Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL RAGLIO DELL’ASINO, IL SALTO DEL CANGURO E LO ZERBINO… RENZI PENSA DI ESSERE IN KOREA, LA MAGGIORANZA FA DECADERE 1400 EMENDAMENTI, GRASSO FORMATO STUOINO… LA BATTUTA MIGLIORE E’ DI CIVATI: “PENSAVO DI ESSERE STATO ELETTO IN UNA COALIZIONE CON SEL, NON CON VERDINI”
Un risultato la prima giornata di votazioni in Senato sugli emendamenti alle riforme costituzionali ce l’ha ed è solo un dato politico: il legame già flebile tra Pd e Sel va in frantumi con tanto di rissa tra il sottosegretario Luca Lotti (pretoriano e buttafuori empolese di Matteo Renzi) e Nichi Vendola.
Per il resto l’Aula di Palazzo Madama per la maggioranza si trasforma in un pantano
In Senato si è lavorato a fatica, con ripetute contestazioni, grida, cori da parte delle opposizioni: di Sel nei confronti del Pd, del Movimento Cinque Stelle nei confronti del presidente Piero Grasso, della Lega nei confronti di entrambi.
Una volta arrivati in Aula è successo quanto avevano promesso le opposizioni: “Sarà una guerra”.
Virgola per virgola, parola per parola, si è andati avanti a un millimetro all’ora.
In un intero pomeriggio si è arrivati a fatica a 5 voti.
Il punto di scontro sono stati soprattutto gli emendamenti che avrebbero introdotto il Senato elettivo.
E solo la bocciatura di uno di questi ha sbloccato la situazione: un no che ha automaticamente fatto decadere altri 1400 proposte di modifiche analoghe, in base a una opinabile “legge del canguro”.
Impazza Grasso che tiene lo strascico alla sposa e viene accusato dai Cinquestelle di essere uno zerbino.
E quando Calderoli gli ricorda le norme del regolamento si arrampica sugli specchi per difendere l’indifendibile.
Pd e Sel, ma non solo, si lanciano addosso le accuse di ricatto, la parola più pronunciata nelle agenzie di stampa.
Lo dicono Nicola Fratoianni e Nichi Vendola (i vertici di Sinistra e libertà ) al governo e ai democratici, lo dicono il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e il presidente del Consiglio Matteo Renzi ai vendoliani e alle altre opposizioni.
Il meccanismo è molto più facile: la maggioranza spera di accelerare sul testo uscito dalla commissione, le opposizioni fanno di tutto per rallentare e modificare la legge truffa.
In serata Renzi, forse dopo essersi guardato allo specchio, pronuncia la quotidiana frase autobiografica: “C’e’ chi paura di perdere la poltrona”.
Un venditore di pentole bucate come lui che vive di politica da oltre un decennio dove la trova un’occupazione?
Vendola si chiede se “i nuovi padri costituenti sono Berlusconi e Verdini”.
Persino Fitto prende le distanze: “E’ un grande errore evitare di avere un Senato elettivo. Se non è possibile questo, allora meglio l’abolizione del Senato che un Senato al quale si stanno attribuendo poteri che annullano anche il superamento del bicameralismo”.
La battuta migliore è di Civati: “So bene che nel Pd, da parecchio tempo, prima ancora che arrivasse il Veltro, c’è chi preferisce Alfano e addirittura Berlusconi a Vendola come alleato di governo e interlocutore sulle riforme, nonostante il nostro progetto fosse il centrosinistra: mi ricordo che siamo stati eletti con Vendola, non nelle liste con Verdini, o sbaglio?”.
Ultima nota di costume: la destra delle grandi battaglie per la libertà di opinione e dei diritti delle minoranze dov’era? Era alleata con il capetto koreano.
C’e’ rimasto giusto di fare il tifo per Minzolini, è detto tutto.
Cialtroni.
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile
CALDEROLI INCHIODA GRASSO: “NON CONOSCE IL REGOLAMENTO, STA VIOLANDO LA NORMA DEL VOTO SEGRETO”… GRILLINI, SEL E LEGHISTI SCATENATI… ZANDA PENSA DI ESSERE IL DIRETTORE DI UN GULAG
Dopo un lungo dibattito nell’aula del Senato, e due riunioni in capigruppo, non è stato trovato nessun accordo.
La proposta di mediazione avanzata da Vannino Chiti sull’esame del ddl riforme, che aveva raccolto le aperture del premier Matteo Renzi, è caduta nel vuoto.
Ed è subito bagarre in Aula. Fischi e urla da parte delle opposizioni hanno costretto il presidente dell’aula a sospendere la seduta.
Ma alla ripresa i toni non sono cambiati. Il nodo è la decisione di votare per parti separate gli emendamenti che al loro interno hanno riferimenti sia all’elezione diretta dei parlamentari sia alla tutela delle minoranze linguistiche (su cui è stato accolta la richiesta di voto segreto): “La vogliamo finire con questa gazzarra? Prego i presidenti di gruppo di richiamare i propri senatori”, ha detto Grasso.
E avverte: “Chi prosegue con la protesta andrà fuori dall’Aula”.
Ma i senatori dell’opposizione gridano in coro: “Non si può, non si può”.
La proposta bocciata di Chiti. Il senatore pd, capofila dei dissidenti, ha suggerito di posticipare a settembre le dichiarazioni di voto e il voto finale, e al tempo stesso di ridurre il numero degli emendamenti per concentrare la discussione su pochi punti qualificanti e cercare una mediazione anche sul merito.
Proposta accolta dal governo, che però con il ministro Maria Elena Boschi ha precisato: “Non possiamo sottostare a un ricatto ostruzionista della minoranza, e non su tutti i punti di merito sarà possibile trovare un punto di incontro”. Nel corso del dibattito, tutti i gruppi di maggioranza e il gruppo di forza italia si sono detti disponibili alla mediazione.
Lo stop di Sel.
Dall’opposizione, l’m5s ha invece ribadito che difenderà tutti i suoi emendamenti che però sono solo 200. Sinistra e libertà , presentatrice da sola di circa 6mila emendamenti, ha dal canto suo spostato il tema della discussione: “Non ci interessa avere una settimana di tempo più, ci interessa sapere se c’è la disponibilità a muovere dalle proprie posizioni per raggiungere mediazioni alte”. Ovvero, Sel vuole sapere se il governo è disposto a modifiche sostanziali del testo, e se il dibattito potrà svilupparsi “libero dai vincoli del convitato di pietro, il patto del nazareno” tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Posizione che ha provocato la dura reazione del capogruppo pd Luigi Zanda: “Se Sel non riduce il numero dei propri emendamenti, non ci sono le condizioni per una mediazione”.
Zanda ha quindi bocciato la richiesta di convocare la capigruppo per rivedere il calendario, chiedendo di proseguire secondo il percorso già stabilito.
Ma alla fine ha prevalso la linea di chi la capigruppo la voleva, compresa Sel: “la capigruppo credo sia utile, potremo avere la possibilità di capire se davvero c’è l’intenzione di una mediazione alta, di muovere dalle proprie posizioni e arrivare a risultati apprezzabili per tutti quanti”, ha detto De Petris.
Dunque, come sottolineato dalla Lega e da Calderoli, a questo punto è il governo che dovrà dire se è disponibile a mediare o no sul merito della riforma.
E la risposta del governo è arrivata a conclusione del dibattito: “il governo come sempre ha la disponibilità a trovare ulteriori punti di incontro anche nel lavoro dell’aula dei prossimi giorni”, ha spiegato il ministro Boschi, ma allo stesso tempo “il governo non può in qualche modo sottostare a un ricatto ostruzionista”.
Dunque “probabilmente non sarà possibile trovare su tutti i temi dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione, ma è impensabile che una minoranza affermi le proprie ragioni a scapito di una maggioranza: non succede in nessun paese democratico, non succederà neanche stavolta”.
Sel mette in atto una contromossa per evitare lo spacchettamento dell’emendamento 1.28.
Dopo che nuovamente il Pd, come già avvenuto per l’emendamento di Sel precedente e poi ritirato dagli stessi firmatari, ha chiesto il voto per parti separate, con votazione segreta solo sulla parte relativa alle minoranze linguistiche e non anche per quella che prevede il Senato elettivo.
Con la riformulazione in un’unica riga dei due concetti – Senato elettivo e minoranze linguistiche – Sel prova a evitare che la bocciatura della parte sul Senato elettivo, per voto palese, faccia scattare il ‘canguro’, ovvero l’effetto domino che travolge, facendoli decadere, tutti gli altri emendamenti sullo stesso argomento
La riformulazione del testo dell’emendamento è la seguente: “i membri del Parlamento sono eletti a suffragio universale garantendo le minoranze linguistiche”. L’obiettivo di Sel, in definitiva, è sia evitare lo spacchettamento che tentare si proceda a scrutinio segreto anche per la parte che riguarda il Senato elettivo.
Grasso avverte: basta cori da stadio o espulsioni
Questi cori da stadio non mi sembrano Adeguati”. Così il presidente del Senato Pietro Grasso quando le opposizioni, in aula, riprendono a gridare “non si può, non si può”, riferendosi al voto per parti separati dell’emendamento 1.28 Di Sel sul senato elettivo con la parte sulla tutela delle minoranze che consentirebbe il voto segreto.
Visto che le urla aumentano, e arrivano anche dei fischi, Grasso chiama i commessi e i questori. Poi avverte: “chi non consente di parlare in aula va fuori- dice- adesso cominciamo ad indicare chi turba l’ordine dei lavori”.
Il capogruppo Pd, luigi zanza, parla di “reato” perchè si tratta, secondo lui di “interruzione di organi costituzionali”.
Grasso mette comunque in votazione, per parti separate e senza discussione, il primo comma dell’emendamento de petris che non passa.
Lega, “Grasso schiavo di Renzi”
“Grasso è lo schiavo di Renzi. Vergogna, con la complicità del presidente del Senato il parolaio di Firenze vuol togliere ai cittadini il diritto inalienabile di poter votare ed eleggere i loro rappresentanti. Vadano a casa se non vogliono che i liberi cittadini li caccino a calci nel sedere. Lega pronta alla battaglia”. Lo dichiara Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega Nord al Senato.
Calderoli, così si cancella voto segreto da regolamento Senato
Singolar tenzone in aula del Senato tra il presidente Pietro Grasso e il co-relatore del ddl sulle riforme, Roberto Calderoli della Lega nord, grande conoscitore dei regolamenti parlamentari, sul tema del voto segreto.
Calderoli spiega che procedendo così come fatto finora in aula, con la richiesta di voto per parti separate degli emendamenti, “a suon di voti di maggioranza si sta cancellando dal nostro regolamento il voto segreto”.
Piccata la risposta di grasso alla richiesta di chiarimenti di Calderoli, che ricorda che in base al regolamento la votazione per parti separate devono mantenere “la logica normativa” delle singole parti.
“La richiedente Ghedini o lei presidente Grasso ci spieghino come fanno a reggersi le parti separate dell’emendmenrto 1.28 così come richiesto” insiste Calderoli.
Grasso dal canto suo ribadisce la sua decisione di sostenere il voto segreto solo per la tutela delle minoranze linguistiche, mentre uno sconfortato Calderoli tenta di spiegare che il punto non è questo.
Alla decisione di Grasso di procedere comunque al voto sulla votazione per parti separate, si scatena nuovamente la bagarre in aula.
Scoppiano nuovamente i cori “non si può”, sostenuti da urla di disapprovazione. Qualcuno afferma che “questo è un reato”, ma l’assemblea non riesce a ricomporsi. Grasso inutilmente chiede l’intervento dei questori.
Gli animi restano incandescenti.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile
SEL NON RITIRA GLI EMENDAMENTI, IL PD VUOLE SCORPORARLI E L’OPPOSIZIONE INSORGE: “TRUFFATORI”…. SEDUTA SOSPESA
Dopo il fallimento di tutte le mediazioni per agevolare il dibattito sulle riforme costituzionali, bloccato da una parte da circa 8mila emendamenti e dall’altra dal contingentamento deciso dalla conferenza dei capigruppo del Senato, la discussione in Aula — a Palazzo Madama — è ricominciata con la votazione sugli emendamenti al testo uscito dalla commissione Affari costituzionali.
Sul primo voto segreto la questione si è fatta incandescente.
Oggetto dello scontro tra maggioranza e opposizione l’emendamento di Sel, a prima firma Loredana De Petris, che introduce il Senato elettivo prevedendo che “i membri delle due Camere sono eletti a suffragio universale”.
La senatrice del Pd, Rita Ghedini, ha chiesto il voto per parti separate e di votare prima l’emendamento 1.1713, sul quale c’è il parere favorevole del governo.
Dura la risposta di M5S e Sel: “E’ un trucco, un artificio per non fare il voto segreto”. L’assemblea recepisce la richiesta del Pd, quindi sarà messa a votazione prima la norma riformulata dai relatori Finocchiaro e Calderoli, “sull’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” in Parlamento.
Ma ormai è bagarre in Aula al Senato, al momento di votare, per parti separate, un emendamento di Sel che prevede l’elezione diretta del Senato.
Quando Grasso indice la votazione, che potrebbe avere l’effetto di precludere altri voti sul tema, l’opposizione insorge: “Non si può, non si può”, si sente urlare dai banchi M5S.
E Grasso sospende la seduta.
“Visto lo spacchettamento del mio emendamento, ritiro i miei emendamenti 1.29, 1.30, 1.31″. Lo annuncia in Aula al Senato Loredana De Petris, capogruppo di Sel. L’annuncio arriva poco prima del voto, per parti separate, della proposta di modifica 1.29 di Sel per il Senato elettivo.
Si passa così a un altro emendamento, che tuttavia contiene ancora l’elezione a suffragio universale del Parlamento. Ma anche su questo emendamento (1.28), il Pd chiede il voto per parti separate.
“Voterò in dissenso dal mio gruppo per difendere il principio dell’elezione universale e diretta delle due Camere”. Lo dichiara il senatore Pd Corradino Mineo nell’annunciare in Aula che voterà a favore dell’emendamento di Sel sull’elezione diretta del Senato.
“Non sarà una battaglia, faremo guerra quando calpestate la Costituzione”. Lo dice il senatore della Lega Sergio Divina in Aula al Senato. “Una parte soggiogata dal presidente del Consiglio vuole soltanto un Parlamento veloce. Noi non vogliamo un Parlamento veloce: vogliamo ancora un Parlamento libero”, proclama Divina.
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile
“CON QUESTE RIFORME UN PREMIER CON IL 20% PUO’ PRENDERE TUTTO”
L’ostinazione con cui si vuole procedere — senza fare prigionieri, hic et nunc — sulle riforme, desta molti
sospetti.
Per l’intesa sulla quale si fondano, il famoso e ancor oggi ignoto Patto del Nazareno. Per l’inopportunità del momento, visto che a metter mano alla Carta è un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta che in gennaio ha dichiarato incostituzionale il Porcellum.
E poi per i contenuti rischiosi.
Di tutto questo abbiamo parlato con Gherardo Colombo, ex pm di Mani pulite, oggi presidente di Garzanti e membro del cda Rai.
Dottor Colombo, perchè questa fretta e perchè questi toni ultimativi secondo lei?
Non capisco la fretta e i toni ultimativi. Non li capisco perchè si tratta di modificare una parte molto rilevante dell’assetto costituzionale, che non riguarda soltanto il modo per fare le leggi, ma coinvolge il sistema di equilibrio dei poteri, cui tanto tempo ha dedicato chi ha scritto la Costituzione quasi settant’anni fa.A mio parere per cambiare una parte così importante della Costituzione occorrerebbe una riflessione ampia e profonda, cui partecipino tutte le culture (non si può riservare il discorso alle sole forze politiche, quando si tratta di intervenire sulla prima regola del nostro stare insieme), in particolare quelle espressione di minoranze , che sono alla fine le destinatarie della vera democrazia. Io vedo il rischio che il prodotto di un percorso riformatore non sufficientemente approfondito possa intaccare il primo pilastro della nostra legge fondamentale, quello del riconoscimento della pari dignità di tutte le persone, che si attua appunto attraverso la considerazione e la tutela delle minoranze. Non credo sia banale ricordare che democrazia non significa strapotere della maggioranza ma regolamentazione del potere di questa perchè non vengano compromessi i diritti dei deboli e dei non allineati.
Il combinato disposto di Italicum più riforma del Senato ha suscitato le critiche dei più autorevoli studiosi della Costituzione. Lei cosa ne pensa?
Non posso che ripetere quel che è già stato detto tante volte. Una volta attuati entrambi i cambiamenti basterà a una forza politica essere votata da meno di due abitanti su dieci per avere il potere di legiferare, di eleggere il presidente della Repubblica, di eleggere la maggioranza dei giudici costituzionali, di scegliere tutti i componenti delle autorità indipendenti e via dicendo. Se vuole facciamo un conto rapido. Il premio di maggioranza scatta con il 37% dei voti. Però la percentuale si riferisce a chi abbia effettivamente votato, non agli aventi diritto, e i primi, ora, non sono più del 60% dei secondi. Infine, occorre considerare che gli aventi diritto al voto sono soltanto i cittadini, mentre in Italia vivono stabilmente circa sette milioni di “stranieri”.
Non le sembra paradossale che si tolga qualsiasi bilanciamento al potere degli eletti da due persone scarse su dieci degli abitanti di questo paese?
I sostenitori della riforma costituzionale però non rispondono mai nel merito. Chi osa criticare il progetto viene additato come gufo, rosicone, addirittura “allucinato”. Per non dire dei costituzionalisti liquidati come “professoroni”. Credo che dia fastidio enorme la competenza, la conoscenza. Si sono trasformate da valore a handicap. Guardi che non si tratta di una caratteristica esclusiva della politica, succede un po’ da tutte le parti che alla competenza si preferisca altro: la “famiglia”, l’amicizia, la fedeltà , la sudditanza, la disponibilità . Poi, per salvarsi la faccia, si esalta la meritocrazia, che non viene applicata da nessuna parte (e che è comunque una cosa diversa, e un po’ meno “democratica”, della competenza).
Anche il capo dello Stato è favorevole a un cammino celere della legge.
Il Presidente se ne sarebbe andato un anno fa, se non lo avessero quasi obbligato a rimanere perchè non erano capaci di eleggere chi ne prendesse il posto. Comunque bisogna capirlo. È nato nel 1925, tre anni dopo la marcia su Roma. La cultura del tempo era quella che era, anche non volendo si era in qualche misura contagiati dal credo assoluto verso la verticalità della società . Una volta che l’Italia si è liberata del fascismo il presidente si è trovato a condividere pensiero e opere di Stalin (se non ricordo male nel 1956 era dalla parte dei sovietici che avevano invaso l’Ungheria con i carri armati). Ha poi fatto passi da gigante attraverso il suo “grave tormento autocritico” (sono parole sue), bisogna dargliene atto e riconoscere il risultato di sforzi davvero notevoli. Ma a me pare che la cultura del passato, il metodo del centralismo democratico, la convinzione del “primato della politica”, ogni tanto riaffiorino, come a me pare sia successo con la lettera inviata al Consiglio superiore della magistratura a proposito delle questioni che hanno investito la Procura della Repubblica di Milano e come mi pare sia oggi, a proposito delle riforme costituzionali. Lo dico con rispetto per il percorso di un uomo che credo abbia sempre agito pensando di essere nel giusto; ma certo sarebbe un gran segno della coerenza del percorso compiuto se si preoccupasse di ricordare alle Camere che sarebbe inopportuno usare tagliole o ghigliottine in una materia così decisiva e delicata come una riforma costituzionale.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 28th, 2014 Riccardo Fucile
OPENPOLIS PUBBLICA LA CLASSIFICA: TRA I PRIMI VENTI, SETTE SONO DI FORZA ITALIA, TRE DEL GRUPPO MISTO, TRE DEL NCD, DUE DI SCELTA CIVICA, DUE DI FRATELLI D’ITALIA, UNO A TESTA PER PD, SEL E LEGA
Quante assenze fanno i deputati durante le votazioni della Camera, e chi sono quelli che non si fanno mai vedere sul loro scranno?
Per monitorare l’attività dei rappresentanti dei cittadini, l’Espresso e Openpolis lanciano le nuove classifiche in tempo reale sull’attività degli onorevoli.
Strumenti di semplice comprensione e di immediato utilizzo per tenere sempre sott’occhio i politici. E che i lettori possono anche “copiare” ed utilizzare sui propri siti o blog, cliccando sul tasto “Embed” in coda alle tabelle e inserendole nelle proprie pagine web.
Con assenza si intendono i casi di non partecipazione al voto: sia quello in cui il parlamentare è fisicamente assente (e non in missione) sia quello in cui è presente ma non vota e non partecipa a determinare il numero legale nella votazione.
I sistemi di documentazione dei resoconti di Camera e Senato non consentono di distinguere un caso dall’altro.
I regolamenti non prevedono la registrazione del motivo dell’assenza al voto del parlamentare.
Non si può distinguere, pertanto, l’assenza ingiustificata da quella, ad esempio, per ragioni di salute (come nel caso di Stefano Quintarelli costretto a lavorare da casa a causa di un incidente d’auto).
I VENTI DEPUTATI PIU ASSENTI
Stefano Quintarelli Scelta civica 99,90%
Antonio Angelucci Forza Italia 99,87%
Marco Martinelli Forza Italia 96,13%
Piero Longo Forza Italia 95,97%
Rocco Crimi Forza Italia 92,32%
Mauro Pili Gruppo Misto 81,53%
Daniela Santanchè Forza Italia 81,47%
Alberto Bombassei Scelta Civica 76,36%
Michela Brambilla Forza Italia 75,85%
Pier Luigi Bersani Pd 69,44%
Filippo Piccone Ncd 68,17%
Francesco Ferrara Sel 65,50%
Giovanni Cuperlo Pd 65,12%
Carmelo Lo Monte Gruppo Misto 62,93%
Umberto Bossi Lega 62,42%
Mario Borghese Gruppo Misto 62,08%
Francesco Saverio Romano Forza Italia 61,03%
Maurizio Bernardo Ncd 60,52%
Marcello Taglialatela Fratelli d’Italia 59,73%
Massimo Corsaro Fratelli d’Italia 57,09%
(da “L’Espresso”)
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 26th, 2014 Riccardo Fucile
DOPPIO ESCAMOTAGE E I CONTRIBUENTI PAGHERANNO IN FUTURO….PER I DEPUTATI SI SPENDONO 10 MILIONI IN PIU’
L’ufficio di Presidenza della Camera ha appena deliberato il consuntivo del 2013.
Ci sono stati dei piccoli passi avanti: le spese per il cerimoniale sono diminuite di 300 mila euro nel 2013, da 570 mila a 280 mila euro.
Altre voci di spesa sono diminuite. Recentemente, come è noto, è stato imposto un tetto di 240 mila euro sugli stipendi dei dipendenti, a cui però può aggiungersi una indennità di posizione da determinarsi. Il risparmio da questa misura non è noto.
Ma il peso effettivo della Camera sul contribuente è diminuito nel 2013 in modo permanente di soli 4 milioni, circa lo 0,5 percento .
Niente, di fronte alla scandalosa situazione di partenza. Quando serve l’accetta, usare il cesello può essere pericoloso, perchè può generare l’illusione che si stia risolvendo il problema.
Il costo netto della Camera
L’anno scorso, in sede di bilancio di previsione per il 2013, la Camera dei deputati annunciò con una grande operazione di marketing che aveva ridotto la richiesta per la dotazione che riceve ogni anno dallo Stato di 50 milioni di euro.
L’interpretazione ovvia e naturale di questa affermazione è che dal 2013 la Camera avrebbe pesato sul contribuente 50 milioni meno che nel 2012. Ma non è così, nemmeno lontanamente.
Per dimostrarlo, è necessario calcolare esattamente il costo netto della Camera per il contribuente.
Questo costo non è la dotazione che lo Stato trasferisce alla Camera ogni anno, per tre motivi:
1. La Camera usa la dotazione per pagare le indennità e gli stipendi lordi. Ciò che conta dal punto di vista del contribuente sono però le indennità ai deputati e gli stipendi ai dipendenti netti da tasse.
2. La Camera ha altre, seppur piccole, entrate, quali gli interessi attivi, le entrate dalla vendita di atti e pubblicazioni, da servizi di ristorazione etc.
3. Infine, la Camera può decidere di “restituire” allo Stato delle somme, cioè parte della dotazione.
Tutte queste tre voci — tasse, altre entrate non da trasferimenti statali, e somme restituite allo Stato — devono essere sottratte dalla spesa totale.
La cifra così ottenuta può esser chiamata il costo netto della Camera. Questa cifra rappresenta quanto pesa la Camera sul contribuente.
Il costo netto è diminuito?
Il costo netto nel 2013 è diminuito di 67 milioni, ancor più dei 50 milioni di cui si è ridotta la dotazione statale. Un risultato apparentemente eccezionale, una riduzione di quasi il 10 percento del costo netto in un anno.
La stragrande maggioranza di questo miglioramento è tuttavia apparente, per due motivi.
Ci sono due modi universalmente utilizzati per abbellire i conti di un’ azienda: ridurre i contributi netti ai fondi di riserva, per esempio al fondo per i crediti in sofferenza in una banca; e rimandare i pagamenti agli esercizi futuri.
Il primo metodo è anche noto come“raiding the fund”, cioè usare i fondi di riserva come bancomat temporaneo per tappare le falle; il secondo genera residui passivi, cioè somme che ci si è impegnati a pagare ma che non vengono effettivamente pagate nell’esercizio in corso.
I 67 milioni di riduzione del costo netto sono frutto di entrambi questi escamotage.
Il primo escamotage…
Il primo escamotage riguarda un fondo molto poco noto, il Fondo di solidarietà fra gli onorevoli deputati, di cui troverete pochissime notizie su internet.
Questo fondo è destinato a pagare parti delle pensioni e dell’assistenza ai deputati e ai loro superstiti.
Il fondo è alimentato da contributi versati dai deputati, circa 15 milioni l’anno nel 2012 e nel 2013. Nel 2013 si è deciso di “ritirare” 40 milioni da questo fondo per finanziare le spese della Camera.
Questo è equivalente a ridurre i contributi netti al fondo, in questo caso da 15 milioni a -25 milioni. Un classico caso diraiding the fund.
Con un raid di 40 milioni all’anno, il Fondo sarà esaurito nel 2016, secondo lo stesso consuntivo della Camera.
A quel punto, il contribuente sarà chiamato a pagare di nuovo.
In altre parole, il raid è solo un costo differito per il contribuente .
Quello che sappiamo con certezza è che a fronte di questo raid temporaneo non vi sono misure strutturali di riduzione della spesa.
Se dunque non si tiene conto degli effetti di questo raid, il costo netto totale pagato diminuisce nel 2013 di 27 milioni invece che di 67 milioni (riga 2). Molto meno, ma sempre un risultato rispettabile.
… E il secondo escamotage
Ma anche questi 27 milioni di riduzione sono in gran parte apparenti.
La ragione è che sono in gran parte frutto del secondo escamotage tipico, l’aumento dei residui passivi.
Come abbiamo visto, questo consiste nel ridurre i pagamenti ma non gli impegni, cioè nell’aumentare i residui, ammontare che ci si è impegnati a pagare ma il cui esborso effettivo viene rimandato agli anni successivi.
Ma quello che è rilevante per il contribuente sono gli impegni (a meno che non si abbia intenzione di cancellarli, ovviamente): che essi siano pagati entro il 31 dicembre del 2013, o il 1 gennaio del 2014 per abbellire i conti del 2013, non fa nessuna differenza per il contribuente.
Un aumento sostanziale dei residui passivi è esattamente ciò che è avvenuto: essi sono aumentati di ben 17 milioni. Il risultato finale è che gli impegni di spesa che formano il costo netto sono diminuiti di soli 10 milioni (riga 4) , circa un settimo dei 67 milioni da cui siamo partiti.
Risultato: il costo netto è sceso in modo permanente di pochi milioni…
Ma anche questa riduzione di 10 milioni è una sovrastima della riduzione permanente effettiva.
Essa è il risultato di due eventi fortuiti che non dipendono dalle azioni della Camera. Primo, le elezioni del 2013, che hanno chiuso la Camera per qualche tempo e hanno causato una riduzione della spesa per collaboratori esterni di circa 4 milioni.
Secondo, il raddoppio degli interessi attivi da 2 a 4 milioni.
Se si tolgono questi due eventi fortuiti, il costo netto della Camera si è ridotto nel 2012 di 4 milioni, al netto del trasferimento dal Fondo di Solidarietà .
Una riduzione dello 0,5 percento.
Decisamente poco, o niente, a fronte della scandalosa situazione iniziale.
… Mentre la spesa per i deputati è aumentata di 10 milioni
Che non vi sia stata alcuna misura strutturale di riduzione della spesa è evidente dalla voce più politicamente e mediaticamente visibile e dibattuta dell’ intero bilancio della Camera: la spesa per i deputati (indennità e pensioni).
I pagamenti per indennità sono aumentati di 2 milioni nel 2013; vi è stata una diminuzione di 9 milioni nei pagamenti per pensioni.
Ma anche questa riduzione è illusoria. Essa è dovuta a un fortissimo aumento dei residui, di ben 16 milioni, dovuti a un aspetto tecnico.
Gli impegni di spesa su questa voce sono aumentati complessivamente di 10 milioni (3 per le indennità e 7 per le pensioni).
Come si può parlare di riduzione strutturale della spesa della Camera quando la voce più importante è aumentata di ben 10 milioni?
Roberto Perotti
professore ordinario all’Università Bocconi
(da “LaVoce.info”)
argomento: Alitalia, Parlamento | Commenta »
Luglio 25th, 2014 Riccardo Fucile
SU SENATO ELETTIVO E MINORANZE LINGUISTICHE I FRANCHI TIRATORI POSSONO CONVERGERE CON L’OPPOSIZIONE
Azionata la «tagliola», con il contingentamento dei tempi che porterà il Senato a licenziare in prima lettura il ddl di riforma costituzionale entro l’8 agosto, l’incognita numero uno per il governo diventa ora un’altra.
E riguarda quei 920 emendamenti (dei quasi ottomila presentati al testo) sui quali le opposizioni hanno chiesto il voto segreto.
Numero in realtà ampiamente ridimensionato: dopo la riunione della Giunta per il regolamento di mercoledì, ne restano poco più del dieci per cento, per effetto della decisione di procedere all’esame con la tecnica del «canguro», saltando cioè tutte le proposte di modifica simili se non addirittura analoghe.
La questione più delicata si era aperta su quel gruppo di emendamenti all’articolo 1 relativo alla disciplina delle funzioni delle Camere.
In tutto 141 (su un totale di circa 2.200), quasi tutti presentati da Sel, che richiamando il tema della tutela delle minoranze linguistiche, sul quale il presidente del Senato Piero Grasso ha riconosciuto la legittimità del voto segreto, introducono però, surrettiziamente, ulteriori modifiche che, se approvate, rischierebbero di stravolgere l’intero assetto della riforma costituzionale.
Come? Innanzitutto prevedendo la riduzione del numero dei deputati (tra trecento e cinquecento) rispetto agli attuali 630, tema che il ddl del governo non sfiora neppure. Non solo: ben 72 emendamenti puntano a ripristinare anche l’elettività del Senato a suffragio universale, estendendo cioè il voto anche ai diciottenni (oggi riservato ai maggiori di 25 anni).
Se una sola di queste proposte venisse approvata, verrebbe vanificata la metamorfosi di Palazzo Madama disegnata dal governo, che vorrebbe i componenti della prossima assemblea non eletti direttamente dai cittadini.
Insidie, in realtà , quasi del tutto disinnescate. L’esame di questi emendamenti avverrà mediante spacchettamento.
Se sulla parte concernente la tutela delle minoranze linguistiche si procederà , cioè, con voto segreto, sulla parte restante, vale a dire su quei commi dei medesimi emendamenti che puntano a diminuire il numero dei deputati e reintrodurre il suffragio universale anche per il Senato, si voterà , invece, a scrutinio palese.
Insomma, in questo modo, il cammino del governo verrebbe sminato da tutte le bombe disseminate dalle opposizioni.
Tutte, tranne una. Quella contenuta nell’emendamento 1.0.22, presentato dal senatore della Lega Nord, Stefano Candiani, che recita: «Fermi restando i dodici deputati eletti nella circoscrizione Estero, la legge costituzionale stabilisce il numero minimo dei rappresentanti delle minoranza linguistiche fra i cinquecento deputati eletti a suffragio universale e diretto».
Un unico comma, impossibile da spacchettare. Una vera e propria trappola che, nel segreto dell’urna, potrebbe innescare la convergenza di opposizioni e franchi tiratori per fiaccare il cammino delle riforme e del governo.
Antonio Pitoni
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 25th, 2014 Riccardo Fucile
MOLTI LITIGARONO CON LE LORO STESSE MAGGIORANZE PUR DI GARANTIRE IL RUOLO SUPER PARTES… SOLO CON SCHIFANI CI FU “CONTINGENTAMENTO” SULLA LEGGE COSTITUZIONALE
«E’ vitale per il buon funzionamento del sistema che l’opposizione abbia la possibilità all’interno dell’istituzione parlamentare di usufruire di spazi e strumenti adeguati ed efficaci (…). Una vigorosa dialettica parlamentare è stata sempre la linfa vitale della democrazia rappresentativa».
Oppure: «E’ importante garantire che l’opposizione possa far conoscere attraverso un dibattito parlamentare non asfittico le ragioni della sua contrarietà . In più di un’occasione ho ampliato i tempi del contingentamento della discussione in relazione alla complessità del dibattito proprio perchè tali ragioni potessero emergere nella completezza di tutte le loro motivazioni».
Chi parla così, un presidente d’aula amante del diritto come Piero Grasso?
O magari delle minoranze, come Fausto Bertinotti?
O magari Pietro Ingrao, il compagno Ingrao nei tempi che furono?
No, parlava così nel 2002 (dibattito sul «legittimo sospetto») Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera eletto dal centrodestra, e oltretutto non dalla destra liberale: da Berlusconi. Al quale Casini non concesse nulla.
Ecco, oggi Grasso è violentemente sotto attacco, ma diciamo che i presidenti d’aula in Italia (per fortuna) si sono quasi sempre attenuti a una prassi dialogante con le opposizioni; anche quelli di destra, con davvero pochissime eccezioni.
E dunque, Casini litigò con Berlusconi, che gli diede del «parruccone» anche perchè faceva rigorosamente rispettare le garanzie dell’opposizione. Al chè Pier rispondeva (nel 2004) «i regolamenti parlamentari non sono il Vangelo, però mi sembra che le cose funzionino abbastanza bene, cambiarli non mi pare proprio il problema prioritario che abbiamo di fronte. Ce ne sono ben altri…».
Bertinotti nel 2007 litigò con Prodi, che voleva anche lui più celerità , lamentava «i giochi politici», ma rimpallato dal presidente di Rifondazione, che gli rimproverò «scarsa dimestichezza con le aule parlamentari».
Per non dire di Fini, che anche prima di diventare bersaglio della campagna dei media berlusconiani aveva già tolto spesso la parola in aula a esponenti del centrodestra, e non sarà ricordato come uno che fece favori per accelerare le leggi della sua parte. Solo Schifani concesse qualcosa di più: non per caso, l’unico precedente di «contingentamento» su una legge costituzionale risale al 2004 al Senato, e presidente era lui. L’aveva voluto Berlusconi.
Non verrà ricordato nei momenti gloriosi di storia parlamentare.
Insomma, i presidenti d’aula – lì apposta per garantire – questo hanno sempre, bene o male, fatto.
Certo, «la Jotti era implacabile contro gli ostruzionismi», ha raccontato Massimo Teodori, che nell’81, contro la legge Reale, parlò sedici ore, e Nilde lo interrompeva con obiezioni storiche e filosofiche per sfiancarlo; ma Ingrao era assai più tollerante. Per non dire di Giuseppe Paratore, che nel dibattito del ’53 sulla legge truffa si dimise, tante le minacce.
E di Meuccio Ruini, che finì per farsela addosso.
Importante è che chi guida le Camere non lo faccia.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
argomento: Parlamento | Commenta »
Luglio 24th, 2014 Riccardo Fucile
IL POLITOLOGO MARCHESI: “SI SOSTENGONO A VICENDA AVENDO RECIPROCI INTERESSI A FARLO”
Non solo in Italia, ma anche qui a Dallas (ovviamente solo tra quelli che seguono le cose italiane), molti sono incavolati sulla sentenza che nei giorni scorsi ha assolto Berlusconi. Ma è sbagliato.
Una sentenza non può essere un giudizio moralistico, può essere solo un giudizio giuridico, e sul quel piano gli avvocati-parlamentari di Berlusconi (dove occorreva) hanno fatto negli anni scorsi un buon lavoro (sia facendo nuove leggi che non disfacendo quelle che avrebbero dovuto essere riformate).
Infatti l’avv. Coppi, che difendeva Berlusconi nel processo “Ruby”, ha centrato in pieno il bersaglio dicendo che B. non aveva fatto alcuna pressione sul funzionario per far rilasciare la giovanetta affidandola a persona di fiducia dello stesso Berlusconi, quindi non c’è concussione.
Il fatto è che ovviamente non c’era alcun bisogno di fare pressioni.
In un mondo dove per fare carriera conta di più l’abilità nell’essere elogianti ed ossequienti piuttosto che quella di essere bravi nella propria professione, quando un “pezzo grosso” chiama, gli basta qualificarsi per vedere funzionari di ogni livello inchinarsi col mento fino a terra nella premura di dimostrare profonda devozione e perfetto servilismo. In Italia siamo tutti eredi di un sistema burocratico generazionale che nemmeno il fascismo è riuscito nel secolo scorso a smantellare.
Questo è esattamente quello che è successo nel caso Ruby-Berlusconi. Assolto il grande capo per non aver commesso il fatto adesso sarà il funzionario a dover giustificare il suo comportamento accomodante e servile.
Peggio per lui, conosceva il suo dovere, doveva stare con la schiena dritta.
Anche per il reato di induzione alla prostituzione di una minorenne, mancando ogni evidenza incontestabile che B. ha avuto rapporti sessuali con Ruby quando lei era ancora minorenne, la sentenza non poteva che essere quella che “il fatto non costituisce reato”.
Naturalmente un padre di famiglia (Berlusconi), che “casualmente” è anche presidente del Consiglio di un grande paese industrializzato, che spende tutto il suo tempo libero (e probabilmente anche qualcosa di più) per organizzare festini a luci rosse (conosciuti oggi in tutto il mondo con l’appellativo di “bunga bunga”), non è quello che comunemente viene definito un comportamento “irreprensibile”, e infatti la prima a ribellarsi è stata proprio Veronica, la moglie di Berlusconi, che ha gettato la spugna e ha chiesto il divorzio.
Sul piano giuridico quindi la sentenza del giudice appare del tutto normale.
E’ il popolo che deve giudicare il Berlusconi politico, ma non sul piano giuridico, bensì su quello della idoneità a svolgere la mansione (come farebbe qualunque capo del personale nell’affidare una posizione importante ad un dipendente dell’azienda).
Il popolo però nella grande maggioranza giudica in modo molto superficiale, e si schiera da una parte o dall’altra sono in funzione della propria simpatia verso il personaggio politico.
Purtroppo non è tifando pro o contro qualcuno che si difende la giustizia o si esalta la democrazia.
Una persona priva del senso e della rettitudine morale che compete alla posizione di primo ministro di un grande paese industrializzato non è adatta a ricoprire la posizione politica e istituzionale di primo ministro ancorchè non compia reati sul piano giuridico, e nemmeno qualora fosse un genio in campo imprenditoriale (benchè in tal caso sarebbe sul conflitto di interessi che avrebbero dovuto mettere la lente di ingrandimento, invece in Italia si e’ fatto il contrario, si è consentito a Berlusconi di farsi le sue leggi e prosperare).
Berlusconi ha conquistato il potere politico circa vent’anni fa grazie alle sue televisioni, ai suoi soldi, e alla sua abilità non solo di organizzare ma anche di mentire serenamente su ogni cosa che gli fa comodo, tuttavia il percorso politico di Berlusconi sembrava finito dopo le vicissitudini sia politiche che giudiziarie attraversate nel 2013, ma ancora una volta (dopo D’Alema e Veltroni) è arrivato in suo soccorso il suo principale avversario politico (Matteo Renzi stavolta) neo segretario del Partito Democratico.
Renzi ha avuto un fiuto ed una spregiudicatezza formidabile (che lui chiama pragmatismo) nel capire al volo che, avendo conquistato la segreteria del Partito Democratico (dicembre 2013), ed essendo il suo principale avversario politico (Berlusconi) in grande difficoltà dopo la sconfitta elettorale alle “amministrative” (aprile 2013) e la condanna giudiziaria per reati fiscali (settembre 2013), aveva a portata di mano sia la poltrona di primo ministro che (in automatico per 6 mesi grazie alle regole europee) quella di presidente del governo europeo (dal primo luglio 2014). Ha quindi sfruttato subito con perfetto cinismo la situazione incontrandosi con l’avversario politico di sempre, Berlusconi (gennaio 2014), e stringendo con lui il cosiddetto “patto del Nazareno” in un’alleanza estremamente anomala al fine di dar corso ad una fase di riforme utili più a loro due che al paese.
Infatti subito dopo Renzi manda a casa Letta e si insedia al suo posto (febbraio 2014), mentre Berlusconi, sia pure nella posizione di pregiudicato dopo la sentenza definitiva di condanna per reati fiscali, ha potuto tornare a guidare la sua vecchia Forza Italia, rapidamente rimessa in piedi dopo lo sfascio del Pdl seguito alla batosta elettorale dell’aprile 2013 e dopo che molti suoi notabili confluiti nel governo Letta lo hanno abbandonato (novembre 2013) per formare un nuovo partito denominato Nuovo CentroDestra (di Angelino Alfano, l’attuale Ministro degli Interni ).
Berlusconi e Renzi si sostengono quindi a vicenda avendo entrambi reciproci interessi a farlo e l’assoluzione di Berlusconi per i reati di prostituzione minorile e concussione incide poco o niente sulla situazione politica attuale.
Berlusconi aveva promesso di abbandonare la politica qualora non fosse riuscito a realizzare (molti anni fa) le sue riforme.
Renzi ha fatto cinque mesi fa la stessa promessa ma, potete scommeterci, non l’ha fatto Berlusconi e non lo farà Renzi.
E’ troppo chiedere a entrambi (e al loro codazzo di “nani e ballerine”) di mantenere la parola e passare la mano per avere elezioni che producano un Parlamento di persone capaci davvero di svolgere il loro mandato democratico di rappresentanti del popolo e non di camerieri dei capi-popolo profumatamente pagati da noi?
Roberto Marchesi
(Politologo, studioso di macroeconomia)
argomento: Parlamento | Commenta »