Luglio 24th, 2014 Riccardo Fucile
LOGORREA E SOPRATTUTTO RISSE: ALTRO CHE QUELLO CHE AVVIENE OGGI
A un certo punto non è che non potevi più andare in bagno: è che dopo una certa quantità di ore in piedi a
parlare neanche riuscivi più, a fare la pipì. La disidratazione ostruzionistica.
Lo racconta, per la filologia, l’uomo che ha tenuto il più lungo discorso nella storia dell’ostruzionismo parlamentare, Marco Boato: «Parlai una prima volta per sedici ore e una seconda volta per diciotto ore e venti minuti. Cominciai alle otto di sera e finii alle 14.20 del giorno successivo, e avevo ancora un paio d’ore d’autonomia».
Avvenne nel febbraio del 1981; il governo Cossiga aveva presentato una legge che permetteva alla polizia il fermo prolungato di un sospetto, anche senza prove.
I radicali scrissero da soli, in sedici, 7500 emendamenti. Che resta il record, poichè dei 7850 attuali alla riforma del Senato, Sel, che ne ha scritti più di tutti, è arrivata a 6200.
E onestamente quelli radicali erano più belli, e non c’erano boiate.
Li avevano buttati giù Gianfranco Spadaccia e Franco De Cataldo, per lo più, ma erano tracce, perchè bisognava parlare a braccio, cosa in cui Pannella, Bonino, Ciocciomessere, Faccio, Teodori (tutti fenomeni, e a volte personaggi di notevole spessore e eloquio) eccellevano. Intervenne persino Leonardo Sciascia; Franco Roccella era vecchio e si mise, per precauzione, il catetere. Vai a sapere.
Fu un’epica battaglia persa: le sole che valga la pena combattere.
Andreotti in una di quelle nottate d’ostruzionismo annotò su un bigliettino (che poi stracciò, ma ricompare nelle sue memorie) che Emma Bonino pareva «metà Giovanna D’Arco e metà vispa Teresa».
Tra l’altro, mentre Ingrao da presidente della Camera era assai tollerante, Jotti no: appena t’appoggiavi al banco ti richiamava feroce (era vietato, bisognava parlare in piedi).
Anche Almirante poteva parlare secoli, nel 1970 (contro la legge sulle Regioni) stette dieci ore in piedi; da allora ribattezzato «vescica di ferro».
Oggi tutto questo non è più possibile, perchè i regolamenti sono stati resi più severi: l’ostruzionismo ha di fatto due sole tecniche, presentare migliaia di emendamenti, o richiedere continuamente il numero legale in aula.
La durata degli interventi s’è comunque ridotta. Nondimeno, se ogni esame di emendamento durasse un’ora, come ieri, coi 7850 attuali, lavorando 15 ore al giorno, ci vorrebbero 523 giorni di fila, e senza ferie…
Insomma, ristretti i regolamenti s’è trovato altro modo. E meno male: è la democrazia, bellezza. E guardate, una volta era peggio, non meglio, di oggi.
Sempre Andreotti ricorda che in un’altra celebre battaglia in aula, fatta dai comunisti nel ’53 contro a legge truffa, altro che ostruzionismo: ci fu da avere paura.
In Senato «Giuseppe Paratore, resisteva anche al lancio delle tavolette. Io ero rimasto solo al banco del governo e mi infilai in testa un cestino dei rifiuti. Parevo un marziano. Spano fu fermato prima di far precipitare sulla testa di Paratore una poltrona; mi sibilò: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto”. Paratore si dimise».
Arrivò Meuccio Ruini, se la fece sotto dalla paura, letteralmente.
L’ostruzionismo non è uno scandalo, tanto meno è uno scandalo dell’Italia 2014, quella degli hashtag su twitter.
Oltretutto, i padri di quelli che ora sono al governo, ex comunisti, soprattutto, ma anche ex democristiani, non solo facevano filibustering: menavano.
Pajetta, scrisse Vittorio Orefice, «con tre balzi aerei piombò a tuffo sul groviglio di teste… come Tarzan»; e i dc non scherzavano, «c’era Tomba, parlamentare della Coldiretti, una specie di Carnera, che picchiava i comunisti come Bud Spencer»…
Sel e M5s sono ragazzi, al confronto.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE CALDEROLI CRITICA IL CALENDARIO…PER CHITI E’ “SUFERFICIALE ARROGANZA”
Il “costitutional friday”. Il venerdì di ogni settimana dovrebbe essere dedicato alla riforma del nuovo Senato. 
Gli altri giorni si affrontano i decreti, a cominciare dal decreto numero 91 che spazia dalle mozzarelle all’Ilva, oppure si discute di reddito di cittadinanza, Ecofin, anti corruzione, turismo, riforma portuale, acquedotto pugliese, cultura, delle quattro mozioni di sfiducia ad altrettanti ministri.
I senatori del M5S si sbizzarriscono nelle provocazioni in aula, a Palazzo Madama. Non vogliono sentire parlare della no-stop 9-24 per portare a casa il Ddl Boschi.
E il “venerdì costituzionale” è l’idea di Stefano Lucidi. Mentre Laura Bignami apre il fronte del sacro: «I cattolici vanno a messa di domenica, questo calendario parlamentare è offensivo per i nostri diritti di cattolici ».
E via, a chiedere il rispetto delle «confessioni religiose», sabato e domenica liberi e anche a Ferragosto che è la festa dell’Assunta
Non ne va in porto una delle proposte per dribblare i lavori a oltranza, neppure quella di lasciare tutto com’è, calendario cioè a tappe forzate ma non troppo, per la quale i grillini e Sel votano con Forza Italia e sono messi fuorigioco per 5 voti appena.
Allora oppositori, “ribelli” e malpancisti sperano nel boomerang: in aula cioè potrebbe mancare il numero legale, che sarà la maggioranza a dover garantire attrezzandosi alla maratona parlamentare senza sgarrare.
I “dissidenti” del resto potrebbero a loro volta diventare “disertori”. E inciampare sul numero legale significa vanificare gli sforzi.
Diserzioni e trappoloni sono dietro l’angolo
Lucio Malan, forzista, tiepido sul Senato non elettivo ma disciplinato in obbedienza a Berlusconi, si sfoga: «Quando si comincia con il braccio di ferro, vuol dire che si è abbandonato il buonsenso. Ora il risultato sarà che le file del dissenso si ingrossano, e addio… ».
Non teme tanto le diserzioni, Malan, ma il conflitto continuo e le trappole.
Roberto Calderoli, il leghista co-relatore del Ddl Boschi, è furente: «Questo è il modo per non farle più le riforme. Non c’è che da andare alle urne… questo calendario è insensato».
Nel caos di Palazzo Madama, i dissidenti dem capitanati da Vannino Chiti si mostrano ligi alla direttiva del partito e votano le sedute d’aula a oltranza.
Denunciando però «un pauroso deficit di politica». Chiti dice che «ci vuole il rispetto e non una superficiale arroganza ».
Quei 5 voti appena di scarto che hanno consentito a governo e Pd di imporre la nostop sono un brutto segnale – spiegano a una voce i dissidenti democratici – assicurando però che da parte loro ci sarà «una battaglia forte e leale, niente trappole».
Poi la denuncia: «Come hanno potuto governo e maggioranza pensare addirittura alla “tagliola” cioè al contingentamento dei tempi che sulla riforma costituzionale è non solo inaudito ma inammissibile?».
La sessantina di emendamenti del “ribelli” del Pd restano. Tuttavia «noi non siamo sabotatori, come il voto sul calendario ha dimostrato», precisano Paolo Corsini e Corradino Mineo.
La «schiforma», la chiama il grillino Vito Crimi, non deve andare in porto ed ecco l’hashtag su Twitter #cittadinistatesereni e il tweet: “… è solo smontare la democrazia”. Segno che la battaglia per i 5Stelle è appena cominciata.
Se la decisione della conferenza dei capigruppo ha evitato che la “tagliola” si abbattesse sugli emendamenti, c’è però il cosiddetto “canguro” all’orizzonte, una sorta di effetto- domino che consente di sfoltirne un po’.
«I nostri emendamenti non sono cangurabili… », vanno all’attacco i grillini. Già sono in azione i “pontieri”, ma senza grande successo per ora.
Laura Puppato parla in aula con il ministro Boschi per cercare di convincerla a modifiche senza stravolgere l’impianto della riforma: «Irrigidirsi non serve».
Su Twitter e Facebook si scatena la sfida.
Il senatore dem Francesco Russo, pro riforma, twitta: «Per mesi i grillini ci hanno fatto la predica su quanto si lavorasse poco in Parlamento. E ora parlano in 40 per evitare calendario che li fa stare qui nel week end! #Sapevatelo ».
Comunque nel Pd garantiscono che «contatti sono in corso» con Sel, con gli ex grillini, con i leghisti e che «l’ostruzionismo finirà ».
E se le barricate non verranno smantellate? Allora c’è sempre la carta di riserva, la madre di tutte le prove di forza, lo strappo per eccellenza: la crisi di governo.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
“MINCHIA, CI SAREBBE LAVORO PER TUTTI, SAREBBE UNA CASA D’APPUNTAMENTI FENOMENALE”
«Minchia, qua ci starebbe proprio una bella casa chiusa, una casa per appuntamenti fenomenale. Ci
sarebbe lavoro per tutti. E visto che si chiama Palazzo Madama, anche il nome…».
È l’ultima battuta-gaffe di Antonio Razzi, senatore di Forza Italia, a La Zanzara su Radio 24.
Per Razzi il palazzo del Senato può essere trasformato in un bordello: «Sicuramente darebbe migliaia di posti di lavoro in questo momento molto delicato. Tanto gli italiani in vacanza vanno all’estero a prostitute e spendono all’estero. È la prima esportazione di valuta».
«Senza i senatori da eleggere- dice Razzi- Renzi sta levando mille posti di lavoro a giovani che assistono i senatori, se se ne vanno i senatori devono andare via anche loro. Proprio ora che c’è bisogno di posti di lavoro. Ma io voto come dice Berlusconi- aggiunge il senatore abruzzese- lui dice quello che devo fare e lo faccio. Sono un fan, un suo dipendente, un fanatico. Schiavo? Sì, anche schiavo. È lui il capo, è che mi paga e sono al suo guinzaglio. A Scilipoti dico: fatti i cazzi tuoi e vota con Berlusconi».
Nella stessa trasmissione il senatore abruzzese si è reso protagonista di un’altra battuta con gaffe: «Razzi a Gaza? I miei colleghi dicono “ma non sei lì, nella Striscia?”, e io dico “sono stato stanotte e sono già tornato”. Ah, ah, ah… E comunque i palestinesi stanno approfittando del mio nome. Devo chiedere i diritti d’autore… Ah, ah, ah».
Poi ha aggiunto: “Non posso andare in missione perchè poi “arriva Razzi e so’ cazzi”… Ah, ah, ah…».
Il senatore FI, segretario della commissione Esteri di Palazzo Madama, ribadisce anche che «solo Berlusconi può riuscire a portare la pace tra israeliani e palestinesi, lui è un genio» e che dunque «devono far uscire Berlusconi dall’Italia. Ma in che mondo viviamo? Devono restituirgli non uno ma due passaporti. Solo lui può liberare tutti, solo lui può far fare la pace ai palestinesi e agli israeliani. Risolve tutti i problemi».
«Se c’era Berlusconi – ha detto ancora Razzi – si era fermata tutta la guerra. Lui c’ha la mano santa. Quando c’era lui – ha analizzato, nostalgico – non è scoppiato mai nessuno di questi casini. I marò sono ancora in India: con Berlusconi da mo’ che stavano con le loro famiglie…. Potrebbe fare anche il mediatore per l’Onu – ha aggiunto il senatore – andrebbe solo per dialogare e fare la pace» a quei Paesi che l’esponente “azzurro” definisce «in vibrazione».
Chiusura con due domande di geografia.
Ma lei sa dov’è Gaza? «Lì, in Medio Oriente. Tra Israele e Palestina…».
E con chi confina Israele? “Adesso mi prendi all’improvviso… Sicuramente – ha osservato il politico abruzzese – non con Pescara… Mo’ mi hai preso all’improvviso…».
Guido Farò
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Luglio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA RIFORMA PREVEDE IL TAGLIO DELLO STIPENDIO DEI PARLAMENTARI, NON DEGLI ASSISTENTI… DALLA LEGA AL PD TUTTI CHIEDONO CHE SIANO CONFERMATI I “COLLABORATORI”
Una volta li chiamavano portaborse. Il bilancio del Senato li inquadra con un’espressione più neutra: «Personale delle segreterie particolari».
Tutti assunti a tempo determinato e legati ai senatori da un rapporto fiduciario.
Sul loro numero esatto, il mistero è assoluto (in passato, un’indagine dell’Ispettorato del lavoro portò alla luce un vasto sottobosco di lavoratori in nero).
Si sa però quanto sono costati gli stipendi dei «collaboratori» nel 2013: 12 milioni e 150 mila euro
È una delle voci di spesa contenute nel bilancio del Senato: una torta da 541,5 milioni di euro.
L’esborso è articolato in decine di rivoli: dagli stipendi ai vitalizi, dalla rappresentanza al personale ai servizi informatici.
Un flusso che la spending review collegata alla riforma del Senato certamente ridurrà ma non riuscirà a prosciugare di colpo
«L’unica certezza è che con la riforma spariranno gli stipendi dei senatori», dicono negli uffici di palazzo Madama.
La nuova Aula sarà infatti composta da 95 tra sindaci e consiglieri regionali (più 5 membri nominati dal Colle) che non prenderanno alcuna indennità aggiuntiva. E già questo comporterà un risparmio annuale di 80 milioni e 151 mila euro.
Fin qui tutto bene. È sul resto che le certezze svaniscono.
Perchè, pur senza stipendio, i futuri senatori avranno comunque bisogno di alcune figure di supporto.
Difficile dunque che spariscano dal bilancio annuale le spese attualmente previste per i portaborse (i 12,1 milioni di euro di cui sopra), le consulenze (2,2 milioni) e l’attività dei gruppi parlamentari (21 milioni e 350 mila euro, in parte destinati ad altri contratti a termine).
Questa, almeno, è l’aria che tira tra gli addetti ai lavori
Ne è convinta anche Valentina Tonti, specializzata in gostwriting, vicepresidente dell’associazione Collaboratori parlamentari che da tempo si battono per essere contrattualizzati dall’istituzione Senato (sul modello dell’Ue) e non dagli eletti: «Visto che i futuri senatori non lavoreranno a Roma a tempo pieno – dice Tonti – credo proprio che avranno necessità di qualcuno che segua per conto loro i lavori dell’Aula».
Una richiesta condivisa anche dai consiglieri regionali, ai quali la riforma assegnerà il ruolo aggiuntivo di senatore.
Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega Nord alla Regione Lombardia, ne fa una questione di efficienza: «Il doppio incarico sarà impegnativo: andare a Roma, viaggiare… Per questo sarà importante avere qualcuno che ci possa dare una mano ai gruppi».
Idem la capogruppo pd dell’Emilia-Romagna Anna Pariani: «Ancora è prematuro parlarne, ma credo che qualche collaboratore ci sarà utile, altrimenti l’istituzione non riuscirà a funzionare bene».
Il consigliere dem siciliano Giuseppe Lupo suggerisce piuttosto di utilizzare al meglio gli assunti a tempo indeterminato di palazzo Madama: «Anche perchè al Senato ci andremo di tanto in tanto»
Già , gli assunti a tempo determinato. In Senato sono un esercito di 829 persone (da non confondere con i portaborse): segretari, stenografi, assistenti e coadiutori. Nel 2013 sono costati 130,8 milioni di euro.
Un’altra voce che non potrà sparire.
Così come, naturalmente, saranno confermate le pensioni degli ex dipendenti: ogni anno 115 milioni e 200 mila euro.
E i vitalizi concessi agli ex senatori: 82 milioni di euro.
Pierpaolo Velon
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile
SFORBICIATA SOLO APPARENTE: SE ALLA RETRIBUZIONE SI AGGIUNGONO LE SPESE DI UFFICIO, TELEFONO E CORSI INFORMATICI, IL CONTO SALE PARECCHIO
Quanto costa ogni anno un singolo deputato? A conti fatti una media di 380 mila euro.
Basta moltiplicare per i 630 scranni e il risultato impietoso è di 240 milioni di euro l’anno.
Certo, non si tratta di un numero subito visibile, ben schermato tra le voci del bilancio interno di Montecitorio, che da oggi verrà discusso dall’Aula, in attesa dell’approvazione prevista per giovedì.
Si tratterà di una quattro giorni in cui, al grido di “ammazza la casta”, ciascun Gruppo, come gli anni passati, vorrà vincere la coppa del più virtuoso e del “grazie a noi si risparmia su”, in un prevedibile ping pong sulle responsabilità delle spese e relativi meriti delle efficienze.
Il messaggio che, comunque, dovrà arrivare forte e chiaro è che la politica stavolta fa sul serio e che la spending review parte dalle tasche dei deputati.
Ma è proprio così?
A una prima occhiata, in effetti, gli eletti di Palazzo avrebbero di che essere soddisfatti: su un bilancio complessivo di 1.037 milioni di euro (oltre un miliardo, più esplicitamente), la spesa destinata ai deputati in carica è di “soli” 145 milioni di euro, vale a dire il 14 per cento del totale. E’ questo il mantra che i tre deputati questori responsabili dei conti della Camera (Stefano Dambruoso di Scelta Civica, Paolo Fontanelli del Pd e Gregorio Fontana di Forza Italia) cercheranno di affermare in Aula, puntando il dito, se dovesse farsi necessario, su altri “cattivi”; per esempio l’esercito di commessi e impiegati che costa 254 milioni l’anno, una cifra che, nelle intenzioni di Laura Boldrini, verrà troncata con provvedimenti rigorosi, attesi già nelle prossime settimane.
Resta che, intanto, i capitoli di bilancio non vanno esattamente nel verso della virtù per i nostri deputati.
Già , perchè i 145 milioni trascurano un piccolo dettaglio: i costi per i beni e i servizi che vanno a unico vantaggio dell’eletto.
E così si scopre che la spesa per gli affitti degli immobili in cui sono collocati i loro uffici vale quasi 40 milioni, che le spese di trasporto per assicurare loro la libera circolazione sul territorio nazionale (e anche all’estero, per quelli eletti Oltremare) ammontano a quasi 11 milioni di euro, che il personale esterno addetto alle segreterie dei fortunati titolari di incarichi (Presidente, Vicepresidenti, Questori, Segretari, Presidenti di Commissione, Giunte, Comitati e via compitando) pesa per 10,5 milioni di euro, previdenza compresa.
E non è tutto.
In ordine crescente, la spesa per la telefonia mobile a loro uso e consumo è di 200 mila euro, 300 mila impiegati per alfabetizzarsi in corsi di lingue e di informatica, 455 mila per l’assicurazione in caso disgraziato di morte o incidenti.
Non per il primo soccorso: in questo caso, se si trovano a Palazzo, il servizio è garantito da medici e infermieri di guardia al costo di quasi un milione di euro, un servizio che — fanno notare in Transatlantico — “certo non esisterebbe se non ci fossero i deputati, come non esiste in nessun altro ufficio pubblico”.
A voler, poi, tralasciare un gruzzoletto di altri 900 mila euro circa che se ne vanno in spese per la mobilità (compresa l’autorimessa e la benzina per le auto blu di cui godono i più fortunati tra i parlamentari), ecco brillare il mega contributo di 32 milioni di euro per i Gruppi parlamentari, soldi destinati — manco a dirsi — prevalentemente al personale di fiducia politica che lavora per gli eletti.
Messi in colonna e tirata la somma si torna così alla cifra record di oltre 240 milioni di euro, di molto superiore — quindi — agli striminziti 145 di partenza, legati al pagamento delle sole indennità e dei rimborsi.
Anche per questo, i Sindacati di Palazzo si sentono capretti sacrificali e hanno rotto ogni regola di fair play con la politica; obiettano, in sostanza, che i fari puntati sui loro stipendi servono solo da diversivo per non far rilucere troppo l’anello d’oro nel becco della gazza; dove la gazza sta per “mantenimento degli eletti”.
Fatto sta che al fischio di inizio dei lavori, i deputati dovranno affrontare un’arrampicata su parete liscia, per cercare di non perdere alcun privilegio ed evitare di farsi troppo facili bersagli mobili.
Giovanni Manca
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Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile
INIZIANO LE VOTAZIONI SUL DECRETO CHE MODIFICA LA COSTITUZIONE
Il Senato così come lo conosciamo non esisterà più.
I 315 membri di Palazzo Madama, eletti direttamente dai cittadini, verranno sostituiti da 100 senatori: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, 95 espressione delle autonomie territoriali.
Tra questi, 21 sindaci e 74 consiglieri eletti dai Consigli regionali con metodo proporzionale (tutte ne avranno almeno due). Non percepiranno un’indennità , ma continueranno a godere dell’immunità parlamentare riservata ai deputati.
Ma cosa farà il nuovo Senato?
Molto meno di quello attuale, visto che di fatto scompare il bicameralismo perfetto. Per esempio non voterà più la fiducia e non avrà competenza sulle leggi ordinarie, ma continuerà a legiferare su riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali.
Quando la Camera approverà una legge, il Senato potrà «proporre» delle modifiche. Anche per la legge di bilancio, ma le proposte non saranno vincolanti.
Tra le novità in campo legislativo, c’è la possibilità per il governo di istituire una corsia preferenziale per alcuni provvedimenti considerati prioritari: la Camera dovrà approvarli entro 60 giorni (dopodichè non potrà più apportare modifiche).
Questo dovrebbe ridurre la decretazione d’urgenza. Stop anche ai decreti omnibus.
I PUNTI CONTESTATI
Questa è la parte della riforma più sostanziosa, ma anche la più contestata. C’è un fronte trasversale che vuole l’elezione diretta dei senatori, altri chiedono di abolire l’immunità per i 100.
Altri ancora vogliono ridurre i deputati (fino a 500) per riequilibrare il rapporto eletti-elettori e per evitare un peso eccessivo della Camera nell’elezione del Presidente della Repubblica.
E poi c’è chi, come il presidente dell’Anci Fassino, avverte: 21 sindaci sono troppo pochi.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica maggioranza assoluta solo dal nono scrutinio
Con la modifica dell’articolo 83 della Costituzione, cambia il metodo di elezione del Presidente della Repubblica. Oggi viene eletto dal Parlamento in seduta comune: ai deputati e ai senatori si aggiungono 58 delegati regionali.
La riforma prevede la loro eliminazione: a partecipare al voto saranno solo i 730 parlamentari.
Modificato anche il quorum: se prima erano necessari i due terzi nelle prime tre votazioni e dalla quarta bastava la maggioranza assoluta, ora serviranno i due terzi (67%) nei primi quattro scrutini, i tre quinti (60%) fino all’ottavo scrutinio e soltanto dal nono basterà la maggioranza assoluta.
Piccola modifica ai poteri del Presidente: potrà rinviare al Parlamento anche soltanto una parte di una legge.
I PUNTI CONTESTATI
Visto il maggior peso della Camera sul Senato (630 contro 100), c’è il rischio che la maggioranza alla Camera si elegga un suo Capo dello Stato, rendendo superflui i senatori.
Per questo, nonostante la modifica del quorum, restano i malumori. E c’è anche chi, come Casini, propone: senza maggioranza nei primi tre scrutini, il Presidente deve essere eletto direttamente dai cittadini.
Crescono le firme per i referendum ma si abbassa il quorum
Una delle novità più consistenti riguarda le consultazioni popolari. La modifica dell’articolo 75 eleva a 800 mila (oggi ne bastano 500 mila) le firme necessarie per proporre un referendum abrogativo. In compenso scende il quorum: fino a oggi era necessaria la partecipazione della metà più uno degli elettori.
Quando il ddl verrà definitivamente approvato basterà che alle urne si rechi il 50% più dei votanti all’ultima elezione per la Camera.
Altra novità : i quesiti non potranno più riguardare l’abrogazione «parziale» di una legge, ma solo l’intero testo (o un solo articolo purchè questo abbia un valore normativo autonomo). Cresce anche il numero delle firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare: da 50 mila a 250 mila.
I PUNTI CONTESTATI
Per i Radicali, l’elevato numero di firme è «la morte dei referendum». Il divieto generalizzato di referendum manipolativi, quelli che modificano solo una parte di una legge, rischia inoltre di escludere dalle consultazioni popolari le leggi elettorali. La Lega ha chiesto di introdurre i referendum propositivi, come in Svizzera, e pure quelli sui temi legati all’Unione Europea. Diversamente voterà contro.
Ridefinite le competenze tra lo Stato e le Regioni
Oltre ad abolire il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), la riforma cancella definitivamente dalla Costituzione le Province, che già oggi sono state svuotate dei loro poteri.
Ma l’intervento più importante è sull’articolo 117 che, di fatto, elimina le materie di competenza legislativa concorrente tra lo Stato e le Regioni, riducendo la possibilità di ricorsi tra l’amministrazione centrale e quelle locali.
Saranno di competenza esclusiva dello Stato materie come ambiente, beni culturali, turismo, scuola, governo del territorio, protezione civile, energie, infrastrutture strategiche e grandi reti.
Le Regioni si occuperanno di servizi sanitari e sociali, sviluppo economico locale, istruzione locale e formazione al lavoro, promozione del diritto allo studio, mobilità locale, disciplina regionale di attività culturali e turistiche. Comuni, Città Metropolitane e Regioni avranno risorse autonome ma le dovranno gestire «sulla base di indicatori di costo», i cosiddetti costi standard.
I PUNTI CONTESTATI
Alcune associazioni ambientaliste hanno criticato il testo, sostenendo che su temi ambientali la competenza resta concorrente, con il rischio di molti ricorsi.
Con l’Italicum il vincitore è assicurato ma resta da sciogliere il nodo preferenze
La legge elettorale non fa parte del ddl sulle Riforme attualmente in discussione al Senato, ma i due provvedimenti sono legati a doppio filo. Per questo ne parliamo qui, anche perchè l’Italicum è già stato approvato dalla Camera, ma è facile prevedere che il passaggio a Palazzo Madama non sarà indolore.
Il testo prevede una legge elettorale proporzionale con una forte correzione maggioritaria: la prima coalizione (o il partito) che supera il 37%, ottiene un premio di maggioranza che le assegna 340 seggi.
Se nessuno arriva a tale soglia, si va al ballottaggio tra le prime due coalizione: chi vince prende 321 seggi. Esistono soglie di sbarramento: 12% per le coalizioni, 8% per le singole liste, 4,5% per le liste in coalizione.
Non esistono le preferenze: i deputati (perchè l’Italicum si applica solo alla Camera) sono eletti in mini-listini bloccati nei 120 collegi.
I PUNTI CONTESTATI
I partiti più piccoli premono per abbassare le soglie di sbarramento, mentre quella per il premio di maggioranza potrebbe essere rivista al rialzo. Dibattito aperto anche sull’introduzione delle preferenze, come richiesto dal M5S e dalla minoranza del Pd.
Marco Bresolin
(da “La Stampa“)
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Luglio 20th, 2014 Riccardo Fucile
“BOCCAPERTA DA PONTASSIEVE” CONTA SULL’IGNORANZA DEGLI ITALIANI: SOLO IL 3% CONOSCE LA RIFORMA NEI DETTAGLI, IL 28% A GRANDI LINEE, IL 69% NON NE SA NULLA
La riforma del Senato presenta un elevato valore simbolico non solo perchè si tratta della più significativa modifica costituzionale della storia repubblicana ma anche perchè rappresenta la dimostrazione che il Paese può realizzare importanti cambiamenti.
E la promessa di cambiamento risulta il tratto distintivo del governo Renzi, il chè spiega in larga misura il consenso di cui l’esecutivo gode attualmente.
In realtà i contenuti della riforma sono noti solo ad una parte minoritaria degli italiani: solo il 3% dichiara di conoscerli in dettaglio, il 28% a grandi linee, il 33% ne ha solo sentito parlare ma non ne sa granchè e il 37% ignora il tema.
È un dato che non sorprende, innanzitutto perchè da sempre le riforme istituzionali rappresentano un tema ostico, le cui implicazioni sono di difficile comprensione per molti cittadini: non a caso la riforma del Senato risulta meno conosciuta tra le persone meno istruite, quelle meno giovani e le casalinghe.
In secondo luogo perchè la discussione tra le parti politiche, a tratti molto accesa, induce molti cittadini a non approfondire il tema e a dedicare la propria attenzione ad altri argomenti, a partire da quelli legati alla crisi (occupazione, crescita, protezione sociale).
Indipendentemente dal livello di informazione, la riduzione del numero di senatori da 315 a 100, eliminando l’indennità , incontra un consenso pressochè unanime: l’87% degli italiani si dichiara molto d’accordo e il 6% abbastanza d’accordo.
È un consenso coerente con i sentimenti di ostilità , ampiamente diffusi nel Paese, nei confronti della politica e dei suoi costi.
E un grande consenso accompagna anche il superamento del bicameralismo paritario. La riforma assegna a Camera e Senato funzioni distinte e conferisce alla Camera alta un potere di veto limitato a poche leggi, tra cui quelle costituzionali ed elettorali.
A questo proposito oltre due italiani su tre si dichiarano molto (43%) o abbastanza (25%) d’accordo.
L’insofferenza per la lentezza dei processi legislativi, in un mondo nel quale tutto è diventato più veloce e nel quale, in ogni contesto, vengono richieste decisioni rapide, spiega in larga misura l’accordo su questo importante cambiamento delle funzioni del Senato.
La sintonia con l’opinione pubblica, tuttavia, non riguarda tutti i punti della riforma. Infatti solo un italiano su cinque condivide la proposta che prevede il venir meno dell’elezione dei senatori da parte dei cittadini e conferisce ai consigli regionali il potere di nomina, scegliendo tra i consiglieri e i sindaci, con l’esclusione di 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica.
Nel complesso tre italiani su quattro (73%) preferirebbero che i senatori continuassero ad essere eletti dai cittadini.
È un dato che non sorprende, perchè da sempre gli italiani rivendicano il diritto di scegliere direttamente: sono infatti molto favorevoli all’elezione diretta sia del presidente della Repubblica sia del premier.
Ma sono favorevoli anche alla possibilità di scegliere i candidati attraverso le elezioni primarie, a sinistra quanto a destra, sebbene in quest’ultima area politica non siano molto praticate.
Non è affatto scontato che partecipino alle elezioni (in Italia l’astensionismo è crescente) o alle consultazioni primarie che prevedono la partecipazione «fisica» o telematica, ma l’importante è poter disporre del diritto di decidere.
Ma c’è dell’altro: la nomina dei senatori da parte di altri eletti, per di più appartenenti ai consigli regionali che, come sappiamo, negli ultimi anni non godono di buona fama, per le note vicende giudiziarie, oltre ad espropriare i cittadini del diritto di scelta, produce un meccanismo per cui sono i politici a scegliere i politici, generando sospetti e sfiducia.
L’iter per l’approvazione della riforma del Senato è ancora lungo e non è dato di sapere quale sarà l’esito definitivo di questo percorso, ma una cosa è certa: gli italiani chiedono minori costi e maggiore efficienza della politica e nel contempo la possibilità di poter decidere.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile
DI MAIO: “PROPORZIONALE E PREFERENZE”… RENZI TARANTOLATO: “SI CHIUDE IN 15 GIORNI”… FASSINO: “ALT, POCHI 21 SINDACI”… MENTRE MILIONI DI ITALIANI NON HANNO LAVORO QUESTI PENSANO AL SENATO
Prove di disgelo tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico che questo pomeriggio sono tornati a sedersi al tavolo per discutere delle legge elettorale e delle riforme.
Un incontro, trasmesso anche questa volta in streaming, con protagonisti il premier Matteo Renzi e il vicepresidente della Camera dei Cinque Stelle Luigi Di Maio.
Tanto i nodi da sbrogliare a partire dai cinque punti della proposta del Movimento: primo turno proporzionale, eventuale secondo con premio di maggioranza, preferenze da reintrodurre, norma anti-condannati e, infine, no alle candidature plurime.
Nella delegazione dei Cinque Stelle presenti anche i due capigruppo a Camera e Senato Paola Carinelli e Vito Petrocelli, più l’estensore del “Democratellum”, Danilo Toninelli.
Per il Pd, oltre al premier, anche il vicesegretario Debora Serracchiani.
I tempi per la trattativa però stringono. «Da qui al primo agosto o comunque al momento in cui la riforma costituzionale sarà approvata» al Senato, «facciamo un giro ufficiale» di consultazioni sulla legge elettorale anche «con tutte le altre forze politiche che stanno consentendo di fare una riforma costituzionale ed elettorale», annuncia Matteo Renzi.
LE PROPOSTE M5S
La proposta di “mediazione” grillina sulla legge elettorale è questa: un primo turno proporzionale senza sbarramento e un eventuale secondo turno, qualora nessuna lista superasse il 50%, tra i partiti che hanno preso il maggior numero di voti e con un premio di maggioranza al 52%.
«La nostra proposta è molto più simile alla legge dei sindaci delle altre proposte. Renzi è stato eletto sindaco non al primo turno, perchè poteva esserlo se veniva votato dal 51%» spiega Di Maio.
«Ci auguriamo che in futuro anche la legge dei sindaci possa avere una norma che dice mai più condannati. Nei comuni come in Parlamento».
Resta aperto il nodo delle preferenze, tanto care ai grillini.
«Sulle preferenze mi sembra ci sia un po’ di paura. Siete disposti a cedere sulle preferenze in cambio della governabilità ?», ha chiesto Di Maio.
«Perchè dovremmo fare un mercimonio della riforma?», ha risposto Serracchiani.
Ma Renzi ha aperto: «Il punto vero è capire se su questo tema riusciamo a trovare un punto di caduta o meno», afferma Matteo Renzi.
RENZI: “TRA NOI NON C’È RIO DELLE AMAZZONI, MA RUSCELLO ”
È andata «molto bene, sono contento il problema è se» Di Maio «li porta tutti. Vediamo che succede al loro interno», ha detto il premier Renzi al termine dell’incontro.
Già durante lo streaming il presidente del Consiglio aveva ribadito di essere a favore della trattativa.
«Vogliamo tenerla aperta o no la discussione» sulle riforme costituzionali «e se sì quali sono i punti su cui voi non accettate totalmente nessun tipo di accordo?».
E ancora più chiaramente: «Tra la nostra proposta e la vostra non c’è il Rio della Amazzoni, c’è un ruscello che non è detto che riusciremo a colmare. Capiremo se nei testi, potremo trovare un punto di equilibrio».
La sensazione è che il Pd voglia mantenere il “forno” aperto con i grillini, anche in vista dell’attesa sentenza di appello sul processo Ruby.
In caso di condanna di Berlusconi, il rischio è che i ribelli di Forza Italia prendano il sopravvento indebolendo il patto del Nazareno.
L’ALT DI FASSINO SUL SENATO
Ma nel cammino delle riforme si mettono di traverso anche i primi cittadini.
«L’Anci considera insoddisfacente la previsione di partecipazione di 21 sindaci al nuovo Senato. Questo numero è inadeguato rispetto al dovere di rappresentare oltre 8 mila Comuni» ha detto il presidente dell’Anci, Piero Fassino al termine dell’Ufficio di presidenza dell’Associazione dei Comuni italiani.
«Abbiamo fatto il punto su tutti i dossier gestiti in questi mesi e di cui stiamo interloquendo con il governo», ha quindi spiegato Fassino, al termine dell’Ufficio di presidenza dell’Anci.
«L’Anci apprezza che finalmente dopo 30 anni di tentativi falliti si stia arrivando a una riforma costituzionale -ha proseguito il numero uno dell’Anci – che investe contemporaneamente l’assetto dei poteri locali, i rapporti tra Enti locali e Regioni, l’assetto del Parlamento con il Senato delle Regioni». Ma ha ribadito: il metodo di elezione dei 21 sindaci che diventano senatori «non è corretto perchè la nostra fonte di legittimazione arriva dagli enti locali non dai consigli regionali».
(da “La Stampa”)
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Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 8.000 GLI EMENDAMENTI PRESETATI… LA BOSCHI APRE AL PRESIDENZIALISMO E INSORGE LA SINISTRA DEL PD
Si complica il percorso del ddl Boschi
Nonostante Matteo Renzi abbia nuovamente chiamato i suoi parlamentari a rispettare i tempi e a non ostacolare il cammino delle riforme, il testo del governo rischia di impantanarsi a Palazzo Madama.
Il primo risultato è che i tempi si allungano e le votazioni rischiano di far slittare il primo via libera al provvedimento
Il primo scoglio è rappresentato dalla montagna di emendamenti, presentati soprattutto da Sinistra ecologia e libertà e dai ribelli di Forza Italia, sempre più sul piede di guerra.
Ieri sono stati depositati circa 7.800 emendamenti, una parte dei quali con chiaro intento ostruzionistico.
Senza contare la fila di decreti in scadenza che aspettano l’ok dell’aula di Palazzo Madama prima della pausa estiva dei lavori, prevista entro la prima decade di agosto.
In questo clima, è ormai certo che le votazioni sul ddl slitteranno di qualche giorno, forse addirittura a metà della prossima settimana, per concludersi (nello scenario migliore) entro fine mese
A complicare ancora di più il quadro c’è anche l’asse trasversale a favore del referendum propositivo da inserire nella riforme.
L’idea è contenuta in un emendamento con prima firma Doris Lo Moro (Pd), nel quale si prevede che i cittadini siano chiamati a pronunciarsi sui disegni di legge di iniziativa popolare che non siano stati esaminati dalla Camera entro dodici mesi.
Un progetto sostenuto anche dalla Lega: «Chiediamo a Renzi un referendum propositivo come in Svizzera. Senza, la Lega non voterà questa brutta riforma»
Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, intanto, rilancia: «Oggi il tema è il nuovo Senato — sostiene in un’intervista ad Avvenire e io sono serena: il treno corre. Mi auguro che non ci siano slittamenti. Una volta approvata questa riforma possiamo passare al tema del presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo».
Non apprezza Vannino Chiti — «si scherza con il futuro del Paese» — e neppure Pippo Civati.
(da “La Repubblica“)
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