iscritti di potersi affidare sono Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia. Non definisce il loro ruolo.
Un’agenzia di stampa lo chiama direttorio, un’altra “collegio di garanti“, qualcun altro lo chiama comitato di garanzia.
Quello che si capisce è che insieme a Grillo esamineranno la situazione politica e con lui prenderanno eventuali decisioni urgenti.
Il nuovo organo M5s, ad ogni modo, non prevede la presenza di senatori.
E soprattutto provoca altri scontri interni ai gruppi parlamentari.
Ma sembra anche allargarsi il fronte dei critici.
Non ci sono solo Artini, Patrizia Terzoni, Samuele Segoni e Marco Baldassarre che già facevano parte della delegazione che si è presentata a Bibbona.
Ma si aggiunge, per esempio, Daniele Pesco che fin qui è sempre rimasto fuori dai riflettori (nè “figura di riferimento” nè dissidente): “Se dovesse vincere il SI — annuncia — io mi dimetto. Sono tutti miei cari amici, ma il Movimento 5 Stelle non è questo. non siamo un partito.. l’abbiamo sempre detto. Non abbiamo bisogno di un direttivo”.
La seconda notizia è che il “megafono del Movimento” si dice stanco.
Cita Forrest Gump: “Sono un po’ stanchino” scrive. E quindi pur rimanendo in veste di “garante” chiede alla base di sostenere la sua scelta di affiancarlo con 5 parlamentari che finora sono stati tra i più vicini alle scelte di Grillo in questo anno e mezzo di legislatura.
Terza notizia: tutto questo viene reso noto attraverso un “comunicato politico” (il numero 55).
Era da tempo che non ne veniva pubblicato uno. Più precisamente il numero 54 è datato 26 marzo: non portò benissimo, lanciò il #vinciamonoi per le elezioni europee. Il leader dei Cinque Stelle si dice, con ironia, “stanchino” e quindi da una parte assicura che rimarrà nel ruolo di “garante del M5S”, ma dall’altra propone i 5 deputati, come figure che “grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5s in particolare sul territorio e in Parlamento”. Cosa faranno Di Battista, Di Maio, Fico, Ruocco e Sibilia?
“Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del Movimento 5 Stelle”.
Terzoni: “Non ci sto, così diventiamo un partito
Per il momento l’unica che si mette di traverso a questa decisione di Grillo è la deputata Patrizia Terzoni, già contraria nelle ore scorse all’espulsione di Artini e Pinna: “#BeppeQuestaVoltaNonCisto. Ho votato no e spero che tutti gli iscritti al portale votino no. Ma non solo, chiedo a Roberto Fico, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Carla Ruocco e Carlo Sibilia di prendere una posizione contro questo comunicato. Se vince il sì diventeremo un partito ed io non voglio far parte di un partito! Le sovrastrutture lasciamole al Pd”.
Critico anche su questa scelta Massimo Artini, espulso ieri da oltre 19mila iscritti: “Un altro chiaro esempio di democrazia! Sono nomi imposti dall’alto, senza consultazione dei gruppi parlamentari e dell’assemblea”dice al Gr1 Rai.
“Che farò? Sono stato eletto in Toscana. Ieri a Livorno ho incontrato tanti attivisti. Ora mi consulterò con i miei elettori e deciderò”, aggiunge. E l’open day di Pizzarotti? “Mi sono iscritto in tempi non sospetti. E’ inutile strumentalizzare. Ci andrò perchè sono molto interessato alla discussione”.
Iannuzzi al capogruppo Cecconi: “Non firmare l’espulsione”
Ma nel frattempo prosegue il dibattito sulle espulsioni di Artini e Pinna. “Di danni a livello umano ne ho visti davvero troppi, indietro non si torna, il dado è tratto!” scrive su facebook la deputata Tatiana Basilio, che è tra quelle che si sono presentate di fronte alla villa di Grillo insieme ad Artini, Baldassarre e altri.
“Chiudo così, stremata, una giornata terminata con un epilogo triste, figlia di un prologo oscuro — ha aggiunto — Tutto quello che ho vissuto, visto, sentito oggi non mi è piaciuto ed ha segnato il mio animo come un marchio a fuoco indelebile sulla mia pelle”.
Il deputato Cristian Iannuzzi invece ha scritto al capogruppo di Montecitorio Andrea Cecconi per chiedergli di non firmare l’espulsione di Artini e Pinna per “l’anomala procedura”, dice, adottata dal blog di Grillo.
“Almeno non prima — si legge nella mail che Iannuzzi ha inviato anche alla vice capogruppo Fabiana Dadone e al presidente “formale” Alessio Villarosa — della prossima assemblea congiunta M5S Camera e Senato, in cui potremo valutare e decidere assieme la legittimità della procedura stessa”.
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