Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
“SE NON CI RITROVIAMO SU MINISTRI E CONTENUTI NON VOTIAMO, SIAMO DIVERSI DAL CENTRODESTRA, NON CI RICONOSCIAMO IN UNA COPIA DEL GOVERNO LETTA”
Come se non bastasse il braccio di ferro con Angelino Alfano sulla formazione del
governo, come se non bastasse il fatto che per la definizione del puzzle i tempi si stanno allungando (fiducia alle Camere non prima di giovedì-venerdì, prevedono i renziani), per Matteo Renzi sono in arrivo grane anche dall’interno del Pd.
I senatori civatiani minacciano di non votare la fiducia al nuovo esecutivo “se non ci ritroveremo su contenuti e ministri”, dice ad Huffpost Felice Casson.
Oltre a lui, in Senato, si pongono gli stessi dubbi Corradino Mineo, Sergio Del Giudice, Donatella Albano, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci.
Insomma, si tratta del gruppo dei civatiani che a Palazzo Madama si sono distinti in molti passaggi cruciali di questa legislatura, soprattutto prima del voto sulla decadenza di Berlusconi da senatore.
Nel luglio scorso, per dire, Casson fu il primo nel Pd ad accusare Alfano per il caso Shalabayeva.
Così, Renzi rischia di perdere sei voti in Senato, vitali per la nascita del governo. “E’ un problema”, si ammette nella cerchia del sindaco.
Casson, che in direzione Pd ha votato no alla proposta del segretario come gli altri civatiani, si pone proprio il problema di continuare a governare con il Nuovo centrodestra.
“Vediamo che succede su ministri e contenuti — ci dice — Se la strada è la stessa del governo Letta, con gli stessi contenuti e un basso profilo, il problema esiste, non è infondato. Ed è serio. Perchè noi siamo all’opposto del centrodestra sui temi della giustizia, per esempio. E poi: sulla sicurezza sul lavoro, Sacconi la pensa all’opposto rispetto a noi. Ancora: che ci diciamo con Lupi sulle ‘grandi navi’, visto che lui continua a difenderle?”.
Pippo Civati la mette così sul sito Affaritaliani.it: “Voglio capire che cosa fare. E’ chiaro che non votare la fiducia a questo governo vuol dire uscire dal Pd o qualcosa di molto simile”.
E guarda al sogno di costruire “una nuova sinistra, un nuovo Ulivo. Pensavo che anche Renzi fosse d’accordo invece lui sta facendo un nuovo centro con Alfano”.
Casson insiste: “Non si tratta di un pregiudizio contro Renzi. In Veneto per esempio eleggeremo un segretario regionale unitario, un deputato renziano, Roger De Menech, ottima persona. Però sul governo un problema c’è… La gente è arrabbiata: a Vicenza hanno occupato la sede del Pd. A Venezia hanno presentato un documento contrario alla cacciata di Letta…”.
Nei territori le polemiche non si placano e si riversano nelle assemblee convocate per i congressi regionali che si terranno domani.
Quasi fossero occasione propizia pianificata dal destino per spostare la discussione dai temi locali, di circolo, a quelli nazionali, di governo.
Mentre Renzi è chiuso a Palazzo Vecchio a cercare di risolvere il rebus governo, i suoi parlamentari vanno in giro nelle assemblee territoriali del Pd a spiegare. “Adesso è importante spiegare, parlare con la gente che vuole sapere, capire”, dice il deputato David Ermini che ieri ha dovuto spiegare e parlare in due assemblee fiorentine, in Val d’Arno e a Scandicci. “Alla fine, se spieghi, ci si ricompatta, si ritrova un po’ di serenità e soprattutto la voglia di rimboccarsi le maniche: ce la dobbiamo fare”.
Ma risalire la china dell’impopolarità non è facile.
Naturalmente per i renziani uno dei modi per “spiegare alla gente” è dare la colpa a Enrico Letta, il premier che non si voleva dimettere.
“E’ stato lui a esacerbare il clima, la sua conferenza stampa è stata devastante per il Pd. Ha fatto passare Matteo per il lupo che si mangiava l’agnellino Enrico…”, si ragiona tra i parlamentari del sindaco.
Ecco: lupo e agnello. La mission di Renzi è ribaltare la storia o almeno trasformarla in una favola da volpe e cicogna: dove non si fa male nessuno, solo scherzi da burloni.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA POPOLARITA’ DI RENZI CROLLATA DI TRE PUNTI, BASE IN RIVOLTA, SEDE DI VICENZA OCCUPATA
Un’altra volta il Pd è sotto botta. Persino i renziani commentano che la vittoria del segretario «non è di quelle da festeggiare » e che c’è «una grande consapevolezza del rischio».
L’avventura del governo, la speranza del cambiamento sono avvenute in modo traumatico, con la sfiducia del partito pressochè all’unanimità al “suo” premier ed ex vice segretario Enrico Letta.
Le caselle di posta di Matteo Renzi, dei leader anche della minoranza sono bombardate di mail di proteste, insulti, ironiche (“Posso avere un sottosegretariato?”), di sfida (“Alle prossime elezioni i 5Stelle arriveranno al 50%”), qualcuna di incoraggiamento (“Forza Matteo, che ce la fai!”).
La “comunità -partito” è lacerata e scossa. Tornano a soffiare i venti di scissione. Pippo Civati – che al governo Letta delle larghe intese non votò la fiducia – in direzione è stato, con pochissimi altri lealisti, contrario alla linea di Renzi di scaricare Letta.
E ora sul suo blog annuncia: «Recupero una dozzina di senatori. Poi vado da Renzi e gli dico il contrario di quello che propongono Formigoni e Sacconi sui giornali. Nuovo centro destra contro Nuovo centro sinistra (anche sinistra e basta, che il centro è dappertutto)».
Un’ipotesi, spiega poi, che non è affatto una provocazione:
«È tutto il giorno che incontro persone che mi chiedono di uscire dal Pd. Dentro il Pd ci si sente un po’ male…
«.Il giorno dopo lo showdown, in casa dem spuntano i rimorsi.
E da Piacenza dove è in convalescenza, Pier Luigi Bersani fa sentire la sua voce: «Non doveva finire così. C’è stata una lacerazione nel partito che si doveva e si poteva evitare».
Perplesso è l’ex segretario – che si dimise dopo il tradimento dei “101” che silurarono Prodi al Colle – anche sul documento votato: bisognava «fissare qualche paletto» per impegnare il governo Renzi su un cambiamento di programma.
Molti i malumori. La minoranza dem si riunisce ed è uno sfogatoio.
Già oggi dovrebbe essere pronto un dossier su alcune proposte programmatiche. Il timore è che i ministeri-chiave, che sono quelli economici – Economia, Sviluppo economico, Infrastrutture, Lavoro – possano avere una impronta di politica liberista. Guglielmo Epifani, il segretario-traghettatore, ex leader della Cgil, si preoccupa delle cose da dire al popolo dem per spiegare quello che è successo nelle ultime ore.
«Per fare digerire quanto è accaduto, forse c’era bisogno che Renzi dicesse le tre, quattro cose con cui intende caratterizzare il suo governo di svolta e rilancio radicale », riflette a voce alta in Transatlantico alla Camera.
Anche i renziani si riuniscono in capannelli a Montecitorio: c’è da affrontare la strategia di sostegno al segretario e premier in pectore. Ernesto Carbone, renziano della prima ora, ripete: «Matteo ha accettato il rischio, ha spiegato che la sua è una smisurata ambizione per il Pd e per il paese. Sappiamo tutti benissimo che ora Renzi e il partito devono rispondere con i fatti a chi dice che la maestra era un’altra, e cioè quella di andare a Palazzo Chigi dopo avere vinto le elezioni ».
Il primo rischio per Renzi è nella perdita di popolarità : un sondaggio lo dà in calo di tre punti.
E domani c’è l’election day delle primarie regionali.
Sarà un banco di prova per la segreteria democratica. Anche se alcune sfide vedono il fronte renziano diviso.
In Sicilia ad esempio, Giuseppe Lupo, renziano, appoggiato anche dal sindaco Leoluca Orlando, gareggia contro Fausto Raciti, cuperliano ma sostenuto da parte dei renziani. Il duello sarà ai gazebo, tra il popolo delle primarie, che sono stati allestiti malgrado il taglio di risorse di partito. Bisognerà vedere se ci sarà afflusso alle primarie regionali.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI PARMA: “LA NOSTRA GENTE NON ACCETTA CHE NON SI SIA ANDATI AL VOTO”… IN EMILIA CRITICI ANCHE I RENZIANI
Un iscritto mi ha telefonato proprio stamattina per annunciarmi che avrebbe rinnovato
la tessera: ma solo per restituirla un secondo dopo».
Cecilia Alessandrini è già un’ottima incassatrice nonostante i suoi 35 anni. Segretaria del circolo Pd “Joyce Salvadori Lussu”, lo stesso a cui era iscritto Romano Prodi, ha già fronteggiato lo sgomento e la rabbia dei militanti dopo che l’ex premier fu affondato da 101 franchi tiratori mentre navigava alla volta del Quirinale.
Meno di un anno dopo è costretta al secondo round con dubbi, perplessità , interrogativi di una base che può digerire anche brusche inversioni di rotta, ma in cambio chiede trasparenza e partecipazione.
La “staffetta”, come impropriamente viene definito l’avvicendamento tra Letta e Renzi, non convince.
Perchè si fa presto, a dire «primarie», spiega Cecilia, ma si è votato per un segretario e non per un premier.
«E se si deve continuare così», aggiunge, «allora bisogna dire che le primarie del Pd sostituiscono le elezioni nazionali».
Ottanta chilometri più a nord, Lorenzo Lavagetto, segretario del Pd di Parma, riassume i malumori intercettati nella giornata.
«La nostra gente spera che la svolta possa rivelarsi positiva, ma ne sottolinea le incognite – spiega Lavagetto – non accetta che non si sia andati al voto e che un uomo del partito ne abbia silurato un altro dello stesso partito».
Il gigante rosso, il principale serbatoio di voti del Pd, è scosso dall’ennesimo terremoto ai vertici.
«Dateci pure il mitico cambiamento», sembra dire la base del partito, «ma prima spiegatelo a noi e cercate di capirlo voi stessi».
La base Pd è confusa per il siluramento del governo Letta. E c’è chi corre ai ripari. Come fa il segretario bolognese, Raffaele Donini, da sempre attento a preservare l’unità del partito o, quanto meno, a evitare dolorose lacerazioni nell’epidermide del partito.
Al congresso il segretario ha votato Gianni Cuperlo ma è stato eletto attraverso un patto trasversale.
Ora ha convocato i parlamentari bolognesi e organizza riunioni nei circoli per spiegare agli iscritti cosa stia succedendo.
Ma senza cedere di un millimetro rispetto alla necessità della svolta: questa volta, insomma, la dirigenza bolognese non si farà interprete del disagio della base come accaduto la scorsa volta dopo l’affossamento di Romano Prodi e la nascita delle larghe intese.
Choc peraltro sicuramente più forti rispetto a quello vissuto oggi.
«Il turbamento di iscritti ed elettori? Passerà quando arriveranno le riforme radicali del nuovo governo», è il leit-motiv di queste ore.
Lunedì mattina i parlamentari sono convocati nella sede della Federazione Pd per organizzare, come chiede Donini, un tour nei circoli.
Del resto in via Rivani alla luce degli ultimi sviluppi si ricorda volentieri che martedì, cioè due giorni prima del “licenziamento” del premier Enrico Letta votato dalla direzione nazionale, il parlamentino del Pd di Bologna aveva approvato all’unanimità la relazione dello stesso segretario Donini che dichiarava chiusa la stagione dei governi «balneari».
«La nascita del governo Renzi attesa in tempi brevissimi è una scelta che va spiegata e la spiegheremo – dice Doninini – mettendoci la faccia come abbiamo l’abitudine di fare a queste latitudini».
Il passaggio è complicato da gestire, come dimostra il dibattito sui social network. «Marilena spiegaci tu cosa sta succedendo e soprattutto cosa succederà perchè in tanti si è frastornati», chiede ad esempio il capogruppo Pd in Provincia Gabriele Zaniboni alla deputata Marilena Fabbri.
Risposta: «Si è compiuto il disegno Renzi». Ma, aggiunge poi Fabbri, «non con il mio voto e il mio consenso. Sono tra coloro che pensano che il rispetto anche in politica sia ancora un valore. Io sono stata minoranza al congresso e mi sento minoranza».
Molti i cuperliani che prendono le distanze dal sì in direzione al siluramento di Letta a favore di un governo guidato da Renzi.
«Io non lo avrei fatto – dice per esempio, sempre via Facebook, il deputato modenese Davide Baruffi – perchè la cosa poteva essere gestita e risolta in altro modo migliore. E non ho sentito un solo contenuto programmatico su cui misurare la discontinuità annunciata».
Dubbi affiorano anche tra i renziani per la strada imboccata dal segretario Pd.
«La mia preoccupazione è solo che, nel fuoco incrociato, nemico e soprattutto amico, la scelta si riveli un azzardo e che alla fine, venga meno l’unica figura realmente in grado di allargare il consenso del centrosinistra e creare lo spazio per governare questo Paese», scrive il presidente della direzione Pd di Bologna Piergiorgio Licciardello.
«Se Renzi fallisce – avverte ancora Licciardello – torneremo nelle braccia della destra e ci rimarremo per chissà quando. Su questo vorrei riflettessero tutti quelli che oggi gridano alla tragedia e, magari, sognano un nuovo scisma a sinistra».
Gigi Marcucci
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Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLA MINORANZA PD PROVA A DFENDERSI DALLE ACCUSE: “E’ DOLOROSO SE LA TUA GENTE NON TI CAPISCE”…O FORSE HANNO CAPITO FIN TROPPO?
«Votando l’ordine del giorno di Renzi non abbiamo firmato una cambiale in bianco. Nè quella è stata la soluzione per un duello rusticano tra due leader, che ha lasciato il nostro mondo stranito e non risponde alla mia idea di cosa è un partito». Gianni Cuperlo, il leader della sinistra dem, spiega la scelta che ha portato anche la minoranza del Pd a scaricare Letta e a indicare Renzi come nuovo premier
Cuperlo, non pensa che il Pd abbia liquidato il “suo” premier Letta in modo brutale?
«So bene che si è consumato un trauma. Ho sempre sostenuto Letta con lealtà assoluta. Quando mi sono candidato al congresso questa cosa mi è stato anche rimproverato. Dicevano che mentre Renzi lo criticava in libertà e Civati chiedeva la crisi e il superamento del governo, noi eravamo quelli che si caricavano sulle spalle tutto il peso. Ho sempre risposto che quello era il nostro governo e non andava attaccato per lucrare qualche voto in più».
E come siete arrivati a questo epilogo, a votargli contro?
«Dopo le primarie il rapporto tra il Pd e l’esecutivo non reggeva. Il punto non sono i voti in Parlamento. Quando si dice che alle spalle di Letta ci sono dieci mesi di fallimenti è dura sostenere che si aiuta Palazzo Chigi. Per settimane ho suggerito a Enrico di assumere una iniziativa di rilancio nel programma e nelle personalità da coinvolgere. E questo a fronte di un governo che perdeva pezzi e nel cuore di una crisi sociale drammatica. Abbiamo sempre detto che se Letta fosse riuscito a guidare la ripartenza, il Pd avrebbe dovuto appoggiarlo. Ma se quella condizione non ci fosse stata, allora toccava al leader democratico dire come uscire dalla crisi. Renzi lo ha fatto, parlando di un cambio radicale di governo e di guida».
Sta di fatto che la minoranza dem giovedì è diventata renzista?
«No. In queste ore ho ricevute centinaia di messaggi critici sul voto della nostra minoranza. Alcuni per me dolorosi, ma quando la tua gente non condivide una scelta, la devi ascoltare, devi riflettere e provare a dire le ragioni di una decisione».
Quali sono queste ragioni?
«Se vogliamo dirci la verità , il governo non c’era più da prima che giovedì il segretario togliesse la fiducia al premier. A quel punto i soli due scenari erano: nuove elezioni, col rischio di larghe intese all’infinito, oppure prendere atto della linea di Renzi e cioè “adesso provo io e lo faccio a nome del Pd”. Noi ci siamo fatti carico di questo. In direzione però, abbiamo anche detto che era un errore partire da chi avrà il compito di guidare il governo. Mentre il merito della svolta è rimasto sospeso. È legittimo pensare che io abbia sbagliato, ma la mia è stata una motivazione politica, non di potere: non c’entrano posti o affetti».
Quanto esce traumatizzato il Pd da questa vicenda?
«Non poco. Alla direzione del partito c’è chi ha detto: “Soltanto un ingenuo poteva pensare che a dicembre noi eleggevamo solo il segretario del partito”. Ecco, ero tra gli ingenui. Ho passato mesi a spiegare che le primarie non servivano a scegliere l’inquilino di Palazzo Chigi. È finita come vediamo. Ma su quel punto avevamo ragione noi. Non mi arrendo: a marzo terremo la convenzione di chi non pensa che quanto è accaduto in questi mesi sia il destino del più grande partito della sinistra italiana».
Vuol dire che si è pentito di avere appoggiato Renzi in questo passaggio?
«No. Naturalmente rifletto. Non sono un uomo politico che pensa di avere sempre ragione. Ho tentato fino all’ultimo, come altri, di evitare quel voto, sperando che Letta si dimettesse prima, visti anche i rapporti di forza dentro il Pd. E mi spiace che il confronto tra il segretario e il premier si sia spinto fino a mettere in discussione l’unità di fondo del primo partito italiano sulla frontiera strategica del governo del paese».
Quali dovrebbero essere i segnali di svolta radicale del governo Renzi?
«Daremo il nostro contributo programmatico. La svolta è sui contenuti, contro il rigorismo di Bruxelles, sulle priorità sociali, sugli investimenti pubblici, sulla correzione della legge elettorale, sulle strategie per l’occupazione e contro la povertà . Renzi dice di voler cambiare l’Italia, io voglio capire in quale direzione. Allora mi interessa sapere se a guidare la politica economica sarà un interprete del “mainstream” liberista con il culto dell’austerity e se le politiche sociali finiranno nella mani di chi legge i diritti civili come privilegi».
Lei entrerebbe nel governo se il leader dem glielo chiedesse?
«No, voglio ricostruire la sinistra».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
LA BASE CONTESTA IL RIBALTONE: “ORFINI SEI UN MERCENARIO”… BERSANI E D’ALEMA IN DISACCORDO CON CUPERLO
Alla lettura dei giornali, la prima contorsione. E’ andata peggio a scorrere le bacheche di facebook e i cinguettii di twitter.
La rete non perdona il ‘ribaltone’, dai territori arrivano messaggi di fuoco contro il ‘letticidio’ compiuto ieri in direzione Pd.
I parlamentari della minoranza del partito vivono con estrema angoscia il ‘day after’ della defenestrazione di Enrico Letta, l’affare che ora appare sporco e che ha issato a Palazzo Chigi la bandiera di Matteo Renzi.
I primi echi del caos che sarebbe scoppiato si erano sentiti già ieri prima della direzione, in quella riunione di minoranza che sostanzialmente ha dato il via libera all’operazione Renzi 1, pur con mugugni e perplessità .
E in quella riunione, Massimo D’Alema ci ha tenuto ad esserci per dire che no, lui non era d’accordo, tanto da gelare Gianni Cuperlo: “Basta con lo stupidario renzian-grillino…”.
Una risposta di ghiaccio rivolta al discorso dell’ex presidente del Pd, che aveva tentato di spiegare i motivi per cui la sua area non avrebbe contrastato l’operazione di portare Renzi a Palazzo Chigi, pur con tutti i dubbi sulle “forme” che l’hanno caratterizzata, il braccio di ferro con Letta, un partito che si è dovuto sobbarcare il compito di uccidere politicamente il proprio premier.
Nel ragionamento, a quanto si apprende, Cuperlo aveva semplicemente citato una delle solide certezze del renzismo, cioè l’importanza delle primarie quale momento di legittimazione per Renzi, momento di apertura all’elettorato in senso largo, oltre i confini del Pd.
Insomma, giusto una citazione, come in effetti ha fatto notare lo stesso Cuperlo a D’Alema: “Ho solo citato…”.
Ma il presidente di Italiani Europei, da sempre contrario all’apertura delle primarie per il segretario ai non iscritti al partito, è stato inflessibile: “Non devi nemmeno più citare: basta con lo stupidario renzian-grillino…”.
Stavolta il ribaltone non è piaciuto a D’Alema. E non è piaciuto nemmeno a Pierluigi Bersani, ancora in convalescenza a casa, deluso per come sono andate le cose, lui che — a quanto pare — aveva consigliato a Letta di resistere e di farsi sfiduciare dal partito. D’Alema invece era dell’idea di salvaguardare il partito o almeno evitare di essere complici nell’omicidio. Insomma, evitare il voto in direzione.
La riunione di ieri si era in effetti conclusa con l’idea di lavorare per evitare di votare sul ‘cambioverso’ al governo, evitare di lasciare impronte sul ‘letticidio’.
Non ci si è riusciti, su questo il segretario del Pd è stato irremovibile: “Si vota”. Cuperlo ha persino provato a chiederlo intervenendo in direzione: “Evitiamo il voto”, tentativo estremo che non è piaciuto all’ala più giovane della minoranza Pd, i Giovani Turchi.
Schierati invece su un’altra linea: contro i padri, che si chiamino D’Alema o Bersani.
Il ragionamento di Matteo Orfini è che pur nei dubbi, pur col giudizio negativo per la cacciata di Letta “in queste forme”, il punto è che con “quel governo non si andava da nessuna parte, bisognava cambiare”.
Ora “si rischia” ma “si rischiava anche prima”.
Insomma, il succo è: Renzi è indiscutibilmente l’unico che può tirare il Pd e l’Italia fuori dal pantano. “Lo sosteniamo criticamente ma lo sosteniamo – dice Orfini – non avrebbe senso fare il contrario per noi che abbiamo preso il 18 per cento alle primarie…”.
Ovviamente però, nemmeno per lui il day after è cosa facile. Dalla minoranza c’è chi lo accusa di essere un “mercenario”, insulto riferito al fatto che il Giovane Turco Andrea Orlando dovrebbe restare ministro con Renzi.
Orfini non si scompone, lo ha spiegato ieri in direzione: “Noi abbiamo bisogno di una discontinuità vera, che non c’è stata in questi mesi, nemmeno dopo il venir meno della presenza di Berlusconi nella maggioranza, un cambio di fase che non abbiamo colto, c’era bisogno di maggiore politicizzazione. Ora, se ha un senso un cambio di governo è nella capacità di affrontare la crisi e politicizzare l’esecutivo”.
E’ andata. Ma nella minoranza scossa dalle proteste della base, dalle mail arrivate nelle caselle di posta dei deputati, lì si intrecciano i dubbi.
Sono venuti fuori oggi in una nuova riunione degli oltre cento parlamentari di minoranza, tra cuperliani, Giovani Turchi, bersaniani, dalemiani.
Il quesito principale: era proprio necessario votare sì in direzione? Se la prendono con Cuperlo.
E Stefano Fassina si sente in vantaggio, lui bersaniano che paradossalmente ha scelto l’astensione, la via indicata da D’Alema.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI COMMENTI DEGLI ELETTORI PD SUL CAMBIO DELLA GUARDIA LETTA-RENZI
L’ultimo round tra Renzi e Letta non ha lasciato indifferente il popolo del Pd. Migliaia i commenti sui social network dai quali emergono due dati: una chiara costernazione per quanto accaduto e una forte diffidenza dello zoccolo duro nei confronti del rottamatore.
Sulla pagina ufficiale facebook del Pd, dalle ore 15, era possibile seguire la diretta streaming della direzione nazionale. Tanti, dunque, coloro che hanno assistito e poi commentato sul web l’epilogo del duello.
Molte le perplessità tra gli elettori democratici con gli «infiltrati», soprattutto del Movimento 5 Stelle, pronti a sparare a zero sulla staffetta a Palazzo Chigi.
Nel mirino, il sindaco di Firenze: «Matteo sono un tuo (ex) elettore, e questo sarebbe il cambiamento promesso? Presidente del Consiglio senza voto popolare? che c…ata pazzesca» – scrive Massimo Cimmino.
Il rottamatore viene spesso associato al Cavaliere, sulla base del presunto, imperdonabile, feeling. «Renzi stai distruggendo il Pd! Ma lo vuoi capire che stai favorendo Berlusconi in tutto e per tutto, finiscila di fare il bimbo capriccioso» – commenta Giovanna Ruggero.
Sulla stessa lunghezza d’onda Luca Barba: «La coeRenzi è paragonabile a quella del Cavaliere. Diciamo che anche in questo si assomigliano», mentre Rocroc sottolinea che «lo stile è quello del vecchio B.».
L’accusa principale per il sindaco di Firenze è proprio quella di incoerenza.
«Renzi fa tesoro del metodo Berlusconi. Dimentica oggi quello che hai detto ieri. Che pena!» – scrive Lidia Spadafora riferendosi alle frasi pronunciate dal rottamatore che vengono riportate da Antonello Fiorucci: «Mai più larghe intese (28 ottobre 2013). Io al governo. Mai senza elezioni (9 febbraio 2014). Da me no intrighi di palazzo per prendere il posto di Letta (14 gennaio 2014)».
Un post che raccoglie in pochi minuti 243 mi piace.
Il partito dei renziani è poco nutrito a fa fatica a difendersi dagli assalti dei navigatori.
«Vi fa paura Renzi è? Se porta avanti ciò che ha in mente dimagrirete in modo abbondante» sottolinea Lory Soltanto, mentre Paola Calò spiega come «a volte il mutare degli eventi costringe a rivedere le proprie scelte. Il Pd e il suo segretario oggi potrebbero rivedere le scelte annunciate in passato, ma lo faranno con l’arma del confronto e nella trasparenza dello streaming».
Pochi anche coloro che si schierano dalla parte di Letta: «Ha il diritto di continuare perchè ha lavorato bene» — scrive Andrea, scatenando un vespaio di polemiche.
Su twitter Pasquale Pugliese si pone una domanda amletica: «Gramsci starebbe con Letta o con Renzi?», mentre Marco Lupi si chiede «che effetti avrà questa staffetta alle prossime elezioni».
La domanda che aleggia su twitter tra i simpatizzanti democratici è semplice: «Con questa mossa da sicuri vincitori diventeremo sicuri perdenti?».
Anche sul sito dell’Unità gli attacchi. «Ad ascoltarlo mi vengono i brividi. Invece di tassare le rendite finanziarie, di chiedere un contributo straordinario alle banche ripropone le vecchie ricette, ancor più liberiste di Grillo e Berlusconi».
Andrea Barcariol
(da “il Tempo”)
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
NELLA SEZIONE DI VIA DEI GIUBBONARI A ROMA A MAGGIORANZA CUPERLIANA: “CERTE INDELICATEZZE DI RENZI FANNO RABBRIVIDIRE”
Enrico Letta esce di scena davanti a tre immobili spettatori del circolo Pd di via dei
Giubbonari. Gli schermi mostrano un flash d’agenzia che non ammette rivincita: “Domani al Colle per dimissioni”.
Il signor Renato, iscritto dal 1970 nella sezione più rossa della Capitale, sembra stordito.
Più in là , la signora Maria ignora la tv, persa in un solitario scacciapensieri. Ma è un attimo: «Si segano le gambe da soli — sibila — Io mi vergogno, nessuno ci capisce più niente».
È la staffetta democratica vista da chi milita. Atmosfera crepuscolare.
Ti aspetti gioia o rabbia, vince una malinconica rassegnazione.
La cuperliana Giulia Urso guida il circolo, anche se oggi è costretta a casa: «Mi stanno chiamando tutti. Gli iscritti sono sconcertati»
Sulla porta della sezione c’è ancora la Quercia, sul muro d’ingresso la targa del vecchio Pci. «Ero rossa che più rossa non si può — giura Maria, quella del solitario a ‘sto punto non so più a chi credere. Ci rinuncio, se continuano così straccio la tessera».
Nel fortino della minoranza dem (90% a Cuperlo alle primarie di circolo) tutti sanno che tra gli sponsor dell’operazione Renzi ci sono proprio cuperliani, bersaniani, dalemiani.
E il malessere non trova sfogo
Responsabilità e rammarico vanno a braccetto. «Prendiamo atto di quanto accaduto — dice Urso — ma la verità è che il partito non era pronto. Va bene, la situazione gravissima imponeva un’accelerazione forte. Renzi se ne fa carico, lo sosteniamo. Eppure tante sue indelicatezze fanno rabbrividire».
«Le persone mi chiamano — racconta la presidente — si stanno contorcendo».
Contorcendo, dice proprio così. Si affaccia un anziano signore modenese e conferma: «Ero a casa, davanti alla tv. Sono dovuto venire qui, sentivo una cosa allo stomaco. Ero troppo nervoso. Mi hanno fatto riflettere i miei figli, però. Pensano che sia giusto così».
Le pochissime sentinelle del circolo non sembrano d’accordo.
E neanche la Rete, affollata da migliaia di tweet che bombardano la staffetta
Sul tavolo (rosso) c’è un pacco di volantini. Accanto spunta un manifesto, scritto a mano da un anziano militante: «In questo circolo: 1) Mai più nominati, ma preferenze su ampie liste 2) Ridurre i costi della politica 3) Emarginazione dei delinquenti in politica tipo Berlusconi. Renzi ha fatto tutto il contrario e non va bene».
La versione originaria era “Renzi fa schifo”, ma la presidente l’ha fatta cancellare.
Stavolta, però, non è solo il sindaco nel mirino: «Il malessere c’è — ammette Urso — noi dobbiamo farcene carico. Con responsabilità , per evitare che si scada nel populismo. E dobbiamo vigilare affinchè il Pd non diventi un partito personale come quello di Berlusconi».
Nessuna riunione, stasera. «Faremo un’assemblea nei prossimi giorni».
E allora in quattro chiudono in fretta il circolo. Fuori tempo massimo si affaccia un’altra iscritta: «Roba da matti, quello di oggi non è un metodo democratico. Così ci rivolgiamo alla pancia della gente, non alla testa».
Poi, voltandosi: «Comunque noi restiamo qua, sul fronte. Vero, Renato? ». Renato è di poche parole: «Non mi piace, così». «Pensavo di trovare qualcuno — volta le spalle la signora Maria — Non vado neanche al cinema, che se poi il film è una bufala davvero nun ce la posso fa’ ».
Tutti a casa alle 19, è meglio così: «Tanto chi vuoi che viene, stasera?».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
COME SE FOSSE COSA LORO: NON DECIDE IL PARLAMENTO, BASTANO 136 POLTRONISTI
Teatro dell’assurdo: Renzi dà il benservito al presidente del consiglio con una relazione che parla di “cambiamento”, ma senza indicare motivi specifici per il cambio della guardia a Palazzo Chigi.
La relazione approvata con 136 sì, 16 no e due astenuti. Pochi minuti dopo l’annuncio del premier: “Domani le mie dimissioni al Quirinale”
Il presidente del Consiglio non andrà in Parlamento per formalizzare la crisi (come chiedono Forza Italia e M5s).
Solo Civati e i suoi votano contro la relazione che mette alla porta il capo del governo. Tutti gli altri (sinistra del partito compresa) no.
Gianni Cuperlo aveva chiesto di non votare, per salvare almeno le forme, ma il regolamento prevede una pronuncia del “parlamentino” sulle relazioni del segretario. In più lo prevedono anche le norme della chiarezza politica, si potrebbe dire.
Alla fine, poco dopo le 18, la Direzione nazionale approva la mozione del segretario (leggi il testo) con 136 sì, 16 no e due astenuti.
Pochi minuti dopo il voto, Enrico Letta detta una nota: “A seguito delle decisioni assunte oggi dalla Direzione nazionale del Partito Democratico, ho informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri”.
C’è l’assassino, ma manca il movente.
Il 18 gennaio Renzi aveva lanciato addirittura un hashtag su Twitter (“Enricostaisereno”), oggi “ringrazia il presidente del Consiglio per il notevole lavoro svolto alla guida del governo, un esecutivo di servizio nato in un momento delicato.
E per il significativo apporto dato in particolar modo per il raggiungimento degli obiettivi europei”.
Una formula di poche parole neanche tanto addolorate da presidente di società di calcio che esonera l’allenatore.
Quale sia il punto di svolta che ha trasformato Renzi da Dottor Jekyll a Mister Hyde nessuno ancora l’ha capito.
Renzi pretende un cambio della guardia “all’inglese”: il nuovo leader del partito prende anche la guida del governo.
Propone un governo per una “legislatura costituente“, quindi fino al 2018 perchè “il Pd si deve assumere la responsabilità ”.
Contenuti pochi, al momento, a parte la feroce definizione data al programma presentato da Letta: “Contributo”. Niente contenuti, quando ci si limita alla politica.
Proprio Letta ha atteso il voto da Palazzo Chigi perchè voleva il timbro su una decisione che con il passare delle ore è diventata largamente maggioritaria tanto che — oltre all’Areadem di Franceschini, il cui voto favorevole era scontato — anche la minoranza Pd in una riunione precedente alla direzione nazionale aveva dato il via libera a Renzi, presente il nume tutelare Massimo D’Alema.
Il presidente del Consiglio non c’era alla direzione. Il paradosso è che ha atteso il voto seguendo la diretta streaming di una riunione del suo partito che quasi in massa gli ha voltato le spalle.
“Decidete con serenità ” scrive Letta in una nota alla direzione nazionale.
Forse c’è dell’ironia, nella speranza che la serenità sia la stessa che gli ha augurato il suo segretario che ora vuole prendere il suo posto.
Le trattative erano andate avanti per tutta la mattina per evitare il rischio che Pippo Civati aveva ipotizzato di un “western”. E’ stato peggio: un mattatoio, pieno di “Grazie Enrico, ma…”. Per dirla di nuovo con Civati è stato qualcosa a metà tra la Prima Repubblica e Shining.
In una situazione, ragiona Civati, in cui il timore è che ancora una volta ne esca vincitore Silvio Berlusconi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
SI DEVE CAMBIARE GOVERNO PERCHE’ ADESSO COMANDA LUI… LA MINORANZA DI CUPERLO E’ VIVACE COME CHI E’ IN COMA FARMACOLOGICO, SI SALVA SOLO CIVATI… COL VOTO IN DIREZIONE, LETTA PRESENTERA’ DIMISSIONI A NAPOLITANO
Anche l’ultimo filo che tratteneva Enrico Letta dalle dimissioni sembra essersi spezzato. 
Il Partito Democratico voterà sulla relazione di Matteo Renzi, siglando così la sfiducia nel confronti del primo ministro.
Ci ha provato Gianni Cuperlo a evitare il voto, così da non lasciare le impronte digitali sul ribaltone. Ma non è servito a nulla.
Le dimissioni di Enrico Letta erano attaccate al voto in direzione Pd. Un voto sulla cui opportunità il partito ha discusso, ma che alla fine ha deciso di fare.
Ora il premier aspetta l’esito scontato. Poi salirà al Quirinale a fare ciò che il suo stesso partito lo ha spinto a fare: rassegnare le dimissioni.
Ma da domani avrà le mani libere…
L’intervento del Gattopardo
Renzi aveva esordito dicendo: “E’ arrivato il momento di dire che tipo di proposta vogliamo fare al Paese» (cosa che poi non ha precisato)
«La riunione di oggi non è un processo al governo – ha puntualizzato il leader dei dem -. Si tratta invece di capire se siamo in grado di aprire una pagina nuova, per noi e per l’Italia ».
Con poche parole e una risoluzione che parla esplicitamente di un nuovo esecutivo affidato agli organi dirigenti usciti dal congresso, ovvero allo stesso Renzi.
La famosa staffetta alla guida dell’esecutivo, insomma, che dovrebbe portarlo subito a Palazzo Chigi al posto di Enrico Letta, senza quel passaggio elettorale che era stato fin qui sempre invocato.
«Ma ora non ci sono le condizioni per tornare alle urne – ha spiegato il sindaco – perchè non c’è una legge elettorale in grado di garantire maggioranze e perchè il percorso delle riforme ancora non è stato avviato».
Quindi meglio vada lui al governo anche così.
GLI ALTRI INTERVENTI
La relazione di Renzi è stata accolta senza particolari scossoni dall’assemblea piddina. Gianni Cuperlo, principale avversario del sindaco nella corsa alla segretaria, ha preso atto della richiesta del leader ma ha chiesto che non ci sia un voto sulla risoluzione «anche per evitare che si crei un precedente» .
Ma il voto ci sarà : «È previsto al termine del nostro dibattito» ha precisato Sandra Zampa, vicepresidente della Direzione Pd.
Il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, ha avallato la linea di Renzi parlando di una «accelerazione necessaria» e auspicando un nuovo esecutivo «che abbia la possibilità di durare e governare per l’intera legislatura».
Per il capogruppo dei deputati, Roberto Speranza, «la grande famiglia del Pd mette sulle sue spalle senza infingimenti la grande sfida delle riforme e del cambiamento del Paese. Questo partito è l’unico che può veramente provare a cambiare l’Italia».
Pippo Civati è invece in controtendenza: «I dubbi sulle larghe intese restano. Non capisco perchè cambiare il premier dovrebbe cambiare qualcosa». Ergo: voto contrario, ma la sua posizione resta isolata.
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