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GAZZARRA IN TV TRA GASPARRI E SCANZI: “LEI DICE FESSERIE, LA NATURA E’ STATA SEVERA CON LEI”, “LEI E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE DARWIN HA TORTO”

Agosto 1st, 2013 Riccardo Fucile

GASPARRI: “LEI HA LE ORECCHIE BULLONATE E DICE FESSERIE”…SCANZI: “LEI LE DICE DA QUANDO HA INIZIATO A FARE POLITICA, CON UN DIFENSORE COME LEI A BERLUSCONI NON RESTA CHE SUICIDARSI”

Feroce duello tra Andrea Scanzi e Maurizio Gasparri, durante il talk show di approfondimento “In Onda Estate”, su La7.
La discussione verte sull’imminente sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo Mediaset.
Il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” spiega che ormai il percorso processuale e giuridico di Silvio Berlusconi è scontato ed elenca alcune vicende del “curriculum” giudiziario del Cavaliere.
“Non è che improvvisamente” — osserva — “la Corte di Cassazione ci rivelerà  chi è Silvio Berlusconi. Lo si sa benissimo”.
“E’ una vittima di ingiustizie“, interrompe Gasparri.
“Questa è una teoria molto divertente che hanno lei e altri”, puntualizza Scanzi.
“No” — replica il senatore Pdl — “è una teoria seria. La sua invece è una teoria faziosa e prevenuta. Lei dice una serie di fesserie“.
“Veramente dice lei fesserie da quando fa politica” — osserva il giornalista — “ed è la dimostrazione vivente che tutti possono fare politica“.
“No, lei dice fesserie da sempre” — controreplica Gasparri, gesticolando — “Guardi, c’ha anche il timbro proprio”.
“Meglio del suo sicuramente” — controbatte Scanzi — “perchè lei non è un gran vedere, nè un gran sentire”.
Il parlamentare torna a bomba sulle affermazioni del suo “rivale” e ribadisce: “Lei ha detto una serie di sciocchezze e fesserie. Mi dia la possibilità  di certificarle. Berlusconi si sa che è un perseguitato dalla giustizia“.
“Berlusconi è perseguitato da persone che vanno in tv come lei” — risponde il giornalista — “che più parlano e più danno la sensazione che il Cavaliere sia colpevole. Se io avessi un difensore come lei, mi suiciderei dal punto di vista politico“.
“Avere come accusatore lei” — rincara il senatore Pdl — “è la prova che Berlusconi è un perseguitato”.
E menziona “le correnti politicizzate della magistratura”.
Scanzi cerca di riprendere le fila del suo intervento e afferma: “Quello che vorrei dire io, se il Brad Pitt del centrodestra non mi interrompe…“.
“Ha parlato l’Indro Montanelli della sinistra dei tempi moderni” — insorge Gasparri — “lei però alle orecchie ha i bulloni, che Montanelli non aveva. Lei c’ha le orecchie bullonate“.
“Di sicuro” — replica il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” — “assomiglio più io a Montanelli che lei a uno statista”.
“Lei invece tutto bullonato assomiglia a Toro Scatenato“, ribatte il parlamentare.
La gazzarra va avanti, sotto gli occhi divertiti di Luca Telese e della senatrice Pd Roberta Pinotti, fin quando Gasparri non chiosa: “Ma lei è simpatico”.
“Anche lei” — dice Scanzi — “la vedo un po’ in difficoltà ”.
“No” — controreplica l’esponente del Pdl — “è lei che è in difficoltà  per colpa della natura. La natura è stata severa con lei“.
“Detto da lei, Gasparri” — ribatte Scanzi — “è un regalo. Lei è la dimostrazione che Darwin ha torto. L’unica volta in cui dice qualcosa di intelligente è quando viene imitato da Neri Marcorè”

Gisella Ruccia

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COPPI E BERLUSCONI BLOCCANO LA SANTANCHE’: “NESSUNA MANIFESTAZIONE, E’ UNA PAZZIA”

Luglio 31st, 2013 Riccardo Fucile

LA PITONESSA APOSTROFA I PARLAMENTARI PERPLESSI: “SIETE INDEGNI DI STARE NEL PDL, ORA GUADAGNATE 11.000 EURO AL MESE, VOGLIO VEDERE POI COME CAMPERETE CON 1.200 EURO AL MESE COME I PEZZENTI”… I MILIONI DI ITALIANI “PEZZENTI” RINGRAZIANO

E’ stato proprio Berlusconi a stoppare la manifestazione che Daniela Santanchè aveva convocato per domani davanti a palazzo Grazioli: “Una pazzia”.
E’ una sfiducia pesante, quella di Berlusconi nei confronti della Pitonessa e di Denis Verdini. Che solo un paio d’ore prima avevano convocato tutti i parlamentari del Lazio a via dell’Umiltà .
Più che una manifestazione è apparsa ai presenti, come l’inizio di una resistenza a oltranza: “Fate venire la gente sotto Grazioli alle cinque – è l’ordine dei due – anche organizzando pullman. Dobbiamo stare vicini al presidente quando annunciano la sentenza”.
Parole decise, accompagnate da frasi poco tenere nei confronti dei perplessi parlamentari, dubbiosi sul rischio flop, ancor più dubbiosi sull’opportunità  politica dell’iniziativa: “Siete indegni di stare in questo partito se non riuscite a organizzare una manifestazione. State in Parlamento a 11mila euro al mese, quando non ci starete più voglio vedere come camperete con 1200 euro al mese come i pezzenti”.
E’ dopo una telefonata di un Coppi inferocito che il Cavaliere chiede di annullare tutto.
Perchè chiamare a raccolta qualche descamisado sotto palazzo Grazioli suona come un messaggio devastante, per l’avvocato cui l’ex premier ha affidato la partita più difficile.
È come ammettere che la sentenza è già  scritta e sarà  negativa.
Ed è “politicamente” devastante, per chi vuole tenere il governo a riparo dalla scossa. Per questo il Cavaliere è costretto ad occuparsi di tenere a bada i falchi.
È come se sulla sua sentenza fosse iniziata una resa dei conti tutta interna. È come se qualcuno considerasse una condanna il terreno migliore per mettersi a capo di una Salò azzurra.
Non è lo scenario cui ha lavorato Berlusconi, nell’attesa della sentenza. Per ora il governo non si tocca. Con o senza interdizione.
Già , e il report della Ghisleri racconta che i leader “extraparlamentari” funzionano: Grillo, Renzi, i leader veri sono fuori dal Palazzo.
Ma la sentenza della Cassazione sembra ormai diventata un mezzo per regolare i conti interni al Pdl, con i falchi che si augurano quasi una condanna per far fuori le colombe.
Una pagina davvero poco nobile per un Pdl che, senza il collante del Cavaliere, sembrerebbe destinato a sfasciarsi in pochi giorni.

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SEQUESTRATA L’IMPRESA SCELTA DALL’ESERCITO DI SILVIO

Luglio 31st, 2013 Riccardo Fucile

IL 9 LUGLIO ERA PARTITO DA LI’ IL TOUR NAZIONALE, L’ACCUSA PER I TITOLARI E’ DI ESSERE PRESTANOME DI UN CAPO CLAN

Dopo il sequestro del 2011, tornano i sigilli alla Ecoin Srl, impresa catanese che Simone Furlan, fondatore dell’Esercito di Silvio, ha scelto per iniziare, sotto i riflettori di Reportime, il tour nazionale a sostegno del Cavaliere.
LE ACCUSE
La Ecoin è stata sequestrata con il provvedimento disposto dal Gip Francesca Cercone, che ha dato il via a una maxi operazione con 21 indagati, accusati di essere a vario titolo prestanome di Emanuele Caruso, condannato in primo grado nel 2011 per associazione a delinquere e nipote di “Pippo Mirenna”, elemento di spicco del Clan Ercolano-Santapaola.
Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza guidata dal colonnello Francesco Gazzani, esperto a livello internazionale di lotta al riciclaggio, ipotizzano che Caruso gestisse, attraverso familiari e amici, un patrimonio del valore di 30milioni di euro.
Secondo gli investigatori, «Le indagini hanno consentito di accertare che è stata scientemente realizzata una situazione di difformità  tra la titolarità  formale e la titolarità  di fatto delle società  poste sotto sequestro».
«Emanuele Caruso – si legge ancora negli atti degli inquirenti – in ragione delle indagini condotte nei suoi confronti in passato, aveva avuto la necessità  di costruire attorno a sè una fitta rete di prestanome per dissimulare la riconducibilità  alla sua persona delle società ».
IL CALVARIO GIUDIZIARIO
Arrestato nel 2003 con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, Emanuele Caruso è stato condannato nel 2011 in primo grado per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa di gare d’appalto, ma prosciolto dal presunto favoreggiamento di Cosa Nostra.
Nello stesso anno è scattata la misura di prevenzione che ha portato al sequestro del patrimonio che sarebbe stato a lui riconducibile, provvedimento revocato qualche settimana addietro, mentre erano in corso le nuove indagini: appena in tempo per organizzare la manifestazione dell’Esercito di Silvio.
L’IMPRESA E I SOLDATI DI SILVIO
Nonostante i trascorsi giudiziari, la Ecoin Srl è stata scelta dall’Esercito di Silvio per inaugurare la lunga serie di manifestazioni nazionali con cui saldare il territorio alla nuova Forza Italia.
La manifestazione è stata pubblicizzata a livello nazionale e sul sito ufficiale dell’Esercito di Silvio sono presenti foto e video che ritraggono anche Gaetano Caruso, fratello di Emanuele, novello soldato di Silvio che, intervistato da Reportime, diceva: “I problemi li stiamo affrontando noi e dobbiamo vedere di risolverli perchè nessuno ci sta aiutando».
Gaetano, arrestato insieme al fratello nel 2003 con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, è stato assolto nel 2011 e gli stessi legali hanno evidenziato come all’interno di alcune inchieste risultasse vittima di estorsione.
Alla luce di questa nuova indagine, Gaetano sarebbe prestanome del fratello Emanuele: l’accusa è “intestazione fittizia di beni”.

Antonio Condorelli
(da “il Corriere della Sera“)

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“POSSO STAR FUORI DAL SENATO 18 MESI POI NEL 2015 SARO’ PRONTO A RICANDIDARMI”

Luglio 31st, 2013 Riccardo Fucile

IN QUEL CASO SI DIMETTEREBBE SUBITO PER FAR DECORRERE I TERMINI AL PIU’ PRESTO… SOSTEGNO AL GOVERNO FINO ALLA SCADENZA DELLA INTERDIZIONE PER POI RIPRESENTARSI COME SE NULLA FOSSE

«Forse non tutto è perduto, forse ho un’ultima chance ».
È il sogno che ha illuminato la lunga notte insonne del Cavaliere, che lo sta rianimando in queste ultime ore che precedono la sentenza più temuta.
Uno squarcio di luce nel tunnel, aperto dal pg della Cassazione Antonello Mura giusto a conclusione della sua requisitoria, e che tiene in vita la possibilità  che Silvio Berlusconi sia ancora il leader candidabile quando nella primavera 2015 con una certa probabilità  si potrebbe tornare al voto.
«Se l’interdizione viene ridotta a 18 mesi è fatta, la sconto prima della chiusura della legislatura e torno in Parlamento alla guida di Forza Italia» è desiderio più recondito che diventa la strategia dell’ultimora confidata ai pochi che hanno varcato Palazzo Grazioli.
Se così fosse anche i propositi dei falchi di scatenare la rappresaglia sul governo Letta finirebbero dissinescati.
Con Palazzo Chigi in grado di riprendere la navigazione tranquilla.
E’ del resto quel che si aspetta Giorgio Napolitano, che anche dalle sue vacanze in Alto Adige ha continuato a gettare acqua sul fuoco.
Non è rientrato a Roma in coincidenza con la sentenza (come si era in un primo momento ipotizzato), come a dare un segnale di tranquillità  e stemperare il clima.
E ha ribadito ai suoi interlocutori la linea del Colle: «Nessuna sovrapposizione fra sentenza Berlusconi e vita del governo. Non prendo nemmeno in considerazione l’idea stessa di elezioni anticipare in presenza di un governo in carica e che ha la piena fiduciadel Parlamento».
Marina e Piersilvio Berlusconi, appreso dello slittamento a stasera (se non a domattina) della sentenza, hanno rinviato a oggi l’arrivo a Roma per trascorrere le ore cruciali della sentenza al fianco del padre.
Nel momento in cui il pg tiene la sua requisitoria, Berlusconi è in compagnia di Gianni Letta e del capogruppo al Senato Renato Schifani, solo il portavoce Paolo Bonaiuti presente per tutto il giorno.
Breve blitz di Maurizio Lupi per avere indicazioni in vista del Porta a Porta notturno.
Proprio con Letta e Schifani l’ex premier commenta la sequenza diaffondi del procuratore generale.
Nessuna sorpresa, commenteranno i presenti, il Cavaliere non si attendeva nulla di diverso, di più morbido.
Finchè non giunge quell’apertura finale a un’opportuna riduzione (1-3 anni) dell’interdizione che l’appello ha fissato in 5 anni. Ed è su quei termini quasi dimezzati chenel gabinetto ristretto di Palazzo Grazioli si delinea la nuova, possibile exit strategy dall’attuale vicolo cieco.
Ancora meglio se tutto il pacchetto “interdizione” venisse rimandato in appello per essere riesaminato.
Trascorrerebbero altri mesi preziosi.
In ogni caso, se poi l’interdizione venisse ridotta a 24, ancor meglio a 18 mesi, tutto il quadro cambierebbe.
Berlusconi si dimetterebbe immediatamente dal Senato per far subito decorrere l’interdizione scontandola ai primissimi mesi del 2015.
«Il governo Letta non si tocca, non lasciatevi andare ad alcun fallo di reazione e in queste ore pretendo il silenzio assoluto » è stato non a caso il diktat imposto ieri dal capo.
Falchi e colombe tacciono obbedienti.
Tenere in vita l’esecutivo sarebbe fondamentale per ripresentarsi al voto tra due anni come se nulla fosse.
Sta di fatto che quando in serata gli avvocati Coppi e Ghedini hanno varcato di nuovo Palazzo Grazioli, si respirava un cauto, riservatissimo ottimismo.
Anche se nella consegna del silenzio, in Transatlantico per tutto il giorno tra dirigenti e semplici peones Pdl si sono sprecate le previsioni più disparate e disperate.
Quasi tutti convinti, come il capo, che «difficilmente i giudici si lasceranno sfuggire l’occasione di far fuori il loro nemico numero uno».
E il Quirinale? Sembra che Giorgio Napolitano non veda poi tutte queste gran nuvole nere, e l’ansia che si è scatenata attorno alle sorti del governo.
Tanto per cominciare, nessun rientro anticipato a Roma in coincidenza della sentenza di oggi, il capo dello Stato continuerà  tranquillamente le sue passeggiate fra i monti della Alta Val Pusteria, il ritorno nella capitale non prima di sabato prossimo e quindi alla fine delle due settimane previste di vacanze.
Nessuna emergenza: «Il governo non deve subire contraccolpi ».
Napolitano lo ha confermato al premier Letta, che in questi giorni lo ha chiamato in Alto Adige per riferirgli dei suoi incontri in Grecia e a Londra, e lo ha riconfermato agli ambasciatori di Berlusconi.
Non ci sarebbero sponde al Quirinale per le manovre dei falchi del Pdl, «nessuno pensi a elezioni anticipate».
Ma nemmeno per falchi nel Pd, «maggioranze diverse, per esempio con il movimento 5Stelle, nonne vedo» ha avvisato il Colle.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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L’IRA DELLA RAVETTO CONTRO VERDINI: “MAI FIRMATO QUELL’EMENDAMENTO PER DEPENALIZZARE IL FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI, COME SI SONO PERMESSI?”

Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile

ANCHE CALABRIA E CENTEMERO SI SONO RITROVATI FIRMATARI SENZA SAPERLO… E LA RAVETTO INTIMA DI TOGLIERE LA SUA FIRMA “IMMEDIATAMENTE”

«F-u-r-i-b-o-n-d-e». Esattamente da venerdì mattina, cioè da quando su Repubblica è uscita la notizia che il Pdl, con un emendamento, stava per affondare il reato di finanziamento illecito dei partiti, ci sono tre deputate di questo partito che schiumano rabbia.
Sono quelle che, assieme a Maurizio Bianconi, vice segretario amministrativo del Pdl, e Francesco Saverio Romano, potente ex ministro siciliano dell’Agricoltura, risultano tra i firmatari dell’emendamento sullo stampato parlamentare.
Ma Laura Ravetto, avvocato civilista piemontese, Anna Grazia Calabria, responsabile dei giovani del partito, Elena Centemero, capo del settore scuola, i cui nomi campeggiano in bella vista e sono stati riportati nell’articolo di Repubblica con tanto di foto, quell’azzeramento della norma su cui si è poggiata Mani pulite non l’hanno mai sottoscritto.
Prim’ancora di vedere cosa hanno fatto, bisogna riflettere su due questioni.
La prima: chi ha effettivamente scritto l’emendamento.
La seconda: perchè sono stati inseriti, per sostenerlo, i nomi di deputate che non solo erano del tutto ignare, ma che non condividono neppure la norma.
Il passaparola di Montecitorio, e in particolare del gruppo Pdl, attribuisce l’idea del colpo di spugna sul finanziamento illecito a Denis Verdini, un fedelissimo di Berlusconi più volte nei guai con la giustizia, che perseguirebbe l’obiettivo di “salvare” chi, nel Pdl, è già  incappato o potrebbe finire nei pasticcci per questo delitto. Verdini si sarebbe messo d’accordo con Rocco Crimi, il tesoriere del partito, e con Bianconi, il vice.
Al corrente anche il relatore del ddl sul finanziamento, Mariastella Gelmini, alla quale però sarebbe stata fornita una motivazione edulcorata. Nessuna notizia invece a Ravetto, Calabria e Centemero.
Quando Ravetto, ex sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento nel governo Berlusconi, ha visto il suo nome è esplosa in una delle collere che l’hanno resa famosa. Grida da aquila.
Ha acchiappato il telefono e protestato duramente con i responsabili del gruppo, chiedendo conto del perchè fosse stato utilizzato il suo nome su una cosa così importante, senza avvertirla prima.
La seconda mossa è stata chiamare gli uffici della commissione Affari costituzionali e chiedere che – «immediatamente » – venisse cancellato il suo nome sotto quell’emendamento.
Per andare fino in fondo sta pensando anche di scrivere una lettera al presidente della Camera Laura Boldrini.
Ancora ieri l’umore di Ravetto era pessimo.
Eccola dire: «Non ho firmato quel testo, nè sottoscrivo il suo contenuto, ho chiesto di togliere il mio nome, capisco la prassi di utilizzare il nome dei deputati, ma su questioni così delicate è necessaria un’informazione puntuale e preventiva. Per questo intendo sollevare la questione all’interno del Pdl perchè fatti del genere non debbano più avvenire»
Ovviamente, del caso è stato informato anche Berlusconi, con telefonate altrettanto irritate.
Il cerino, a questo punto, resta nelle mani di Gelmini che dà  una versione minimalista dell’emendamento.
Non parla Francesco Paolo Sisto, il presidente della prima commissione, che per una coincidenza è il difensore di Raffaele Fitto, imputato a Bari proprio per finanziamento illecito.

(da “La Repubblica”)

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CICCHITTO CONTRO LA SANTANCHE’: “VUOLE SUICIDARE FORZA ITALIA”

Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile

“SERVE UN PARTITO E PURE IL FINANZIAMENTO, COME NEL 1994″…. “ALEMANNO PENSI AI FATTI SUOI”

Forza Italia è già  rinata. Almeno nella targa del gruppo alla Camera, al quinto piano di via Uffici del Vicario.
Rilucidata e appesa al posto di quella che ormai fu del Popolo delle libertà .
Un colpo all’occhio per gli ex An, ormai sparuti, che nel 2009 accettarono col groppo alla gola di spegnere la fiamma tricolore per sciogliersi nell’azzurro berlusconiano. Ma anche per chi ha avuto un ruolo chiave nel Pdl, come l’ex capogruppo a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto.
Onorevole, che effetto le ha fatto ritrovarsi davanti al vecchio logo di Forza Italia?
«Io sono un laico, anche nei simboli. Forza Italia è una bellissima sigla. A suo tempo io ero più propenso a restare lì e fare un patto federativo con An e Udc. Quindi, a me la vecchia sigla va benissimo, la questione è cosa ci mettiamo dentro».
Non sembra così contento di tornare sotto le vecchie insegne…
«Non è un problema di sigle, ma di contenuti. Avendo riletto lo statuto di Forza Italia, ricordo che era un partito a tutti gli effetti, con iscritti, congressi e gruppi dirigenti. Se si torna al progetto del ’94, si deve ripartire da quella ispirazione, combinando una leadership carismatica con un partito democratico. Anche perchè, in questo clima di rigetto della politica, fondare un partito verticistico, dove si nominano dall’alto i deputati e gli organismi dirigenti, sarebbe una pura follia».
Daniela Santanchè, invece, a Libero ha detto di volere «un partito leggero, dove non ci siano più filtri tra Berlusconi e il suo elettorato».
«Non sono d’accordo, non è un partito quello: è un suicidio. La gente ci chiede partecipazione, non verticismo. Un partito che viene gestito da un ristrettissimo gruppo dirigente, che non è sottoposto a nessuna verifica e non lavora in rapporto con la base, va incontro a brutte sorprese».
Alla luce dell’abolizione del finanziamento pubblico, la Santanchè propone una semplificazione delle norme per sovvenzionare i partiti e una legge sulle lobby.
«A parte il fatto che io reputo auspicabile mantenere, come avviene in tutto il resto d’Europa, almeno una quota di finanziamento pubblico con tutti i controlli possibili e immaginabili (Corte dei Conti compresa), visto che si va verso l’abolizione del finanziamento pubblico, a maggior ragione occorre combinare una forma moderna di foundraising con un tesseramento funzionale alla partecipazione politica. La sigla Forza Italia non può ridursi a una forma filiforme di partito».
Ma non è un fallimento tornare a Forza Italia dopo che avete predicato per anni il partito unico di centrodestra?
«Chi ha colpito al cuore il Pdl è stato Fini nel 2010».
Ma adesso il Cav gli dà  il colpo di grazia.
«Siccome le scelte fondamentali le fa sempre Berlusconi, non è il tempo di battaglie sui nomi. Quindi, mi sta bene Forza Italia…».
Ma fosse dipeso da lei?
«Avrei preferito rimanere nello stesso partito con gli ex An, perchè una volta che una cosa l’hai costruita, smontarla non è mai indolore. Comunque, ben venga Forza Italia, ma un partito non si fa con un editto scritto su qualche giornale da qualcuno. È indispensabile una riflessione molto profonda e rivendico la più totale libertà  di opinione. Dobbiamo lavorare non solo per l’oggi ma anche per le generazioni future, perchè possano avere un partito di centrodestra cui partecipare attivamente».
E chi sarà  il futuro leader di questo partito pensato per i giovani?
«Il leader adesso è Berlusconi».
Come può pensare di affidare la leadership di un nuovo partito a un ottantenne?
«Il carisma lo si può avere a 30, a 50 e anche a 80 anni: ricordiamoci De Gaulle. La leadership di Berlusconi oggi è viva più che mai e, paradossalmente, ancora più accentuata dall’attacco giudiziario che gli viene fatto, mentre il Pd è alla ricerca disperata di un leader».
Semmai è il contrario: nel Pd è in corso una lotta tra leader di nuova generazione, Renzi e Letta in testa. Nel Pdl non c’è neanche l’ombra del successore di Berlusconi.
«Il Pd ha tanti capicorrente. Berlusconi nel centrodestra allo stato è insostituibile».
Dopo il Cav le dèluge: non crede sia questo il problema drammatico del centrodestra?
«Il problema è il presente, che ci vede impegnati nella battaglia contro la crisi. Per costruire il futuro, ci vuole un partito con assetto democratico: la leadership del domani non può nascere per cooptazione».
Come mai finora non ha mai nominato Alfano?
«Angelino sta svolgendo benissimo il suo doppio incarico di segretario del Pdl e di ministro dell’Interno, oltre che di vicepremier, e sono convinto che debba conservarlo».
Ma non è stato proprio questo a fargli esplodere in mano la grana kazaka, visto che la sera del 28 maggio era alle prese con le beghe di partito mentre la moglie di Ablyazov veniva espulsa?
«Un ministro dell’Interno delega, lì quello che non ha funzionato è l’amministrazione del Viminale».
Anche Alemanno reclama un premier giovane per il centrodestra quando si tornerà  al voto.
«Alemanno pensi ai fatti suoi. È paradossale che lui esca dal Pdl perchè si fa Forza Italia e poi detti legge sulla premiership. Rimanga con noi e avrà  diritto di parola».

Barbara Romano
(da “Libero”)

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PRESSIONI SULLA CASSAZIONE: IL PDL E’ SUL PIEDE DI GUERRA

Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile

IL “GIORNALE” DI FAMIGLIA CANNONEGGIA SUI GIUDICI E LANCIA MESSAGGI AL QUIRINALE IN VISTA DEL 30 LUGLIO

Anche oggi il Giornale di Sallusti & Santanchè alias il Pitone e la Pitonessa farà  il conto alla rovescia in prima pagina.
Tutto in rosso, stile allarme. Ieri era -5. Oggi sarà  -4.
Da qui al fatidico Trenta Luglio, il quotidiano della famiglia del Cavaliere (Paolo, Alessia e Luna Berlusconi nel cda) farà  la parte del poliziotto cattivo nei confronti della Suprema Corte. Pressione. Tensione.
Questione di copie anche, in piena estate, dopo un’apertura dedicata, martedì 23 luglio, alle guerra delle sigarette.
Ma la bomba del Trenta Luglio, sulla conferma o meno della condanna di B. per i diritti tv Mediaset, è troppo delicata per ridursi a giochino editoriale di redazione.
In Transatlantico, a Montecitorio, i deputati del Pdl non parlano di questa attesa nemmeno sotto tortura. “Cazzi suoi”, questa la risposta di una nota parlamentare.
“Cazzi suoi”, nel senso che “il presidente deve fare la sua strategia processuale senza le nostre interferenze”.
Eppure , il Giornale interferisce eccome. “Prepariamoci all’ultimo ricatto”, questo il titolo sallustiano di ieri.
Che poi chiarisce, per fare finta di tenere fuori il Capo: “Berlusconi la pensa diversamente, sostiene che all’ultimo la sua innocenza sarà  riconosciuta. Ammiro il suo incrollabile ottimismo e mi auguro che ancora una volta abbia ragione”.
Il direttore Pitone, in quanto compagno della Pitonessa Santanchè, guida spirituale dei falchi di B., è infatti pessimista sul Trenta Luglio.
Se ne frega delle disquisizioni giuridiche su rinvii o allungamenti causa prescrizione e va dritto al sodo.
Berlusconi, vada come vada, non dovrà  uscire di scena: “Prepariamoci, se dovessi avere ragione io e non lui su ciò che succederà  il 30, a dirlo forte e chiaro a chi ha costruito questo imbroglio”.
L’imbroglio è l’ossessione dei falchi. Sindrome da accerchiamento.
La loro tesi è che con il suo silenzio il Cavaliere si stia rendendo complice dei suoi aguzzini che vogliono accompagnarlo alla porta: Napolitano, Enrico Letta e lo Zio Gianni, il vicepremier Angelino Alfano, simbolo delle colombe traditrici.
Dal chiuso delle sue stanze il Cavaliere lascia fare.
Dieci giorni fa si lamentò in un’intervista a Paolo Guzzanti, proprio sul Giornale, “dei toni forti e dei titoli che gli facevano venire i brividi”.
Quei titoli non sono scomparsi e tutto sommato possono tornare comodi per aumentare la pressione.
Ognuno fa la sua parte. I falchi, le colombe, i legali.
Ecco la Santanchè, in una trasmissione tv: “Rispetto la decisione di Berlusconi di non parlare della sentenza e di lasciar lavorare il governo, ma se dovesse arrivare la condanna, non potrà  decidere Berlusconi. Non credo che gli elettori staranno a pettinare le bambole. Sicuramente non ci sarà  calma, siamo oltre il tema del governo saremo a un tema superiore, un problema di democrazia”.
Ancora una volta, tutto conduce al padre di tutti gli interrogativi: cosa succederà  il Trenta Luglio qualora la condanna venisse confermata?
Le colombe ripetono il refrain opposto a quello dei falchi. “Si andrà  avanti con le larghe intese”. Ossia l’imbroglio che non vogliono i Pitoni: “Se sarà  condannato si leveranno minacce verso il Pdl: state buoni o risale lo spread”. In questa chiave va decifrato il pizzino spedito al Quirinale dal Giornale, rispolverando una vecchia storia dell’andreottiano Paolo Cirino Pomicino ai tempi della ma-xi-tangente Enimont: “Di Pietro voleva incastrare Napolitano (allora capo dei miglioristi, la corrente di destra del Pci-Pds, ndr), io negai”.
Una lisciatina ambivalente.
Da un lato c’è il segreto inconfessabile di B. e dei berlusconiani: che in nome della pacificazione, il capo dello Stato faccia una riservatissima moral suasion sulla Corte di cassazione.
L’unico salvacondotto possibile.
Dall’altro c’è poi la richiesta di elezioni anticipate, altro pallino degli ultrà  del Cavaliere. Napolitano ieri ha ribadito il suo no (le urne prima del tempo “sono una delle patologie più dannose” della democrazia italiana) con un intervento sul Corriere della Sera, nello stesso giorno in cui il direttore Ferruccio de Bortoli verga un editoriale per sviluppare al contrario “l’imbroglio” di Sallusti.
Morale debortoliana in estrema sintesi: se la sentenza del Trenta Luglio farà  cadere l’esecutivo c’è il rischio default.
La partita è questa e i giocatori iniziano a schierarsi in campo.
Il Cavaliere si prepara a un impegnativo fine settimana. Con Coppi e Ghedini, i suoi legali, dovrà  decidere se fare o no un’istanza di rinvio per martedì prossimo.
Poi vedrà  il film dedicato a lui da Francesco Giro, parlamentare del Pdl.
Titolo: “Il fiume della libertà ”. Possibile anche che sia trasmesso sulle reti Mediaset prima del Trenta Luglio.
Tutto fa pressione.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“PORTO LA PACE IN COREA”: MENO MALE CHE SPARA-RAZZI C’E’

Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX RESPONSABILE PARTE IN MISSIONE: “VEDRO’ KIM JONG-UN”…”MA CHE BOMBA ATOMICA, IO NON L’HO MAI VISTA”

Può Antonio Razzi riuscire dove l’Onu e la diplomazia di mezzo mondo, finora, hanno potuto poco: mettere pace tra le due Coree, far rientrare la minaccia atomica?
«Ci sono spiragli di dialogo». Così il senatore del Pdl, ex Responsabile, segretario della commissione Esteri, ieri sera, lasciata l’Aula, è partito alla volta di Pyongyang. Si fermerà  per una missione di tre giorni.
E in agenda c’è l’incontro con il leader Kim Jong-un.
«È meglio non parlarne troppo. Controllano tutto, anche cosa viene pubblicato in Italia. Non vorrei che, visto che a volte i giornalisti prendono per i fondelli, alla fine ci ripensassero…».
Giornalisti o meno, l’obiettivo in effetti appare ambizioso.
Tanto che il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, racconta Razzi, quando ha sentito i propositi della sua missione ha sorriso: «Se ci riesci, ti daranno il Nobel per la pace». «Ma non vado cercando queste cose», si schermisce il senatore, che giorni fa, presentando la sua trasferta coreana, ha chiarito: «Qualcuno ha ironizzato, ma forse ci voleva proprio Antonio Razzi per cercare di promuovere un progetto che nelle mie intenzioni dovrebbe portare, perchè no, a un ravvicinamento tra i due Paesi, e a una riunificazione, a distanza da quel lontano 1953 quando al termine della guerra si separarono. Far cadere quel “muro”, lungo il 38° parallelo, come si è riusciti a buttare giù quello delle due Germanie nel 1989, è ancora un sogno che potrebbe, però, diventare realtà ».
Certo, a fare il gioco dell’ironia (della sorte) ci si mette anche il cognome: si fa presto a ricordare le prove missilistiche che hanno fatto infuriare la comunità  internazionale. Invece, spiega il senatore, con la Corea del Nord c’è un rapporto che viene da lontano. Basato su competenze («mi occupo della questione da tempo») ed esperienza («partecipo alle missioni in Corea da sei anni»).
Anche se questa volta è diverso: «Con Kim Jung-un non ho mai parlato a quattr’occhi».
Ma come, in un’intervista su Rete 8 ha raccontato di averlo incontrato, che «lui ha studiato a Berna e avete parlato in tedesco»?
«Ci siamo visti, ma non a quattr’occhi. Non sono riuscito a fargli il discorso che volevo, è un po’ difficile».
Ma con la diplomazia, assicura, i rapporti vanno avanti.
Razzi ha incontrato, qualche settimana fa, l’ambasciatore nordcoreano. «Il primo passo sarà  organizzare un incontro tra i diplomatici di Nord e Sud Corea, a cena».
Il senatore crede nel dialogo. Non crede invece a tutto quello che viene raccontato. Già  alle Iene aveva detto che «non è vero quello che dicono, che hanno la bomba atomica, che la stanno costruendo, assolutamente: io non l’ho vista l’atomica».
E ora aggiunge: «È un paese di persone socievoli e perbene: se perdi un portafoglio con 100 euro, lo ritrovi e ce ne sono 200. Ma vedrete, vi racconterò al ritorno…».

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BERLUSCONI HA PRONTO UN PIANO B: LUPI AGLI INTERNI E GELMINI AI TRASPORTI

Luglio 18th, 2013 Riccardo Fucile

AVANTI CON ALFANO, MA SE DOVESSE CADERE NIENTE ELEZIONI E CAMBIO DELLA GUARDIA AL VIMINALE

Alfano non si tocca? Facile a dirsi, più difficile a farsi.
Soprattutto sulla lunga distanza.
Ieri, improvvisamente, la partita politica intorno al caso kazako è finita dritta nel campo del Pd, ormai a un passo dalla deflagrazione finale e Berlusconi ha avuto buon gioco a restare a guardare gli avversari contorcersi nelle loro faide precongressuali, ma la sorte del bersaglio Alfano è stata al centro della sua giornata.
Ieri, infatti, pontieri Pd avevano portato avanti una soluzione politica apparsa però — da subito — non percorribile: “Togliere le deleghe ad Alfano”.
Sarebbe rimasto vicepremier, ma l’idea è stata cestinata subito dallo stesso Berlusconi, che pure l’ha valutata direttamente. “Non la reggiamo — spiegava ieri alla Camera un ex ministro vicino al Cavaliere — perchè Alfano è anche segretario del partito, e vicepremier. Non è un semplice ministro”.
Un intreccio di pesi e contrappesi troppo complicato per pensare di chiuderlo in modo tanto bizantino.
Per di più, Berlusconi di problema ne ha anche un altro: se mai Alfano dovesse cadere, i “falchi” prenderebbero immediato sopravvento nel partito, rendendo impossibile la sua gestione politica e, di fatto, costringendolo ad accelerare verso la formazione della nuova Forza Italia per ora ancora parcheggiata nei sogni di Daniela Santanchè.
Ecco perchè ieri sera ha convocato Brunetta, Verdini, Schifani e proprio la Santanchè per valutare i vari punti di caduta.
Alfano è arrivato più tardi. Alla fine, la linea uscita dal vertice è che non esiste alcuna possibilità  di sostituzione di Alfano o di remissione delle deleghe, non c’è alcuna exit strategy, “il congresso del Pd — ha detto risoluto Denis Verdini — non si consuma sulla testa del Pdl, dunque Alfano non farà  alcun passo indietro”.
Insomma — ecco il messaggio — che il Pd provi a sfiduciarlo.
Ma sulla lunga distanza, di fronte all’ipotesi di elezioni, il Cavaliere potrebbe — invece — anche “sacrificare” Alfano per la tenuta dell’esecutivo con lo spostamento di Maurizio Lupi al ministero dell’Interno (naufragata l’ipotesi Frattini) e la “promozione” di un altro esponente pidiellino alle Infrastrutture (il nome che circola è quello di Mariastella Gelmini).
Insomma, un rimpasto. Con il placet di Letta a cui si sta lavorando.
L’ex capo del governo ancora una volta si troverà  di fronte due linee, quella più soft e quella dei falchi pronti a chiedere, in caso di sfiducia al titolare del Viminale, anche la “testa” di Emma Bonino.
Che in serata è salita al Quirinale, dove sono rivolti gli sguardi di tutti, Berlusconi compreso.
Oggi è atteso il discorso del Capo dello Stato alla cerimonia del Ventaglio e stando alle indiscrezioni non si esclude che Napolitano possa fare un duro richiamo al senso di responsabilità  ed alla necessità  che il Paese possa contare su un governo stabile. Che, però, non può essere più questo.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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