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L’AMICO DI MARONI CHIAMATO A RISANARE IL BUCO DELLE CASE POPOLARI E’ UN LEGHISTA NEANCHE LAUREATO E CON UN FALLIMENTO ALLE SPALLE

Maggio 2nd, 2017 Riccardo Fucile

NON SOLO: IL GEOMETRA ANGELO SALA HA LO STIPENDIO PIGNORATO DAL TRIBUNALE PER COSTRINGERLO A ONORARE I CREDITORI MAI PAGATI… LE STRANE PROMOZIONI DELLA SUA CONVIVENTE: DA UN MODESTO LIVELLO A3 A DIRIGENTE A 100.000 EURO L’ANNO

Affidereste la Juventus a un manager (non laureato) che nel cv “vanta” il fallimento della sua squadradell’oratorio? E che è formalmente nullatenente perchè il suo stipendio è stato pignorato dal tribunale il quale ha ordinato di girarlo ai creditori mai pagati?
Voi forse no, il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, è di parere differente.
Tanto che dal 1° febbraio 2017 ha consegnato le chiavi di Aler Milano — la società  che gestisce oltre 72 mila alloggi di edilizia popolare occupati da oltre 350 mila cittadini nella città  metropolitana, l’azienda più grande d’Italia in fatto di edilizia popolare, gravata da un buco da oltre mezzo miliardo di euro — al geometra Mario Angelo Sala, proprietario della fallita “Edilmeg srl”.
Dalla sua, Sala vanta, oltre a 27 esami superati al Politecnico (che però non ha mai finito), un diploma da dirigente del Coni e l’esperienza maturata nei tre anni da commissario straordinario prima e presidente poi delle Aler di Como, Busto Arsizio, Monza-Brianza, Varese, società  confluite in un’unica azienda dopo la riforma regionale del 2015.
Altra freccia all’arco di Sala è la ferrea amicizia con il presidente Maroni, cementata dagli anni nei quali il Geometra è stato segretario provinciale della Lega a Como.
Un’amicizia così salda, che quando a fine 2016 l’ex prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi (quello intercettato al telefono con l’olgettina Marysthell Palanco che chiedeva un favore personale spendendo il nome di Berlusconi e alla quale rispondeva gentile che si sarebbe messo a disposizione, pregandola di «salutare il Presidente») ha rimesso il mandato di presidente di Aler Milano con due anni di anticipo e senza dare spiegazioni, Maroni non ci ha pensato su due volte e ha voluto il fidato e leghistissimo Sala.
Una nomina che ha fatto storcere parecchi nasi.
Anche nella maggioranza, lato Forza Italia. Tra i più contrari, i consiglieri regionali di M5s, guidati dalla capogruppo Iolanda Nanni, la quale lo scorso aprile, nel giro di dieci giorni ha presentato ben due interrogazioni sulla nomina.
Con la prima, dal titolo “Criticità  relative alla nomina del Sig. Mario Angelo Sala a presidente di Aler Milano”, la Nanni ha svelato come Sala fosse proprietario del 90% della “Edilmeg srl”, impresa di costruzioni comense fallita il 13 maggio 2005.
Riferiva come lo stesso Sala fosse stato oggetto il 15 dicembre 2015 di una sentenza del tribunale di Como che riconosceva un suo debito non saldato di 50 mila euro e imponeva il pignoramento dello stipendio.
Sempre nello stesso documento, la Nanni chiedeva conto della sfolgorante carriera di una dipendente di Aler, l’ing. Maria Cristina Cocciolo, assunta nel 2008 come “funzionaria di livello A3” dall’azienda di   Como, Busto Arsizio, Monza-Brianza, Varese, e divenuta sotto Sala, Direttore dell’Area Gestionale, con le pesanti deleghe ad “appalti e acquisti”, “personale” e “tutela del patrimonio”.
Quando Sala è stato “promosso” a Milano, la Cocciolo lo ha seguito, con la stessa qualifica e uno stipendio di oltre 100 mila euro l’anno.
La consigliera ha sottolineato la singolare coincidenza per la quale “a far data dal giorno 15/09/2016 il Signor Sala abbia spostato la propria   residenza a Como in via A… n.22.   Nel contempo, con atto pubblico del 6/12/2016, la signora Maria Cristina Cocciolo risulta acquisire la proprietà  di un immobile sito proprio in via A…. n.22 in Como, circostanza che, quantomeno, solleva dei dubbi circa la tipologia di rapporto che possa intercorrere tra Mario Angelo Sala e l’ing. Maria Cristina Cocciolo».
Non contenta, Nanni ha scavato ancora, denunciando nella seconda interrogazione, le “85 promozioni di carriera registrate in Aler di Varese-Como-Monza Brianza-Busto Arsizio nel mese di dicembre 2016”, cioè nell’ultimo mese della presidenza Sala.
Per Nanni, una pioggia di regali che aveva sollevato le obiezioni dei sindacati.
La giunta non ha ancora risposto agli inquietanti quesiti posti dalla consigliera.
Di sicuro non si tratta del miglior viatico per colui che dovrà  gestire quel nido di spine che è Aler Milano, un’azienda soffocata dai debiti, dalla morosità  elevata e dalla difficilissima gestione.
Per comprendere le sfide che il neo presidente è stato chiamato ad affrontare, basta leggere l’introduzione del Bilancio di previsione 2017 che recita: «La difficoltà  sul fronte delle entrate, ordinarie e straordinarie, risultano ovviamente ancora più rilevanti e significative in una realtà  in crisi come quella di Aler Milano: l’ammontare dell’esposizione per i mutui nei confronti delle banche, pari a circa 204.100.000 rende sempre più difficoltosa la situazione finanziaria di Aler”
Una situazione pesante destinata in poco tempo a diventare drammatica, perchè «la carenza di risorse economiche ordinarie ha impedito di procedere nell’arco degli ultimi anni alla realizzazione degli interventi manutentivi “di conservazione” della funzionalità  e dell’efficienza del patrimonio, pregiudicando la piena agibilità  dello stesso». Cioè quel che c’era non è stato manotenuto ed è destinato a deteriorarsi.
Inoltre, mancano talmente tanti soldi, che le imprese vincitrici degli appalti «non avendo la certezza di pagamenti puntuali, si sono limitate a garantire la messa in sicurezza o l’eliminazione degli stati di pericolo (…). Ne consegue che si sono dovuti rimandare gli interventi non strettamente essenziali», con la conseguenza che «il numero delle opere differite si sta accumulando e ha raggiunto livelli preoccupanti» e che le «manutenzioni “ordinarie” devono essere considerate manutenzioni d’emergenza”.
Capito l’antifona?
La speranza per i 350 mila milanesi delle case popolari è che l’amico di Maroni non faccia fare ad Aler la stessa disgraziata fine della Edilmeg srl.

(da “L’Espresso”)

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IL REFERENDUM INUTILE DI MARONI E ZAIA CHE SERVE A METTERE ALL’ANGOLO SALVINI

Aprile 20th, 2017 Riccardo Fucile

A OTTOBRE UN REFERENDUM “CONSULTIVO E SENZA QUORUM” SU UNA MAGGIORE AUTONOMIA DI VENETO E LOMBARDIA, QUANDO BASTEREBBE UNA RICHIESTA AL GOVERNO… A MARONI SERVE COME SPOT PER FARSI RIELEGGERE, MA NON SOLO: SALVINI PERDEREBBE CREDIBILITA’ AL CENTROSUD DI FRONTE A UN RITORNO ALLA LEGA DEL NORD

Il d-day dovrebbe essere fissato entro la prima metà  di ottobre. Ma l’ufficializzazione arriverà  soltanto domani quando Roberto Maroni, nel corso della giunta che si terrà  a Bergamo annuncerà  la data. La Lombardia, insieme al Veneto, si appresta a convocare il referendum per l’autonomia.
Si tratta di una vecchia battaglia del Carroccio: il referendum, va ricordato, ha soltanto carattere consultivo e non prevede quorum.
Comunque andrebbe poi aperto un tavolo con il governo per ottenere maggiori competenze (anche se non si tratterebbe delle stesse prerogative delle Regioni a Statuto speciale). Il Pd solleva già  la polemica sui costi che avrebbe questa celebrazione.
“Maroni — sostiene il segretario dem lombardo, Alessandro Alfieri – vuole passare alla storia come il presidente della Lombardia che ha speso 46 milioni di euro per fare una cosa che si può fare gratis”.
Il problema, infatti, in questo caso non è nel merito, perchè qui non si parla di secessione. Tanto che il sostegno alla richiesta di maggiore autonomia arriva anche da parte di tutti i sindaci dei comuni capoluoghi e dai presidenti di provincia della Regione, ivi compresi quelli del Pd.
Il responsabile delle Politiche agricole, Maurizio Martina, infatti chiede a Maroni di evitare di spendere soldi “per un referendum consultivo senza effetti immediati”.
“Basta — osserva – una richiesta al Governo, inspiegabilmente mai arrivata fino ad oggi, per arrivare allo stesso obiettivo, senza buttare milioni di euro”.
Inspiegabilmente: sta in questo avverbio il sospetto che aleggia tra i dem e che viene esplicitato da Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. “La presa di posizione del Governo offre a Maroni l’occasione per dimostrare se ha davvero interesse per l’autonomia lombarda o se invece — dichiara – gli interessa solo agitare una bandiera a fini propagandistici”.
Il capogruppo leghista al Senato, Gian Marco Centinaio, nega che ci sia una precisa strategia politica dietro l’annuncio.
“Era una promessa che avevano fatto e poichè Maroni andrà  a elezioni nel 2018 — spiega ad Huffington — la vuole onorare. L’intenzione è quella di non arrivare a fine legislatura con i lombardi che dicono ‘non hai mantenuto il tuo impegno'”.
Il referendum a ottobre cadrebbe a pochi mesi dalle elezioni politiche quando, con ogni probabilità , si sarà  già  in pieno clima elettorale.
In questo senso, spiegano fonti padane, di certo la consultazione per l’autonomia strizzerebbe l’occhio a quell’elettorato storico della Lega che non condivide pienamente l’afflato nazionalista di Salvini, che si sente tradito quando il segretario afferma, per esempio, “Napoli è la mia città “.
Inoltre, la consultazione ridarebbe un forte protagonismo extra-regionale anche ai due Governatori (tra i quali Zaia che peraltro viene anche corteggiato da Silvio Berlusconi per la guida del centrodestra) in un partito che mediaticamente è ormai dominato dal segretario.
L’iniziativa ha suscitato sconcerto tra gli esponenti di ‘Noi con Salvini’ che stanno   cercando di far dimenticare la Lega autonomista e secessionista.
E se l’obiettivo di Maroni e Zaia fosse proprio quello di tagliare le gambe al progetto “nazionale” di Salvini e di ritornare alla Lega del Nord?

(da “Huffingtonpost”)

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PROCESSO MARONI, LA “FAVORITA” NEGA LA RELAZIONE CON IL GOVERNATORE E IL PRESIDENTE LA RICHIAMA DUE VOLTE: “SI RICORDI CHE DEVE DIRE LA VERITA”

Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

DRAMMA DELLA GELOSIA, TESTIMONIA PURE LA VOTINO: “NON MI E’ MAI PIACIUTA, ERO A DISAGIO CON LEI, HO DETTO A MARONI CHE NON MI SEMBRAVA CORRETTO FARLA LAVORARE CON NOI”

Momenti di tensione in aula, al processo a carico di Roberto Maroni quando arriva il momento della testimonianza di Maria Grazia Paturzo, la donna che ha beneficiato di un contratto di consulenza, secondo l’accusa, ottenuta grazie alle pressioni di Maroni, oltre a un viaggio, poi saltato, a Tokyo al seguito del governatore per promuovere Expo.
In aula, la teste ha negato – come invece sostiene la procura – “di aver mai avuto una relazione con il governatore Maroni”.
Subito dopo è stata chiamata a dare spiegazioni su sms molto intimi scambiati con il presidente della Regione.
Paturzo ha spiegato che se “si vedono altri sms, si può capire che io comunico così?”. Il presidente della Quarta sezione in due occasioni ha ricordato alla Paturzo “che in questa aula lei deve dire la verità  “.
In precedenza, nel corso dell’udienza di oggi era stata sentita la portavoce del governatore, Isabella Votino, interrogata come testimone.
La Votino, rispondendo alle domande del pm Eugenio Fusco, ha ricordato il “disagio nel lavorare con la Paturzo, con cui non mi sono trovata mai bene”.
Votino, incalzata dalle domande del pm, non solo ha spiegato di aver avuto “delle riserve” sulla Paturzo “dettate dalla precedente collaborazione al ministero dell’Interno, in quanto non ci eravamo trovate bene” e di essersi lamentata con Maroni (“farla lavorare con noi mi sembra scorretto”), ma anche di essersi trovata nelle condizioni di dover decidere se andare o meno anche lei in delegazione a Tokyo: “Ero a disagio e non ero contenta per la presenza di Maria Grazia Paturzo ed ero combattuta – ha aggiunto – tra il senso del dovere che mi diceva di partire e il fatto che non mi sentivo tranquilla anche perchè mia madre era ricoverata in ospedale”.
Se non ci fosse di mezzo un reato e un bel po’ di spese pazze su cui il Tribunale vuole vedere chiaro, sarebbe un bel romanzo rosa.
Alla vigilia di quel viaggio a Tokyo poi sfumato per gli impegni del Governatore o perchè il Comune si rifiutò di pagare il biglietto da 7000 euro alla Paturzo i nervi a Palazzo Lombardia erano tesissimi.
Isabella Votino ne parlò pure con un’amica l’avvocato Cristina Rossello, nota per essere pure il legale di Silvio Berlusconi nella causa contro la ex moglie Veronica. Cristina Rossello sfuma sulle tensioni e sulle confidenze ricevute dalla portavoce del Governatore: «Penso che ci fosse un problema di gelosia professionale». Giuseppe Sala il sindaco di Milano, sentito come testimone, riconferma di non aver dato il via libera al viaggio a Tokyo in classe business di Maria Grazia Paturzo, ritenendo che la spesa sarebbe stata ingiustificabile: «Lei ha avuto un ruolo insignificante in Expo».

(da “La Repubblica”)

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MARONI STRAPAGA I BUS DI VERONA MA RISCHIA DI LASCIARE A PIEDI I PENDOLARI DI MEZZA LOMBARDIA

Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile

MARONI SPENDE 21 MILIONI DI EURO PER ACQUISIRE IL 50% DI ATV (AZIENDA TRASPORTI VERONA), UN’OFFERTA DOPPIA RISPETTO ALLA BASE D’ASTA: SOLDI PUBBLICI PER FORAGGIARE LA PROVINCIA DI VERONA IN FUNZIONE ANTI-TOSI

La regione Lombardia ha comunicato che non pagherà  il dovuto alla ventina di aziende di trasporto private che ogni giorno gestiscono le corse dei bus nelle provincie di Milano, Monza, Lodi e Pavia.
Se tutto va bene, ha detto l’assessore regionale ai Trasporti, Alessandro Sorte, i soldi arriveranno tra due mesi. Forse…
Una notizia che ha fatto infuriare Anav e Astra, le due associazioni di categoria, le quali a stretto giro di posta hanno scritto a Sorte una lettera di fuoco: “se la Regione non paga il dovuto, col cavolo che continueremo a fornire il servizio e chiederemo pure i danni.
A rischio sono le tratte servite dalle principali autolinee regionali come Autoguidovie, Star, Line, Movibus, Stav, Air Pullman ecc…
A creare l’intoppo è stata la Legge di Riforma del trasporto pubblico lombardo varata nel 2012 dalla Regione, che, a cinque anni di distanza, non è andata ancora a regime.
Il testo prevede la creazione di cinque Agenzie della mobilità : (Bergamo; Brescia; Milano con Monza, Lodi e Pavia; Cremona con Mantova; Varese con Come e Lecco) e ha stabilito che queste dovessero subentrare alle Province nei contratti con le società  di trasporto (e quindi nella gestione dei fondi).
Siccome l’Agenzia di Milano dopo 60 mesi è ancora in alto mare, le aziende non riescono a essere pagate. Di fatto Sorte ha detto alle società  che i soldi della Regione ci sono, ma che non li farà  arrivare nei tempi previsti.
Peccato però che le società  siano al collasso e non riescano ad assicurare il servizio. Da qui la minaccia di blocco.
«È incredibile che ci siano le risorse, ma che la Regione non voglia erogarle», dice Dario Balotta, responsabile trasporti di Legambiente, «per colpa di una disfunzione loro! Anzichè puntare su spese inutili e clientelari, come l’acquisto della società  di trasporti veronese ATV, la Regione dovrebbe pensare a una maggiore efficienza dei servizi lombardi e a una buona gestione delle risorse».
Un riferimento non casuale quello di Balotta ad Atv, che sottolinea il paradosso per il quale, se da una parte in Lombardia il trasporto su gomma rischia il blocco per i ritardi della Regione, dall’altra la holding regionale lombarda dei trasporti, Ferrovie Nord Milano, si accinge a spendere 21 milioni di euro per rilevare il 50% di Atv, l’Azienda Trasporti di Verona.
Un’enormità , se si considera che per aggiudicarsi le quote fino a oggi detenute dalla Provincia di Verona (il restante 50% è di proprietà  del Comune di Verona), la base d’asta era di soli 12,5 milioni!
L’operazione appare ancor più discutibile se si guarda alla futura governance, visto che il presidente di Fnm, Andrea Gibelli — quello che è stato appena investito da uno tsunami di critiche a causa delle parole “improvvide” pronunciate sulla fusione tra Trenord e Atm — ha dichiarato che il controllo societario su Atv continuerà  a essere veronese, sebbene nel Cda dovrebbe entrare un rappresentante di Ferrovie Nord Milano.
L’acquisto poi, da discutibile diventa industrialmente irresponsabile, se si pensa che nel 2018 il contratto di servizio oggi in capo ad Atv andrà  a gara e che quindi la società  veneta potrebbe trovarsi senza una città  nella quale far girare gli autobus.
In pratica, Fnm, holding regionale lombarda, compra il 50% di una società  in Veneto che, però, non intende gestire e che tra meno di un anno potrebbe non avere un motivo di esistere.
Ma allora perchè Fnm si è gettata in questo precipizio finanziario?
I vertici di piazzale Cadorna hanno sempre sostenuto che l’operazione “ha una valenza di tipo esclusivamente industriale”, e che “l’obiettivo è migliorare il posizionamento competitivo e le sinergie operative del Gruppo nel settore del trasporto pubblico su gomma”.
Una spiegazione che ha convinto ben poche persone. A partire dal “capo” del Pd al Pirellone, Alessandro Alfieri, il quale giovedì ha chiesto formalmente a Fnm un ripensamento.
Ma se molti non afferrano l’opportunità  economica, a ben pochi è sfuggita la valenza politica dell’operazione: quei 21 milioni portati in dote da Fnm (e quindi da Maroni) sono aria pura nei polmoni asfittici delle disastrate casse della provincia di Verona, un ente   guidato dal forzista Antonio Pastorello con una giunta fotocopia di quella lombarda (Lega, Forza Italia e Ncd).
Una compagine in perenne lotta con il movimento politico dell’ex Carroccio Flavio Tosi, l’acerrimo nemico di Salvini e di Maroni.
Se poi si pensa che l’offerta di Fnm ha battuto quella presentata proprio dal comune di Verona (superiore alla base d’asta, ma inferiore di oltre 9 milioni rispetto a quella di Fnm), si capisce che per la maggioranza di centrodestra si tratta di un gioco più che vincente.
Peccato che a pagare le fiches gettate sul tavolo siano i contribuenti lombardi.

(da “Business Insider”)

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MARONI HA SPERPERATO 16 MILIONI DI EURO PER LA “SICUREZZA” TRENORD: 150 AGENTI PRIVATI CHE STAVANO SOLO A GUARDARE

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

PIANI FALLITI, IGNORANZA DELLE NORME GIURIDICHE E APPALTI CONCESSI SENZA GARA ALLA DITTA DI UN CANDIDATO CON “LA DESTRA” DELLA SANTANCHE’ OTTO ANNI FA (POI REVOCATO)… E I DANNI SONO AUMENTATI DEL 40%

Oltre 16 milioni di euro. Tanto la Regione Lombardia targata Roberto Maroni ha già  speso per “garantire” la sicurezza dei pendolari che ogni giorno viaggiano sui treni della sua controllata Trenord.
Fondi che, come ha dimostrato l’aggressione alla studentessa 16enne avvenuta giovedì scorso su un convoglio diretto a Mortara a metà  pomeriggio di un giorno lavorativo, si sono rivelati inutili, dissipati tra piani falliti, ignoranza delle norme giuridiche e appalti concessi senza gara.
La storia della (in) sicurezza della Trenord maroniana ha una data di inizio: l’11 giugno 2015, quando alla stazione di Villapizzone (Mi) il capotreno Carlo Di Napoli viene assalito con un machete da una banda di Latinos e si ritrova col braccio sinistro semi-amputato.
Da mesi i media locali denunciavano i pericoli a bordo dei treni regionali, ma la foto della banchina insanguinata fa il giro d’Italia e l’azienda guidata dall’Ad Cinzia Farisè (scelta personalmente da Bobo) non può più minimizzare ed è costretta ad ammettere che la situazione è fuori controllo
Così, a luglio 2015 Maroni e Farisè lanciano in pompa magna il “Progetto Security”: un piano già  avviato (senza grandi risultati) nel gennaio precedente, ma che da quel momento si arricchirà  di un tassello fondamentale, il “Security Team”.
Si tratta di 150 agenti privati che veglieranno sui viaggiatori e il personale a bordo treno e nelle stazioni
Ma il “Progetto Security” da subito rivela numerosi lati problematici
La prima “pecca” è che quei i vigilantes entrano in servizio in forza di un contratto di portierato in base al quale non sono tenuti a intervenire in caso di aggressioni o risse, ma devono limitarsi a “prendere nota” dell’accaduto.
E infatti, denunciano da subito i sindacati dei ferrovieri, in molti episodi di aggressioni a capitreno, gli agenti con la pettorina verde e gli anfibi si guardano bene dall’intervenire.
Anche sotto il profilo delle procedure d’appalto non è tutto cristallino, visto che Trenord non indice una gara per la fornitura del personale, ma dà  tramite un affidamento l’appalto alla GF Security, società  di proprietà  di tale Adriele Guarnieri, noto nel settore per essere candidato con “La Destra” di Daniela Santanchè nel 2008. Un’operazione che attira l’attenzione dell’Anac, tanto che un primo appalto da oltre 750 mila euro viene bloccato.
Trasparenza a parte, Gf Security invia sui treni personale che paga 3,5 euro l’ora lorde e che è costretto a turni massacranti.
Il mix di paga bassa e turni monstre costringe presto la società  di Guarnieri a cooptare non professionisti, soprattutto stranieri che spesso non parlano neanche l’italiano.
Tuttavia, il vero problema di tutta l’operazione è che secondo la legge (articoli 256 bis del Regolamento al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e 2 e 3 del Decreto 15 settembre 2009, n. 154) sono autorizzati a espletare servizi di sicurezza a bordo treno solo guardie giurate professioniste iscritte all’albo, in possesso di uno speciale attestato rilasciato dalla Prefettura a seguito di un corso preparatorio e di un esame ad hoc.
Cioè specialisti dall’altissimo costo del lavoro che Gf si guarda bene da arruolare (anche perchè sul mercato i professionisti in possesso di tali requisiti scarseggiano).
A sollevare la questione è il sindacato Savip, Sindacato autonomo di vigilanza privata, che tramite il suo segretario Vincenzo del Vicario denuncia la “svista” di Trenord ai giornali e costringe il Pirellone a revocare l’appalto a Gf.
Messo alle strette per la figuraccia, Maroni il 26 gennaio 2016 è costretto a sancire la fine dell’“esperimento Security Team” e ad annunciare   che dal 1° febbraio 2016 sui treni avrebbero preso servizio “una trentina di guardie particolari giurate”.
In realtà , da quella data le guardie armate arrivano solo nei siti manutentivi e nei depositi notturni di Brescia e Bergamo” di Trenord, mentre per vederle sui treni si dovrà  attendere a lungo.
Infatti, gli uomini con la pistola non toccheranno vagone fino al 16 novembre successivo (ben 10 mesi dopo!), quando il primo farà  la sua comparsa sulla Milano-Bergamo.
Non la linea più pericolosa di Trenord, ma quella che serve il bacino elettorale dell’assessore regionale ai Trasporti, Alessandro Sorte (che infatti si fa fotografare a più riprese sulle banchine con gli uomini in divisa).
Sulle altre 37 linee lombarde, invece, passeggeri e personale restano del tutto sprovvisti di qualunque tipo di tutela.
Una scelta scellerata pagata a caro prezzo il 19 marzo 2016 dalla studentessa 22enne Sara Arnoldi, che verrà  ridotta in fin di vita con un martello su un convoglio diretto a Varese dal pregiudicato romeno Marian Verdi.
A seguito dell’ennesimo brutale fatto di sangue, il 5 aprile 2016 il Consiglio regionale voterà  all’unanimità  (quindi anche dai leghisti) la mozione presentata dalla consigliera M5s, Iolanda Nanni, che chiede a alla Giunta Maroni ad “attivare un piano per la sicurezza sui treni e la prevenzione contro gli atti vandalici compiuti sui convogli e nelle stazioni ferroviarie lombarde”.
A votazione appena chiusa, Nanni dirà : «Dopo il fallimento dell’operazione “Security Team”, finalmente partirà  un piano serio ed articolato per la sicurezza sui treni e nelle stazioni e la prevenzione degli atti vandalici. Fin qui le iniziative della Giunta sono state solo di facciata ed hanno agito solo in termini di “sicurezza percepita”».
Il 18 aprile 2016 la Regione Lombardia stanzierà  ulteriori   9.802.400 euro.
E siamo così ai giorni nostri.
Lunedì 13 febbraio, l’ad Farisè ha reso noto il bilancio degli atti vandalici subiti da Trenord nel solo 2016 (l’anno in cui, come abbiamo visto, l’azienda di piazzale Cadorna e Pirellone hanno investito più fondi nella sicurezza): dal 31 dicembre 2015 allo stesso giorno del 2016, i danneggiamenti sui treni sono stati 8.400, il 40% in più rispetto al 2015.
Solo per rimuovere i graffiti, la società  pubblica ha speso 1,5 milioni di euro; mentre nelle 120 stazioni gestite da Ferrovienord sono stati oltre 250 gli episodi registrati, più della metà  (57,5%) dei quali sono   stati danneggiamenti e rotture.
In tutto, lo scotto pagato ai vandali è di 10 milioni di euro, più o meno il costo di un treno nuovo. Una cifra che è la dimostrazione plastica della sconfitta subita da Trenord nel 2016 sul piano della sicurezza.
Come antidoto alla situazione evidentemente sfuggita di mano, Farisè ha paventato la possibilità  di utilizzare i droni per il controllo dei depositi e ha ricordato che nel corso del 2017 la società  investirà  altri “sei milioni di euro, un budget più alto di 2 milioni rispetto a quello dell’anno di Expo”.
Ha anche accennato al programma delle guardie armate «che proprio in questi giorni vede 80 nuovi futuri agenti partecipano ai corsi abilitanti in Prefettura…», quindi ha confermato che gli specialisti su molti treni ancora non ci sono perchè li stanno formando.
Mentre Farisè snocciolava dati, accanto a lei l’assessore Sorte invocava l’invio dei militari da Roma per presidiare treni e stazioni, sottolineando come la Lombardia avesse già  espresso tale richiesta al governo, ma senza ottenere risultati. Colpa di Renzi, insomma.
Con quello prospettato lunedì 12 febbraio, elaborato in fretta e furia sull’onda emotiva causata dall’aggressione alla studentessa 16enne di Vigevano, siamo al terzo piano sicurezza del Pirellone in meno di due anni, un vero record.
I pendolari lombardi si augurano che sia la volta buona e che Maroni e la sua giunta abbia imparato la lezione, anche perchè annunci roboanti, richieste a Roma e ingenti stanziamenti, da soli, non bastano per viaggiare sicuri.

(da “BusinessInsider“)

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CHE COCCA: MARONI RITIRA GLI AVVOCATI DALLA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEI PROCESSI PER CORRUZIONE CONTRO I SUOI EX ASSESSORI

Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile

LA RINUNCIA RIGUARDA I PROCESSI CONTRO MANTOVANI (FORZA ITALIA) E GARAVAGLIA (LEGA)… UNA VOLTA LA DESTRA DIFENDEVA LA LEGALITA’, TEMPI PASSATI

Il dado è (quasi) tratto. Il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, si prepara a deliberare la non costituzione di parte civile al processo che vede imputato per turbativa d’asta il suo braccio destro e compagno di partito, l’assessore leghista all’Economia Massimo Garavaglia.
A beneficiare della decisione sarà  anche l’ex vicegovernatore Mario Mantovani, il politico ‘berlusconiano’ che gestì la sanità  lombarda fino al 2015 e che oggi è sotto processo per lo stesso reato contestato a Garavaglia, ma anche per corruzione, concussione e abuso d’ufficio.
Lunedì prossimo, durante la consueta riunione di giunta, si porterà  così in votazione la revoca della costituzione di parte civile contro Mantovani, decisa appena qualche mese fa.
E allora si capirà  se, come anticipato da Ilfattoquotidiano.it, le manifestate intenzioni di ritirarsi dai procedimenti contro politici e funzionari, rinunciando a chiedere i danni fino a eventuale sentenza definitiva, diventeranno realtà .
La cosa non è affatto scontata, perchè Forza Italia, per bocca dell’assessore alla Sanità , Giulio Gallera, ha già  fatto sapere di condividere il principio garantista a una condizione: il ritiro delle costituzioni di parte civile deve valere per tutti, compresi quegli amministratori già  condannati in primo grado, come l’ex presidente Roberto Formigoni (6 anni per corruzione) e l’ex assessore Domenico Zambetti (13 anni e 6 mesi per voto di scambio politico-mafioso).
Lunedì in giunta, insomma, ci sarà  da discutere. Forse da litigare. Maroni non ci sarà . Il governatore, impegnato in una trasferta all’estero, ha affidato la delicata missione al direttore generale, Antonello Turturiello.
E c’è chi ipotizza che, in assenza di un indirizzo chiaro sui procedimenti in corso, Forza Italia e Nuovo Centrodestra chiederanno il rinvio del delibera sulla revoca, quando mancherà  solo un giorno alla ripresa del processo Mantovani-Garavaglia, previsto per martedì.
Un perfetto assist per il M5S.
Infatti Iolanda Nanni, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Lombardia, attacca: “Alla faccia della coerenza, prima si costituiscono parte civile e poi si danno alla fuga revocando il mandato. È scandaloso: Maroni non può svendere gli interessi dei lombardi per i suoi inciuci di maggioranza e per ‘salvare’ il suo compagno di partito Garavaglia. Se l’ex assessore Mantovani, nell’esercizio del suo mandato, ha danneggiato la Lombardia, e questo lo stabilirà  il Tribunale, deve rimborsare i cittadini. In casi come questo la costituzione di parte civile è un obbligo etico e morale. La revoca potrebbe creare un danno economico alle casse regionali. La buona amministrazione non sta di casa in Regione”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PROCESSO MARONI, SALA TESTIMONE: “MAI AUTORIZZATO IL VIAGGIO A TOKYO DELLA PATURZO”

Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE LOMBARDO E’ ACCUSATO DI AVER FAVORITO DUE COLLABORATRICI A CUI SAREBBE STATO LEGATO DA   “RELAZIONE AFFETTIVA”

«Io non ho mai dato l’autorizzazione definitiva alla trasferta» di Maria Grazia Paturzo a Tokyo nel 2014 «perchè il suo viaggio costava troppo e non era in linea con la sua missione» di temporary manager di Expo per gli «eventi del World Expo Tour e quello non lo era».
Lo ha spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, ex commissario unico di Expo 2015 spa, testimoniando nel processo milanese a carico di Roberto Maroni per presunte pressioni per far ottenere un contratto e un viaggio a due ex collaboratrici.
Il sindaco, è stato sentito come testimone, citato dall’accusa.
Il governatore lombardo è accusato di turbata libertà  nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita in relazione alla presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo nell’ambito del `World Expo Tour’ a due sue ex collaboratrici.
Il nome di Sala, all’epoca dei fatti commissario di Expo, compare più volte nelle carte, soprattutto in relazione al viaggio dell’allora collaboratrice di Maroni, Maria Grazia Paturzo (non indagata) alla quale, è la tesi del pm Eugenio Fusco, sarebbe stato legato da una «relazione affettiva».
Alla fine la donna, nonostante le perplessità  di alcuni manager della società , venne inserita nella lista dei partenti per decisione di Christian Malangone, uno dei più stretti collaboratori di Sala, che ha già  patteggiato per questa vicenda.
«Il capo è allineato», scrisse Malangone, riferendosi a Sala, in una conversazione intercettata. Maroni è imputato assieme ad Andrea Gibelli, segretario generale del Pirellone e presidente di Ferrovie Nord Milano, Mara Carluccio, ex sua collaboratrice al Viminale e il capo della sua segreteria, Giacomo Ciriello.
Sala ha spiegato di aver «subito deciso che non era il caso» che Paturzo (ex collaboratrice al Viminale del Governatore) partecipasse al viaggio a Tokyo del 30 maggio-2 giugno 2014 perchè quello, come altri, era un evento «organizzato dalla Farnesina per promuovere Expo per la festa del 2 giugno».
E non rientrava, dunque, ha chiarito Sala, «nella missione» di Paturzo, temporary manager di Expo per il «progetto del World Expo Tour, un’iniziativa della Regione Lombardia».
«La mia intenzione – ha chiarito Sala – era di far sì che Paturzo non andasse a Tokyo, perchè il suo viaggio costava troppo, settemila euro era la cifra che mi aveva detto Malangone (ex dg di Expo, già  condannato a 4 mesi per induzione indebita in abbreviato, ndr) e non era in linea con la sua missione».
Ed ha chiarito di aver scelto per quella situazione la «via di disincentivare la Regione» affinchè Paturzo non partecipasse alla missione a Tokyo, perchè in quello, come in altri casi, «il mio ruolo era anche quello di ricondurre al buon senso per far capire che non era il caso, tiravo la palla in avanti, in pratica».
Poi ha chiarito ancora: «Non ho mai detto un `no’ netto a Malangone, ma gli ho detto di far presente che la cifra per il viaggio di Paturzo mi sembrava troppo alta e di segnalare anche che quell’evento non c’entrava con il World Expo Tour».
Al pm Eugenio Fusco che gli ha chiesto, poi, cosa significasse la email che all’epoca Malangone scrisse a Roberto Arditti, allora capo della comunicazione di Expo, dove il primo diceva, a proposito della trasferta di Paturzo, `ok capo allineato’, Sala ha risposto: «Io credo significasse `capo informato della situazione’, altrimenti avrebbe scritto `capo d’accordo’».
Secondo la Procura, Maroni avrebbe voluto che Paturzo fosse inserita nella delegazione della Regione per il viaggio a Tokyo e che fosse spesata da Expo, perchè il Pirellone non poteva coprire i costi.
Da qui, sempre secondo l’accusa, le presunte «pressioni» di Maroni su Malangone, attraverso il capo della sua segreteria Giacomo Ciriello (anche lui imputato), e l’accusa di induzione indebita. Maroni, poi, non andò a Tokyo (dove la delegazione fu guidata da Mario Mantovani) ma a Berna, sempre per promuovere l’Expo per la festa della Repubblica.

(da “il Corriere della Sera”)

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L’IRA DEI MEDICI CONTRO MARONI: “BASTA PROPAGANDA, CHIUSURA DEI PUNTI NASCITA INSICURI”

Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

LETTERA DEGLI SPECIALISTI: “C’E’ IN GIOCO LA SICUREZZA DI MAMME E BAMBINI”

Sono preoccupati. “Perchè la Regione fa un passo avanti e due indietro”, dice Paolo Tagliabue, che presiede la sezione lombarda della Sin, la Società  italiana di neonatologia.
E delusi, “visto che in questo modo si perdono di vista le mamme e i bambini, a favore di strumentalizzazioni che non hanno nulla di scientifico”, aggiunge Patrizia Vergani che guida la Slog, la Società  lombarda di ostetricia e di ginecologia.
Sono le accuse che ginecologi e neonatologi lombardi lanciano al Pirellone: le due società  hanno scritto una lettera per rivendicare la chiusura dei punti nascita sotto la soglia dei 500 parti annuali.
Strutture che, si legge nel documento, “proprio a causa dello scarso numero di parti, non possono garantire competenze adeguate in situazioni di emergenza/urgenza nè standard di qualità  idonei a promuovere, sostenere e proteggere la fisiologia della nascita”.
La questione (annosa) risale al 2010. A un accordo siglato in conferenza Stato-Regioni, messo in pratica adesso, che prevede che i reparti di maternità  dove ogni dodici mesi nascono meno di 500 bambini, siano chiusi.
Motivo: facendo nascere così pochi bimbi, queste strutture – sprovviste di terapie intensive pediatriche e neonatali – non hanno l’esperienza e la “manualità ” necessaria a garantire la sicurezza, soprattutto in caso di emergenza improvvisa.
Una conclusione condivisa da tutti gli esperti, anche sulla base di studi internazionali. Ma che in Lombardia – dove le maternità  sotto la soglia sono sette: Angera, Gravedona, Chiavenna, Sondalo, Piario, Casal Maggiore e Broni-Stradella – ha fatto scattare la rivolta degli abitanti delle zone dove ci sono le strutture a rischio.
Ad Angera, addirittura, le mamme hanno occupato l’ospedale, chiedendo il mantenimento del reparto di maternità .
Un malcontento che, nell’anno elettorale, il Pirellone non può permettersi: di qui, la discesa in campo della giunta Maroni, che ha chiesto al ministero della Salute di avere delle deroghe in modo da tenere aperte le strutture.
L’ok è arrivato però solo per Sondalo (visto che è l’unica struttura in un’estesa zona montana) e per uno tra i due presidi di Gravedona e Chiavenna.
Palazzo Lombardia, però, non si è arreso: nei giorni scorsi ha presentato un nuovo progetto che prevede di far ruotare le equipe dei medici tra i vari presidi, in modo da far fare ai sanitari esperienza, per due o tre mesi, anche in strutture più grandi. Aumentando così la sicurezza delle strutture, tenendole tutte aperte, e accontentando i pazienti-elettori.
A questa proposta il ministero della Salute deve ancora rispondere. Nel frattempo, però, la contrarietà  degli esperti è netta. Perchè la decisione di chiudere le strutture piccole “è basata su standard scientifici: non si può confondere la sicurezza con la politica”, ribadiscono Tagliabue e Vergani.
Nel loro documento, la Sin e la Slog esprimono tutta la loro “preoccupazione per una possibile riapertura di punti nascita di piccoli dimensioni che non garantiscono i principi essenziali di sicurezza e necessitano di risorse che indeboliscono le strutture più grandi già  ai livelli minimi degli organici”.

Alessandra Corica
(da “La Repubblica”)

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MARONI CAMBIA LA LEGGE PER DARE UNO STIPENDIO AL PENSIONATO DI PIETRO

Dicembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

A CAPO DI PEDEMONTANA CON UNO STIPENDIO CHE POTREBBE ARRIVARE A 240.000 EURO L’ANNO

Un grande regalo di Natale per il baby pensionato Antonio di Pietro.
A impacchettarlo e metterlo sotto l’albero è stato l’assessore al bilancio della regione Lombardia Massimo Garavaglia.
L’esponente leghista, infatti, ha presentato un emendamento alla legge di bilancio regionale per far sì che anche i manager pensionati, con incarichi in una società  partecipata, possano ricevere uno stipendio, derogando dalla norma nazionale che vieta a un pensionato di ricevere un emolumento.
Attenzione, non tutti i manager, ma solo quelli che si occupano di “progettazione e gestione delle autostrade regionali”.
L’emendamento contestat
Una norma — secondo l’opposizione e buona parte della maggioranza — cucita su misura per l’ex Pm di Mani Pulite, voluto da Maroni da luglio scorso alla guida di Pedemontana.
Oggi Di Pietro non riceve alcun emolumento — nonostante il sito della società  riporti uno stipendio annuo di 60 mila euro — , ma lavorare gratis non piace a nessuno.
Tanto che l’ex magistrato avrebbe fatto più volte capire a Maroni che è pronto a salutare se non sarà  pagato.
Da qui la forzatura del presidente Maroni, pronto ad affrontare le ire anche dei suoi: secondo voci di corridoio, il gruppo della Lega Nord sarebbe pronta a chiedere la testa dell’assessore al Bilancio, mentre una Forza Italia imbufalita sarebbe pronta a votare no.
Garavaglia, comunque, è deciso ad andare avanti: “Nessun favore a Di Pietro, semplicemente vogliamo pagare chi lavora”, ha spiegato martedì pomeriggio.
“Il suo stipendio — ha aggiunto — lo decide l’assemblea come tutte le società  del mondo”.
In giornata era circolata anche la voce che il Pirellone volesse andare oltre il “regalino”, permettendo addirittura a Di Pietro di sforare la soglia dei 240 mila euro annui previsti per i manager pubblici.
Una voce smentita dallo stesso Garavaglia: “Non ho idea di quanto prenderà  Di Pietro, comunque non ci sarà  alcuno sforamento”.
Resta comunque una norma ad personam, che difficilmente i colleghi di maggioranza — già  assai “dubbiosi” sulla scelta dell’ex magistrato per gestire un’autostrada dalla vita difficile e spesso al centro delle polemiche — potranno accettare.
Il pasticciaccio sullo stipendio di Di Pietro è solo l’ultima tegola piovuta sulla giunta Maroni a causa di Pedemontana: nei giorni scorsi l’opposizione aveva attaccato la decisione del Presidente di concedere l’ennesima copertura pubblica dei debiti contratti dalla società  autostradale con le banche, un “regalino” da 240 milioni di euro.

(da “La Repubblica”)

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